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lunedì 30 settembre 2013

Grillo, Telecom e la sartoria mediatica

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/30/grillo-telecom-e-sartoria-mediatica/728624/
Grillo voleva vendere Telecom! Grillo adesso ha cambiato idea e vuole bloccare la vendita a Telefonica! Grillo incoerente! Grillo! Sempre tu!
La grande stampa ha ripescato un post del 2010 pubblicato nel blog di Beppe Grillo, lo ha cucinato insieme a quello fresco fresco del 24 settembre scorso e ha sfornato titoli dal vago accento epico, come quello de Il Giornale“Quando Beppe Grillo voleva vendere Telecom”.
Intruppati come topolini al suon di piffero, diversi giornalisti (e non solo…) sono saltati sul treno della notizia anti-Grillo.
Menzioni speciale per Il Post, per il capo redattore de il Foglio che si indubbia su Twitter e per @SELmontecitorio, account ufficiale del gruppo Sel alla Camera, che ha twittato con tanto di immagineper meglio puntare il ditino contro l’incoerente Grillo.
Ora starete aspettando il punto in cui dico che è tutto falso. Vi accontento: è tutto falso.
L’incoerenza fra i due post di Grillo su Telecom è soltanto apparente, ottenuta mettendo in relazione due stralci accuratamente selezionati, ritagliati e incollati per ottenere l’effetto desiderato. Sartoria mediatica.
Telecom è stata per anni spolpata. Dei pezzenti incapaci di fare investimenti hanno divorato Telecom e l’hanno abbandonata indebitata per decine di miliardi. Ricordatelo quando le vostre connessioni Internet vanno di merda: se sono le più lente d’Europa è colpa loro. Al privato banchetto sono sopravvissute soltanto le ossa di Telecom: cioè la rete, le infrastrutture, la dorsale delle telecomunicazioni italiane. 
Nel post del 2010, Grillo descrive in dettaglio le storture avvenute in Telecom e parla di vendere la società (quei brandelli che ne rimangono…), non perché sia felice di farlo, ma perché lo ritiene ormai inevitabile. I luminari della finanza italiana hanno invece atteso tre anni per vendere, con le azioni che oggi valgono meno della metà rispetto al 2010.
Grillo parla di vendere la società scorporata dalla rete, la quale deve restare nelle mani dello Stato (ancheil Copasir ha evidenziato i problemi di sicurezza esistenti nel lasciarci ficcare il naso ad altre nazioni).
I servizi sono una cosa, il palo del telefono un’altra. 
Nel post del 24 settembre scorso, Grillo prende atto del disastro previsto e avvenuto, chiedendo dibloccare la vendita a Telefonica, per poi stabilire con una commissione di inchiesta parlamentare le responsabilità dell’apocalisse Telecom, “eventuali guadagni illeciti” compresi. La vendita a Telefonica rischia inoltre di far saltare il tavolo per lo scorporo della rete (rame e fibra) in un’altra società: tradotto, possiamo scordarci la diffusione della fibra ottica. 
A meno che, come suggerisce Catricalà dopo repentino ripensamento, lo scorporo non venga imposto per legge: cosa che si può fare, ma non senza indennizzo. 
E il Governo Letta cosa dice di tutto questo? Che è avvenuto a sua insaputa. “Come non hanno detto niente a Bernabè così hanno fatto con noi”. Parole di Catricalà.
Con un gioco di prestigio mediatico, una previsione azzeccata di Grillo è diventata un’incoerenza da deridere. Ci siamo abituati a queste magie comunicative: è un po’ come quando le denunce contro falsità e ingiustizie vengono derubricate a forme di vittimismo. Ops, questa suonava un po’ vittimista.
Guardate il video di Beppe Grillo all’assemblea degli azionisti Telecom (datato 2010) e giudicate voi se ci ha preso o no.

sabato 28 settembre 2013

Le ultime parole famose..

I fatti dello scandalo Csea

http://bertola.eu/nearatree/2013/09/i-fatti-dello-scandalo-csea/

Dunque, la relazione su Csea non è ancora pubblica e lo sarà solo tra una decina di giorni, con eventuali omissis che il segretario generale del Comune vorrà applicare. Tuttavia, il regolamento del consiglio comunale (scritto peraltro in modo confuso) stabilisce all’art. 74 che il segreto d’ufficio sui lavori della commissione decade al termine dell’indagine, e all’art. 75 che il segreto su quanto appreso decade dopo la discussione in consiglio comunale, che si è svolta martedì. Per questo vorrei iniziare a farvi il quadro di ciò che è successo in Csea, partendo dall’inizio.
Nel 1994, l’amministrazione del neosindaco Castellani comincia a dire che bisogna dare in gestione a un privato i centri di formazione professionale del Comune; già allora partono i peana su “privato è bello”, ben riassunti dalla dichiarazione di una consigliera comunale dell’epoca, una certa Elsa Fornero, che su La Stampa del 22 maggio 1996 dichiara “Il Comune non [ha] gli strumenti per gestire la formazione professionale. E’ giusto che l’affidi a chi sa farla” (si vedrà dopo come la sa fare).
Per questo motivo il Comune affida armi e bagagli i centri di formazione e il relativo professionale al consorzio Csea, fondato nel 1979 e già recuperato da un fallimento nei primi anni ’80, con l’ingresso del Comune; soci di Csea, oltre alla Provincia, sono una serie di aziende private del territorio, che dovrebbero fornire il famoso “legame tra scuola e impresa”. Si crea così una società privata, teoricamente senza scopo di lucro, in cui l’unico cliente è il pubblico, in particolare la Regione e poi dal 2002 la Provincia, che mediante bandi affida la gestione dei corsi di formazione professionale.
La formazione viene inizialmente affidata a Csea così, senza gara; poi il Coreco boccia la delibera, si fa un bando e Csea lo vince. Dato che la gestione comunale perdeva otto miliardi l’anno – un dirigente del Comune ci ha detto che sapete com’è, insomma, è normale che in un ente pubblico si assuma un po’ più del necessario, per “pressione politica” – a Csea vengono dati anche trenta miliardi di lire a fondo perduto in cinque anni (tra l’altro, la convenzione parte dal 1 maggio 1997 ma la quota del 1997 viene concessa a Csea per intero); in più, vengono dati locali (diversi edifici) e attrezzature al prezzo simbolico di centomila lire l’anno.
Nonostante tutti questi aiutini, Csea continua a piangere miseria; e allora il Comune decide di riprendersi indietro alcuni dei locali datigli gratis, pagando a Csea un paio di miliardi per il disturbo, che però vengono compensati con una cifra quasi uguale di debiti pregressi di Csea verso il Comune per utenze mai pagate. La vicenda delle utenze continuerà, e si arriverà al fallimento con circa un milione di euro di utenze Csea mai riscosse dalla Città, alcune risalenti a moltissimi anni prima; anche se dal 1997 Csea avrebbe dovuto intestarsi direttamente i contratti, la Città ha sempre lasciato perdere. In più occasioni la Città chiuderà entrambi gli occhi; per esempio, a un certo punto Csea si mette a subaffittare al Museo del Cinema un locale comunale avuto gratuitamente dal Comune per farci formazione; l’ex vicesindaco Dealessandri ci dirà che sì, lo sapevano e l’assessore al Patrimonio dell’epoca si era anche arrabbiato, ma poi non avevano fatto nulla.
Sebbene Csea non paghi la Città da anni per le utenze, la Città in compenso paga regolarmente Csea: difatti, personale Csea – inizialmente gratis, poi dal 2001 a pagamento – viene distaccato a lavorare negli uffici comunali. Alcuni dipendenti Csea passano direttamente al Comune e ne diventano dirigenti, cominciando poi a firmare le determine che chiedono a Csea personale a pagamento. Curiosamente, tutti i dirigenti che abbiamo sentito dichiarano di non aver saputo nulla della situazione economica e della cattiva gestione di Csea; quelli delle Partecipate dicono che dovevano controllare quelli del Lavoro, e quelli del Lavoro dicono che dovevano controllare quelli delle Partecipate (peraltro entrambi settori dipendenti da Dealessandri, rispettivamente dal 2006 e dal 2001). La cosa è resa ancora più strana dal fatto che almeno due dirigenti videro i propri figli assunti in Csea nei primi anni 2000 (sicuramente persone competenti e assunte per merito); probabilmente non parlavano di lavoro in famiglia.
Comunque, negli anni più recenti si verificano ripetuti episodi per cui una determinata persona viene assunta da Csea e immediatamente messa a lavorare in Comune, in diversi assessorati, previo pagamento del suo stipendio dal Comune a Csea, aggirando di fatto le procedure pubbliche con cui il Comune avrebbe dovuto selezionare eventuale personale. Tra l’altro, alcune di queste persone grazie a questo trattamento si assicurano i titoli con i quali potranno poi partecipare e vincere un concorso per un posto stabile in Comune. La cosa è piuttosto strana, perché negli stessi anni Csea era già in profonda crisi e faticava a pagare gli stipendi, essendo piena di personale che non sapeva più come utilizzare; addirittura, alcune di queste assunzioni avvengono durante la cassa integrazione, in cui ovviamente non si potrebbe assumere. Peraltro, un dirigente e anche un politico dicono tranquillamente che questo meccanismo era fatto anche per alleggerire il peso economico di Csea, facendole entrare dei soldi: un altro aiutino.
Nel frattempo, l’azienda si impoverisce in ogni modo, arrivando negli ultimi anni a non pagare regolarmente gli stipendi. Non si sa bene che fine abbiano fatto le attrezzature della Città, anche se a un certo punto la Città ne dona a Csea una parte perché le usi nel terzo mondo (ci si chiede se ci siano veramente arrivate). I lavoratori raccontano di progressive sparizioni e spoliazioni. A un certo punto Csea smette persino di pagare le borse di studio agli studenti, pur avendo regolarmente e anticipatamente incassato i relativi fondi pubblici dalla Provincia; e parliamo di ragazzi, spesso stranieri, per cui quei soldi servivano a sopravvivere.
In azienda il clima è pessimo; i lavoratori sono divisi tra i fedelissimi, per i quali si dice ci fossero anche consistenti premi economici dati senza tante formalità, e gli altri, che raccontano invece di mobbing e punizioni, di gente fatta andare via; ci sono sin dai primi anni 2000 segnalazioni, su cui indagherà la magistratura, di ristrutturazioni di ville e lavori alle barche dei dirigenti, messi a carico di Csea. I lavoratori raccontano anche di come i capi di Csea si sentissero intoccabili, protetti dalla politica, e non ne facessero mistero. Del resto, un lavoratore Csea racconta di come sia andato a segnalare ai dirigenti della Provincia il problema delle borse di studio non pagate, suggerendo come migliorare i controlli; non solo la Provincia non fece apparentemente nulla, ma lui fu convocato dall’amministratore delegato di Csea che gli intimò di farsi gli affari suoi. I lavoratori raccontano anche di una abitudine a falsificare i registri delle presenze, in modo da poter ottenere più fondi del dovuto (la Provincia paga in funzione del numero di allievi); e di come i controlli della Provincia fossero mediamente piuttosto benevoli, anzi in un caso si racconta proprio di un ispettore che stracciò un report degli allievi perché troppo sfavorevole a Csea.
E il sindacato? Beh, direi che si può riassumere così: nel 2004, il responsabile regionale della Cgil per la formazione professionale negozia con Csea (il più grosso e importante ente di formazione del Piemonte) e gli altri centri di formazione il contratto di lavoro, e poi, appena chiuso il contratto, viene assunto da Csea come capo del personale. Tutto chiaro, no?
Del resto, Csea viene fin dal principio definito da più parti il centro di formazione “di area” per la Cgil e il PDS; la Cisl aveva lo IAL (altro ente tracollato di recente), i cattolici ne hanno molti, Csea dunque era il “polo laico” della formazione. E mica solo del PDS, ma di tutta la sinistra; l’appena citato ex dirigente Cgil poi capo del personale racconta (quanto sia attendibile non si sa) che Csea diede, per motivi imprecisati, 70 milioni di lire a un parlamentare torinese comunista e anticapitalista. Ma per capire meglio i giochi politici bisogna parlare del processo del 2004, e quello meriterà un racconto a parte.
E’ però chiaro che Csea viveva in simbiosi con la politica locale; cercava di fare favori ai politici sperando poi di ricevere nuovi aiutini. E’ sintomatico il racconto fatto da un lavoratore di come, l’ultimo giorno di campagna elettorale per le elezioni regionali del 2010, i dirigenti Csea abbiano radunato tutti gli allievi di una sede di Ivrea in presenza dell’assessore uscente Pentenero, che fece il suo comizio, e abbiano distribuito pure i suoi santini (la stessa Pentenero viene descritta come imbarazzata da tanta promozione).
Ci sono tanti altri motivi per cui negli ultimi dieci anni Csea comincia ad accumulare perdite; per esempio, l’insostenibile rapporto tra i dipendenti amministrativi (troppi, e alle volte assunti tra parenti e amici di persone influenti) e i formatori (pochi e talvolta nemmeno utilizzati, preferendo dare comunque commesse all’esterno, che talvolta vengono descritte come modi per far lavorare specifici fornitori esterni); per esempio, una politica di espansione scriteriata che anch’essa necessiterebbe di spazio per essere raccontata.
Sta di fatto che, quando a dicembre 2011 finalmente arrivano persone indipendenti a guardare i bilanci, si capisce subito che non stanno in piedi e non sono credibili; ad aprile 2012 Csea fallisce, ma la magistratura dirà che era di fatto già fallita nel 2007. In apparenza, secondo i bilanci approvati anno dopo anno, la situazione di Csea non era così drammatica, anche se inspiegabilmente continuavano ad aumentare gli oneri finanziari; ma non è un caso che dal 2007 in poi i bilanci di Csea non siano più stati certificati (senza che il socio Comune peraltro lo ritenesse un problema). Per questo l’indagine ha portato la magistratura ad accusare soprattutto due persone, l’amministratore delegato Renato Perone e il consigliere e commercialista della società Piero Ruspini; tra l’altro, dei tre revisori dei conti che dovevano verificare i bilanci, due erano colleghi di studio di quest’ultimo…
Al di là della cattiva gestione dei dirigenti di Csea, capite che il punto politico allora è: perché questo andazzo è andato avanti per quindici anni – e per tutta l’epoca Chiamparino-Dealessandri – senza che nessuno intervenisse, continuando ad aggravare il buco fino a decine di milioni di euro? I dirigenti e i politici che si occupavano di Csea non si sono mai accorti di niente, e come mai? Potevano, dovevano accorgersene prima? Cosa sapevano e cosa non sapevano del modo in cui era gestita Csea? I continui “aiutini” a Csea (questi sono solo una parte) volevano salvare i corsi e i posti di lavoro, oppure volevano salvare gli amministratori, la gestione aziendale e i favori reciproci tra politica e Csea?
Quanto vi ho riassunto qui è solo l’inizio; ci sono ancora molti tasselli da inserire nel quadro. Con calma, procederemo.
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mercoledì 25 settembre 2013

Gli extracomunitari siamo noi

http://www.beppegrillo.it/2013/09/gli_extracomunitari_siamo_noi.html



Cinque milioni di italiani sono sotto la soglia di povertà, persone che non hanno le risorse per vivere. Gli indigenti sono raddoppiati dal 2007. A loro non pensa nessuno. Stiamo diventando un Paese di miserabili. Gli extracomunitari siamo noi. A quando i barconi in partenza dall'Italia per le coste dell'Africa o del Medio Oriente? In Italia non esiste, come negli altri Paesi della UE, un reddito di cittadinanza. Lo Stato, anche se hai pagato le tasse e i contributi per decenni ti lascia morire se perdi il tuo lavoro. La spesa per il cibo e le bevande è crollata ai valori di vent'anni fa. Si ruba per mangiare come ai tempi di guerra. In alcuni supermercati hanno introdotto alle casse una bilancia per frutta e verdura sfusa. Non si fidano dei clienti che introducono nel sacchetto una mela o un cavolfiore in più dopo aver pesato per risparmiare pochi centesimi. I supermercati sono diventati come le banche. All'ingresso ci sono guardie giurate che ti guardano con sospetto. Neppure loro però possono nulla contro chi mangia direttamente in corsia, chi ingurgita veloce un pezzo di formaggio o una salciccia, magari rifugiandosi in bagno. Non c'è il corpo del reato. Non è possibile accusarlo di nulla e l'esame delle feci non è una prova assoluta. Per evitare l'esproprio alimentare stanno aumentando le telecamere. Il cliente è ormai controllato passo dopo passo. Si prospettano in futuro bilance all'ingresso e all'uscita dove ci si dovrà pesare. Se il peso aumenta di qualche grammo o di qualche etto sei arrestato, ma in galera almeno ti sfamano. La bomba sociale degli ultimi sta per scoppiare. A un uomo puoi chiedere tutto, ma non di non lasciare la sua famiglia senza cibo. Quanti milioni di affamati sono necessari prima di una rivoluzione? Il 13% dei pensionati, quasi due milioni e mezzo, riceve meno di 500 euro al mese. La pensione minima è di 495,43 al mese mentre vengono erogati miliardi di euro in pensioni d'oro. E' una follia, una provocazione che sta diventando intollerabile. Il conto alla rovescia è incominciato. Ripeto. Il conto alla rovescia è incominciato.

lunedì 23 settembre 2013

Movimento 5 Stelle: Senato? Altro che casa di vetro! Dove vanno a finire questi soldi?

http://www.newspedia.it/movimento-5-stelle-senato-altro-che-casa-di-vetro-dove-vanno-a-finire-questi-soldi/

Il presidente del Senato, Piero Grasso, all’indomani della sua elezione espresse un desiderio: ‘Penso alla politica che va cambiata e ripensata dal profondo nei costi, nelle regole, nei servizi e nelle consuetudini, nella sua immagine rispondendo ai segnali che i cittadini ci mandano.Quest’aula spero diventi come una casa di vetro”.
Bel desiderio.
Ma a quanto pare è rimasto tale: leggete cosa scrive su Facebook Laura Bottici, senatrice del Movimento 5 Stelle.
“Il Senato è una città chiusa che non permette a nessuno di verificare la propria gestione ma esige di controllare ed amministrare il Popolo italiano con cui ormai non ha più nessun contatto.
Vi ricordate l’apriscatole? ….. dopo 6 mesi di lavoro possiamo cominciare a farvi vedere cosa fanno i Tonni dentro la scatoletta.
Il Consiglio di Presidenza e il Collegio dei Questori hanno la possibilità, tramite delibere interne e a loro insindacabile giudizio, di elargire fondi provenienti dal bilancio del Senato a soggetti pubblici e privati.
In primis il Senato nel 2012 ha versato un contributo di Euro 81.500,00 al Circolo di Palazzo Madama, non so dove sia nè cosa faccia, e sinceramente non mi interessa frequentarlo ma mi piacerebbe capire come spendono i nostri soldi.
Invece per quanto riguarda le autonome elargizioni benefiche di cui sopra, nel 2012 una stretta cerchia di persone ha così deciso di spendere 1.022.513,48 Euro nostri:
- Euro 546.140,00 Associazioni, Onlus, Fondazioni (quali sono?)
- Euro 7.960,00 Ospedali (non saranno troppi?)
- Euro 130.299,00 Persone fisiche (???)
- Euro 22.574,59 Persone giuridiche (???)
- Euro 31.500,00 Enti locali
- Euro 147.459,00 Enti religiosi (non bastava l’esenzione dall’Imu?)
- Euro 10.000,00 Scuole
Da notare quanto questi politici hanno devoluto a varie organizzazioni e quanto a ospedali e scuole……. l’elargizione di una borsa di studio di Euro 5.000,00 e il versamento di Euro 10.000,00 a Telethon appaiono come le solite foglie di fico……
Compresi nel totale troviamo i fondi spesi per il concerto di Natale 2011 e 2012 per Euro 65.076,45 ed Euro 4.472,16 per la mostra dei 150 anni dell’unità d’Italia, la donazione all’Associazione ex parlamentari per Euro 15.500,00 e Euro 26.532,28 per regalie e bonus per dipendenti società esterne.
Nella scatoletta c’erano Tonni indisturbati ma da quando siamo nel Palazzo gli stiamo togliendo un po’ di sonno. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?) NOI NEPPURE. Alla prossima puntata…..”

Uscita di uno Stato membro dall'Unione Europea

http://renatorev.blogspot.it/2013/03/uscita-di-uno-stato-membro-dall-europea.html


E' di moda tra giornalisti tentare di smentire le idee del Movimento 5 Stelle e di Grillo.
Ho letto ultimamente che il noto costituzionalista Sartori ha scritto che in Italia non è possibile fare un referendum per l'uscita dall'Euro perchè incostituzionale, in quanto i referendum abrogativi non sono consentiti sui trattati internazionali. Anche i giornalisti insistono su questo punto, come Gramellini da Fazio.
Si può tollerare la senilità di qualcuno, ma non la malafede di altri.
Grillo e il M5Stelle propongono un referendum consultivo sull'uscita dall'euro per poi agire come da trattato e con le sue regole che in molti evidentemente ignorano, qualcuno in malafede, altri per ignoranza in materia.
Nel 1989 una legge costituzionale ha consentito che, in occasione delle elezioni del Parlamento europeo, si votasse anche per un referendum consultivo sul rafforzamento politico delle istituzioni comunitarie. 
I costi? Ridottissimi se si utilizza una piattaforma online, con accesso tramite documento d'identità e codice fiscale. Magari i parlamentari del M5S possono destinare una parte dei soldi a cui rinunciano per finanziare il progetto. Vediamo ora cosa ci consente il trattato:

L'uscita di uno Stato membro dall'Unione europea è un diritto di ogni Stato membro dell'Unione Europea (UE). 
Ai sensi dell'articolo 50 del Trattato sull'Unione europea: "Ogni Stato membro può decidere di recedere dall'Unione conformemente alle proprie norme costituzionali". Nessuno Stato è mai uscito dall'organizzazione, anche se alcune dipendenze territoriali hanno lasciato l’UE. Di questi, solo la Groenlandia ha indetto un referendum sull’uscita dall’Unione, nel 1985. Nessuno Stato membro ha mai tenuto un referendum nazionale sul ritiro dalla Unione Europea, anche se nel 1975 il Regno Unito ha organizzato un referendum cittadino sulla CEE e il 67,2% degli elettori ha scelto di rimanere nella Comunità.

Procedura
Il Trattato di Lisbona ha introdotto una clausola di recesso per gli Stati membri che intendono recedere dall'Unione. Ai sensi dell'articolo 50 del trattato sull'Unione europea, uno Stato membro può notificare al Consiglio europeo la sua intenzione di separarsi dall'Unione e un accordo di ritiro sarà negoziato tra l'Unione Europea e lo Stato. I trattati cessano di essere applicabili a tale Stato a partire dalla data del contratto o, in mancanza, entro due anni dalla notifica, a meno che lo Stato e il Consiglio Europeo siano d'accordo nel prorogare tale termine. L'accordo è concluso a nome dell'Unione dal Consiglio e stabilisce le modalità per l’uscita, tra cui un quadro di riferimento per future relazioni dello Stato interessato con l'Unione. L'accordo deve essere approvato dal Consiglio, che lo delibera a maggioranza qualificata, previa approvazione del Parlamento europeo. Se un ex-Stato membro cercasse di ricongiungersi con l'Unione Europea sarebbe soggetto alle stesse condizioni di qualsiasi altro paese candidato.

Sospensione di uno Stato membro dell'Unione Europea
Anche se uno Stato può lasciare l’Unione Europea, non è previsto che venga escluso. Ma l'articolo 7 del trattato sull'Unione europea prevede la sospensione di taluni diritti di uno Stato membro, se un utente (Stato) attua persistentemente violazioni circa i principi fondatori dell'UE (libertà, democrazia, diritti umani e così via, delineato nell’articolo 2 del TUE ). Il Consiglio europeo può votare per sospendere i diritti di appartenenza. L’identificazione ufficiale di una violazione richiede l'unanimità (escluso lo Stato interessato), ma le sanzioni richiedono solo una maggioranza qualificata. Lo stato in questione sarebbe ancora vincolato dagli obblighi dei trattati e il Consiglio, deliberando a maggioranza, potrebbe modificare o revocare tali sanzioni. Il trattato di Nizza ha incluso un meccanismo di prevenzione in base al quale il Consiglio, deliberando a maggioranza, può identificare una potenziale violazione e formulare raccomandazioni allo Stato per porvi rimedio prima che si intervenga contro di esso. Tuttavia i trattati non prevedono alcun meccanismo per espellere uno Stato membro a titolo definitivo. L'idea è apparsa nella stesura della Costituzione europea e in quella del Trattato di Lisbona, ma non ne è inclusa tuttora. Ci sono una serie di considerazioni che rendono impraticabile una tale disposizione. In primo luogo, l’uscita dall’UE di uno Stato membro richiederebbe modifiche ai trattati, e tali modifiche richiedono l'unanimità. In secondo luogo, è legalmente complicato, e i negoziati per l’uscita richiederebbero molto tempo. In terzo luogo, il concetto di espulsione va contro lo spirito dei trattati.

Se ne facciano una ragione i soloni, l'uscita dall'euro è un diritto, ma anche un dovere se non si rivedono i trattati che costringono i cittadini a rinunciare alla propria sovranità.

RE GIORGIO... IL GIUDIZIO AI CITTADINI

sabato 21 settembre 2013

Tredici navi in Laguna: protesta del comitato no grandi navi „Venezia e le grandi navi: "L'eterno funerale delle bellezze d'Italia"“ Potrebbe interessarti: http://www.today.it/citta/corteo-no-grandi-navi-venezia.html Seguici su Facebook: http://www.facebook.com/pages/Todayit/335145169857930

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Tredici navi in Laguna: protesta del comitato no grandi navi
Oggi Venezia sarà "violentata" dal passaggio di tredici grandi navi: attesa la protesta dei NoNav. Intanto, i numeri raccontano una realtà troppo spesso buia: chi guadagna con le crociere?
Tredici navi in Laguna: protesta del comitato no grandi navi
VENEZIA - Il giorno "storico", se così si vuol chiamarlo, è arrivato. E Venezia è pronta a rispondere a modo suo. E' pronta a schierarsi a difesa della sua città, dei suoi canali, della sua Piazza. Solo oggi in Laguna dovrebbero transitare sei navi di grandi stazza e altre sei più piccole, ma che fanno comunque paura: ore da record, insomma.
Continua, quindi, senza sosta il transito di navi da crociera e altri grandi navi nei canali veneziani. E dall'altro lato, non accenna a placarsi il vento della protesta che, anzi, soffia sempre più forte. Appuntamento questo pomeriggio alle Zattere, lungo il Canale della Giudecca che confluisce a San Marco, per la manifestazione annunciata da settimane dai comitati ambientalisti contro il passaggio dei bestioni del mare di fronte al centro storico più celebre e visitato del mondo. Una sorta di ripetizione della grande manifestazione dello scorso giugno. 
No Tav, No Global e semplici lagunari: tutti sotto la grande firma del Comitato No Grandi Navi, i "NoNav". Tutti insieme per chiedere l'applicazione del decreto Clini-Passera che prevede una capacità massima di quarantamila tonnellate di stazza complessive in laguna. Un decreto, al momento, troppo spesso ignorato. 
Accanto ai piccolo Davide che sfiderà i Golia del mare, idealmente, ci sarà anche Adriano Celentano. Il cantante italiano, sensibilissimo al tema, ieri ha comprato una pagina sul Corriere della Sera per rendere pubblico lo "scempio di Venezia: non sarà un bel giorno per il nostro Paese - scrive Celentano - anche se ci sarà il sole. Con l'ignobile sfilata delle tredici navi in laguna a Venezia, si celebra l'Eterno Funerale delle bellezze del mondo". 
Un'ignobile sfilata che, a questo punto è necessario chiederselo, a chi giova? I favorevoli al passaggio delle navi sostengono che crei un movimento di turisti, e quindi di soldi, necessario per sostenere l'economia locale. I dati, però, e di solito quelli non sbagliano mai, dicono il contrario. Le cifre fornite dagli albergatori, infatti, appaiano impietose e mettono in serio dubbio il ruolo di traino dell'economia cittadina. 
Secondo gli operatori turistici, infatti, i visitatori che arrivano dai colossi del mare, gli stessi che "violentano" Venezia, sono dei cattivi turisti. Tradotto: raramente dormono fuori dalla nave, si accontentano di visitare San Marco in una manciata di minuti e incidono molto poco sul bilancio dell'economia. Numeri alla mano: solo il 3,8% dell'occupazione alberghiera in città è legata alle crociere. Qualcuno che ci guadagna, però, c'è. 
E, se non si tratta di albergatori, ristoratori e commercianti, non può che trattarsi delle autorità portuali, da sempre favorevoli al passaggio delle grandi navi a Venezia. Quanto guadagnano? Difficile da sapersi. Quanto rischiano i cittadini? Fra inquinamento e pericolo incidenti, tanto. 
Le parole di Checco Baradel, comandante che dopo aver navigato tutta la vita, vive alla Giudecca, lasciano pochi dubbi: "Restano, sullo sfondo, quegli incubi sospesi. Il guasto, l'errore umano, l'incendio. E prima di fermarsi quei bestioni in manovra in uno spazio ristretto potrebbero travolgere la punta della dogana, San Giorgio, le due colonne di "San Marco in forma de leon" e di San Teodoro. Per carità, Dio sa quanto abbiamo bisogno del turismo. Ma val la pena di mettere a rischio Venezia?"


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NO all'aumento dell'IVA. I conti in tasca all'ipocrisia di PD e PdL

http://www.beppegrillo.it/movimento/parlamento/2013/09/no-allaumento-delliva-i-conti-in-tasca-allipocrisia-di-pd-e-pdl.html

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IVA: Basta con l'ipocrita teatrino di Pdmenoelle e Pdl. "Manca 1 miliardo per non aumentare l'IVA, manca un miliardo per non aumentare l'IVA". Ripetono, si disperano in scena, facendo finta di litigare Epifani e Berlusconi. Attori di una squalllida commedia che vede spettatori e vittime i cittadini, le piccole imprese, artigiani, lavoratori, liberi professionisti strozzati dalla tasse.
Facciamo un pò di conti in tasca all' ipocrisia di Pdmenoelle e Pdl.
Non rinunciano, come tutti gli altri, al finanziamento pubblico ai partiti (91 milioni di euro l'anno). Eppure come ha dimostrato il Movimento 5 Stelle basta una firma per lasciare allo Stato quei soldi.
Hanno votato no al taglio del programma sui caccia F35 (1,3 miliardi l'eurol'anno di risparmio).
Hanno votato no in Senato il 5 settembre alla nostra proposta di cancellare lo scandaloso condono per i concessionari di slot machines deciso dal Governo Letta. Quanto ci costa questo condono ? 1.9 miliardi di euro in più in tasse a carico di lavoratori e imprenditori.
Invece di far pagare, almeno, 2.5 miliardi di euro come deciso dalla Corte dei Conti (la cifra reale non corrisposta e scovata dalla Guardia di Finanza era di 98 miliardi di euro!) ai concessionari di slot machine condonano a 611 milioni di euro. Per non parlare dei danni da miliardi di euro l'anno in costi sanitari e mancata Iva sui consumi causati da questo fenomeno. Ma gli amici dell'azzardo non si toccano vero Letta & Alfano?
"Non si trovano i soldi! Non si trovano i soldi!" Raccontano Pdmenoelle e Pdl. Ipocrisia. Le maxi-pensioni d'oro non le tagliamo? Per non parlare di altri 2 miliardi di euro annui che si potrebbero ricavare dall'abolizione delle Province (Pdmenoelle e Pdl hanno votato no in Senato sulla mozione M5S per avviare questa utile riforma)
Pdmenoelle e Pdl: eccellenti attori del teatro della bugia e ultimi della classe in matematica.
No all'aumento dell'Iva e no all'ipocrisia Pdmenoelle-Pdl.




Attestato

Questo riconoscimento viene attribuito ai siti, blog o forum che essendo stati votati dal pubblico, sono riusciti a posizionarsi in classifica tra i primi 100 nella classifica generale o tra i primi 40 nella classifica per categoria.

http://www.net-parade.it/attestato_riconoscimento.aspx?sito=www.hdmarsil.blogspot.it&t=1

La paura dei neonazisti in Grecia

http://www.internazionale.it/news/grecia/2013/09/20/la-paura-dei-neonazisti-in-grecia/

Un poliziotto colpisce un manifestante durante una protesta antifascista vicino ad Atene, il 19 settembre 2013. (Yannis Behrakis, Reuters/Contrasto)
Il 19 settembre il primo ministro greco Antonis Samaras ha dichiarato che non permetterà ai neonazisti di Alba dorata di minacciare la stabilità e la democrazia nel paese.
Samaras ha condannato con fermezza l’omicidio di Pavlos Fyssas avvenuto il 18 settembre a Keratsini, un quartiere operaio alla periferia di Atene.
Morte di un rapper
Fyssas era un rapper di 34 anni conosciuto per le sue posizioni antifasciste e la sua militanza in un gruppo di sinistra, il suo nome d’arte era Killah P. È morto dopo essere stato ricoverato in ospedale e prima di morire ha rivelato il nome del suo assassino,spiega il Guardian.
Fyssas è stato aggredito e accoltellato all’uscita di un bar mentre era con sette amici, dopo aver visto una partita di calcio. Il gruppo è stato circondato da una trentina di persone e Fyssas è stato colpito più volte da un uomo.
Il 19 settembre un militante del partito Alba dorata, un uomo di 45 anni, ha confessato di aver ucciso il musicista.
Il 18 e 19 settembre migliaia di attivisti hanno partecipato a manifestazioni nel luogo dove è stato ucciso Fyssas e in altre città del paese come Salonicco. Gli attivisti hanno trasformato uno sciopero di 48 ore che era già previsto in una manifestazione contro i neonazisti e contro Alba dorata. Il 18 settembre le manifestazioni sono diventate violente, ci sono stati scontri con la polizia e 23 persone sono state arrestate.
Il pericolo neonazista
Ilias Kasidiaris, un portavoce di Alba dorata, ha negato il coinvolgimento del suo partito nell’omicidio e ha annunciato azioni legali contro chi l’ha accusato. Ma in molti hanno chiesto la messa al bando dei partiti neonazisti in Grecia.
Alba dorata ha 18 deputati in parlamento e, secondo i sondaggi, è l’unica forza politica che guadagna consensi tra gli elettori: attualmente sarebbe al 15 per cento dei consensi.
Secondo gli analisti il movimento, attivo fin dagli anni ottanta, avrebbe avuto successo negli ultimi anni a causa delle crisi economica che ha messo in ginocchio il paese e la parallela sfiducia degli elettori nei partiti tradizionali. Inoltre tra i temi più forti di Alba dorata c’è l’odio verso gli immigrati e la chiusura delle frontiere, tema che viene invocato come soluzione alla mancanza di lavoro

Sostenitori di Alba dorata a una manifestazione ad Atene il 3 febbraio 2013. (Yorgos Karahalis, Reuters/Contrasto)
Bandire Alba dorata
Molti deputati e forze politiche hanno chiesto lo scioglimento di Alba dorata per la sua matrice neonazista e violenta.
Secondo il Financial Times la Grecia non dovrebbe sciogliere Alba dorata, ma dovrebbe solo applicare la legge che già prevede pene molto dure per chi compie questo tipo di azioni. “La morte di Fyssas per mano di Alba dorata rende ormai impossibile per i politici e per gli elettori chiudere gli occhi di fronte alla natura violenta del partito”, dice il Financial Times. “Mettere al bando un partito è contro la costituzione”, continua il Financial Times, “ma la legge già prevede degli strumenti per individuare e punire i violenti e coloro che incitano alla violenza. Il modo migliore di colpire Alba dorata è quello di punire le azioni barbare dei suoi sostenitori”.
“Senza l’intervento dell’Unione europea non credo che la Grecia possa riuscire a fermare la crescita progressiva di movimenti di destra”, scrive George Iordanou sul Guardian. Secondo Iordanou per troppo tempo i partiti hanno tollerato e sottovalutato il successo di Alba dorata e ora non sono più in grado di fermare questa deriva xenofoba e violenta.

martedì 17 settembre 2013

#NoVotoSegreto: se nel Regolamento si dice che deve essere palese.

http://tuttoilfangominutoperminuto.wordpress.com/2013/09/16/novotosegreto-se-nel-regolamento-si-dice-che-deve-essere-palese/

GIUNTA
16 settembre 2013 – by [Ci8]
E se leggendo le 461 pagine del Regolamento del Senato trovassimo a pagina 109 proprio quello che ci serve per zittire una volta per tutte coloro che vogliono continuare a fare sotterfugi?
Articolo 113 (1) (*) (**): MODI DI VOTAZIONE.
1. I voti in Assemblea sono espressi per alzata di mano, per votazione nominale, o a scrutinio segreto. Le votazioni nominali sono effettuate con scrutinio simultaneo o con appello.
2. L’Assemblea vota normalmente per alzata di mano, a meno che quindici Senatori chiedano la votazione nominale e, per i casi consentiti dai commi 4 e 7, venti chiedano quella a scrutinio segreto.
La relativa richiesta, anche verbale, dev’essere presentata dopo la chiusura della discussione e prima che il Presidente abbia invitato il Senato a votare. Se il numero dei richiedenti presenti nell’Aula al momento dell’indizione della votazione e` inferiore a quindici per la votazione nominale o a venti per quella a scrutinio segreto, la richiesta si intende ritirata. I Senatori richiedenti sono considerati presenti, agli effetti del numero legale, ancorche´ non partecipino alla votazione.
3. Sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni comunque riguardanti persone e le elezioni mediante schede.
4. A richiesta del prescritto numero di Senatori, sono inoltre effettuate a scrutinio segreto le deliberazioni relative alle norme sulle minoranze linguistiche di cui all’articolo 6 della Costituzione; le deliberazioni che attengono ai rapporti civili ed eticosociali di cui agli articoli 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 24, 25, 26, 27, 29, 30, 31 e 32, secondo comma, della Costituzione; le deliberazioni che concernono le modificazioni al Regolamento del Senato.
Aspettate un attimo, ci sono degli asterischi e delle note all’articolo. E allora, incuriosita, vado a leggere e mi si apre un mondo fatto di furbizia, quella di mettere le cose importanti dove non si leggono, come le scritte piccolissime nei contratti e il “Accetto i Termini di Utilizzo” sui siti.
Che c’è scritto nel secondo asterisco?
(**) «Nel solco dell’interpretazione costantemente adottata sino al novembre del 1988 ed alla conseguente, mai contestata, applicazione concreta, la Giunta per il Regolamento – nel sottolineare l’esigenza di un’organica revisione della materia, anche sulla base delle modifiche che il Parlamento si accinge ad apportare all’articolo 68 della Costituzione – esprime il parere che le deliberazioni sulle proposte della Giunta delle elezioni e delle immunita` parlamentari in materia di autorizzazione a procedere in giudizio siano sottoposte alla disciplina generale relativa ai modi di votazione e, pertanto, debbano essere votate in maniera palese. E ciò in quanto le deliberazioni stesse costituiscono espressione di una prerogativa dell’Organo parlamentare nell’ambito del rapporto con altri Organi dello Stato e dunque non rappresentano in senso proprio “votazione riguardanti persone”, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 113, comma 3, del Regolamento.
In applicazione del comma 4 dello stesso articolo 113, il ricorso al voto segreto si rende possibile per le autorizzazioni a procedere concernenti la sottoposizione all’arresto, alla perquisizione personale e domiciliare o ad altra privazione o limitazione della liberta` personale, attenendo le deliberazioni stesse ai rapporti di cui agli articoli 13 e seguenti della Costituzione.
La nuova interpretazione entra immediatamente in vigore».
(Parere della Giunta per il Regolamento del 6 maggio 1993).
Come come come??? Secondo quanto scritto qui il voto DEVE essere PALESE, non PUO’. Al contrario il voto PUO’ essere SEGRETO se si verifica uno dei casi previsti (arresto, perquisizione, limitazione libertà) e non mi pare proprio che la DECADENZA rientri in qualcuna di queste fattispecie.
Schifani aveva parlato giorni fa di PRASSI, ma ora sappiamo invece che la prassi e le regole se le giocano quando pare a loro e quando fa loro più comodo per scamparsela, consci del fatto che ci sarà sempre qualche italiano pronto a dire (come successo anche a me sulla pagina di Tutto Il Fango sotto questa foto) “Credo che Piero Grasso ne sappia più di me, te e Schifani insieme“.
Ehm, no, caro utente, non penso proprio!

sabato 14 settembre 2013

Pellegrino di nome e di fatto

http://www.beppegrillo.it/2013/09/pellegrino_di_nome_e_di_fatto.html


pellegrino_repubblica.jpg
Pellegrino di nome e di fatto è il giornalista di Repubblica che ieri ha firmato "La beffa dei soldi ai partiti". Il Pellegrino borbotta contro il governo incapace di abolire il finanziamento ai partiti. Il governo è troppo democratico, spiega il Pellegrino, deve scavalcare il Parlamento, imporre l'abolizione per decreto legge e chiedere la fiducia "Non esiste altra via, se si vuole fare sul serio". L'altra via esiste, è la prima via, è quella del M5S che ha non ha neppure toccato 42 milioni di euro di rimborsi elettorali senza bisogno di legge alcuna, ma il Pellegrino non lo scrive, manco un sottinteso, neppure un accenno, non un carattere su 4.635 è dedicato all'unica forza politica che non ha toccato i soldi che in virtù di unreferendum popolare devono restare ai cittadini.

Le bugie in rete non si possono dire


Questa propaganda di salvezza per un condannato statista
per Frode allo Stato stesso, è una particolarità
che esiste solo nel nostro paese e forse
in alcuni stati dittatoriali.
In altri paesi, per meno, molto meno, si sarebbe già
dimesso, anzi, non sarebbe esistito
dal principio, dato i suoi innumerevoli
conflitti di interesse, largamente concessi da chi
dovrebbe opporsi alla sua politica.
Confondere i citadini su una questione
di Giustizia, cercando di dirottarla sul
piano politico è un atto
semplicemente criminale.