logo HDM

Debito pubblico italiano

facebook

Gabanelli: Gestione Migranti

domenica 16 giugno 2019

Negli ultimi 250 anni sono scomparse 571 piante, il doppio degli animali estinti

Dal Web
Quasi 600 specie di piante sono scomparse negli ultimi 250 anni: quasi il doppio degli animali estinti

È quanto emerge da uno studio portato avanti da scienziati britannici e svedesi.

domenica 9 giugno 2019

Anche l'Italia ha la sua "Isola di Plastica": ecco dove si trova e qual è la sua origine

Dal Web
Se ancora non siete convinti che i danni all'ecosistema del nostro pineta inizino ad essere irreparabili, dovrete ricredervi. Non soltanto il triste fenomeno delle "isole di plastica" che si stanno formando nei bacini acquiferi di tutto il mondo ne sono la prova eclatante, ma ora questa realtà è arrivata anche nella penisola italiana; o perlomeno, al largo delle nostre coste. A scoprire la nuova formazione di plastica è stato l'Institut français de la recherche pour l'exploitation del la mer.
Al largo tra l'Isola d'Elba e la Corsica, l'Ifremer di Bastia in territorio francese ha rilevato la formazione di una enorme isola di plastica lunga decine di chilometri composta, neanche a farlo apposta, da tonnellate di rifiuti di ogni tipo, ma perlopiù da micro-plastiche. 
La formazione di questa "isola di plastica" è cronica secondo l'Institut francese perché soggetta alle correnti del mare, dura dalle poche settimane ai due o tre mesi, per poi rifrangersi e, ciclicamente, riformarsi.
Secondo le dichiarazioni dell'istituto, ciò accade perché l'acqua del mar Mediterraneo, appena arrivata al largo dell'Elba, non riesce a passare oltre e dunque si sposta verso i lidi della Corsicaaccumulando rifiuti per decine di chilometri.
Ciò che sta accadendo è conseguenze della incuria senza coscienza di noi esseri umani e dell'uso sconsiderato della plastica come maggior materiale inquinante nel nostro ambiente.
A pagarne le conseguenze è la fauna marina, sempre più "assuefatta" all'ammontare considerevole dell'immondizia che finisce nelle acque del nostro pianeta. 
Basterebbe maggiore coscienziosità, una riduzione drastica dell'utilizzo della plastica in ogni sua forma e ricordare, quando si va in mare, di ripulire attentamente le spiagge di ogni nostro rifiuto. Basterebbe così poco per salvare la situazione, se solo lo volessimo.

martedì 4 giugno 2019

Se il lavoro ci fa ammalare, troviamo la via d'uscita

Dal Web

Stress, superlavoro ma anche disoccupazione disperante: facce diverse di una radice comune, cioè una prospettiva di vita incentrata su ciò che, troppo spesso, non ci rende felici, non ci permette di realizzarci. Come uscirne? Cambiando prospettiva e facendosi aiutare da chi ha gli strumenti per fornire i giusti e concreti suggerimenti. Per questo il 22 e 23 giugno si tiene in Umbria il corso "Cambiare vita e lavoro. Istruzioni per l'uso". L'opportunità che può fare la differenza.

Troppo lavoro, stress da lavoro, lavoro frustrante, insoddisfazione ma anche disoccupazione: sono tutte facce diverse di una radice comune, cioè una prospettiva di vita incentrata su ciò che, troppo spesso, non ci rende felici, non ci permette di realizzarci, non ci fa essere noi stessi, non ci permette di riconoscere ed esprimere ciò che realmente siamo e come vorremmo vivere. L'Oms ha persino classificato queste problematiche come sindrome, riconoscendo un quadro di generale malessere in cui versano milioni di individui. Come uscirne? Come salvarsi presente e futuro? «Sicuramente con un grosso lavoro su di se e con l'appoggio di chi può aiutarci a vedere la vita e le cose sotto una nuova luce e da una differente prospettiva» spiegano Paolo Ermani e Alessandro Ronca, che il 22 e 23 giugno terranno un workshop, giunto ormai alla sua trentanovesima edizione, su come cambiare vita e lavoro e individuare la propria strada, anche al di là degli schemi e dei preconcetti.
«Il lavoro, così come viene affrontato e vissuto oggi, influisce moltissimo sulla vita delle persone, quindi spesso modificando quel fattore si modifica anche la propria vita nel suo complesso» spiega Ermani. «Chi ci contatta per confrontarsi con noi e, attraverso il corso, ottenere strumenti di cambiamento lo fa perché è demotivato dal lavoro che fa, oppure vuole fare un lavoro maggiormente in linea con i propri ideali e aspirazioni, oppure ancora vuole riprendere un sogno o una passione che si è trovato a dover abbandonare per questioni contingenti che ora sono diventati un'oppressione. C'è poi chi sul posto di lavoro non trova più motivazioni o stimoli, magari vede ciò che fa come qualcosa di noioso o ripetitivo, oppure ha dei superiori ottusi che mortificano talento e voglia di fare». 
Ed è proprio durante il corso, che si terrà il 22 e 23 giugno in Umbria, in provincia di Terni nella splendida cornice del Parco dell'Energia Rinnovabile, che viene offerto un panorama molto vasto di alternative e proposte.
«Partendo dall’esperienza concreta di ciò che abbiamo affrontato e modificato nella nostra vita, affrontiamo e analizziamo insieme ai partecipanti le paure che possono esserci nel fare una scelta così importante come cambiare lavoro o andarsene a cercare uno ad hoc, senza accettare passivamente la prima cosa che capita» spiega Ermani. «Vengono dati spunti, consigli, idee per realizzare i propri sogni facendoli diventare realtà concreta, senza voli pindarici e mantenendo i piedi per terra, confrontandosi con tutte le problematiche, partendo da quella del denaro e del sostentamento. Discutiamo e forniamo strumenti per trasformare il lavoro in un'attività che sia appagante per se stessi e allo stesso tempo non nociva per gli altri e per l’ambiente. Il tutto si analizza anche attraverso gli esempi di innumerevoli persone che hanno concretizzato il cambiamento e che ora sono molto più soddisfatte e realizzate di quando facevano qualcosa che non sentivano veramente loro».
«I commenti positivi e l’altissimo gradimento dimostrato dalle centinaia di persone intervenute finora alle precedenti edizioni del corso sono una conferma che la strada segnata è quello giusta e che dà preziose indicazioni per rinascere davvero».
«La prospettiva che vediamo cambiare più spesso nei partecipanti? Beh, si lasciano alle spalle la visione del lavoro come mezzo imposto solo per guadagnare denaro e quindi comprare ciò di cui il sistema ci riempie, soffocando le nostre menti e i nostri cuori» prosegue Ermani. «Per non parlare poi di cosa è diventato oggi il lavoro: competizione, concorrenza spietata, autorizzazione a calpestare chiunque per arrivare più lontano e fare “carriera”. Poi ci si chiede assai raramente se il nostro lavoro arreca conseguenze ad altri o all’ambiente, qualsiasi scrupolo viene soffocato. Si trascurano i familiari e gli affetti, si chiudono nel cassetto aspirazioni, capacità, desideri. E così si creano eserciti di persone frustrate e infelici».
«Eppure un lavoro e un'attività che ci permettono di realizzarci, che abbiamo scelto senza obblighi o costrizioni, che ci permette di essere noi stessi e risuona con ciò che siamo, può essere qualcosa di sano, appagante, positivo. Non è vero che cambiare è impossibile; lo è solo se è la nostra stessa mente a censurarci».
«Il lavoro dovrebbe darci un'utilità individuale o generale che oggi purtroppo traduciamo essenzialmente e in maniera quasi religiosa in un'utilità strettamente economica spesso per consuetudine e necessità, ma trascurando l'intrinseca felicità di fare ciò per cui si è naturalmente portati, che può avere una vera utilità per gli altri e soprattutto per il pianeta» spiega Alessandro Ronca. «E, si badi, non sono un ecologista che marcia con  i cartelloni, ho fatto invece dell'ecologia una componente costante della mia vita poiché ritengo che la conservazione di questo pianeta e la riduzione della nostra impronta ecologia possa essere attivata nella nostra quotidianità senza sacrifici, con ciò che acquistiamo, consumiamo e anche nel lavoro che facciamo».
«In questo modo, anche la felicità e la serenità ne ha un grande beneficio e nel nostro corso per cambiare vita e lavoro racconto ai partecipanti proprio come questa scelta abbia contribuito a cambiare e migliorare la mia vita e come tutti possiamo attivarci subito per uscire dall'insoddisfazione e dal disagio. Chi sta male in ciò che fa e chi non ha ciò che vorrebbe fare troveranno grandi benefici nel nostro corso al PeR».

mercoledì 29 maggio 2019

Elezioni Europee: l’ambiente ha vinto o perso?

Dal Web
Un’analisi sulla base dei programmi dei partiti vincitori e sconfitti
Ora che conosciamo i risultati delle elezioni in Italia ed Europa è arrivato il momento di chiedersi come questi risultati influiranno sulle politiche sull’ambiente e sul clima, così come facemmo dopo le elezioni nazionali in Italia. Per farlo ci siamo aiutati con tre studi realizzati sui programmi delle coalizioni europee presenti nel Parlamento europeo a cui anche i partiti italiani aderiscono, realizzati da climaeuropa.eu, da caneurope.org e da adelphi.de
Le prossime scadenze sul clima in Europa
prossimi 5 anni saranno cruciali per le scelte sul clima. Entro l’anno prossimo tutti i Paesi saranno chiamati a rivedere gli impegni nazionali che hanno sottoscritto alla COP21 di Parigi nel 2015. L’Europa si impegnò a diminuire le emissioni di almeno il 40% entro il 2030 rispetto al 1990. Questo obiettivo però è insufficiente per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi che prevede la limitazione della temperatura media globale a 1,5 gradi Celsius. Per adeguarsi l’Europa dovrebbe diminuire le sue emissioni tra il 55% e il 65% al 2030 e raggiungere zero emissioni entro il 2050. Il compito principale per i prossimi leader europei sarà quello di fissare nuovi obiettivi e attuare le politiche necessarie per raggiungerli. 
I programmi dei partiti europei e l’ambiente
Prima delle elezioni nel parlamento europeo erano presenti 9 gruppi politici a cui i partiti nazionali (Italia compresa) aderiscono sulla base del loro orientamento politico. Quella che segue è l’analisi dei programmi sul clima di queste alleanze europee. Sono sufficienti per rispondere all’emergenza climatica e a rispettare l’accordo di Parigi?
Di seguito presentiamo l’analisi in ordine di grandezza delle alleanze con a fianco a ciascun gruppo il partito italiano che fa (o faceva) riferimento a loro.
Il Partito Popolare Europeo -> Forza Italia
Voto: INSUFFICIENTE
Il Partito Popolare europeo (EPP) ha avuto un ridimensionamemto dalle elezioni ma resta il più grande gruppo nell’attuale Parlamento. Tra i suoi membri figurano diversi orientamenti politici, dall’ala più moderata dei partiti cristiano-democratici della Merkel, a quella più estremista come Fidesz dell’ungherese Orban (attualmente autosospesosi dal gruppo). Per l’Italia è presente Forza Italia. 
I principi cardine che guidano le linee politiche dei Popolari europei sono la crescita economica, il mercato finanziario, e la sicurezza interna. Nel manifesto compare un impegno a combattere il cambiamento climatico attraverso il miglioramento del meccanismo europeo di prezzo e quote (ETS) per limitare le emissioni di CO2, investimenti in innovazione e tecnologia, e la costruzione di una solida e sicura Unione energetica. Tuttavia il clima non rientra tra le priorità di questo gruppo parlamentare.
Forza Italia riflette la posizione europea dell’EPP sul piano nazionale. Nel programma elettorale, il clima è all’ultimo punto nonostante si affermi che “i cambiamenti climatici devono essere al centro dell’agenda politica europea”. È assente qualsiasi impegno specifico o politica da intraprendere.
Socialisti e Democratici -> Partito Democratico
Voto: BUONO
Anche il gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D) è stato ridimensionato dal risultato elettorale ma resta il secondo gruppo dell’assemblea europea. Ne fanno parte i partiti socialisti di tutti gli Stati Membri. La delegazione italiana è rappresentata dal Partito Democratico (PD). 
Tradizionalmente più progressista sulle politiche energetiche e climatiche, il gruppo S&D ha fatto della protezione ambientale una delle sue priorità, combinandola con la protezione dei cittadini europei. Il programma insiste sulla qualità dell’aria e dell’acqua, su una transizione energetica che non escluda nessuno, compreso aprire un nuovo fondo per la “Transizione giusta” e tassare la COin modo socialmente sostenibile, e sul bisogno di aumentare l’ambizione climatica per raggiungere la neutralità delle emissioni di COentro il 2050.
Le priorità europee si rispecchiano nei programmi nazionali elencati dal Partito Democratico. Si ritrova l’idea di rivedere le ambizioni europee al rialzo per dimezzare le ambizioni al 2030 e abbatterle nel 2050. Inoltre vi è attenzione all’economia circolare e al bisogno di anticipare al 2025 la produzione di plastica totalmente riciclabile. Il tutto deve essere guidato da un “piano straordinario di investimenti”, che garantisca una transizione ecologica giusta e tenga conto della coesione sociale, del lavoro, e dell’innovazione. 
Alleanza per un’Europa liberale e democratica -> +Europa
VOTO: BUONO
Il gruppo dei liberali europei (ALDE) ha avuto un incremento di voti alle ultime elezioni e giocherà quasi certamente un ruolo chiave per la futura maggioranza nel Parlamento europeo. Non ci saranno membri italiani in questo gruppo, +Europa non ha superato lo sbarramento del 4% previsto dal sistema di voto italiano.
La posizione dei liberali europei sulla questione climatica è un compromesso al rialzo tra le posizioni dell’S&D e dell’EPP. Nel manifesto di ALDE si parla di lotta al cambiamento climatico in relazione al bilancio europeo, il quale dovrebbe essere speso a favore degli obiettivi climatici ed energetici dell’Unione. Come per i popolari, anche ALDE ritiene necessario il miglioramento del meccanismo europeo di prezzo e quote (ETS) per limitare le emissioni di CO2 – soprattutto riformando le esenzioni fiscali sui carburanti per l’aviazione internazionale – e completare l’Unione energetica. Allo stesso tempo, si allinea con i socialisti nel richiedere obiettivi più ambiziosi per la riduzione delle emissioni di CO2.
Europa della libertà e democrazia diretta -> Movimento 5 Stelle
Voto: INSUFFICIENTE
Il gruppo EFDD nel precedente parlamento era principalmente composto dal Partito inglese per la Brexit e dai deputati italiani del Movimento 5 Stelle, assieme a delegazioni più piccole dalla Repubblica Ceca, Francia, Germania, Polonia e Lituania. Tendenzialmente molto diviso, non esiste una linea partitica chiara e comune agli aderenti dell’EFDD, dunque neanche un manifesto elettorale. Inoltre, non è chiaro quale sarà il destino di questo gruppo nel prossimo Parlamento europeo in quanto è richiesto un minimo di sette delegazioni nazionali per formare un gruppo europeo e c’è molta incertezza circa la conferma di adesione dei vari partiti nazionali. A questo si aggiunga che il partito britannico pro Brexit è presente solo provvisoriamente in attesa che appunto si formalizzi l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. I risultati elettorali sono stati contradditori Paese per Paese con il successo del partito pro Brexit nel Regno Unito e il parziale ridimensionamento dei 5 Stelle in Italia.
Esempio tipico di questa frammentazione interna è proprio l’approccio al clima dei membri EFDD. Il gruppo rientra tra gli attori più scettici dell’attuale Parlamento europeo, fatta eccezione per i deputati italiani del Movimento 5 Stelle, che spesso a Bruxelles appoggiano l’ala più progressista in materia climatica, tanto da allinearsi con le proposte dei Verdi. 
Sorprende perciò non trovare nessun chiaro riferimenti ai “cambiamenti climatici” nel programma elettorale del Movimento 5 Stelle. È chiaro il riferimento a inquinare meno – tramite l’abbandono graduale delle fonti fossili, investimenti in inceneritori e discariche, e un’Europa libera dalla plastica – e vietare l’uso di pesticidi nocivi per la salute e l’ambiente. Ma mancano totalmente obiettivi temporali e strumenti su come raggiungere gli obiettivi politici. 
Europa delle nazioni e della libertà -> Lega
Voto: MOLTO INSUFFICIENTE 
L’Europa delle nazioni e della libertà (ENF) è attualmente un gruppo minoritario del Parlamento europeo e tale è destinato a rimanere nonostante il successo della Lega in Italia. 
Né il gruppo europeo ENF né la Lega hanno presentato un programma elettorale. Tra le varie pagine social della Lega, si riscontra una completa mancanza del clima tra i temi del partito. In generale, la Lega – come il resto dell’ENF – è contraria a “regole europee” che blocchino agricoltura e pesca (come il “fermo pesca”). L’avversione alla regolamentazione a livello europeo fa sì che spesso gli eurodeputati ENF votino contro proposte legislative a favore del clima e in generale in tema ambientale.
Dal 2014 al 2018 la Lega ha votato oltre il 90% delle volte contro provvedimenti a favore del clima e della transizione energetica. Nel 2016 la Lega ha votato contro la ratifica dell’Accordo di Parigi allineandosi sulle stesse posizioni del Presidente americano Trump. 
Verdi europei -> Europa Verde
Voto: MOLTO BUONO
I Verdi europei (Greens/EFAsono un’alleanza di forze progressiste che valorizzano i temi della protezione ambientale, pace e giustizia sociale, globalizzazione giusta e lotta per i diritti dell’uomo. Hanno ottenuto un grande successo in diversi Paesi del centro e nord Europa. Particolarmente significativi i successi in Germania e Francia. L’Italia sarà assente nel gruppo perché Europa Verde non ha raggiunto il quorum. 
Il manifesto dei Verdi europei risulta il più ambizioso per quanto riguarda le future politiche climatiche ed energetiche, e l’unico che esplicitamente appoggia un Green New Deal che ricorda in Europa quanto proposto negli Usa da Alexandria Ocasio-Cortez.  Il programma punta sull’aumento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di almeno il 55% entro il 2030 e successivamente il raggiungimento di zero emissioni, sul fissare un prezzo minimo della CO2  nel sistema ETS, sull’eliminazione graduale del carbone entro il 2030, sul raggiungimento di 100% di rinnovabili e sulla lotta contro la povertà energetica. È inoltre l’unico programma che indica l’urgenza di aumentare la finanza per il clima per i Paesi in via di sviluppo e più vulnerabili.

Conservatori e Riformisti Europei -> Fratelli d’Italia
Voto: INSUFFICIENTE 
I Conservatori e Riformisti Europei (ECR) hanno visto complessivamente ridursi la loro rappresentanza nel Parlamento. Tra questi si annoverano gli esponenti di Fratelli d’Italia che invece in Italia hanno aumentato i loro consensi. Tra i temi prioritari figurano la crescita economica, il commercio e le riforme istituzionali dell’Unione, inclusa una tendenziale avversione alla moneta unica europea. 
Nella “visione per l’Europa”, l’ECR sostiene un “approccio ragionevole” alla sostenibilità, che non vada a scapito di nessuno Stato membro e come tale si connota come un approccio debole e poco incisivo, non supportando obiettivi di alcun tipo a livello europeo. Solo in linea di principio riconosce la necessità di impegnarsi nella lotta al cambiamento climatico, tramite investimenti in ricerca e innovazione, ed un miglior uso delle risorse finanziare dell’UE, come la Politica Agricola Comune. 
Nel programma di Fratelli D’Italia il cambiamento climatico non trova nemmeno una menzione. Il punto 11, dedicato all’ambiente e alla natura, fa un riferimento generico alla protezione ambientale e alla riduzione dell’inquinamento senza però indicare alcun obiettivo specifico o strumento su come realizzarlo.
Gruppo confederale della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica -> La Sinistra
VOTO: BUONO
GUE/NGL ha visto ridursi la propria presenza nel Parlamento europeo a seguito della tornata elettorale. Non vi saranno rappresentanti italiani perché la Sinistra non ha superato il quorum, al pari di altre liste ancora minori. È un gruppo estremamente diversificato per il background politico dei suoi membri provenendo da partiti di estrema sinistra, socialisti, verdi o indipendentisti, tutti con lo scopo comune di proteggere la parità di genere, i diritti civili e l’applicazione dei diritti umani. 
Il tema sociale è il principio cardine di questo gruppo. Il programma di GUE dedica il quinto punto al “Green New Deal per la natura, il clima, la transizione ecologica dell’economia”. La priorità è data a incrementare gli obiettivi di riduzione delle emissioni e di impiego di rinnovabili ed efficienza energetica al 2030 con un ruolo centrale rivestito da nuovi investimenti. Mancano però indicazioni specifiche sull’orizzonte del 2050 e sugli strumenti concreti di implementazione del Green New Deal. 
In sintesi, le prospettive
Se come appare probabile la prossima maggioranza sarà composta da Popolari e Socialisti con la necessaria presenza anche dei Liberali e/o dei Verdi, si realizzerà una coalizione eterogenea dove saranno compresenti visioni diverse sull’ambiente e le politiche da realizzare, dalle più avanzate come quelle dei Verdi alle più prudenti come quelle dei Popolari. Non sarà poi da sottovalutare il freno su posizioni contrarie a politiche unitarie europee a favore del clima che potrà essere rappresentato dall’opposizione di gruppi come Europa delle Nazioni e Conservatori. Le politiche europee a favore dell’ambiente e quindi delle persone saranno perciò molto condizionate dall’esistenza, più o meno forte, di movimenti sociali e di opinione come quelli che si sono di recente manifestati soprattutto tra i giovani europei e che hanno contribuito al risultato elettorale.
Fonti:
adelphi.de
caneurope.org
climaeuropa.eu

lunedì 13 maggio 2019

Insostenibile moda: le fibre sintetiche che fanno male all'ambiente

Dal Web
di Romualdo Gianoli 

L'industria della moda ha un impatto pesantissimo sull'ambiente e le fibre sintetiche sono tra i maggiori responsabili. Riescono a passare attraverso gli impianti di trattamento delle acque reflue e si diffondono nell'ambiente.

In una scena del film “Quel che resta del giorno”, diretto da James Ivory, interpretato da Antony Hopkins e ambientato in una grande residenza di campagna inglese negli anni ’30 del Novecento, due distinti (ma evidentemente poco aggiornati) signori inglesi si interrogano incuriositi su un personaggio che di lì a poco li avrebbe raggiunti, un giovane milionario americano che ha fatto fortuna nel Nuovo Mondo. Uno dei distinti signori dice all’altro: “Pare che abbia un’industria di sintetici” e aggiunge incuriosito: “Ma cosa saranno, poi, questi sintetici”?
Certo a quell’epoca l’industria dei tessuti sintetici era appena agli inizi, un’avventura della chimica e dell’industria degna del progresso del Nuovo Mondo, ma ancora pressoché sconosciuta in Europa. Oggi, però, a circa un secolo da quei tempi, tutti conosciamo bene i tessuti sintetici e anzi, molto probabilmente, non riusciremmo neanche più a immaginarcelo il mondo (Nuovo o Vecchio che sia) senza queste fibre che ormai ci circondano in tutte le forme, di tutte le consistenze e di tutti i colori. Eppure è proprio quello che forse dovremmo cominciare a fare: pensare a un mondo libero dalle fibre sintetiche. Sempre se abbiamo veramente a cuore l’ambiente e se abbiamo letto una recentissima ricerca pubblicata su Nature Scientific Reports, che ci sorprenderà con i suoi risultati. Perché, a quanto pare, la principale fonte di inquinamento da microplastiche degli oceani è dovuta proprio al lavaggio dei capi d’abbigliamento in fibra sintetica.
Già nel 2018 le Nazioni Unite, attraverso l’UNEP, il proprio programma ambientale, avevano lanciato l’allarme sul pericolo rappresentato dal peso che la frenesia dell’industria della moda esercita sull’ambiente a livello globale e non solo per quanto riguarda le risorse utilizzate per produrre i capi d’abbigliamento, ma anche per i rifiuti che questo settore produce.
Giusto per capire le dimensioni del problema, basti ricordare che l’industria della moda produce il 20% delle acque reflue di tutto il mondo e il 10% delle emissioni globali di anidride carbonica: più di tutti i voli internazionali e le spedizioni marittime. Le tinture tessili, poi, sono la seconda più grande fonte d’inquinamento delle acque a livello mondiale, dal momento che per creare un solo paio di jeans occorrono circa 7.500 litri d’acqua. Senza contare tutta l’energia necessaria all’industria tessile e l’inquinamento atmosferico derivante dalla sua produzione. E senza dimenticare, poi, i rifiuti prodotti: sempre secondo l’UNEP, ogni secondo (!) l’equivalente di un intero camion della spazzatura di tessuti, finisce in discarica o viene bruciato.
Su questa base, l’UNEP prevede che, se questa situazione non cambierà, entro il 2050 l’industria della moda sarà responsabile di un quarto del bilancio mondiale di emissioni di CO2. Infine, c’è la questione dei lavaggi: gli abiti infatti non inquinano solo quando devono essere prodotti o smaltiti, cioè all’inizio e alla fine della loro esistenza, ma anche durante tutto la loro vita utile, perché il solo fatto di lavarli fa sì che ogni anno venga rilasciata una gran quantità di microfibre negli oceani.
È proprio quest’ultima la questione che è stata affrontata da un team di ricercatori dell’Istituto per i polimeri compositi e biomateriali del CNR di Pozzuoli (NA), Francesca De Falco, Emilia Di Pace, Mariacristina Cocca e Maurizio Avella, autori dello studio pubblicato il 29 aprile sulla rivista Nature Scientific Reports intitolato “Il contributo dei processi di lavaggio degli abiti sintetici all’inquinamento da microplastiche”.
Le finalità di questo studio erano tanto semplici quanto importanti. Partendo dal fatto che il lavaggio dei tessuti sintetici è stato ritenuto la principale fonte di inquinamento da microplastiche primarie negli oceani – ovvero le plastiche direttamente rilasciate nell’ambiente sotto forma di piccole particelle di dimensioni inferiori ai 5 mm – i ricercatori hanno voluto quantificare l’effettivo contributo dei processi di lavaggio degli indumenti sintetici a questo problema ambientale. In secondo luogo hanno voluto capire in che modo le caratteristiche dei tessuti influenzavano il rilascio delle microfibre. Per rendere il test quanto più realistico possibile, hanno eseguito le prove di lavaggio su indumenti commerciali, usando una lavatrice per uso domestico. Dopo i lavaggi le acque di scarico sono state raccolte e fatte passare attraverso speciali filtri con diversa porosità. In questo modo sono state determinate con precisione quantità e dimensioni delle microfibre, mentre il rilascio è stato è stato analizzato anche in relazione alla natura e alle caratteristiche degli indumenti lavati.
I risultati hanno mostrato che la quantità di microfibre rilasciate durante il lavaggio varia da 124 a 308 mg/kg di tessuto lavato, in base al tipo di indumento. È una quantità che corrisponde a un numero di microfibre compreso tra 640.000 e 1.500.000.
Il team, poi, ha riscontrato che alcune specifiche caratteristiche del tessuto (come il tipo di fibre che costituiscono i fili e la loro torsione) hanno influenzato il rilascio delle microfibre durante il lavaggio e ha anche scoperto che una gran quantità di microfibre di natura cellulosica è stata rilasciata da vestiti realizzati con una miscela di poliestere e cellulosa.
Altre importanti indicazioni, infine, sono state ricavate sulle dimensioni delle microfibre, grazie alla scoperta che la frazione più abbondante di esse è risultata essere trattenuta da filtri con dimensioni dei pori di 60 μm, con fibre che presentavano una lunghezza media di 360-660 μm e un diametro medio di 12-16 μm. In altre parole, i ricercatori hanno ottenuto utili indicazioni anche sulle dimensioni delle fibre che riescono a passare attraverso gli impianti di trattamento delle acque reflue, finendo per rappresentare una minaccia per gli organismi marini.
Ma come e perché avviene il rilascio delle microfibre? Essenzialmente il distacco delle microplastiche dagli abiti sintetici è dovuto agli stress chimici e meccanici subiti dai tessuti durante il processo di lavaggio in lavatrice, che porta al rilascio delle microfibre le quali, grazie alle loro ridotte dimensioni, riescono a passare parzialmente indisturbate attraverso gli impianti di trattamento delle acque reflue, finendo direttamente in mare. Al momento la questione se questi impianti siano in grado (e in che misura) di trattenere queste particelle è ancora aperta e dibattuta. Quel che è certo, però, è che una gran quantità di microfibre è stata trovata in uscita da almeno 8 impianti di trattamento nella baia di San Francisco e altri studi hanno individuato la presenza di microplastiche simili allo sbocco di impianti in Svezia, Australia e Finlandia, indipendentemente da quella che era l’efficienza degli impianti o dal grado di avanzamento dei trattamenti.
Il riscontro di questi dati e i risultati dello studio suggeriscono, dunque, che proprio gli impianti di trattamento, grazie alla gran quantità di acque lavorate, potrebbero configurarsi come le porte attraverso le quali le microplastiche raggiungono i mari. D’altra parte la presenza di microplastiche negli ecosistemi marini è già ampiamente documentata, mentre microfibre sono state ritrovate sulle spiagge di tutto il mondo, nelle acque dell’Oceano Pacifico, del Mare del Nord, dell’Oceano Atlantico e persino dell’Artico e nei sedimenti di acque profonde.
Sulle conseguenze di questo fenomeno per la catena alimentare gli studi sono ancora insufficienti per trarre conclusioni certe ma, per quanto riguarda i possibili effetti sulla fauna marina, si ipotizza che le microfibre di Polietilene tereftalato (il classico PET delle bottiglie d’acqua minerale) ingerite dalla Daphnia magna, una diffusa specie di crostaceo che compone lo zooplancton, potrebbero causarne un aumento della mortalità con ripercussioni negative sulle specie che se ne cibano. Fibre tessili, poi, sono state individuate già alcuni anni fa anche in pesci e molluschi in vendita per il consumo umano, nei mercati di Makassar, in Indonesia, e della California negli USA.
La cosa, in effetti, non dovrebbe stupire dato che recenti stime valutano che gli indumenti sintetici contribuiscano per circa il 35% al rilascio negli oceani delle microplastiche primarie di tutto il mondo, facendone, di fatto, la principale fonte di questo inquinante.
Questo dato, a sua volta, è conseguenza del fatto che le fibre sintetiche rappresentano circa il 60% di tutte le fibre consumate ogni anno dall’industria dell’abbigliamento, che ammontano a quasi 70 milioni di tonnellate. Dunque ogni anno l’industria della ‘fast fashion’, cioè della moda rapida e del guardaroba (basato in gran parte sui tessuti sintetici) che deve essere cambiato e rinnovato velocemente, produce indumenti per circa 42 milioni di tonnellate di fibre sintetiche. Questi capi d’abbigliamento, poi, vengono lavati da circa 840 milioni di lavatrici domestiche che, ogni anno, consumano quasi 20 chilometri cubi d’acqua e 100 miliardi di chilowattora di energia.
È un ritmo troppo alto, un peso troppo gravoso da sostenere, prima di tutto per l’ambiente, ma anche per molti lavoratori del settore (spesso residenti in Paesi del Terzo Mondo) sottoposti a orari e condizioni di lavoro massacranti e paghe da fame, per mantenere bassi e competitivi i prezzi dei capi d’abbigliamento.
È per contrastare questo stato di cose che lo scorso 10 luglio, durante il Forum sullo Sviluppo Sostenibile di New York, le Nazioni Unite hanno lanciato l’Alleanza per la moda sostenibile, cui hanno aderito già 10 organizzazioni. Lo scopo è incoraggiare il settore privato, i governi e le organizzazioni non governative a creare una spinta, a livello di settore, per ridurre l’impatto sociale, economico e ambientale della moda trasformandola, invece, in un driver per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile.
Insomma, forse è arrivato il momento di cambiare abitudini, piuttosto che abiti.
Romualdo Gianoli
Laureato in ingegneria elettronica, master in Comunicazione e Divulgazione Scientifica, si occupo di giornalismo scientifico e comunicazione della scienza. Collabora con la rivista Micron, QUI la biografia completa. 

venerdì 3 maggio 2019

Il ruolo dell'energia per un futuro più smart

Dal Web
La mia Milano per cinque giorni ogni anno diventa la capitale del design mondiale: la Design Week, un insieme energetico ed anarchico di eventi che si diffondono per 100 ore in tutta la città. Una piattaforma di comunicazione e di scambio fondamentale per le grandi aziende di ogni settore per ragionare sulle prossime sfide. Quali sono i principali messaggi che si traggono sul tema dell’energia in occasione di eventi come questi?
"L'energia nelle Smart Cities".
Negli ultimi anni i servizi e le soluzioni digitali hanno cambiato le abitudini in città come Milano: dal più numeroso sistema di car sharing d’Europa al programma di completa elettrificazione del trasporto pubblico entro il 2030, fino all’estensione del sistema di teleriscaldamento. Per Milano, l’energia sarà determinante per riuscire a cogliere le opportunità e confermarsi Capitale delle Smart City in Italia.
"L'energia nei modelli di Open Innovation".
Il tema dell’Open Innovation e della condivisione è sempre più centrale nelle nostre Metropoli moderne. Ne sono esempi la più grande struttura di co-living al mondo, Collective Old Oak a Londra e la serie di micro-studi di Ollie con servizi in stile hotel negli Stati Uniti: le soluzioni energetiche saranno la chiave per abilitare queste innovazioni.
"L'energia nelle Città Globali".
Gli urbanisti profetizzano che “nel 2050 il 75% del mondo abiterà le metropoli”. Ma il futuro è già oggi e il vero cambiamento non riguarda la quantità di persone che vivranno in città, ma il modo in cui lo faranno: cioè mettendo la diversità e la creatività degli abitanti al servizio del benessere collettivo.
L’energia distribuita e autoprodotta (come nel caso dell’esperimento del quartiere Vauban a Friburgo) avrà un ruolo sempre più fondamentale d’inclusione e sostentamento per le comunità.
"L'energia nelle nuove periferie".
Urbanizzazione e aumento della popolazione mondiale creano nuove sfide e opportunità per le Periferie delle città. Un trend è quello dei rapidi sviluppi urbani a molti piani come Mini Sky City in Cina, oppure Prologis negli USA che vede nei vecchi stabilimenti industriali le strutture multipiano necessarie per soddisfare nuove abitudini di consumo. Per dare linfa alle periferie, la gestione dell’energia sarà il nuovo fulcro per garantire servizi flessibili, autonomi e sostenibili.
"L'energia nelle Smart Home".
I servizi legati all’Internet of things infine rivoluzioneranno le nostre abitudini. Stanno trasformando la nostra abitazione in una casa sempre più automatizzata e controllabile a distanza: una smarthome. Oggetti che incorporano una intelligenza artificiale sempre più evoluta, come i nuovi sistemi di Sonos, ci permetteranno di sostituire le nostre tastiere con la voce. Sensori dotati di intelligenza artificiale, come quelli di Legrand, permetteranno di calibrare la luce sulle nostre abitudini quotidiane. Una rivoluzione che riguarderà i nostri consumi energetici, sempre più basati su offerte su misura, in base alle esigenze e alle dimensioni delle abitazioni.

martedì 23 aprile 2019

L’imballaggio che nutre i pesci

Dal Web
Dagli Usa la “plastica” fatta con gli scarti della birra che potrebbe limitare il problema dei rifiuti in mare. Una realtà piccola ma in crescita

di Michela Dell' Amico

Come risolvere l’immane problema della plastica dispersa in mare? Non comprandola, o riducendola al minimo. Per quel che resta, un’azienda americana ha trovato una soluzione qualche anno fa, e il sogno continua. La Saltwater Brewery, fabbrica di birra con sede in Florida, ha ideato un imballaggio per lattine – quegli anelli di plastica che così spesso abbiamo visto torturare la fauna marina – con un materiale non solo biodegradabile, ma anche commestibile, e soprattutto prodotto con gli scarti della produzione, quindi senza consumo di suolo, acqua e materie prime come invece spesso succede per la produzione di materiali semplicemente biodegradabili. Da allora ha iniziato una serie di collaborazioni con enti e organizzazioni, per ampliare il progetto.
«Invece di uccidere gli animali, il nostro imballaggio fornirà loro cibo», ha spiegato Chris Gove, co-fondatore dell’azienda che lavora al confezionamento dei suoi prodotti con questi nuovi “anelli”. «Si tratta di un grande investimento per una piccola fabbrica di birra, e siamo sostenuti da pescatori, surfisti e persone che amano il mare.» Chissà che altri, più grandi, produttori non prendano l’esempio da questa idea.
Gli anelli sono a base di scarti di grano e orzo, sottoprodotti naturali del processo di produzione della birra, e sono completamente sicuri e commestibili. L’innovazione è interessante anche dal punto di vista economico, oltreché ambientale, perché permette di produrre qualcosa utilizzando materiale altrimenti destinato al macero. Se non viene mangiato prima, questo imballaggio inizia a sciogliersi in acqua nel giro di due ore, e scompare completamente in due o tre mesi. Se abbandonati in spiaggia, si decompongono in un tempo simile.

L’imballaggio per il momento ha un costo un po’ più alto degli imballaggi di plastica. Ma come ha affermato Marco Vega, co-fondatore della ditta: «se i consumatori saranno soddisfatti penseremo a una nuova tecnologia per una distribuzione di massa, a un prezzo inferiore. Se la maggior parte dei produttori di birra artigianale e delle grandi aziende di birra adotteranno questa tecnologia, il costo di produzione cadrà e diventerà molto competitiva».
Per il momento siamo poco oltre l’idea, ma è già un inizio: circa 50 birrifici artigianali avrebbero contattato la Saltwater Brewery per adottare questo imballaggio ecologico per le loro produzioni,  ed è interessato anche il colosso Carlsberg.
Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo