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lunedì 28 settembre 2015

La metro di Londra taglia del 5% la bolletta con la frenata rigenerativa



Testato alla sottostazione Cloudesley Road sulla linea Victoria un nuovo tipo di tecnologia di frenata rigenerativa

Ogni anno la metropolitana di Londra trasposta oltre un miliardo di passeggeri sui suoi 460 km di linee. Un record di estensione che la rende prima in Europa e seconda nel mondo ma che, d’altro canto, si fa ben sentire sulla bolletta energetica. Secondo Transport for London (TfL) ogni gli oltre 76 milioni di chilometri percorsi dai treni annualmente insieme alle 382 stazioni dislocate in tutta l’area della Grande Londra pesano non poco sulla fattura elettrica di fine anno. Nel tentativo di rendere il sistema più ecologico ma soprattutto meno costoso, l’autorità ha deciso di mettere in campo tutte le misure di efficienza energetica e risparmio energetico a sua disposizione, compresa la frenata rigenerativa. Per chi ancora non conoscesse questa tecnologia, si tratta particolare sistema di arresto che recupera energia utile estraendola da una quota di quella che normalmente si dissipa durante il rallentamento.

In realtà The Tube, così come altre grandi metropolitane nel mondo, fanno già buon uso della frenata rigenerativa. In questo caso però TfL ha deciso di sperimentare gli ultimi progressi tecnologici nel campo utilizzando un nuovo sistema inverter nella sottostazione Cloudesley Road sulla linea Victoria. Il test, presentato dalla società come una prima mondiale, è durato cinque settimane, e in una sola settimana di funzionamento, la nuova tecnologia, è stata in grado di recuperare abbastanza energia per alimentare al 100% una stazione grande come quella di Holborn per più di due giorni a settimana. Secondo i calcoli Transport for London, l’innovazione appena testata potrebbe recuperare fino a 1 MWh di energia al giorno, abbastanza da soddisfare le esigenze elettriche di 104 abitazioni. A conti fatti significherebbe tagliare il 5 per cento sulla bolletta energetica della metropolitana di Londra e risparmiare fino a 8 milioni di euro l’anno.

Per Matthew Pencharz, Assessore all’Ambiente ed Energia, i risultati di questo progetto sono davvero entusiasmanti e mostrano l’enorme potenziale che possiamo ancora sfruttare. Il processo mette Londra all’avanguardia per questo tipo di tecnologia e dimostra chiaramente come l’energia dei treni possa essere recuperata dalle stazioni della metropolitana, rendendo la rete più ecologica ed economica. Ciò integra il nostro più ampio lavoro per rendere il trasporto pubblico pulito e verde, compresi i nostri autobus, dove abbiamo introdotto la tecnologia ibrida e a zero emissioni”.

domenica 27 settembre 2015

Chi uccide i fiumi toscani?

E' un vero e proprio allarme fiumi e in questo momento la situazione in Toscana è drammatica. Interventi disastrosi distruggono ecosistemi e mettono a rischio la sicurezza idraulica del territorio. E purtroppo la Toscana non è l'unica Regione dove tali scempi si stanno moltiplicando...

di Martino Danielli 


E' un vero e proprio allarme fiumi e in questo momento la situazione in Toscana è drammatica. Interventi disastrosi distruggono ecosistemi e mettono a rischio la sicurezza idraulica del territorio. E purtroppo la Toscana non è l'unica Regiove dove tali scempi si stanno moltiplicando...
Stiamo provocando con le nostre mani uno dei più gravi danni al sistema idraulico naturale. Il reticolo di torrenti, ruscelli, fiumi che si snodano a meandri nella piatta pianura padana, o che precipitano in forre e gole delle montagne e colline del centro Italia sono oggetto, da oltre cinquant’anni di un attacco feroce fatto di canalizzazioni, briglie, dighe, cementificazioni e addirittura, in molti casi, di interramenti, che significa che il fiume viene fatto passare in canali sotterranei artificiali.
All’attacco umano, che si prefigge insensatamente di tenere sotto controllo una delle forze più potenti della natura, ovvero l’acqua, cercando di costringerla in spazi forzati e di impedirne il naturale andamento, si è contrapposta la realtà delle cose.
Da quando l’opera di distruzione dei fiumi è cominciata, si sono moltiplicati gli eventi catastrofici, che hanno colpito la popolazione e l’economia di intere zone.
E tuttavia si continua ad ignorare questa realtà, a non conoscere e non capire che cosa sono e come funzionano i corsi d’acqua. Si vedono i fiumi come semplici elementi del paesaggio da tenere sotto controllo, e non come ecosistemi dalla struttura complessa, in continuo mutamento e sorretti da un equilibrio dinamico molto fragile.
Ma l'ignoranza in tema fluviale è sempre stata funzionale al lucro di persone senza scrupoli, pronte ad arricchirsi a scapito della sicurezza dei territori. Dopo la grande cementificazione d'Italia, che ha portato ai tragici eventi che si ripetono ogni anno con interi paesi costruiti in aree alluvionali, oggi i fiumi subiscono l'enorme pressione del nuovo sistema delle imprese coinvolte nel mercato dell'energia da biomasse.
Avete capito bene. Infatti, tra le energie alternative risultano esserci le centrali termoelettriche a biomasse, che a seconda della dimensione hanno bisogno di grandi quantità di materia vegetale per poter funzionare (ed essere economicamente remunerative).
Come al solito in Italia, grazie ad amministratori compiacenti e poco lungimiranti, c'è chi riesce a trasformare una opportunità di contrasto al drammatico problema dei cambiamenti climatici in una speculazione inaccettabile: è lecito alimentare una centrale termoelettrica a biomassa, a bilancio CO2 teoricamente neutro, al costo della distruzione diretta di un ecosistema?
La cosiddetta “ripulitura” dei corsi d'acqua sta comportando in più parti la distruzione completa di tutta la vegetazione riparia, anche secolare, che le rive dei fiumi, gli argini e le naturali casse di espansione ospitano.
Oggi si taglia quella vegetazione che l’evidenza, l’esperienza, le indicazioni in normativa e, se non bastasse, numerosi studi scientifici dimostrano necessaria per la funzionalità ecologica del fiume, oltre ad essere utilissima nello smorzare la furia delle piene, nel depurare le acque dagli inquinanti, nel proteggere le sponde dall’erosione.
Macchine potentissime radono al suolo tutto, dai pioppi e dagli ontani di trenta metri di altezza fino ai cespugli, riducendoli poi in trucioli e schegge; smuovono la terra che poi le piogge porteranno via producendo frane e smottamenti.
Tutto questo è cronaca di questi giorni anche in provincia di Siena, come ha denunciato il WWF, per una serie di interventi autorizzati dalla Provincia e dal nuovo Consorzio di Bonifica Toscana Sud, che negli ultimi tre anni hanno abbattuto la vegetazione su oltre 50 km di fiumi e torrenti.
“Siamo molto preoccupati” – dichiara Tommaso Addabbo, presidente del WWF Siena. “Da un lato c'è lo Stato, che legifera e recepisce direttive comunitarie che imporrebbero il raggiungimento di un “buono stato ecologico” degli ecosistemi d’acqua dolce entro il 2015, come previsto dalla Direttiva Quadro Acque 2000/60/CE. Dall'altro non solo non si procede in modo deciso a sanare i danni del passato, ma in molti casi si persevera nella distruzione della naturalità, in un quadro amministrativo sconcertante”.
“Per la sicurezza del territorio sono necessari interventi pianificati e selettivi, mirati esclusivamente a garantire la stabilità idraulica del sistema, preservando l'integrità delle sponde e la funzionalità ecologica del fiume, come chiesto dalla normativa. Alcuni enti l'hanno finalmente recepito, e stanno modificando, seppur lentamente, i loro progetti in tal senso. Altri enti, come recentemente fatto sul fiume Arbia dal Consorzio di Bonifica Toscana Sud, mettono ancora in atto la distruzione totale”.
“Ma il problema non è da addebitarsi ai soli Consorzi di Bonifica. Anche le Province hanno le loro responsabilità con concessioni di taglio rilasciate a privati, praticamente senza alcuna prescrizione, con risultati disastrosi”.

mercoledì 23 settembre 2015

Allarme Wwf: negli ultimi 50 anni perso il 40% dei ghiacciai alpini


-Redazione- 
Sulle Alpi la superficie dei ghiacciai si è ridotta, in poco più di 50 anni, del 40%, passando dai 519 km quadrati del 1962 agli attuali 368 km. 
Il dato emerge dal rapporto"Ghiaccio bollente" del Wwf Italia. "Il problema – sottolinea l'associazione – non è così remoto come sembra: dal ghiaccio del pianeta dipendono risorse idriche, mitigazione del clima, equilibrio degli Oceani, emissioni di gas serra".
Il fenomeno di riduzione dei ghiacciai interessa in particolar modo l'Artide e l'Antartide, dove l' aumento delle temperature è doppio rispetto al resto del mondo. Non solo i poli sono a rischio, ma anche i ghiacciai alpini; non solo le nostre Alpi, ma anche dell'Himalaya, della Patagonia, dell'Alaska, degli Urali e del Kilimangiaro, ovvero il serbatoio d'acqua dolce durante i mesi caldi e per questo sono fondamentali per l'agricoltura, vedono una riduzione fino al 75%.
Il Wwf sottolinea inoltre come dal ghiaccio del pianeta dipenda anche la sicurezza dell'uomo: "L'innalzamento dei mari minaccia i 360 milioni di abitanti delle metropoli costiere. Il 70% delle coste mondiali rischia di venire sommerso". 
Il ghiaccio, inoltre, è vitale per la sopravvivenza di numerose specie animali, dalle balene agli orsi polari, i due terzi dei quali, senza ghiaccio, potrebbero scomparire già nel 2050.
"Uscire dai combustibili fossili deve essere l'obiettivo ineludibile dell'intera umanità", dice Wwf. 

mercoledì 16 settembre 2015

Ecco la scuola del futuro: nel bosco, senza banchi e a insegnare è la natura.

( Articolo Condiviso )

A Ostia Antica prende il via la Scuola nel Bosco, un progetto sperimentale dedicato all'educazione primaria e basato sull'insegnamento all'aria aperta, esperienziale e impartito dalla natura. "Si impara facendo!" e lo si fa in un luogo da fiaba, immerso nel verde, circondato dalla Storia e a due passi dal mare.

di Elena Tioli 

“Una volta scesa dal trenino attraversa il ponte blu, al castello prendi la prima strada a sinistra, prosegui in mezzo la campagna, superate le pecore segui le indicazioni in legno. Sarà una passeggiata!”. Quello che potrebbe essere l’inizio di una favola è in realtà il percorso per arrivare alla Scuola nel Bosco. Me lo ha spiegato Giordana per telefono e subito la mia fantasia ha iniziato a lievitare. E le aspettative non sono state deluse: la Scuola nel Bosco è davvero un luogo magico.
Immerso nel verde, ricavato in un antico casale, baciato dal sole. La Scuola nel Bosco ha tutto ciò che si potrebbe desiderare per crescere, imparare e divertirsi. Non ci sono banchi, lavagne e castighi. In un angolo un cartello ricavato dal legno ammonisce: "In questo piccolo pezzo di mondo non è vietato: giocare a palla, saltare sulle balle, salire sugli alberi, ridere a crepapelle, sporcarsi, giocare con l'acqua, urlare di gioia, andare nelle pozzanghere". “Andate a giocare ma senza divertirvi!” si sente urlare ironicamente da uno dei maestri. I bambini scoppiano a ridere. Attorno a loro lo spazio aperto è tantissimo e i giochi sono quelli di una volta: balle di fieno, amache, una corda a cui appendersi. E poi ancora: cani, gatti e un asino, di nome Serafino. “E’ uno dei maestri” mi spiegano entusiasti i bambini.
E c’è da crederci. Un altro dei maestri compare avvolto in un mantello marrone, scalzo: “Chi è pronto per salire sulla nostra nave e salpare con noi verso quest’avventura?” chiede ai futuri scolari incantati. In un attimo si forma una fila perfetta di bambini che non vedono l’ora di gettare gli ormeggi. E’ il primo giorno di scuola primaria e loro sono entusiasti. Inizia il viaggio e, a quanto pare, è tutto prontissimo. “A parte il programma - racconta Paolo, un altro degli insegnanti - qui è tutto in divenire. Abbiamo delle linee guida ma poi sono i ragazzi che di volta in volta ci indicano la via. Se si è in grado di ascoltarli, gli alunni sono bravissimi a indicare il metodo migliore per insegnare loro”.
E, a quanto pare, il metodo funziona. Da anni ormai l’Asilo nel Bosco (situato nello stesso luogo) raccoglie consensi e ottiene successi grazie a questo approccio e ora, con la Scuola nel Bosco, anche i bambini più grandi, dai sei ai dieci anni, potranno sperimentare questo nuovo progetto pedagogico.
“La scuola nel Bosco nasce proprio dalla collaborazione tra L’Asilo nel Bosco e l’Istituto Comprensivo Amendola Guttuso - spiega Paolo - I bambini sono iscritti alla scuola pubblica che ha sede ad Ostia Ponente ma parteciperanno a questo progetto sperimentale che ha la base nel nostro casale nella campagna di Ostia Antica. L’obiettivo è quello di stimolare processi d’apprendimento efficaci puntando sulla curiosità degli alunni, che per noi è l’unica chiave in grado di aprire davvero le porte della conoscenza”.
Ma come funziona questo approccio? “Intanto i libri di testo sono sostituiti da esperienze piacevoli in grado di stimolare le domande dei ragazzi. La lezione di Scienze, per esempio, si farà nel bosco o nell’Oasi LIPU di Ostia, quella di Storia agli Scavi di Ostia Antica o al Castello di Giulio II, quella di letteratura si farà spesso attraverso il teatro o il fumetto, quella di geometria all’orto e così via”.
Ma non solo: “Le arti saranno quotidianamente presenti nella vita dei bambini - continua Paolo, presentando i vari colleghi - la pittura, la scultura e il fumetto saranno tutte discipline che faranno parte integrante del Piano di Offerte Formativa. Non mancheranno inoltre lo yoga, il teatro, la musica…”. E il tutto si svolgerà prevalentemente all’aria aperta.
“Un altro aspetto caratterizzante della nostra Scuola. Con l’Asilo nel Bosco abbiamo potuto vedere con i nostri occhi quello che tanti studi pedagogici hanno da sempre sostenuto: più i bambini stanno all’aperto più crescono autonomi, creativi, sereni, con una socialità molto ricca e poco conflittuale. Ora si tratta di metterlo in pratica anche nella scuola primaria”.
Tutto ciò, ovviamente, senza trascurare gli obiettivi dell’insegnamento tradizionale, anzi: “Lavoreremo sugli obiettivi del ministero e siamo convinti che con la didattica che proporremo raggiungeremo i diversi traguardi in minor tempo e, soprattutto, lo faremo in maniera piacevole per i bambini, perché - sottolinea Paolo - la felicità dei bambini nel presente, per noi, è un aspetto primario. Il nostro sogno è che la scuola diventi un posto così bello che i bambini ne reclamino l’apertura anche nei giorni festivi!”.
Un obiettivo non da poco, ma niente a confronto con la missione che si sono prefissati questi estrosi e coraggiosi maestri del Bosco: “Siamo convinti che gli alunni che faranno questo percorso avranno successo anche nelle esperienze scolastiche successive ma ci teniamo a sottolineare che il nostro scopo principale non è quello di prepararli alle medie, al liceo, all’università o ad una futura occupazione ma quello di fornire competenze che saranno davvero utili nella vita”. Forse, la sfida più grande che ogni insegnante dovrebbe porsi.
Ad oggi, del resto, nei Paesi del nord Europa questo tipo di insegnamento è già molto diffuso e anche in Italia realtà del genere stanno prendendo rapidamente piede: “Sarà che i risultati sono sorprendenti! - afferma Paolo con soddisfazione - Anche per questo insieme agli altri progetti italiani di educazione all’aria aperta stiamo costituendo un’associazione che tra i diversi obiettivi ha quello di stimolare lo Stato a fare una nuova legge per la scuola dell’infanzia e per la primaria, visto che quella vigente risale al 1975...” E, forse, è un po' anacronistica.

giovedì 3 settembre 2015

Realizzato il fotovoltaico trasparente. Produrremo energia con lo smartphone


Un concentratore solare permette di rendere il fotovoltaico trasparente. Le possibilità di impiego diventano innumerevoli. Dalle finestre fino agli smartphone.
È da anni che la ricerca sta cercando nuove tecnologie per produrre energia pulita sfruttando l’irraggiamento solare. E da anni studia il modo di renderla sempre meno invasiva, portatile, applicabile ovunque. Il fotovoltaico trasparente è una di queste.

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È quanto hanno tentato di fare i ricercatori della Michigan State University, i quali hanno realizzato un concentratore solare che posto sopra una superficie trasparente come ad esempio una finestra, è capace di produrre energia elettrica. Fin qui nulla di strano: la novità sta nel fatto che la superficie (in questo caso il vetro), rimane trasparente.

La tecnologia è denominata “concentratore solare luminiscente trasparente” e potrebbe essere applicata a tutti gli edifici, o ai telefoni cellulari. Il sistema di raccolta dell’energia solare prevede l’utilizzo di piccole molecole organiche sviluppate da Richard Lunt, a capo della ricerca, in grado di assorbire le lunghezze d’onda della luce solare nello spettro ultravioletto,  quindi non visibile all’occhio umano. Le particelle cariche vengono poi trasportate su sottili striscioline fotovoltaiche poste sui bordi della struttura, dove producono energia elettrica.

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Non si tratta di una novità assoluta, anzi. Già lo scorso maggio l’Università Bicocca, in collaborazione con il Los Alamos National Laboratory, realizzò un progetto simile, ovvero delle speciali lastre di plexiglass che, grazie all’aggiunta di un particolare additivo composto da nanoparticelle, si trasformano in concentratori solari capaci di produrre energia elettrica rinnovabile, mantenendo di fatto la superficie trasparente.

Le implicazione di questo tipo di tecnologia, che sta muovendo ancora i primi passi, sono innumerevoli. Palazzi, intere vetrate, vetri di smartphone o di e-reader, potranno produrre energia elettrica rinnovabile. Il prossimo passo? Un telefono che non ha più bisogno di caricabatterie.

mercoledì 2 settembre 2015

Sunroof: il Google Maps per il fotovoltaico


Il 20% dell’energia globalmente prodotta, deriva da fonti rinnovabili. L’insieme di energia elettrica prodotta tramite la conversione della radiazione solare, fortunatamente, è una quantità costituita da una variabile che raddoppia il suo valore ogni due anni. Con Sunroof, un software lanciato da Google disponibile per ora sono negli USA, sarà possibile calcolare l'energia prodotta con il fotovoltaico dai tetti delle nostre case.

Fonti governative (U.S. Energy Information Administration) prevedono che in trent’anni il consumo mondiale di energia aumenterà del 56%. La Cina e l’India si trovano a dover soddisfare da sole il fabbisogno energetico di oltre settecento milioni di coltivatori (circa il doppio di quelli che conta l’intera Unione Europea). Inoltre, circa 1,6 miliardi di persone, che abitano nei paesi emergenti, non sono ancora connesse ad una rete elettrica. Ciò fa presumere che entro il 2050 la richiesta mondiale di energia sarà più che raddoppiata, triplicandosi entro la fine del secolo.

In un mondo che preferisce investire sulle fonti energetiche non rinnovabili e sui combustibili fossili, e dove la sola quantità di energia solare che riesce a raggiungere la superficie terrestre in un’ora, equivale al consumo energetico di un anno dell’intero pianeta, Google lancia il progetto Sunroof
Con il nuovo servizio di Sunroof, l’imponente società americana, vuole offrire alcuni dati e suggestioni, per contribuire alla riduzione del consumo di energia prodotta tramite combustibili fossili, mostrando i vantaggi di un’ipotetica installazione di pannelli solari fotovoltaici sui tetti delle nostre case.
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Grazie al suo database di mappe aeree, Sunroof, la nuova piattaforma di Google riesce a stimare la quantità di luce solare che ricevono le coperture degli edifici, tenendo conto dei parametri più elementari come l’inclinazione delle falde, le ostruzioni naturali (montagne, colline…) o quelle prodotte da elementi limitrofi come alberi, camini o edifici. Tutto questo per restituire una serie di dati utili a calcolare la quantità di pannelli solari necessari per avere un buon risparmio in bolletta. Alla fine del calcolo, il web-software mette in contatto l’utente con alcuni installatori di impianti fotovoltaici locali, in modo da riuscire a costruire, partendo da questo risultato preliminare, un modello tecnologicamente ed economicamente valido realizzato da esperti del settore. Google non è una società che vanta di un proprio mercato “solare” e non è molto chiaro come il software riesca a restituire valori legati ai prezzi di installazione o alla quota di risparmio in bolletta.
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Il progetto Sunroof per ora è disponibile solo in alcuni centri urbani (Boston, San Francisco e Fresno) ma l’idea, come si può capire dalla fine del video riportato qui sotto, è quella di estendere il servizio a tutte le città americane e “forse” in un prossimo futuro, in tutto il mondo. I paesi fuori dagli USA, dovranno aspettare di più per godersi questo nuovo strumento di analisi.

Con aggiornamenti e miglioramenti adeguati, Sunroof potrebbe rivelarsi un’ottima piattaforma per studi e concezioni preliminari. Questo strumento però, non scoraggerà sicuramente la maggior parte dei professionisti, che a seguito di un accurato modello tridimensionale e ad un successivo studio “ambientale” su Ecotect, riusciranno a fornire ai vari committenti un insieme di dati utili all’installazione di sistemi solari sia attivi che passivi.