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domenica 25 gennaio 2015

Una manciata di gruppi privati possiede la maggior parte della terra in Europa

Dinamiche nascoste che pochi conoscono ma che sono state rivelate dal rapporto “Land concentration, land grabbing and people’s struggles in Europe”, 25 autori che hanno esaminato la situazione di 11 nazioni: una manciata di gruppi privati possiede un’estensione enorme di terre in Europa.

di Giovanni Fez - 23 Gennaio 2015


La concentrazione della terra in mano a pochi grandi gruppi privati non è solo un problema del Sud del mondo, bensì un’emergenza che coinvolge l’Europa con uguale intensità. E le battaglie (di cui quasi nessuno parla) che i piccoli agricoltori ancora combattono devono essere il segnale di quanto sia necessaria una politica transnazionale in grado di contrastare la concentrazione nelle mani di pochi di un bene che appartiene all’umanità.
Il rapporto “Land concentration, land grabbing and people’s struggles in Europe” spiega come quella che ormai si può chiamare “l’elite della terra” sia stata favorita e sostenuta da enormi iniezioni di fondi pubblici, proprio mentre per tutto il resto i fondi pubblici venivano tagliati. Nell’Europa orientale il fenomeno della concentrazione della proprietà si è enormemente accelerato negli ultimi decenni.
La concentrazione della terra nelle mani di pochi
I proprietari terrieri in Europa hanno tratto a questa concentrazione benefici che hanno eguali solo in paesi come Brasile, Colombia e Filippine, nazioni note per l’iniquità nella distribuzione delle terre. In Europa ci sono 12 milioni di aziende agricole; quelle la cui estensione supera i 100 ettari rappresentano solo il 3% del totale ma controllano il 50% della terra coltivata.
Il fenomeno è iniziato qualche decennio fa ma si è grandemente accelerato. In Germania, per esempio, nel 1966/1967 i proprietari terrieri erano 1 milione e 246mila, nel 2010 sono diventati 299.100. L’area coperta dalle aziende agricole con meno di 2 ettari è passata da 123.670 ettari nel 1990 a 20.110 ettari nel 2007, mentre le aziende agricole di oltre 50 ettari sono passate da 9,2 milioni di ettari nel 1990 a 12,6 milioni di ettari nel 2007.
Nell’Europa orientale la concentrazione della proprietà terriera è aumentata dopo il crollo del muro di Berlino. Molti agricoltori finirono in bancarotta con l’ingresso nell’Unione Europea e il mercato venne invaso da prodotti fortemente sostenuti dai sussidi. Nei primi 6 anni dopo la caduta del muro, gli agricoltori della Germania dell’Est non potevano accedere ai contributi pubblici e le loro terre vengono comprate a prezzi stracciati dagli speculatori. In Italia nel 2011 solo 0,29% delle aziende agricole ha avuto accesso al 18% degli incentivi e lo 0,0001% di queste (cioè 150 aziende) si è accaparrato il 6% dei sussidi: quindi tanti soldi spartiti fra pochissimi proprietari. In Spagna il 75% dei sussidi sono stati assegnati al 16% delle aziende agricoli di maggiori dimensioni. In Ungheria nel 2009 l’8,6% delle aziende agricole ha ottenuto il 72% di tutti i contributi agricoli.
Il landgrabbing strisciante
Soprattutto nell’Europa orientale sono comparsi nuovi soggetti nella corsa all’accaparramento delle terre. Ci sono compagnie cinesi in Bulgaria che si danno alla produzione su larga scala di mais e compagnie mediorientali in Romania che coltivano cereali, ma ci sono anche gruppi privati europei che si prendono la terra anche per scopi non agricoli. Così come avviene nei paesi in via di sviluppo, dall’Etiopia alla Cambogia, anche in Europa tutto ciò segue strade non trasparenti e sempre segrete.
Non che i nostri “vicini” vivano situazioni migliori. In Ucraina le 10 maggiori agroaziende possiedono 2,8 milioni di ettari; in Serbia le quattro più grandi società controllano insieme 100.000 ettari. E la terra fa gola per diverse ragioni: produzione di materiali grezzi per l’industria agroalimentare trasnazionale, per l’industria estrattiva, per la grande fregatura delle biomasse, per le enclaves turistiche, eccetera. In Francia ogni anno oltre 60.000 ettari di terreni agricoli vengono perduti per fare spazio a strade, supermercati ed espansione urbana.
I giovani sono ostacolati
Questo è una dinamica senza precedenti. Di fatto la politica dei sussidi non agevola l’ingresso nel settore di persone giovani, anzi pare proprio innalzare ancora di più le barriere. E non dimentichiamo che l’accesso alla terra è condizione basilare con potersi garantire la sovranità alimentare.
La cosa positiva è che, malgrado gli ostacoli, l’attenzione dei giovani per la terra sta aumentando e in tanti vogliono tornare a questa dimensione di vita.
Cresce la lotta per la terra
Ci sono comunque moltissimi movimenti, gruppi e anche singoli che nei paesi europei stanno facendo sentire sempre di più la loro voce per contrastare questo fenomeno di concentrazione. Il rapporto fa anche degli esempi, come la comunità di Narbolia in Sardegna che si è battuta per non perdere terre coltivabili dove si voleva impiantare pannelli solari o Notre Dames des Landes che si è battuta contro il progetto dell’aeroporto a Nantes in Francia. Il SOC in Andalusia ha visto i piccoli contadini occupare la terra e coltivarla in modo biologico; il gruppo SoLiLa a Vienna è costituito da giovani che si sono messi insieme per coltivare terreni urbani sottraendoli al destino di ospitare centri commerciali.
Anche l’Europa dunque si sta trasformando in un campo di battaglia per la terra. Ed è ora di aprire gli occhi; occorre sentirsi tutti coinvolti e mobilitati.
Leggete il rapporto, scaricatelo QUI.

sabato 17 gennaio 2015

E io cosa faccio?

http://www.finimondo.org/node/1550
È passato un quarto di secolo da quando un compagno fu arrestato per una rapina. In seguito a quell’arresto un altro compagno gli scrisse, per fargli sapere che dopo l’«incidente»occorsogli, lo vedeva sotto una luce diversa, lo considerava «un uomo che merita rispetto», mentre prima lo aveva solo ritenuto «uno di quegli intellettuali, un po’ supponenti e pieni di sé». Non conosco ovviamente i motivi per cui il secondo compagno si era fatto questa idea del primo, ma non è da escludere che fosse anche influenzato dalle voci di corridoio del movimento anarchico. Che gran colpo di fortuna che la rapina sia andata male, almeno così in molti hanno avuto la prova che non era solo un parolaio – come alcuni affermavano –, uno esclusivamente seduto dietro una macchina da scrivere a criticare tutto e tutti e ad esporre teorie, ma uno che quelle stesse teorie le riversava anche nella pratica. Un anarchico, insomma.
Venticinque anni dopo, certamente influenzati dalle voci di corridoio del movimento anarchico – quelle voci che si ascoltano nelle chiacchiere tra pochi come nelle assemblee tra tanti, ai concerti come alle manifestazioni – molti affermano che alcuni compagni siano esclusivamente seduti dietro la tastiera di un computer, a criticare tutto e tutti e ad esporre teorie, insomma, a non riversare nella pratica quelle stesse teorie. A non fare un cazzo, fondamentalmente. La prova regina che fa pensare ed affermare tutto ciò non si sa esattamente quale sia, ma è probabile che il fatto di non essere stati beccati con le mani in un qualunque vasetto di marmellata contribuisca ad alimentare questo chiacchiericcio. Ah, che sfiga, non essere arrestati… Inquisiti, al massimo, ma quella è una fisima che gli inquirenti hanno nei confronti di chiunque si professi anarchico…
Ma perché prende piede e si alimenta questo squallido pettegolezzo? Perché è un sistema particolarmente comodo per screditare chi esprime dubbi e critiche – le si ritenga fondate o meno – dribblando il contenuto della critica. Anziché rispondere a questa esponendo le proprie motivazioni e con altra critica, pure altrettanto aspra e dura, si tenta di far passare i critici come gente poco degna di essere presa in considerazione, perché a parte quello non sa fare null’altro e, quindi, «non merita rispetto».
Ma ciò che preoccupa di più, in una faccenda del genere, non è la pessima abitudine al chiacchiericcio da comari, che pure non fa onore a individui che vorrebbero trasformare il mondo riproducendone la miseria, quanto lo sguardo poliziesco che lo accompagna. Al di là di ciò che uno faccia o non faccia, infatti, è la pretesa di poterne essere al corrente – da parte di compagni!, si badi – che fa specie, e il modo in cui si arriva ad avere questa pretesa. Non potendone avere notizia in prima persona – per motivi piuttosto ovvi – come si traggono queste conclusioni? Navigando nel meraviglioso mondo di internet, detentore della Verità e della Conoscenza in virtù di tutto ciò che riportano, o non riportano, i siti di movimento, per via di articoli di giornali locali e nazionali e/o rivendicazioni. Lo sguardo si fa indagatore, l’occhio scruta e tenta di leggere tra le righe, doti divinatorie si manifestano, si emettono giudizi e sentenze… questi fanno, quelli non fanno, quegli altri avrebbero potuto fare ma non hanno fatto, mentre quegli altri potevano fare di più e meglio… Vedere in ciò uno sguardo poliziesco non è una provocazione, ma un’affermazione fondata, perché è proprio nello stesso modo che spesso gli organi inquirenti avanzano le loro ipotesi investigative; è uno sguardo che sarebbe opportuno abbandonare, dato che la prima necessità, per chi voglia combattere lo Stato e l’Autorità, è non pensare e non parlare nello stesso modo.
L’opposto negativo di questa mentalità è invece pretendere di sapere cosa facciano alcuni altri, e conoscere anche il modo in cui lo farebbero. Anche questo è frutto di uno sguardo e una mentalità poliziesca, che si spinge addirittura oltre, andando al di là del fastidioso chiacchiericcio e, diventando pubblica, si tramuta in pura indicazione delatoria. Da sempre, giustamente, coloro che hanno questo modo di fare sono stati definiti infami. Ma la cosa non può fare certo scalpore, quando praticata dagli apologeti della lotta gerarchica, dai teorizzatori della verticalizzazione delle lotte, da coloro che a distanza di molti anni continuano a insinuare negli incontri pubblici, più o meno implicitamente, calunnie nei confronti di compagni che hanno pagato con la vita la loro lotta contro il TAV, quando ancora non era né popolare né di moda, e il sabotaggio non era ancora pratica condivisa.
In mezzo a questo montante mare di fango, manca invece l’unica domanda che ognuno dovrebbe farsi: ma io, cosa sto facendo e cos’altro posso fare? Porsi dei dubbi e tentare di avanzare sempre più nella propria teoria e nelle proprie pratiche, con ciò attaccando e fornendo nuovi strumenti teorici e pratici per nuovi avanzamenti, sarebbe senz’altro più utile che guardarsi attorno per tentare di capire cosa stiano facendo, o non facendo, gli altri, per non doversi trovare ancora, tra altri venticinque anni, a considerare come un colpo di fortuna qualche arresto: almeno tutti potranno sapere che l’arrestato di turno stava facendo qualcosa, e non si limitava a sedere al caldo dietro una tastiera, per criticare tutto e tutti ed esporre teorie.
Sarà considerato, allora, uno che merita rispetto!

lunedì 12 gennaio 2015

Senza vergogna

https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/01/12/senza-vergogna/
I veri valori delle elite europee, politiche, finanziarie e mediatiche sono venuti alla luce ieri: menzogna e retorica. Mai come ieri a Parigi lo sprofondo tra realtà e narrazione è stato così visibile e ampio, così realisticamente delineato nei suoi particolari. A cominciare dal gruppetto dei leader continentali e mondiali, compresi quelli che reprimono la libertà di espressione e persino di vita, che nemmeno ha sfiorato la manifestazione, ma si è fatto quattro passi nell’isolamento delle scorte in favore di telecamera, cercando di figurare narrativamente alla testa della manifestazione di Place de la Republique. Per continuare con l’Eliseo dove Hollande ha ricevuto fior di delegazioni straniere, comprese quelle di notori emiri finanziatori del terrorismo.
Meglio così perché come diceva Brecht “al momento di marciare molti non si rendono conto che alla loro testa marcia il nemico”. Ma ormai è chiaro che politici subalterni ai poteri finanziari, dentro un meccanismo da scatola cinese, cercano di sfruttare l’allarme terrorismo per distogliere l’opinione pubblica da ciò che stanno facendo e riaccreditarsi come difensori della libertà a cui attentano ogni giorno, dentro e fuori dai confini, per poter continuare imperterriti sulla strada dei massacri sociali, per continuare a prendere  in ostaggio il futuro. Sono le stesse persone che hanno creato il golpe di sapore nazista in Ucraina, sono le stesse che gestiscono le fila e i finanziamenti a questo o a quel gruppo armato che è per la libertà quando fa comodo e terrorista quando non è più controllabile, sono le stesse che si sono buttate come falchi in Libia, che tramano in Egitto, che mandano truppe coloniali in mezza Africa e fanno la guerra alle loro creature, ai loro “eserciti di liberazione”  quando questi si emancipano, come è inevitabile, dalla loro tutela. Sono quelli che creano un nemico per evitare di essere riconosciuti come nemici.
Anche ieri questi personaggi hanno cinicamente sfruttato l’emotività della piazza per un fatto orribile, ma comunque lontanissimo dai massacri di massa che vengono compiuti in nome dell’Occidente – alla radice sia del terrorismo, sia della massiccia emigrazione mussulmana in Europa – per accreditarsi come difensori delle libertà, della laicità e per dare l’impressione visiva che questa investitura li autorizzi ad essere ancora i condottieri dello sfascio della civiltà sociale europea. In un deserto non solo delle idee, ma anche dell’evidenza: che l’integralismo musulmano è un prodotto del potere occidentale in cui la religione finisce per svolgere un ruolo identitario che s’interseca con etnie e richieste di indipendenza e di autonomia dalle ingerenze e dalle rapine. Un fenomeno ben conosciuto anche  in Europa dove è stato un fattore determinante dopo lo scisma protestante e che ancora oggi ha un forte rilievo in alcuni Paesi come la Polonia. Ma che assume un carattere e una virulenza particolari con la condanna a morte delle ideologie per incoronare come unica quella mercatista. Il vero scontro di civiltà è tra i concetti di solidarietà, di eguaglianza, di dignità e questi signori chiusi dentro la loro ambigua bolla mediatica.
Guardiamola bene la foto che ho messo all’inizio del post: un giorno ce ne vergogneremo.

sabato 10 gennaio 2015

Mai discutere con i politici

http://www.finimondo.org/node/1527
Secondo una antica massima, la cui origine alcuni fanno risalire a Confucio, non bisogna «mai discutere con gli stolti, chi ascolta potrebbe non accorgersi della differenza». In effetti si tratta di un ottimo consiglio da seguire quando ci si imbatte in chi parla solo perché ha una lingua, scrive solo perché ha una mano, legge solo perché ha gli occhi e ascolta solo perché ha orecchie – ma senza conoscere il significato delle parole, né delle proprie né di quelle altrui. Incontri che diventano purtroppo sempre più frequenti in quest'epoca in cui ogni pensiero viene sollecitato a rimpicciolirsi fino ad adeguarsi alle striminzite dimensioni di un cinguettio, moderna minima.
Ma a rifletterci sopra, dietro questa millenaria saggezza non si nasconde solo una precauzione di igiene mentale. Perché il ragionamento sottostante si potrebbe tranquillamente applicare in altri contesti, con altri esempi, senza perdere in sensatezza. Ad esempio si potrebbe dire: mai discutere con un politico, chi ascolta potrebbe non accorgersi della differenza. Perché ogni discussione, ogni dialogo, se non vogliono finire in uno stolto chiacchiericcio, necessitano il rispetto di almeno due condizioni preliminari. La prima è una reciproca comprensione nell'uso del linguaggio, l'utilizzo di una terminologia un minimo comune attraverso cui intendersi per evitare di perdersi in monologhi interminabili quanto inascoltati. La seconda è una certa comunanza di interessi, quanto meno di preoccupazioni se non di prospettive. Chi vuole andare a nord non cerca compagni di viaggio fra chi vuole andare a sud. 
Quindi, per discutere con un politico occorre condividerne anche solo in parte la lingua e gli interessi. Ma per chi considera i politici come nemici, che senso ha intrattenersi con loro? Che senso ha imparare a diventare politiglotti e scambiarsi pareri con chi ha ambizioni diametralmente opposte alle proprie? Stranamente, se il consiglio di stare alla larga dagli imbecilli appare chiaro a tutti, quello di stare alla larga dai politici risulta indigesto persino a molti nemici di questa civiltà. Questo perché i primi vengono visti facilmente come una perdita di tempo, mentre i secondi invece... mah, forse, chissà, insomma, dipende, a volte, perché no? Ecco, appunto, perché no? Perché sprecare simili occasioni, che per di più capitano spesso e volentieri? Si tratta di una domanda che spinge l'aspirante interlocutore di politici a formulare altri suoi dubbi poco esistenziali, ma assai indicativi su quali siano i suoi reali interessi.
Chi si domanda «perché rifiutare di confrontarsi con un politico?» sembra dimenticare che con i nemici non ci si confronta, ci si scontra. Non è una differenza di poche lettere, è una differenza di molta vita. Un confronto è una giustapposizione compiuta allo scopo di effettuare una valutazione, il momento dell'incontro di due o più parti allo scopo di istituire un rapporto reciproco che permetta ad altri di valutare somiglianze, affinità, differenze. Uno scontro è sì un incontro, ma ostile e violento. Non ci si mette l'uno accanto all'altro per farsi valutare da terzi – manovalanza da comandare, pubblico da sedurre – ci si combatte.
Chi si domanda «non si pensa di avere sufficentemente ragione?» sembra dimenticare che la ragione della libertà è altro ed in opposizione a quella di Stato, non simile e in competizione. Marcare o sfumare questa differenza è una precisa scelta di campo. Chi detiene il potere non va corretto, consigliato, sostituito, raddrizzato. Va eliminato. Non c'è una ragione unanime da far trionfare a suon di dati, statistiche, o perizie. Tanto meno a colpi di retorica e sentimentalismi. Non esiste una verità da rivelare e con cui illuminare.
Chi si domanda «si ha forse paura di venire contaminati?» sembra dimenticare che non è certo un mistero il fatto che la politica corrompa. Non è un rischio da temere, un'ipotesi più o meno lontana, è una banale constatazione storica di cui prendere atto. Cosa che non fa chi è talmente umile e modesto da ritenersi più astuto e intelligente e forte di tutti coloro che in passato hanno già provato a frequentare i politici con i risultati che ben si conoscono. 
Chi si domanda «si è così arroganti da non degnarsi di rivolgere la parola agli altri?» sembra dimenticare chi sono questi altri. Si parla a coloro che eventualmente si vorrebbe raggiungere per coinvolgere e sobillare. Ci si rivolge a chi si trova nelle nostre stesse condizioni di vita, anzi, di sopravvivenza – sfruttati, oppressi, alienati, governati, dominati – non a chi li governa, a chi è responsabile di questa condizione. E se con gli altri ha poco senso usare una lingua esoterica e gergale comprensibile ai soli iniziati, lo ha ancor meno usare la lingua di legno dello Stato, quella capace unicamente di coniugare il predicato potere fra il soggetto istituzione ed il complemento diritto. 
Non meraviglia che simili interrogativi e simili amnesie tormentino soprattutto chi ha già un piede nella piazza ed uno dentro il mercato – l'agorà, appunto – dove si sta scaldando a vendere la propria merce ideologica, a confrontarla con quella esposta sulle bancarelle adiacenti, a dare battaglia ai propri concorrenti. L'aspirante interlocutore saltimbanco può anche fare a meno di precisare che non intende discutere con i politici per persuaderli, nessuno ne dubita. Lo fa per convincere il loro seguito. Per strappar loro la clientela.
Bisogna quindi ammettere che se discutere con gli stolti è inutile, farlo con i politici potrebbe rivelarsi utile. Utile, sì, sinonimo di guadagno, tornaconto, profitto. Perché in effetti chi è in cerca di un buon affare non può che giungere a questa conclusione: sempre discutere con un politico, chi ascolta dovrebbe accorgersi della somiglianza.

martedì 6 gennaio 2015

La “sorprendente” proposta della Russia all’Ue: stracciate il TTIP e unitevi all’Unione Eurasiatica

http://www.sapereeundovere.it/la-sorprendente-proposta-della-russia-allue-stracciate-il-ttip-e-unitevi-allunione-eurasiatica/
Deciderà l’Europa di averne avuto abbastanza dell’eutanasia economica imposta dalle sanzioni a Mosca volute dagli Usa?
 
Appare sempre più evidente come le sanzioni decise dall’UE e dagli Usa alla Russia in seguito alla crisi ucraina e più in generale il blocco finanziario contro Mosca abbiano prodotto le sue conseguenze più nefaste contro i paesi membri dell’Ue. La Germania è stata la prima ad ammetterlo alla fine del 2014 con la sua economia ormai sull’orlo della recessione. Ma si tratta di una considerazione ormai di uso comune all’interno dell’Ue. L’ex primo ministro italiano Romano Prodi, ad esempio, ha scritto sul Messaggero che un’economia russa debole non è desiderabile e profittevole per l’Italia. Secondo Prodi le sanzioni alla Russia per la crisi ucraina e l’abbassamento dei prezzi del petrolio e del gas faranno crollare il Pil russo del 5% annuo, determinando, a sua volta, un crollo delle esportazioni italiane del 50% nel paese.
 
In altre parole, scrive Zero Hedge, il mondo sta iniziando ad avvicinarsi ad un periocoloso punto di rottura: non è tanto l’esposizione finanziaria alla Russia, o la minaccia di un contagio finanziario che Mosca potrebbe soffrire. Ma, peggio, è una questione molto più semplice che condurrà ad un’atroce sofferenza per i paesi europei: la mancanza di commercio con un partner strategico fondamentale in una fase di crisi già drammatica. Mentre le Banche centrali possono continuare a monetizzare e ritardare il punto di rottura, creando bolle azionarie senza precedenti per gonfiare la fiducia di investitori e consumatori nel breve periodo, non possono “stampare commercio”, che resta il più importante veicolo di crescita nel sistema globalizzato attuale.
 
In questo contesto un articolo della Deutsche Wirtschafts Nachrichten va controcorrente ma nella giusta direzione nello scrivere come la Russia ha una proposta “sorprendente” verso l’Europa che questa dovrebbe prendere in considerazione, vale a dire rinunciare all’area di libero mercato con l’Usa – che impone la perdita di commercio con la Russia e quindi l’ennesimo anno di crollo economico – e unirsi all’Unione economica euroasiatica.
 
Dall’articolo si legge: “La Russia ha presentato una proposta sorprendente per superare le tensioni con l’Unione Europea: l’Ue dovrebbe rinunciare all’accordo di area di libero scambio con gli Stati Uniti, il TTIP, ed entrare come partner nella nuova Unione Economica Euroasiatica. Un’area di libero scambio con i vicini che avrebbe sicuramente più senso che un accordo con gli Usa. Sicuramente lo avrebbe ma  poi come come potrà l’Europa fingere indignazione quando la NSA si trova ad aver spiato ancora una volta uno dei sui “partner commerciali più stretti?”
 
Vladimir Chizhov, l’ambasciatore russo presso l’Unione Europea, ad Euobserver ha dichiarato: “La nostra idea è quella di iniziare contatti ufficiali tra l’Ue e l’EAEU il prima possibile. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha parlato di questo non tanto tempo fa. Le sanzioni dell’UE alla Russia non sono un ostacolo. Credo che il senso comune ci consigli di esplorare la possibilità di stabilire uno spazio comune economico nella regione euro-asiatica, incluso il focus nei paesi dell’Eastern Partnership [una politica Ue con legami più stretti con Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Moldovae Ucraina]“. E ancora: “Potremmo pensare ad una zona di area di libero scambio che inglobi tutte le parti interessate in Eurasia”.
 
Chizhov descrive la possibilità come un’opportunità molto migliore per i paesi dell’Unione Europea: “Pensate saggio spendere così tante energie politiche per un’area con gli Usa mentre avete partner naturali così vicini da casa?”, ha dichiarato l’ambasciatore.
 
E quindi la palla è oggi nelle mani dell’Europa: con la sua recessione che da triple-dip sta per divenire quadrupla e con l’unica risposta che resta una spinta monetaria da una Banca centrale controllata da Goldman Sachs finalizzata a distruggere ulteriormente la classe media a favore di pochi fortunati, deciderà l’Europa di averne avuta abbastanza e spostare i suoi obiettivi strategici e di commercio dall’occidente – parlando del TTIP, il ministro dell’agricoltura tedesco ha recentemente dichiarato: “Non possiamo proteggere ogni slasiccia” – verso oriente? 
 
Considerando che gli interessi delle corporazioni multinazionali e finanziarie che spingono verso il TTIP sono oggi dominanti attraverso le burocrazie non elette di Bruxelles, conclude Zero Hedge, la risposta è negativa. E considerando che sono Renzi, Gentiloni e Mogherini a dover rappresentare gli interessi strategici nazionali, dall’Italia non possiamo attenderci altro che cieco servilismo all’”alleato” americano.
 Fonte www.lantidiplomatico.it

venerdì 2 gennaio 2015

ECOLOGIA PROFONDA

http://www.agricolturasinergica.it/articoli/eh_agricolturaecologica.pdf
La specie umana ha sempre saputo adattarsi ai problemi della sopravvivenza a ciò
che ha dovuto affrontare dacché abita la Terra.
Di nuovo oggi, l'attitudine della cultura occidentale minaccia l'evoluzione naturale
del Pianeta e l'esistenza di molte specie.
Anche se culturalmente abbiamo perduto lo stato di grazia, come umani possiamo
reintegrarlo; lì comincia l' ecologia.

Non dimentichiamoci che le nostre radici affondano in quei popoli dell' Antichità che
praticavano la guerra, il commercio e la schiavitù. E, come se non bastasse, continuiamo
disprezzando i valori di altre culture umane considerandole inferiori e giustificando il nostro
dominio per il loro bene.
Questo comportamento è così ancorato in noi che, senza accorgercene, perpetuiamo certe
credenze; per esempio - ci han fatto credere che il Paradiso Terrestre era situato in un luogo
concreto e così appartenente al passato che si è perduto nella notte dei tempi...
Ma il Paradiso Terrestre non è altro luogo che il Pianeta in tutta la sua estensione; e quello che
per la cultura giudeo-islamica-cristiana è andato perso, per altri gruppi umani con culture
ecologiche il Paradiso è il pezzo di pianeta nel quale vivono integrati, su biotopo, con economie
non predatrici e accettando i suoi limiti.

Vivere integrati nella creazione
Dal punto di vista occidentale, la cultura degli aborigeni dell' Africa Australe, è forse al giorno
d'oggi la più sovversiva che esiste.
Questo popolo, che solo fino a 200 anni fa occupava un territorio grande come da Gibilterra
alla Siberia, mai ha praticato la guerra. I boscimani non solo non inventarono il fratricidio ma
inventarono una dinamica sociale che oggi nei circoli New Age si considera una speranza
evolutiva: decisioni per consenso e eguaglianza tra i sessi, è la forma di vita di questa cultura
ancestrale.Chi sono i più evoluti? Quelli che inventarono la ruota e vanno sulle stelle o quelli
che restarono nudi e non perdettero l'arte di vivere in armonia con la Creazione?

La cultura occidentale pensa in termini di risorse naturali quando considera le ricchezze del
Pianeta. L'acqua e l'aria, elementi che si pensavano beni inesauribili. incominciano ad essere
risorse fragili la cui carestia è ben difficile da rimediare. Per questo, quando si analizzano
profondamente le conseguenze dell' esplorazione planetaria ci sommerge la tristezza... è come
un lutto verso la vita, verso noi stessi e gli esseri cari. La sensazione di impotenza può essere
paralizzante.... Cosa si può fare? Come essere di nuovo parte integra della vita planetaria?
Come uscire da una economia immorale e parassita? Come impedire questo genocidio
planetario, questo suicidio collettivo?

Cosa succede oggi nel mondo civilizzato e nelle sue colonie economiche?
Un'economia basata sulla crescita continua non può mantenersi indefinitamente, non è
durevole. Ma ammettere questo è come ammettere che il nostro sistema è falso... e,
chiaramente, si fa prima ad eliminare le minoranze, iniziare guerre, reprimere, sopprimere
popoli interi... che ammettere il nostro errore. Intanto la spirale di causa-effetto segue il suo
movimento inesorabile e le conseguenze di quest’errore fondamentale continuano a produrre
catastrofi; Dognana oggi, Chernobyl ieri..... siamo alla resa dei conti.

PERMACULTURA, pensiero globale
Negli anni '60, un giovane universitario della Tasmania di nome David Holmgren presentò
come tesi per il dottorato negli studi sull’ambiente una specie di "strumento" ecologico cui
1assegnò il nome di Permacultura (Bill Mollison era il professore relatore di tesi, e come succede
a volte nell'ambiente universitario pirateggiò il lavoro dello studente).
David ha diffuso un modello sistematico per organizzare, pianificare e disegnare, in un modo
positivo e coerente con gli interessi di altre specie, tutto lo spazio che si trova nella zona
rurale, urbana o industriale. Il disegno ecologico in Permacultura tiene in conto qual è il
problema per proporre soluzioni al parassitismo convenzionale. Il pensiero lineare e
riduzionista provoca ingiustizia e sofferenza negando la dinamica dell’Effetto Sinergico che
regge la vita. Nel pianeta tutto è interconnesso, anche la Fisica Moderna riconosce l'Effetto
Farfalla che sostiene che anche il movimento delle ali di una farfalla può provocare agli
antipodi una catastrofe.

L'originalità della Permacultura è che nello stesso tempo che si realizza un disegno pratico
nella materia, impariamo a pensare globalmente, a vedere le connessioni. E quando
attraversiamo la vertigine iniziale nell'usare la nostra mente in molteplici e simultanee direzioni
sentiamo una pace profonda, permettendo al cervello di funzionare con i suoi emisferi
complementari, in armonia creativa, manifestandoci qui e ora, senza parassitismo...Per sentirsi
bene con noi stessi dobbiamo sentire che anche il pianeta si sente bene, tutto è in tutto e noi
non facciamo eccezione; dunque culturalmente abbiamo perduto lo stato di grazia, ma come
umani possiamo reintegrarlo e lì inizia l'ecologia.

Rimediare all’ipersfruttamento
Per fare un disegno ecologico più semplice è bene seguire un corso pratico in cui si lavora
mentre si spiega e si apprende. Conviene anche leggere quello che si può sul disegno ecologico
e cercare di fare esercizi mentali relazionando elementi che a prima vista possono sembrare
disparati: che vantaggi possono esserci unendo un pollaio a una serra?... E, in quanto a quale
tipo di agricoltura possiamo praticare nel nostro orto: la Biologica tradizionale, la Biologica
della CEE, la Biodinamica, la Naturale di Fukuoka, la Sinergica..., la Permacultura non ha preso
nessuna posizione, solo propone e raccomanda che non si coltivi con prodotti chimici.

Personalmente ritengo che dover destrutturare il suolo e mantenerlo fertile artificialmente
aggiungendo concime, compost, etc. è un errore che si va praticando sin dall'inizio
dell'agricoltura e che forse è ora di rimediare poiché è responsabile di tantissima erosione nel
pianeta.

L'Agricoltura Sinergica che io pratico si è sviluppata a partire dal lavoro di Fukuoka -
agricoltore- microbiologo giapponese precursore della Permacultura - e si tratta di una
agricoltura che permette al suolo di mantenersi selvaggio anche essendo coltivato, anche con
alcuni adattamenti come può essere l'uso delle macchine. Quest’agricoltura ha una sua tecnica
e non si può definire come del “Non Fare” come il metodo di Fukuoka, giacché mantiene una
dinamica selvaggia in un suolo coltivato fertile e sano, il che richiede molto calcolo e
organizzazione nel lavoro.

La Riforma Agronomica che prevede il lavoro di Fukuoka permetterà di alimentare la
popolazione umana in espansione quando il trasporto, il petrolio e i tanti elementi necessari
all'agricoltura convenzionale verranno a mancare. Questa agricoltura auto-fertile tarderà ad
essere adottata, però sta qui per correre in aiuto alla gente del pianeta.

COS'E L'AGRICOLTURA SINERGICA?

La Sinergia implica il funzionamento dinamico e concertato di vari organi per realizzare una
funzione. Così come nel nostro organismo tutto il sistema e i suoi elementi funzionano
interrelazionandosi e con coerenza, questa sinergia è presente tra la terra ed i microrganismi
che la abitano - arricchendola - o tra i legumi e i batteri fissatori di azoto atmosferico o
nell’associazione tra piante che si danno mutuo beneficio. Questo sistema di agricoltura
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naturale, che affonda le sue radici negli insegnamenti di Fukuoka, protegge l'ecosistema del
suolo permettendo alla terra di mantenere i suoi propri strati, senza agitarla né rivoltarla,
comprendendo che la terra ha capacità di autofertilizzarsi.

Lavorando su bancali (aiuole), di 120 cm di larghezza e 50 di altezza, il suolo si copre con
pacciamatura, strato di resti organici che fa da filtro protettore tra la superficie della terra e i
gas atmosferici, la forza disseccante del sole e quella compattante ed erosiva della pioggia e il
vento. Copertura che diventa anche un concime di superficie che va ad alimentare la terra da
sopra a sotto. Così si stabilisce nel suolo un equilibrio stabile tra i suoi abitanti, siano lombrichi
lavoratori di profondità, lombrichi rossi del mantello (strato superficiale) o i miliardi di ogni
specie di esseri microscopici vegetali o animali che vivono e muoiono nel suo seno. In nessun
momento vanno traumatizzati modificando e sconvolgendo il loro habitat.

Imitare ciò che fa la natura implica lasciare la terra sempre coperta con una pacciamatura,
aperta solo negli spazi o nelle linee di semina. La pacciamatura si va trasformando in mantello,
in humus. Affinché la terra disponga di materia organica dentro di sé, senza la necessità di
interrarla, si lasciano sempre dentro le radici, eccetto quelle che si raccolgono per il consumo.
Questi resti nutrono la flora intestinale della terra e questa a sua volta permette la nutrizione
delle piante. Quando la fertilità della terra non si perde per l'erosione, non sono necessarie
costanti compensazioni sotto forma di qualsiasi specie di concime, come lo sterco, e la fertilità
si mantiene da sola. Tocca alle persone con spirito pioniere iniziare a praticare e aiutare gli altri
a realizzare quest’agricoltura del nuovo millennio, essa è gia utilizzata in paesi con elevata
densità di popolazione e con scarsità di mezzi.