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martedì 28 ottobre 2014

Carote in mezzo al cemento: il ruolo dell’agricoltura urbana

http://transitionitalia.wordpress.com/2014/10/27/carote-in-mezzo-al-cemento-il-ruolo-dellagricoltura-urbana-2/

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Mentre gli architetti e gli sviluppatori pianificano nuove evoluzioni, pensano sicuramente a strade parcheggi e impronte ma pensano anche a piantagioni produttive, al ruolo degli orti sui tetti ed alla biodiversità? Quasi sicuramente no. Avendo visto alcune grandi iniziative di agricoltura urbana negli ultimi due anni, questo sembra un peccato per due ragioni. Primo perché l’agricoltura urbana sta rapidamente prendendo piede, quindi lasciandola fuori vengono lasciati indietro – e secondo perché stanno progettando per un futuro che ne avrà molto bisogno. L’agricoltura urbana è l’avanguardia. E’ ciò di cui abbiamo bisogno adesso.
Per inserire l’agricoltura urbana, e il suo potenziale, nelle nostre discussioni di questo mese su “Re-immaginare il Sistema Immobiliare”, cosa c’è di
meglio che parlare con André Viljoen e Katrin Bohn, architetti, accademici ed autori del libro recentemente pubblicatSeconda Natura: progettare città produttive. Il loro primo libro, Paesaggi Produttivi Urbani Continui (PPUC)pubblicato nel 2004, mette il concetto dell’agricoltura urbana nell’agenda della professione dell’architetto. Le cose sono cambiate molto da allora. Li ho raggiunti su skype poche settimane fa. Come mi ha detto André, la reazione quando 10 anni fa hanno proposto agli editori un libro sull’agricoltura urbana è stata “agricoltura? Noi facciamo architettura”!
Il cambiamento da quando è uscito PPUC è stato notevole. Per esempio, la città di Berlino ora ha adottato una strategia urbana che vuole ospitare panorami produttivi e molte delle storie di come si sta diffondendo nel mondo sono catturate nel libro (alcune iniziative di Transizione e il loro lavoro sulla produzione urbana di cibo compaiono a loro volta). Il libro è presentato come una rassegna delle più recenti ricerche e progetti così come “una cassetta degli attrezzi tesa a rendere possibile l’agricoltura urbana”. Riesce molto bene in entrambe le cose.

Agricoltura urbana e nuova economia

Una delle prime cose che spicca nel nuovo libro è la misura in cui le iniziative di agricoltura urbana, in modo analogo ai gruppi di Transizione, stiano sempre più guardando alla fattibilità economica in quello che stanno facendo. Ho chiesto a Katrin di questa tendenza:
Alcuni degli esempi del libro funzionano ci si guadagna da vivere. Solo se le imprese riescono a fare questo c’è un futuro per la coltivazione urbana di cibo. Ciò non significa che questi schemi commercialmente fattibili debbano essere commercialmente fattibili in un modo orientato al profitto. Possono essere imprese sociali. Ma ciò che è stato notato negli ultimi 10 anni, ciò che è realmente cruciale, è che se vogliamo mantenere il presupposto per cui l’agricoltura urbana possa cambiare l’apparenza fisica delle città, allora dobbiamo fornire concetti in cui l’agricoltura sia anche un fattore economico. Non posso dire orti comunitari”.
Per Katrin, la nascita di progetti fattibili commercialmente di agricoltura urbana nel mondo le danno, come lo esprime lei, “il diritto di dire sì, l’agricoltura urbana è stata una buona idea. Perché possiamo vedere che queste versioni fattibili stanno cominciando a funzionare”.
One of Growing Communities' market gardens in Hackney. Uno degli orti urbani comunitari di Hackney
Uno dei migliori esempi di questo, che André ha indicato, è Growing Communities a Hackneya Londra. Hanno costituito un’impresa in espansione che coinvolge formazione, orti urbani ed un modello in evoluzione per come Londra potrebbe alimentare sé stessa. Tuttavia, André ha riconosciuto che:
Mentre possiamo vedere la nascita di progetti che stanno cominciando ad essere economicamente fattibili, c’è ancora molto duro lavoro e le persone che li gestiscono ci mettono molta energia. Molti di loro hanno altri redditi”.
Come esempio, ha citato quello che probabilmente è l’azienda agricola su tetto più famosa, la Brooklyn Grange Farm a New York. La loro fattibilità commerciale deriva non solo dalla produzione alimentare, ma dall’aver tenuto un approccio imprenditoriale più ampio. Come lui mu ha detto:
Hanno operato commercialmente in relazione alla quantità di cibo, che va bene, ma hanno anche affittato lospazio all’aperto come luogo per celebrazioni, matrimoni, feste ed eventi. Questa è una parte importante del loro reddito. Sono agili, coltivano alimenti in modo molto intenso e convenzionale e penso che la domanda interessante si se i sistemi idroponici possano essere convertiti in sistemi acquaponici, che ci portano più vicini ai sistemi ad anello chiuso”.












Brooklyn Grange Farm, New York

Le sfide dell’aumento di scala

Un’altra chiave per fare agricoltura urbana economicamente fattibile, secondo André, è essere visti come una parte integrante dei sistemi di ciclo chiuso che usano gli scarti per il compost e il nutrimento. Come dice lui:
Se si comprende questo, allora la possibilità di renderlo commercialmente fattibile pensando ad esso in relazione al flusso di scarti diventa più probabile”.
Ma come possiamo aumentarlo di scala? Mi intriga sapere come pensano come potremmo vedere più abilmente adottata l’agricoltura urbana e più ampiamente dai progettisti e dagli architetti come luogo comune della vita nel pianificare nuovi sviluppi. Katrin mi ha detto:
A Brighton, dove risiediamo entrambi, il Comune ha inserito un piccolo cambiamento sul sito web fra i requisiti che controlla, al momento dell’inserimento delle domande di costruzione, non solo se si fornisce un parcheggio o sufficienti superfici di finestre o balconi, ma anche se questo nuovo sviluppo fornisce spazio per la coltivazione del cibo”.
Per lei, potrebbe essere attraverso questa tipologia di leggi, in cui Brighton ed altri sono pionieri, che l’agricoltura potrebbe venire meglio accettata ed attecchire. “Il modo migliore potrebbe esserePAN-150x213 attraverso queste leggi di modo che la gente capisca che la loro amministrazione locale richiede qualcosa e che essa ne ha un vantaggio”, mi ha detto.
Il precedente di Brighton emerge da Coltivazione del cibo e sviluppo, una nota consultiva di pianificazione sviluppata dal Comune in associazione con Brighton e Hove Food Partnership. Pur non essendo condizioni per ottenere il permesso di progettazione, significano che se si intraprendono certe attività, la domanda sarà vista più favorevolmente. A Brighton, André mi ha detto: “questo ha avuto un impatto notevole sul numero di domande che includono spazi per coltivare cibo al loro interno”. Questo poi, naturalmente, porta a nuove sfide. Come dice André:
La sfida che emerge è che se si introducono spazi per coltivare il cibo, sappiamo come progettarli, ma c’è il problema di chi li gestisce e li mantiene e questo in alcuni progetti è ancora una sfida”.

Mappare i benefici dell’agricoltura urbana
Uno dei modi chiave per espandere l’agricoltura urbana è quello di puntare sulla base delle prove accumulate dei suoi impatti benefici. Come mi ha detto André:
Ci sono molti lavori che documentano i benefici per la salute mentale dell’accesso a spazi aperti, la coesione sociale si giova dalla coltivazione di cibo da parte della comunità. Il programma Pollice Verde a New York, che sostiene gli orti urbani, ha accumulato un bel po’ di prove a favore dei benefici sociali e di salute, sia fisici sia mentali, di quegli spazi”.
Ci sono anche altri benefici. André ha indicato il High Line a New York e anche se ha prevalentemente piante ornamentali piuttosto che commestibili, è comunque un enorme attrazione per la gente, cosa che ha aumentato i prezzi delle proprietà nella zona. Il Prinzessinnengarten a Berlino ha dimostrato che l’agricoltura urbana è un’estetica che piace ai turisti e un altro orto urbano, Marzahn, sempre a Berlino, sta dimostrando come l’agricoltura urbana stia aumentando l’attrattiva di un quartiere povero.

Arnie al Prinzessinnengarten, Berlino.

Un altro beneficio, uno che abbiamo già esaminato in un tema precedente, è che la misura in cui l’agricoltura urbana (e la Transizione, del resto) può essere vista come una strategia di salute pubblica. E’ un’idea a cui André ha pensato:
C’è l’idea delle “città che favoriscono la salute” ed attività come l’agricoltura urbana sono del tutto adatte a quel filone di pensiero, probabilmente più delle ‘palestre verdi’. Ma ci sono alcune prove che sarebbero davvero interessanti da verificare. AMiddlesbrough abbiamo fatto un progetto chiamato DOT, “Design of the Times 2007”, che introduce l’agricoltura urbana a Middlesbrough su una serie di scale diverse.
Una nostra studentessa che ha intervistato i residenti ha scoperto che a Middlesbrough la gente che ha cominciato a coltivare cibo, anche se in forma del tutto simbolica tipo coltivare un paio di pomodori e cose del genere, ha cominciato realmente a cambiare comportamento. Ha cominciato a comprare cibo di stagione ed a mangiare più frutta fresca e verdure. Lei ha confrontato la gente che vive a Cambridge a quella che vive a Middlesbrough ed ha scoperto che a Cambridge, dove la gente era già molto impegnata con massaggi salutari e dove era consapevole dei fattori ambientali, più che a Middlesbrough, la coltivazione del cibo non ha avuto un impatto così grande.
Ma in un posto come Middlesbrough ha comportato un enorme cambiamento di comportamento. Ciò non è mai stato, a quanto ne so, oggetto di una ricerca più rigorosa. Pensiamo che probabilmente sia una di quelle attività che la gente cerca sempre, attivita che favoriscono il cambiamento di comportamento direttamente collegate ai miglioramenti della salute”.
Per Katrin, è anche un metodo semplice per trasmettere educazione ambientale generale:
Che siano luoghi dove si coltiva cibo di tipo commerciale o comuni, molti progetti si impegnano anche in attività educative, gruppi scolastici o sessioni specifiche dove si impara a riconoscere le diverse lattughe”.
L’agricoltura urbana e la professione di architetto

L’architettura è, come il mondo della moda, incline alle mode. Ciò che va un anno, il successivo è già passato e l’idea all’avanguardia di quest’anno in quattro anni potrebbe essere “come nel 2014”. Come si potrebbe evitare questo? Come assicurare che l’agricoltura urbana rimanga? Katrin ha riconosciuto che questo potrebbe essere un rischio:
Questo pericolo è una delle ragioni per cui molti protagonisti del movimento della coltivazione urbana di cibo sono consapevoli che le loro idee devono fare questo salto nella politica. Influenzare in maniera sostenibile le politiche di progettazione è molto importante. L’architettura è alla moda e segue la moda, ma segue anche le richieste dei suoi clienti. Così, fincheé il cliente richiede questi spazi per produrre cibo gli architetti li accontenteranno”.
André ha aggiunto:
Siamo ad uno stadio in cui abbiamodavvero bisogno di far capire alla gente il significato di questi spazi in termini di parte dell’infrastruttura ecologica della città che la gente percepisce come spazi essenziali, parte dell’infrastruttura essenziale all’interno di una città. Se viene creato questo cambiamento mentale e pensiamo che ci siano prove sufficienti che lo sostengono, allora questi spazi diventeranno parte integrante delle città. E’ proprio questo lo stadio in cui ci troviamo, credo”.
Partendo da questo, per André e Katrin, una parte chiave del rendere mainstream l’agricoltura urbana è attraverso la buona ricerca. Fanno parte del progetto di ricerca chiamato Trasformazioni Urbane dalla Pratica alle Politiche. In termini di ricerca, André punta sul lavoro di Debra Solomon in Olanda, chiamato ‘Urbaniahoeve’. Là hanno introdotto paesaggi alimentari in diverse città. Il punto centrale del loro lavoro, nel lasso di tempo che porta ad una conferenza nel settembre 2015, sarà sviluppare strumenti per far leva sul cambiamento delle politiche riguardo all’agricoltura urbana.

Ultimi pensieri

Architettura Urbana Seconda natura è proprio straordinario. Se dobbiamo proprio costruire ambienti che sono ‘chiusi’ all’interno del futuro radicalmente a basso tenore di carbonio, dobbiamo creare, non possiamo davvero permetterci di costruire qualsiasi nuovo sviluppo che non includa l’agricoltura urbana. Dev’essere ovunque e chiaramente in questo momento non sta avvenendo abbastanza rapidamente.Viljoen e Bohn affrontano questo aspetto da diverse angolazioni e c’è qualcosa in questo che ispira le persone che rientrano in una gamma, da un lato, di chi si chiede come coltivare cibo nella città in cui vive a, dall’altro lato, dei pianificatori e progettisti che vogliono intraprendere progetti di scala ambiziosi. Difficile raccomandarglielo abbastanza.

Chi sono?

AndreSono André Viloen e sono un architetto. Attualmente lavoro all’Università di Brighton dove con Katrin Bohn abbiamo insegnato in un programma per studenti del Master e prima fare questo ero molto impegnato nella ricerca di un’architettura di edifici a basso uso di energia e come renderli passivi. E’ così che siamo arrivati ad interessarci all’agricoltura urbana”.
Katrin BohnSono Katrin Bohn, anch’io insegno all’Università di Brighton, ma ho anche una cattedra come esterna all’Università Tecnica a Berlino e in entrambi i casi cerco di lavorare il tema del cibo e la città. Con André condivido anche il lavoro alla Bohn and Viljoen Architects, che ora piuttosto ridotto, facciamo più che altro consulenza, installazione, studio di fattibilità. Di nuovo, siccome quel tema dei paesaggi produttivi è diventato così importante per noi, è ciò che facciamo prevalentemente. E ci piace”.

Perché ‘Agricoltura Urbana Seconda Natura’?

(Dal libro): “Il termine ‘seconda natura’ ha un doppio significato: da un lato descrive le abitudini ed i costumi integrati e normalizzati che hanno luogo senza un pensiero, dall’altro lato si riferisce allo spazio coltivato fatto dall’uomo che ci circonda in modo analogo alla (prima) natura”.

lunedì 27 ottobre 2014

Pacchetto clima – energia 2030: accordo raggiunto poco ambizioso e fallimentare

http://www.greenenergyjournal.it/index.php/42-notizie-green/2026-pacchetto-clima-energia-2030-accordo-raggiunto-poco-ambizioso-e-fallimentare#.VE41QPmG-ay

Il Consiglio europeo ha definito gli obiettivi della nuova politica energetica comunitaria: 27% sulle rinnovabili, 27% sull'efficienza energetica e -40% sulla CO2. Unico obiettivo vincolante sul piano nazionale è quello sulla CO2, invece i target su rinnovabili ed efficienza sono validi solamente sul piano comunitario, fattore che li rende ancora meno influenti. L'accordo, sul quale l'ANEV (Associazione Nazionale Energia dal Vento)aveva lanciato a febbraio la campagna 'TARGET EUROPEO 2030 - SOSTENIAMO L’EOLICO IN EUROPA!', chiedendo più coraggio rispetto ai target proposti dalla Commissione europea, è stato raggiunto venerdì scorso a tarda notte esta collezionando malumori un po' ovunque, dal Coordinamento Free (Coordinamento Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica), che lo ha definito un accordo pessimo, perfino inferiore alle più pessimistiche previsioni, ad Aicarr (Associazione italiana condizionamento dell'aria riscaldamento e refrigerazione), che dichiara: “ostacola il nuovo modello energetico, in un quadro normativo confuso e contraddittorio come quello italiano, di fatto ostacolano e rallentano la transizione verso un nuovo modello energetico”.
Purtroppo però, le istanze dell’ANEV e della maggior parte del mondo rinnovabili avanzate a gran voce, non sono state ascoltate e sono stati mantenuti il target del 27% per le rinnovabili, ma vincolante solo a livello comunitario e non per i singoli Stati membri e il taglio delle emissioni al 40%. “La presidenza italiana al semestre europeo non è stata in grado di determinare un cambio di passo rispetto alla proposta di sostegno alle rinnovabili, poco incisiva, delle istituzioni europee, nonostante i benefici economici, occupazionali e ambientali che le rinnovabili e l’eolico in particolare hanno portato al Paese. Nello specifico il settore eolico conta oggi 34 mila occupati in Italia, con un potenziale di crescita pari a oltre 67 mila posti di lavoro al 2020, distribuiti principalmente nelle regioni del Meridione dove il tasso di disoccupazione è più alto e c’è maggiore necessità di creare lavoro. Senza contare il contributo alrilancio dell’economia e dell’industria italiana che il giusto supporto al settore potrebbe dare e all’indipendenza energetica del Paese, sempre sottoposto a crisi geopolitiche come quella Ucraina”, scrive l'ANEV, spiegando che in assenza di target obbligatori a livello nazionaletutto questo sarà compromesso e si metterà a rischio l'intero comparto industriale, già falcidiato dal fallimentare sistema delle aste e dei registri e da delibere penalizzanti come quelle sugli sbilanciamenti, su cui l'ANEV ha già espresso le proprie preoccupazioni.
Di queste tematiche e del futuro del settore eolico di parlerà alla Fiera di Rimini, in occasione diEcomondo – KeyWind, il 6 novembre al convegno ANEV 'Il ruolo dell’eolico al 2030' (Sala Diotallevi 1– Hall sud), alla presenza di importanti autorità istituzionali che faranno il punto e daranno aggiornamenti sulle prossime politiche nazionali in materia di rinnovabili.

mercoledì 22 ottobre 2014

Sblocca Italia, dopo Greenpeace no anche da un gruppo di docenti universitari

http://francescopulpito.altervista.org/sblocca-italia-dopo-greenpeace-gruppo-docenti-universitari/

Dopo la protesta di Greenpeace contro il decreto sblocca Italia anche il mondo universitario dice la sua e boccia il progetto di Renzi
Lo scorso 14 ottobre, nelle acque di Licata (Agrigento), l’associazione ambientalista di Greenpeace ha dato vita a unaprotesta contro il decreto sblocca Italia emanato dal governo Renzi. Contestualmente al pacifico arrembaggio della Piattaforma Prezioso Eni Mediterranea Idrocarburi gli attivisti avevano fatto pervenire a Renzi e ai ministri Gian Luca Galletti (Ambiente) e Federica Guidi (Sviluppo Economico) un fax nel quale spiegavano che il progetto presentava diverse lacune riguardanti le valutazioni sull’impatto ambientale definendolo decreto  “sblocca trivelle” e proponendo unaraccolta di firme per far sentire l’opposizione dei cittadini contrari.
Ora anche un gruppo di ricercatori e docenti dell’Università e dei Centri di Ricerca di Bologna, guidato dal chimicoVincenzo Balzani, ha scritto a Renzi una lettera aperta in cui critica severamente la strategia energetica nazionale stabilita dal decreto sblocca Italia.
La lettera, pubblicata sul sito Energia per l’Italia, anche in questo caso è accompagnata da un appello in cui tutti sono chiamati ad esprimersi su “Una Strategia energetica integrata basata su sobrietà, efficienza energetica e sviluppo delle energie rinnovabili”
I sottoscrittori della lettera recapitata a Renzi fanno notare che il problema dell’energia deve essere considerato sotto almeno cinque prospettive diverse : scientificosocialeeconomicoambientale e culturale, sottolineando che le risorse dei combustibili fossili sono quasi all’esaurimento e che le attuali condizioni climatiche sono state già abbastanza compromesse dall’uso che se n’è fatto fino ad ora e che, al contrario, proprio puntando l’attenzione sulle energie rinnovabili e sulle tecnologie ad esse connesse l’Italia potrebbe trarre notevoli vantaggi sia in termini economi che in termini occupazionali senza intaccare uno degli aspetti più delicati del nostro patrimonio: l’ambiente e di conseguenza il turismo.
Una curiosità: la pagina di Greenpeace dove si può firmare la petizione per fermare le trivelle si intitola con l’hashtag #NonFossilizziamoci: due frecciatine a Renzi, la prima sta proprio nell’hashtag (tanto caro al nostro “rapidissimo” premier; la seconda è il “NonFossilizziamoci” con evidente ironia al “rottamatore” per eccellenza

mercoledì 15 ottobre 2014

WHERE TO GO

http://www.eugeniobenetazzo.com/living-abroad/
Da mesi è ormai la domanda che mi viene posta in continuazione, sia dal vivo che via web. Dove andare, in quale Paese trasferire la propria famiglia, il proprio patrimonio e la propria attività professionale o imprenditoriale, lasciandosi alle spalle una decadente e svilente Italia. Ne ho parlato diffusamente all’internodell’ultimo libro, dando indicazioni soprattutto ai giovani ragazzi che si apprestano a finire il loro percorso di formazione, proviamo pertanto a fare un outlook su questo tema. Tanto per iniziare, quello che ho notato da inizio anno èl’intensificarsi di questo fenomeno, vale a dire che mentre due anni fa la preoccupazione principale di lettori e followers si poteva riassumere nella difesa e protezione dei propri risparmi o della propria azienda, ora si sta assistendo ad una mutazione o evoluzione di questi bisogni. Non si tratta più di difendere la ricchezza finanziaria, quanto piuttosto il proprio stile di vita ed il tenore di benessere e sicurezza della propria famiglia. Molti se ne vogliono andare non solo per le vicende politiche e l’oppressione fiscale che stanno caratterizzando il Paese ormai da oltre due anni, ma anche perchè nauseati dall’invasione diversamente bianca che stanno vivendo sulla loro pelle.
Mi scrivono da tutta Italia, sottolineando come non ne possono più, piccoli paesi di provincia un tempo oasi di stabilità e serenità sociale che in poco tempo hanno visto esplodere fenomeni e casi di microcriminalità, regolarmente impunita. Interi quartieri delle città metropolitane trasformati in retrovie di guerra in cui vige il coprifuoco appena calato il sole. Chi aveva investito nel mattone, al di là della crisi immobiliare, non può vendere, nemmeno svendendo, semplicemente perchè nessuno vuole andare a vivere in un quello che una volta era una zona residenziale che oggi assomiglia più alla Nigeria o al Pakistan. Di quello che un tempo si faceva chiamare Bel Paese, rimane poco o quasi niente. Sul fronte interno della governance nazionale, si percepisce come in nessun modo il prossimo anno sarà migliore o almeno stazionario. Pertanto chi non ha legami affettivi o patrimoniali troppo radicati con il territorio prende e se ne va via. Inutile aspettare l’arrivo di un altro pifferaio magico. Prendi i soldi e scappa, fino a che ci sono ancora e te li lasciano portare via: questo infatti rappresenta un rischio oggettivo nei prossimi semestri ovvero il divieto di espatrio dei capitali (cosa che si dovrebbe aver implementato ancora anni or sono).
Dove andare allora, quali sono i Paesi in cui rifugiarsi. La risposta a questa domanda diretta è “dipende”. Dipende da cosa sapete o potete fare, che tipo di vita volete trascorrere, su quanta disponibilità di risorse finanziarie potete contare, quante volte dovrete ritornare in Italia nell’arco di un anno (visite familiari, incombenze amministrative o rapporti di lavoro pregresso) e soprattutto se volete stare fuori o dentro l’Unione Europea. Su questo fronte infatti ricordate che il Vecchio Continente per quanto sia constantemente denigrato dalla stampa di settore vi consente di avere la migliore copertura ed assistenza sanitaria del mondo a costo zero (o almeno inclusa nella fiscalità diffusa). Nel momento in cui abbandonate l’Unione Europea, vi renderete conto che cosa significa avere sicurezza e serenità almeno sul versante sanitario. Infatti per garantire protezione ed assistenza sanitaria alla vostra famiglia dovete mettere in conto di spendere migliaia di dollari per ciascun componente del nucleo familiare. In molti casi il denaro non basta in quanto il top level delle cure che vi possono essere erogate è spesso pessimo o notevolmente mediocre, nonostante siate disposti a spendere qualsiasi cifra.
Se dovete scegliere un Paese diverso dall’Italia non pensate di abbandonare un inferno per trovare magicamente un paradiso. Ovunque ci sarà sempre qualcosa che sarà difficile da metabolizzare, a cominciare dal regime alimentare, il quale può impattare con il tempo anche sul vostro stato di salute. Personalmente vi consiglio di andare in Paesi in cui sono presenti ampie comunità di italiani, questo sia per potevi inserire più facilmente ed anche per poter contare su una rete di relazioni che vi possono dare genuinamente aiuto in caso di bisogno. La lista dei Paesi su cui lanciare la freccetta è veramente ampia, si va dal Marocco all’Austria, dal Costa Rica alla Bulgaria, dall’Australia alla Spagna. Ci sono oltre quattro milioni di italiani residenti all’estero, una gran parte di loro rappresenta il meglio che l’Italia ha sfornato ed esportato in questi ultimi decenni. Sono anche i primi che sarebbero disposti a ritornare se l’assetto di governance, la pressione ed oppresione fiscale, la burocrazia, la classe politica, la corruzione, l’ingerenza della criminalità e tanto altro ancora cambiassero radicalmente o meglio scomparissero per sempre. A questo puntochiedetevi se ha senso credere in questo improbabile cambiamento oppure nell’incertezza meglio prendere ed andarsene per provare a migliorare il resto della propria vita.

venerdì 10 ottobre 2014

Vai in bicicletta? Respiri meno smog

http://www.ilcambiamento.it/mal_di_citta/bicicletta_inquinamento.html

a ricerca del King's College di Londra dimostra che i ciclisti sono meno esposti all'inquinamento atmosferico delle nostre città rispetto agli automobilisti.

Il trasporto è la principale causa dell'inquinamento dell'aria delle nostre città e, a seconda del mezzo che scegliamo, possiamo contribuire o meno a rendere migliore l'aria. Poco tempo fa avevamo pubblicato una ricerca delle Nazioni Uniteche svelava che l’utilizzo della bicicletta avrebbe portato alla creazione di 76.000 nuovi posti di lavoro e salvato la vita ad almeno 10.000 persone. Oggi pubblichiamo invece unesperimento fatto dal King's College di Londra, in collaborazione con la Healthy Air Campaign e il Camden Council, che ha dimostrato che la "due ruote" è il mezzo di trasporto più salutare per l'uomo, non solo per l'attività fisica svolta ma anche perchè i ciclisti sono paradossalmente i meno esposti ai livelli di concentrazione degli agenti inquinanti nelle nostre città.
Il test è stato effettuato su un campione di sei persone. Quattro di queste hanno percorso lo stesso tragitto alle stesse condizioni di traffico, ma con mezzi di trasporto diversi: a piedi,in biciclettain autobus e in macchina. Gli altri due invece, a piedi e in bicicletta, hanno percorso strade alternative più tranquille e meno trafficate. Ognuno di questi sei volontari, come si vede nel video alla fine dell'articolo, ha monitorato la loro esposizione all'inquinamento atmosferico del proprio percorso attraverso un particolare strumento, creato ad hoc, che ha registrato i livelli di balck carbon a cui sono stati esposti.
I risultati sono stati sorprendenti.
I più alti livelli di inquinamento atmosferico sono stati registrati dalla persona in macchina, seguita dalla persona in autobus. In particolare, l'automobilista è stato esposto a più del doppio della quantità di inquinamento rispetto al pedone, e quasi otto volte in più rispetto al ciclista. Le motivazioni sono molto semplici: l'automobilista ha viaggiato all'interno di una coda di traffico che ha prodotto un flusso di inquinamento dell'aria dai veicoli che lo precedevano. Gli agenti inquinanti sono penetrati nell'abitacolo attraverso i sistemi di ventilazione e sono rimasti intrappolati all'interno, con conseguente elevata concentrazione di livelli. Per quanto riguarda invece il pedone e il ciclista, hanno subìto una minore esposizione, il primo perchè ha camminato ai lati delle fonti di inquinamento, il secondo perchè, grazie alla bicicletta, ha evitato la coda, entrambi perchè l'aria intorno a loro era in grado di circolare liberamente.
Ovviamente il minor inquinamento lo hanno fatto registrare i due volontari (pedone e ciclista) che hanno percorso strade più tranquille e meno trafficate, riducendo i livelli addirittura di un terzo per il pedone e di un 30% per il ciclista. Riassumendo, chi va in auto è maggiormente esposto agli inquinanti del 250% rispetto a chi utilizza l'autobus, del 350% rispetto a chi si muove a piedi e di oltre il 600% rispetto a chi utilizza la bicicletta. Morale della favola è che sempre più persone a piedi e in bicicletta non solo riducono l'inquinamento dell'aria, ma sono esposti loro stessi a minori percentuali di sostanze nocive.

lunedì 6 ottobre 2014

Altro che superprotetti. Flessibilità del lavoro, dualismo e occupazione in Italia

http://keynesblog.com/2014/10/02/altro-che-superprotetti-flessibilita-del-lavoro-dualismo-e-occupazione-in-italia/#more-5781
L’Italia non è un paese di lavoratori ipergarantiti. Al contrario, è quello che ha maggiormente liberalizzato il mercato del lavoro. Ma l’analisi dei dati OCSE chiarisce inequivocabilmente che le politiche di flessibilità non hanno avuto alcun successo negli ultimi 25 anni nel ridurre la disoccupazione in Italia e nell’Eurozona. 
di Riccardo Realfonzo da Economia e Politica
1. Ridurre le tutele non aumenta l’occupazione
Il governo intende procedere con il Jobs Act introducendo il contratto unico a tutele crescenti: una nuova tipologia contrattuale che potrebbe semplificare la normativa sul lavoro se si accompagnasse alla cancellazione della selva di contratti a termine e a una revisione degli ammortizzatori sociali. La questione più controversa è se questa nuova riforma debba o meno portare a una riduzione della precarietà del lavoro e, in particolare, se si debbano confermare – una volta che il lavoratore abbia maturato il massimo delle tutele – i livelli di protezione garantiti oggi dal contratto a tempo indeterminato, incluso il principio del reintegro dei lavoratori licenziati senza giusta causa prescritto dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Esponenti del governo e alcuni studiosi ritengono che l’obbligo di reintegro generi una sorta di superprotezione dei lavoratori a tempo indeterminato, responsabile di accentuare il dualismo del mercato del lavoro italiano, cioè la compresenza di lavoratori superprotetti e lavoratori precari (non protetti), e sia quindi dannoso per gli investimenti e per l’occupazione.
Ma questa tesi suscita forti opposizioni. Proviamo allora a valutare dati alla mano la qualità delle analisi e delle proposte del governo. A questo scopo, facciamo ricorso al famoso database messo a disposizione dall’OCSE per calcolare l’Employment Protection Legislation Index (EPL), che misura il grado di protezione generale dell’occupazioneprevisto dall’assetto normativo-istituzionale di ciascun Paese. Il database permette di stimare separatamente anche il grado di protezione dei contratti di lavoro “regolari” (a tempo indeterminato) e di quelli a termine. La protezione del lavoro a tempo indeterminatoè misura dall’indice l’EPRC e scaturisce dall’analisi di quattro set di indicatori relativi ai vincoli procedurali e temporali, al livello degli indennizzi, alle difficoltà di licenziare e alla disciplina del reintegro, alla disciplina dei licenziamenti collettivi. La protezione del lavoro a termine è invece misurata dall’indicatore EPT, che considera il grado di protezione dei lavoratori con contratti a termine e la disciplina che concerne le agenzie interinali. Il principio è che tanto più la legislazione accentua la flessibilità del mercato del lavoro – eliminando protezioni, vincoli e costi per le imprese, intervenendo sulla disciplina dei contratti a tempo indeterminato e a termine – tanto minore risultano i due indicatori EPRC e/o EPT e così anche l’indicatore generale EPL.
L’analisi del grado di flessibilità del mercato del lavoro condotta sulla base dei dati OCSE permette di evidenziare che – con eccezione della Francia, dell’Austria e dell’Irlanda – tutti i paesi dell’Eurozona negli ultimi 25 anni hanno ridotto sensibilmente la protezione del lavoro, rendendo molto più flessibili i loro mercati[1]. L’Italia è tra i paesi che si sono impegnati a fondo nel ridurre la protezione dell’occupazione, riducendo le tutele di oltre il 40%, dal valore 3,82 del 1990 al 2,26 del 2013. Si tratta di un valore appena superiore a quelli registrati da Olanda, Finlandia, Germania, Belgio e Grecia (per non parlare di Irlanda e Austria, che hanno mercati fortemente deregolamentati), ma inferiore a quelli di Spagna, Portogallo e Francia. Occorre anche sottolineare che questi dati sono fermi alla fine del 2013 e quindi non considerano gli effetti del decreto Poletti, il quale comporta una ulteriore riduzione dell’EPL che sarà registrata dall’OCSE il prossimo anno. Risulta quindi evidente che il grado generale di flessibilità del mercato del lavoro in Italia è ormai in linea con la media dell’eurozona.
L’analisi dei dati OCSE ha anche permesso di chiarire inequivocabilmente che le politiche di flessibilità del lavoro non hanno avuto alcun successo negli ultimi 25 anni nel ridurre la disoccupazione in Italia e nell’Eurozona. Sono particolarmente famose a riguardo le conclusioni cui è giunta la stessa OCSE nel negare l’esistenza di una correlazione tra flessibilità e occupazione[2]. Altrettanto famose sono le conclusioni del capo economista del FMI – l’influente Olivier Blanchard – che in uno studio del 2006, sostenne che “le differenze nei regimi di protezione dell’impiego appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari Paesi”[3]. Addirittura, in uno studio recente[4], io stesso ho evidenziato come operando una correlazione con metodologie tradizionali tra la variazione della protezione del lavoro e il tasso di disoccupazione per il periodo 1990-2013 emerga un segno negativo: al ridursi della protezione del lavoro il tasso di disoccupazione tendenzialmente è incrementato. È dunque molto imbarazzante che nel dibattito di politica economica italiana ci sia chi ancora si appella all’idea secondo cui la flessibilità del lavoro favorisca la crescita dell’occupazione.
2. I lavoratori italiani a tempo indeterminato sono superprotetti?
Come ho già osservato, la tesi che sta dietro la proposta di un contratto a tutele crescenti che escluda l’articolo 18 – con la disciplina del reintegro – è che una eccessiva protezione dei lavoratori approfondirebbe il dualismo tra lavoratori protetti e non protetti e disincentiverebbe gli investimenti italiani e stranieri. Avendo già escluso un problema di scarsa flessibilità complessiva del mercato del lavoro italiano, verifichiamo allora se vi sia oggi in Italia, in vigenza della normativa sul reintegro, una eccessiva protezione dei lavoratori a tempo indeterminato. Per procedere al riparo da suggestioni ideologiche e faziosità, utilizziamo ancora il database Ocse, facendo ricorso all’indice che esprime il grado di protezione dei lavoratori con contratti a tempo indeterminato (EPRC).
Ecco il grado di protezione dei lavoratori dell’Eurozona al 2013:
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Come si osserva, la protezione del lavoro a tempo indeterminato in Italia risulta sostanzialmente in linea con la media dell’Eurozona. Soprattutto, la protezione dei lavoratori italiani risulta essere inferiore a quella che si registra nei principali paesi con cui a senso effettuare il confronto: la Germania e la Francia. In Italia, infatti, il grado di protezione è stimato pari a 2,79 mentre il valore francese è 2,82 e quello tedesco addirittura 2,98. Non è quindi fondato, alla luce del confronto internazionale, affermare che i lavoratori italiani con contratti a tempo indeterminato sarebbero superprotetti.
Approfondendo l’analisi ai fattori che determinano la protezione del lavoro a tempo indeterminato – quindi il valore dell’indicatore EPRC – con riferimento all’Italia, alla Francia e alla Germania, si trovano i seguenti dati[5]:
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Al di là delle altre differenze che emergono all’analisi della tabella, si desume che le difficoltà di licenziare in Italia risultano maggiori rispetto a quelle che si registrano in Germania ma minori rispetto a quelle francesi. Al tempo stesso, è molto significativo sottolineare che per quanto riguarda la specifica disciplina del reintegro – e dunque la questione connessa al famoso articolo 18 – la protezione del lavoro in Italia è stimata inferiore alla Germania (l’indice ha un valore 2 in Italia e 3 in Germania).
Allargando il confronto agli altri paesi dell’eurozona, si osserva che lo specifico indicatore relativo alla protezione del lavoro mediante la disciplina del reintegro risulta in linea con Danimarca, Irlanda, Olanda, la PoloniaSi osserva una protezione inferiore rispetto non solo alla Germania, ma anche alla Grecia, alla Norvegia e al Portogallo, mentre risulta maggiore rispetto alla Francia, alla Spagna, al Belgio e alla Svezia.
Questi dati non devono stupire, anche perché colgono l’evoluzione della normativa italianae il pesante depotenziamento del principio del reintegro nel nostro Paese, cui abbiamo recentemente assistito. Il riferimento è naturalmente alla cosiddetta “riforma Fornero” del 2012. Il database OCSE registra infatti che, a seguito di quella riforma, l’indicatore del grado di protezione relativo al reintegro è passato dal valore 6 degli anni precedenti (il più alto della scala) al valore 2 del 2013, scendendo al di sotto del dato tedesco.
L’analisi appena condotta consente di affermare che non esiste quindi alcuna superprotezione dei lavoratori italiani a tempo indeterminato nel quadro dei confronti interni all’Eurozona. L’idea che la disciplina attuale dell’articolo 18 faccia dei lavoratori italiani a tempo indeterminato dei privilegiati superprotetti non è altro che una favola e come tale non ha alcun fondamento scientifico.
3. E il mercato del lavoro italiano non è più dualistico della media europea
Abbiamo quindi osservato che il grado generale di flessibilità del mercato del lavoro e anche la protezione dei lavoratori con contratti a tempo indeterminato sono in linea con la media europea. Da ciò si può già intuire che anche l’idea che il mercato del lavoro italiano sia caratterizzato da dualismo superiore alla media europea, frutto della superprotezione di alcuni lavoratori, risulta essere una pura fantasia.
Per apprezzare la correttezza di questa affermazione, utilizziamo ancora gli indicatori di protezione del lavoro a tempo indeterminato e a termine. In particolare, qui è sufficiente considerare semplicemente il rapporto tra l’indicatore di protezione del lavoro a termine (EPT) e l’indicatore del lavoro a tempo indeterminato (EPRC) come un misura del dualismo del mercato del lavoro. Quanto minore è questo rapporto tanto meno risultano protetti i lavoratori a termine rispetto a quelli a tempo indeterminato e tanto maggiore è il dualismo del mercato del lavoro.
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Come si vede, all’interno dell’Eurozona il mercato del lavoro italiano registra un valore medio del rapporto tra protezione dei lavoratori a tempo indeterminato e dei lavoratori a termine. La Germania ha in casa propria un mercato del lavoro esasperatamente dualistico, ben più di quello italiano, con lavoratori a tempo indeterminato più protetti dei nostri e a lavoratori a termine con bassissime tutele. Chi dunque vuole parlare di un mercato del lavoro con apartheid farebbe bene a riferirsi a quello tedesco molto più che al nostro. A riguardo, va sottolineato che le riforme Hartz, spesso citate come esempio da seguire da alcuni “riformatori” italiani, hanno fornito un contributo decisivo alla drammatica divaricazione delle tutele in Germania. Infatti, tra il 2002 e il 2005, gli indicatori tedeschi di protezione del lavoro a termine si dimezzavano, mentre contemporaneamente veniva fatto leggermente crescere, al livello attuale, il grado di protezione del lavoro a tempo indeterminato. Dal punto di vista dell’effetto complessivo sull’abbattimento delle tutele del lavoro, in Italia solo il Pacchetto Treu è stato più incisivo delle riforme Hartz[6].
Il mercato del lavoro italiano è dunque flessibile come la media dei mercati dell’Eurozona, dal momento che le riforme degli ultimi quindici anni si sono occupate di ridurre drasticamente la protezione del lavoro. Nel nostro mercato non vi è traccia di lavoratori superprotetti e vi è molto meno dualismo tra protetti e precari di quanto non accada in Germania e in numerosi altri paesi europei. Tutto ciò, naturalmente, non significa che una riforma che introduca un contratto a tutele crescenti, cancellando la moltitudine di contratti super-precari e garantendo progressivamente le tutele previste oggi per i lavoratori a tempo indeterminato, non possa utilmente ridurre le differenze ingiuste e gli steccati che separano i lavoratori italiani.