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sabato 23 aprile 2016

Il futuro dell’energia (pulita) in 5 punti

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Cinque punti per il sistema del futuro dove ogni azienda, ogni quartiere, ogni abitazione, diventano produttori e consumatori di energia elettrica (cedendo il surplus ad altri). Tutto grazie alla rete.
La maggior parte dell’energia che usiamo per riscaldare le nostre case ed utilizzare i nostri elettrodomestici, alimentare le nostre imprese, guidare i nostri veicoli, e gestire ogni parte dell’economia globale sarà generato a costo zero nei prossimi decenni. Questo già avviene per diversi milioni di pionieri nell’UE che hanno trasformato le loro case e le loro imprese in micro impianti energetici distribuiti per produrre da sè energia rinnovabile.
Jeremy Rifkin

Il futuro dell’energia è rinnovabile

La vertiginosa accelerazione dell’installazione delle energie rinnovabili è dovuta, in gran parte, al crollo verticale del costo di tali tecnologie. I costi fissi di produzione dell’energia solare ed eolica sono precipitati secondo curve esponenziali per più di 20 anni, non diversamente dai prodotti informatici. Nel 1977, il costo di generazione di un singolo watt di energia solare era di 76 dollari. Nel 2015, il costo è crollato a 0,36. Dopo che i costi fissi per l’installazione di impianti solari ed eolici sono stati coperti (cosa che avviene in un periodo variabile da appena 2 a 8 anni) il costo marginale dell’energia generata è ormai risibile. A differenza dei combustibili fossili e dell’uranio per l’energia nucleare, che sono merci costose quotate sui percati internazionali, il sole che batte sui tetti e il vento che accarezza gli edifici sono gratuiti. In alcune regioni d’Europa e d’America, l’energia solare ed eolica ha già raggiunto colsti eguali o inferiori a quelli dell’energia da combustibili fossili o nucleare.
L’impatto sulla società dell’energia solare ed eolica a costo marginale quasi zero è tanto più evidente se si considera l’enorme potenziale di queste fonti di energia. Il sole irradia 470 exa-joules di energia sulla Terra ogni 88 minuti, pari alla quantità di energia che gli esseri umani usano in un anno. Se potessimo sfruttare lo 0,1 per cento dell’energia solare che raggiunge la Terra, avremmo una quantità di energia sei volte superiore a tutta l’energia oggi utilizzata nell’economia globale. Come la radiazione solare, il vento è onnipresente e soffia ovunque nel mondo, anche se la sua forza e la frequenza variano. Uno studio della Stanford University sulla capacità eolica mondiale ha concluso che se riuscissimo a sfruttare il 20 per cento della forza del vento disponibile, potremmo generare sette volte più elettricità di quella attualmente consumata dall’intera economia globale. L’Internet delle cose consentirà alle imprese e ai prosumer di monitorare il loro consumo di energia elettrica negli edifici, ottimizzare l’efficienza energetica, e condividere le eccedenze di elettricità verde prodotta localmente su scala nazionale e internazionale.
green-economy-ECF

I cinque punti per l’internet dell’energia

L’Internet dell’Energia si basa su cinque pilastri fondamentali, i quali devono essere introdotti simultaneamente se si desidera che il sistema operi in modo efficiente.
1) In primo luogo, l’introduzione di tariffe vantaggiose e altri incentivi, per incoraggiare i pionieri a trasformare edifici e siti di loro proprietà in impianti di micro generazione distribuita di energia. Le tariffe incentivanti garantiscono un reddito superiore al valore di mercato per l’energia rinnovabile generata localmente e immessa in rete.
2) In secondo luogo, la ristrutturazione secondo criteri di efficienza energetica degli edifici e di tutte le altre infrastrutture e l’installazione di impianti di energia rinnovabile (solare, eolica, etc) per generare energia per il consumo immediato o per l’immissione nella rete elettrica con relativa compensazione.
3) In terzo luogo, l’installazione di tecnologie di accumulo energetico, come l’idrogeno, le celle a combustibile, le batterie, il ripompaggio idrico etc, sia negli impianti locali di produzione che lungo le reti elettriche in modo tale da dare continuità ai flussi di elettricità verde intermittente e stabilizzarne picchi.
4) In quarto luogo, l’installazione di contatori avanzati in ogni edificio, e l’introduzione di altre tecnologie digitali per trasformare la rete elettrica dalla connessione servo-meccanica a quella digitale capace di gestire una molteplicità di piccoli impianti di energia rinnovabile generata localmente in modo distribuito.
5) In quinto luogo, bisogna prevedere l’allestimento nei parcheggi di stazioni di ricarica per veicoli elettrici e a idrogeno alimentate dall’internet dell’energia rinnovabile che possano non solo acquistare ma anche erogare elettricità alla rete elettrica.
La progressiva introduzione e integrazione dei suddetti cinque pilastri trasforma la rete elettrica da sistema centralizzato e alimentato da fonti fossili e nucleare, a un sistema distribuito alimentato dalle energie rinnovabili. In questo nuovo sistema, ogni azienda, ogni quartiere, ogni abitazione, diventano produttori e consumatori di energia elettrica, condividendo il loro surplus con tutti gli altri sull’Internet dell’energia in una rete intelligente che sta cominciando ad estendersi attraverso nazioni e continenti.
Stati-Generali-della-Green-Economy

La democratizzazione dell’energia

È un fenomeno che sta costringendo le società elettriche a ripensare le loro pratiche commerciali. Un decennio fa, quasi tutta l’elettricità tedesca era prodotta da quattro gigantesche aziende elettriche a integrazione verticale, (E.ONRWE,EnBW e Vattenfall). Oggi, queste aziende non sono più gli arbitri esclusivi della produzione di energia. Negli ultimi anni, I cittadini in campagna come in città, e le piccole e medie imprese (PMI), hanno creato cooperative elettriche in tutta la Germania. Praticamente tutte le cooperative elettriche sono riuscite e garantirsi i finanziamenti tramite prestiti a basso tasso d’interesse da parte delle banche per l’installazione di impianti per la produzione di energia solare, eolica e altre energie rinnovabili prodotte localmente. Le banche sono state più che felici di fornire i prestiti, con la garanzia che essi sarebbero stati rimborsati grazie al sovrapprezzo che le cooperative ricevono tramite il conto energia che permette loro di vendere elettricità verde alla rete elettrica.
Oggi, la maggioranza dell’elettricità verde che alimenta la Germania viene generato da piccoli produttori associati in cooperative elettriche. Le quattro grandi società elettriche del paese producono meno del 7 per cento dell’elettricità verde che sta portando la Germania nella Terza Rivoluzione Industriale.
Mentre queste compagnie elettriche tradizionali integrate verticalmente si sono dimostrate molto efficaci nella generazione di energia elettrica a buon mercato dai combustibili fossili tradizionali e da nucleare, non sono state in grado di competere efficacemente con le cooperative elettriche locali le cui attività hanno saputo creare economie di scale in modo “laterale” anziché centralizzato e si sono dunque rivelate più adatte a gestire l’energia prodotta da migliaia di piccoli produttori in ampie reti collaborative.
Peter Terium, Presidente della società energetica tedesca RWE, riconosce la massiccia transizione in atto in Germania dall’energia centralizzata all’energia distribuita e dice che le grandi aziende elettriche e energetiche
Devono adeguarsi al fatto che, a lungo termine, i guadagni nella produzione di elettricità convenzionale saranno notevolmente inferiori a quanto abbiamo visto negli ultimi anni
Un numero sempre maggiore di aziende energetiche sono alle prese con la nuova realtà in cui la produzione dell’energia si sta democratizzando. Si stanno cioè vedendo costrette a cambiare il loro modello commerciale per accogliere la nuova Internet dell’Energia. In futuro, il loro reddito sarà sempre più dipendente dalla gestione del consumo di energia per i loro clienti. Le società elettriche mireranno a accumulare grandi quantità di dati attraverso tutte le filiere a alto valore aggiunto dei loro clienti e utilizzeranno sistemi analitici per creare algoritmi e applicazioni intese a aumentare la loro efficienza energetica aggregata e ridurre i loro costi. I loro clienti, a loro volta, condivideranno i risparmi di spesa ottenuti attraverso la maggiore efficienza e produttività con le società elettriche tramite quelli che vengono chiamati “Performance Contracts” (= Contratti a prestazione).
In altre parole, le società elettriche trarranno beneficio dalla gestione virtuosa del consumo di energia, e dunque dal fatto di vendere meno anziché più elettricità, al contrario di quanto accade oggi.

mercoledì 20 aprile 2016

TAV, LA CITTÀ DI GRENOBLE RITIRA I FINANZIAMENTI

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Il sindaco di Grenoble, l’ecologista Eric Piolle ©Thierry CHENU/Ville de Grenoble

La città di Grenoble, in Francia, dice no alla Tav Torino-Lione. Il sindaco della città transalpina, l’ecologista Eric Piolle ha tenuto nella serata di ieri un consiglio comunale al termine del quale il municipio ha formalmente ritirato il proprio appoggio al progetto, che era stato invece garantito dall’amministrazione precedente, guidata dai socialisti. Piolle spiegato che in questo modo la città, liberandosi da un impegno inutile, potrà orientare il suo bilancio verso soluzioni meno costose e maggiormente efficienti per i residenti.
Assieme allo Stato francese e alla Rete ferroviaria, anche 13 amministrazioni locali si erano impegnate a finanziare il progetto, per circa 1 miliardo di euro. Grenoble è il primo comune a ritirarsi ufficialmente: «La Tav non rappresenta un reale miglioramento per la popolazione», ha aggiunto il sindaco. Mentre Pierre Meriaux, consigliere municipale delegato alla Montagna e al Turismo ha sottolineato: «Nel 2002 il progetto della Torino Lione era considerato ancora prioritario per il trasporto delle merci. Oggi non è più così. Ma soprattutto, abbiamo assistito ad una deriva preoccupante dei costi: nel 2002 l’impegno complessivo del municipio, della Métropole e del dipartimento dell’Isère era stato fissato a 53,4 milioni di euro. Nel 2007 si è rivisto il montante a 129,72 milioni. Ad oggi siamo nell’ordine dei 330 milioni».

Gli oppositori al progetto Torino-Lione hanno fatto sapere attraverso un comunicato di aver «accolto con entusiasmo questa decisione di buon senso da parte del consiglio comunale che si oppone ad una spesa faraonica e reindirizza i budget per lo sviluppo di mezzi pubblici utili per lo spostamento quotidiano della popolazione. Abbiamo presentato da tempo soluzioni affinché le merci viaggino sui treni e non sulla strada: sottolineiamo in particolare la necessità di raddoppiare la linea ferroviaria tra Aix-les-Bains e Annecy, tra Saint-Etienne e Clermont-Ferrand, tra Saint-Etienne e Le Puy-en-Velay, tra Grenoble e Valence, e tra Saint-André-le-Gaz e Chambéry. Questi sono gli investimenti che rispondono alle reali esigenze degli abitanti della Regione Rodano-Alpi Alvernia che miglioreranno non solo il trasporto quotidiano ma anche i tempi di percorrenza tra Torino e Lione».


giovedì 14 aprile 2016

Sporco petrolio, il dossier. E domenica un sì per fermare le trivelle

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La lunga scia della corruzione, dell'inquinamento e del malaffare: Legambiente ha presentato il dossier sui numeri e le storie dell'altra faccia del petrolio, l'oro nero. E domenica 17 aprile si vota sulle trivelle: votare sì al referendum significa fermarle.

Il settore delle estrazioni di petrolio e gas è in assoluto tra i più a rischio corruzione, con un tasso del 25% di corruzione percepita (dato Trasparency). Petrolio, gas e risorse minerarie costituiscono tuttora i settori a maggior rischio corruzione del mondo (dati Ong Global Witness). In un campione di 427 casi di corruzione registrati tra il 1999 e la fine del 2014, quelli riguardanti i settori citati rappresenterebbero da soli il 19% del totale. L’alta propensione alla corruzione nel settore delle estrazioni di gas e idrocarburi è, infatti, dovuta principalmente alla sproporzione tra la forza contrattuale ed economica messa in campo dagli operatori economici titolari e/o gestori degli impianti e la debolezza politica ed economica dei territori dove questi impianti insistono concretamente. Meccanismo perverso che alimenta disuguaglianze e ingiustizie sociali con enormi danni a carico dell’ambiente.
In Italia, prendendo in esame i principali scandali degli ultimi due anni e mezzo, sono state almeno 97 le persone indagate (e in alcuni casi già condannate) per reati ambientali e sanitari e 92 quelle sotto indagine per reati legati a corruzione, truffa e frode fiscale, per un totale di 189 persone, tra cui molti alti dirigenti e funzionari.
Sporco petrolio (scarica qui il dossier), il dossier di Legambiente,  racconta l’altra faccia dell’oro nero. Alcune storie emblematiche tra illegalità, corruzione e inquinamento ambientale. Dal più recente caso del Centro Oli di Viggiano e dei casi collegati di Tempa Rossa (Pz) e Augusta (Sr), alla vicenda relativa alla piattaforma Vega A al largo delle coste di Pozzallo (Rg), fino alla storia della Raffineria di Gela; dall’inchiesta sulla raffineria di Cremona a quella di Livorno, senza tralasciare indagini e sentenze su siti meno noti ma ugualmente coinvolti dall’illegalità che spesso caratterizza la filiera del petrolio.
«Andare a votare il 17 aprile significa dare un segnale chiaro e inequivocabile sulla politica energetica che vogliamo – ha dichiarato la presidente nazionale di Legambiente Rossella Muroni commentando il dossier - Partecipare al referendum non significa solo voler porre un limite alla durata delle concessioni di ricerca ed estrazione di petrolio e gas entro le 12 miglia: vuol dire indicare quale futuro desideriamo per i cittadini e i territori di questo Paese; vuol dire spingere verso un futuro pulito, libero dalle pastoie dell’illegalità, dei rischi e dell’inquinamento che caratterizzano la filiera del petrolio. Per questo invitiamo tutti i cittadini ad andare a votare e a votare Sì. Affinché il nostro Paese prenda con decisione la strada che ci porterà fuori delle vecchie fonti fossili, innovi il nostro sistema produttivo, combatta con coerenza l’inquinamento e la febbre del Pianeta, rispettando gli impegni che il Governo ha preso alla COP21 di Parigi a fine 2015».
Domenica 17 aprile si vota per il referendum: un sì per fermare le trivelle!
I seggi saranno aperti dalle 7 alle 23. Ecco il testo del quesito:
«Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?».

martedì 5 aprile 2016

Il TTIP può danneggiare gravemente la salute pubblica...e non solo

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Il TTIP, trattato USA-UE su commercio e investimenti, oggetto di negoziati a lungo tenuti segreti, getta molte ombre su temi rilevanti per la salute dei cittadini. Un articolo pubblicato su Epidemiologia&Prevenzione analizza ciò che può mettere a rischio non solo la qualità dei cibi, ma anche l’accesso alle cure sanitarie, le politiche di contrasto ai cambiamenti climatici, la sovranità dei singoli Stati europei. Una minaccia non solo per la salute degli individui, dunque, ma anche per la stessa democrazia in Europa.

Il potenziale impatto del partenariato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP) sulla salute pubblica è il titolo dall’articolo pubblicato daEpidemiologia & Prevenzione, rivista dell’Associazione italiana di epidemiologia, a firma di Roberto De Vogli e Noemi Renzetti (University of California Davis, US) in cui vengono passati in rassegna i diversi capitoli del TTIP che potrebbero interagire con la tutela della salute dei cittadini europei.
Il TTIP, versione europea dei trattati di libero commercio (NAFTA e TPP) già in vigore dall’altra parte del mondo, è un documento complesso. Gli autori analizzano i possibili effetti sulla salute dell’introduzione del Trattato scandagliandone meticolosamente il testo, mettendo a confronto le opinioni di sostenitori e detrattori, e sostanziando la loro analisi con esempi concreti.
ACCESSO AI FARMACI E ALL’ASSISTENZA SANITARIA
In teoria, favorendo gli scambi tra le due sponde dell’Oceano e promuovendo una maggiore cooperazione tra le istituzioni governative che sovrintendono alle politiche dei farmaci, il TTIP potrebbe migliorare la cooperazione scientifica nella ricerca farmacologica e ridurre la duplicazione di processi. Ma il capitolo sulla proprietà intellettuale e sugli aspetti commerciali ad essa connessi, che estendono il monopolio dei brevetti, porterebbe a un aumento dei prezzi dei medicinali e, in ultima istanza, a diminuire l’accesso alle cure, soprattutto dei soggetti più svantaggiati.
Non solo. Una possibile minaccia viene dal capitolo relativo all’accordo sui servizi che, oltre a prevedere l’apertura dei servizi sanitari pubblici alla concorrenza, anche privata, comprende una clausola cosiddetta «antiarretramento», che impedisce a servizi pubblici che siano stati privatizzati di ritornare in mano pubblica, configurando «una grave violazione contro la libertà delle nazioni di scegliere il proprio sistema sanitario di preferenza».
CONSUMO DI ALCOL E TABACCO
Episodi già verificatisi in diverse parti del mondo dimostrano come politiche attuate per limitare il consumo di alcol e tabacco siano state attaccate in quanto considerate ostacoli al libero commercio.
Una situazione aggravata dal capitolo del TTIP riguardante le controversie tra investitori e singoli Stati, che consente agli investitori stranieri di citare in giudizio, di fronte a tribunali internazionali privati, gli stati che abbiano approvato una legge in grado di ridurre il valore del loro investimento. «Un meccanismo che le multinazionali del tabacco hanno già mostrato di essere ben predisposte a sfruttare» sottolineano De Vogli e Renzetti ricordando il caso dell’Uruguay, citato in giudizio da Philip Morris nel 2010 per aver apposto immagini shock sui pacchetti di sigarette a fini dissuasivi.
PATOLOGIE CORRELATE ALLA DIETA E L’AGRICOLTURA
Spingere verso regimi normativi meno restrittivi nel commercio è uno degli obiettivi del TTIP che potrebbe avere riflessi negativi sia sui consumi alimentari sia sulla sicurezza degli alimenti.
L’esempio del Messico è illuminante: dalla introduzione del NAFTA, nel 1994, e il conseguente aumento della presenza nel Paese di multinazionali del fast food e dei soft drink, il Messico è al secondo posto nel mondo per consumo di bevande zuccherate e ha una delle più alte prevalenze di diabete nel Pianeta.
Ma c’è un altro rischio, questa volta collegato al capitolo “misure sanitarie e fitosanitarie” che riguarda le norme sulla presenza negli alimenti di additivi alimentari, contaminanti, tossine. Il pericolo è che le norme europee vengano annacquate per avvicinarsi a quelle, notoriamente meno restrittive, d’Oltreoceano. Potrebbero così aumentare le importazioni non solo di cibi geneticamente modificati, ma anche di carni bovine trattate con ormoni e di polli trattati con il cloro (pratiche permesse negli Stati uniti).
SALUTE AMBIENTALE
«Il più grave effetto sulla salute del TTIP presumibilmente riguarda la sua capacità di influenzare le politiche ambientali» sostengono gli autori. Per esempio, le disposizioni in merito alle controversie tra investitori e Stati «potrebbero molto probabilmente essere sfruttate da grandi aziende di combustibili fossili per citare in giudizio quei governi che cercano di limitare l’estrazione e l’esportazione dei combustibili stessi», in contraddizione con gli impegni appena presi dalla conferenza sul clima di Parigi.
PROFITTO VS SALUTE 
Gli autori concludono con una valutazione delle possibili ricadute del TTIP sulle politiche interne degli Stati, portando come esempio anche quanto già verificatosi in altri Paesi dove da anni sono in vigore simili trattati di libero scambio (come il NAFTA in Nordamerica).
«La nostra analisi» affermano «dimostra come, nonostante i promotori del TTIP sostengano che il trattato produrrà effetti vantaggiosi su fattori in grado di migliorare la salute, come la crescita economica e l’occupazione, l’evidenza storica documenti invece che le politiche di liberalizzazione commerciale tendono a incrementare le disuguaglianze economiche e, con esse, la possibilità di accedere alle cure».
E chiosano: «La politica commerciale non dovrebbe considerare le regole dirette a tutelare la salute pubblica come ostacoli tecnici al commercio, e il “diritto a trarre profitto” non dovrebbe avere la priorità sul “diritto alla salute”».
Nelleditoriale che accompagna l’articolo di De Vogli e Renzetti sullo stesso fascicolo di Epidemiologia & Prevenzione, Paolo Vineis, noto epidemiologo italiano che lavora all’Imperial College di Londra, mostra con esempi ben documentati che tutte le strategie razionali per far fronte ai cambiamenti climatici e alla diffusione delle malattie non trasmissibili (co-benefit) vanno in una direzione opposta a quella neoliberista implicita nei trattati internazionali come il TTIP.

La campagna Stoop TTIP Italia organizza per il 7 maggio una mobilitazione nazionale a Roma: QUI gli aggiornamenti