logo HDM

Debito pubblico italiano

facebook

Gabanelli: Gestione Migranti

mercoledì 30 maggio 2012

Honi soit qui mal y pense - Gianroberto Casaleggio

http://www.beppegrillo.it/2012/05/honi_soit_qui_mal_y_pense/index.html

grc-bg1c.jpg
"Caro direttore,
le scrivo in merito al mio ruolo nel MoVimento 5 Stelle. Nel 2003 ho lasciato la mia posizione di amministratore delegato in Webegg di Telecom Italia, un gruppo multimediale che si occupava di consulenza e di applicazioni internet, e ho fondato con altri soci la Casaleggio Associati, una società di strategie di Rete. Internet è un tema che mi appassiona e di cui mi occupo dalla metà degli anni 90. Ho cercato di comprenderne le implicazioni sia nel contesto sociale che in quello politico che in quello della comunicazione. Io credo sinceramente che la Rete stia cambiando ogni aspetto della società e cerco di prevederne gli effetti. Ho scritto molti articoli e alcuni libri sulla Rete. Nel 2004 Beppe Grillo ne lesse uno: «Il Web è morto, viva il Web», rintracciò il mio cellulare e mi chiamò. Lo incontrai alla fine di un suo spettacolo a Livorno e condividemmo gran parte delle idee.
In seguito progettammo insieme il blog beppegrillo.it, proponemmo la rete dei Meetup (gruppi che si incontrano sul territorio grazie alla Rete), organizzammo insieme i Vday di Bologna e di Torino, l'evento Woodstock a 5 Stelle a Cesena e altri incontri nazionali, come a Milano dove, il 4 ottobre 2009, giorno di San Francesco, al teatro Smeraldo prese vita il MoVimento 5 Stelle. A chi si chiede chi c'è dietro Grillo o si riferisce a «un'oscura società di marketing» voglio chiarire che non sono mai stato «dietro» a Beppe Grillo, ma al suo fianco.
Sono in sostanza cofondatore di questo movimento insieme a lui. Con Beppe Grillo ho scritto il «Non Statuto», pietra angolare del MoVimento 5 Stelle prima che questo nascesse, insieme abbiamo definito le regole per la certificazione delle liste e organizzato la raccolta delle firme per l'iniziativa di legge popolare «Parlamento Pulito» e le proposte referendarie sull'editoria con l'abolizione della legge Gasparri e dei finanziamenti pubblici. Inoltre abbiamo scritto un libro sul MoVimento 5 Stelle dal titolo «Siamo in guerra» firmato da entrambi. In questi anni ho incontrato più volte rappresentanti di liste che si candidavano alle elezioni amministrative, per il tempo che mi consentiva la mia attività, per offrire consigli sulla comunicazione elettorale.
Non sono mai entrato nell'ambito dei programmi delle liste, né ho mai imposto alcunché. A chi mi ha chiesto un consiglio l'ho sempre dato, ma in questo non ci trovo nulla di oscuro. Mi hanno attribuito dei legami con i cosiddetti poteri forti, dalla massoneria, al Bilderberg, alla Goldman Sachs con cui non ho mai avuto nessun rapporto, neppure casuale. Dietro Gianroberto Casaleggio c'è solo Gianroberto Casaleggio. Un comune cittadino che con il suo lavoro e i suoi (pochi) mezzi cerca, senza alcun contributo pubblico o privato, forse illudendosi, talvolta forse anche sbagliando, di migliorare la società in cui vive. Sono stato definito il «piccolo fratello» di Beppe Grillo, con riferimento al Grande fratello del romanzo «1984» di George Orwell. È evidente che non lo sono. La definizione contiene però una parte di verità. Grillo per me è come un fratello, un uomo per bene che da questa avventura ha tutto da perdere a livello personale. Per il resto, «Honi soit qui mal y pense». "
(*) Gianroberto Casaleggio, lettera pubblicata sul Corriere della Sera del 30 maggio 2012

martedì 29 maggio 2012

Bollette salate? La colpa è delle fonti fossili


Nell'ultimo decennio le bollette elettriche degli italiani sono aumentate di 177 euro a famiglia. Come emerge da un dossier di Legambiente, però, responsabile dell'aumento è la nostra dipendenza dalle fonti fossili e dai giacimenti esteri. Le rinnovabili, invece, pesano solo per il 13%.
di Legambiente http://www.ilcambiamento.it/energie_alternative/aumento_bollette_elettriche_fonti_fossili_legambiente.html

Gli importi delle bollette elettriche degli italiani, nell’ultimo decennio, sono aumentati notevolmente. Secondo i dati dell’Autorità per l’energia, la spesa annua delle famiglie per l’elettricità è cresciuta del 52,5% tra il 2002 e il 2012, passando da 338,43 a 515,31 euro. Un aumento, cioè, di 176,88 euro a famiglia. La colpa, però, non è delle rinnovabili ma dell’andamento del prezzo del petrolio e della nostra dipendenza dall’estero per le importazioni di fonti fossili. Del resto siamo un Paese che importa il 97% del petrolio, gas e carbone utilizzati e che non dispone di significativi giacimenti.


Nell'ultimo decennio le bollette elettriche degli italiani sono aumentate di 177 euro a famiglia
Undossier di Legambiente fa chiarezza sull’aumento delle bollette elettriche. E corregge il tiro rispetto alle notizie circolate negli ultimi mesi rispetto ai costi delle rinnovabili, e in particolare del fotovoltaico.

Siamo un Paese che importa il 97% del petrolio, gas e carbone utilizzati e che non dispone di significativi giacimenti
Come mostrano bene i grafici elaborati dall’associazione, l’aumento delle bollette delle famiglie segue esattamente l’andamento della voce “energia e approvvigionamento”, ossia quella legata alle importazioni di fonti fossili e alla loro trasformazione in energia elettrica. Nelle bollette, questa voce è, infatti, semplicemente decollata, passando da 106,06 euro a 293,96: esattamente 187,36 euro in più a famiglia, con un aumento del 177,2%.
È vero che è cresciuto anche il costo delle fonti pulite. Secondo i dati aggiornati dell’Autorità per l’energia, in questo mese di maggio si può stimare una spesa annua in bolletta legata alle fonti rinnovabili di 67 euro, pari al 13,1%, dei complessivi 515 euro che mediamente paga una famiglia italiana.
“Va tenuto d’occhio anche questo aumento – commenta Edoardo Zanchini, vice presidente di Legambiente – ma è uno strabismo e una chiara ipocrisia lanciare allarmi sulle rinnovabili ignorando l’87% della bolletta e le ragioni degli aumenti di questi anni. Se si vuole veramente aiutare le famiglie e le imprese, occorre ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e dall’estero e premiare, invece, gli investimenti in efficienza energetica e sviluppo delle rinnovabili. Oltre a fare in modo che il mercato dell’elettricità funzioni veramente, verificando che la concorrenza nell’offerta ci sia veramente e premiando le tecnologie più efficienti”.

Per ridurre le bollette elettriche la prima cosa da fare è proprio continuare nello sviluppo delle rinnovabili
Legambiente chiede alle Regioni – che mercoledì prossimo saranno riunite in conferenza Stato-Regioni proprio per discutere deiDecreti del Governo - di battersi per evitare che si fermi lo sviluppo del solare, dell’eolico e delle altre rinnovabili.
Infatti, per ridurre le bollette elettriche, secondo l’associazione ambientalista, la prima cosa da fare è proprio continuare nellosviluppo delle rinnovabili. Perché produrre energia rinnovabile da sole, vento, biomasse, acqua, geotermia permette di sostituire importazioni e produzione da fonti fossili. Il secondo passo è fare pulizia tra le voci che concorrono a formare il costo in bolletta.
Un esempio sono i diversi oneri che si pagano nella voce “oneri generali di sistema” per la messa in sicurezza dei siti nucleari, per i regimi tariffari speciali alle Ferrovie, ma anche tutti i sussidi legati alle fonti 'assimiliate' e quindi inceneritori e raffinerie. Il terzo intervento necessario riguarda la garanzia di una vera concorrenza nel mercato elettrico, in modo da controllare ed evitare cartelli sui prezzi. Infine, occorre premiare i risparmi realizzati da aziende e famiglie.

LIBERA CORRUZIONE IN LIBERO STATO

http://www.cadoinpiedi.it/2012/05/28/libera_corruzione_in_libero_stato.html

di Claudio Donini 

Il pantano della politica si nutre proprio di corruzione, e avidamente anche, se ne ciba a piene mani. Il prodotto italiano che fa più paura è proprio questo, tiene lontano gli investitori, fa aumentare i costi in maniera esponenziale, peggiora i servizi a discapito dei cittadini e non solo

user-picLa corruzione è il male non oscuro del nostro paese, la piovra che affonda l'economia nell'interesse di pochi. 

Non si tratta della parodia di una famosa piece teatrale, purtroppo. E' proprio l'esegesi di ciò che sta accadendo nel nostro parlamento, e cioè una resistenza accanita e senza quartiere all'approvazione della legge anticorruzione. Bisogna sapere che si tratta di una direttiva europea già approvata da anni in tutti i paesi dell'Unione, tranne il nostro. Ma ora che l'onda dello sdegno popolare sta tracimando di fronte all'immorale melma della politica, il parlamento si è finalmente deciso ad affrontare la questione. Per approvare la legge? Certo che no, per fare ostruzionismo. "C'è troppa galera" si dice a destra, dimenticando di spiegarci in quale altro posto dovrebbero stare i ladri.

Ma per nostra fortuna il popolo dei mestieranti della politica non ha proprio capito che il crollo verticale nei consensi alle ultime elezioni amministrative è dovuto al dilagare della corruzione, del malaffare insomma. Sembra incredibile è vero, ma evidentemente la boria del potere logora la vista di chi ce l'ha, allontana cioè dal mondo reale, dal respiro della gente comune. Da qui il clima di antipolitica feroce che attraversa il paese e il successo dei "Grillini", criticati, osteggiati, derisi proprio perché fanno paura, tanta paura, rappresentano la protesta che monta inesorabile, il rischio concreto è di esserne travolti, di perdere il potere. A me sembra del tutto chiaro, a questo punto e se mai ce ne fosse ancora bisogno, che il pantano della politica si nutre proprio di corruzione, e avidamente anche, se ne ciba a piene mani, non potrebbe vivere senza questo tessuto malavitoso che permea tutta la società, capillarmente, favorito proprio dalla testa del sistema. Il prodotto italiano che fa più paura è proprio questo, tiene lontano gli investitori, fa aumentare i costi in maniera esponenziale, peggiora i servizi a discapito dei cittadini e non solo.

Intanto dalla Carinzia, la regione austriaca di confine, partono telefonate agli imprenditori del Nord Est per invitarli a trasferire le loro aziende in Austria. Cosa offrono? Semplice normalità, nulla più, hanno solo pensato di esportare normalità, a nostro discapito. Ora la delocalizzazione non è più solo verso paesi a basso costo ma anche verso quelli che offrono semplice trasparenza, bassa burocrazia, efficienza, e questo è anche peggio. Si pensi che in Francia, paese in cui la corruzione è senz'altro un problema meno grave che da noi, ogni parlamentare è tenuto a rispettare un codice deontologico basato su solidarietà e collegialità, concertazione e trasparenza, imparzialità, disponibilità, integrità ed esempio. Un esempio che al di qua delle Alpi, nel nostro immaginario collettivo insomma, è ormai completamente inondato dalle moltitudini dei Cetto Laqualunquementre le figure dei Sandro Pertini sono ormai parte dell'olimpo dei miti e degli eroi, appartengono alla leggenda insomma, sommersi dalle incrostazioni spesse della memoria.

E fu così che a noi restò solo crisi e cassa integrazione, mentre le riforme, quelle vere, restano nel mondo della filosofia e anzi, forse sono pure tossiche. Ma il profeta disse "in tenebris lumen", che per noi il grande de Andrè contò come "dal letame nascono i fior", è questa la speranza che ci resta, e noi come cittadini, dobbiamo e possiamo farlo valere nella cabina elettorale, questo è l'impegno a cui siamo chiamati, perché il momento è adesso. 

venerdì 25 maggio 2012

E ORA... REFERENDUM PROPOSITIVO

http://www.cadoinpiedi.it/2012/05/25/e_ora_referendum_propositivo.html

di Paolo De Gregorio 
E' ora di trasformare le prossime elezioni politiche in un pronunciamento popolare su pochi punti che i partiti attualmente al potere non hanno la minima intenzione di toccare

user-picVisto che al "popolo sovrano" non è concesso lo strumento democratico del Referendum propositivo, è ora di trasformare le prossime elezioni politiche in un pronunciamento popolare su pochi punti che i partiti attualmente al potere non hanno la minima intenzione di toccare. 

Non si parte da zero, ma da quel 57% di italiani che l'anno scorso hanno votato contro il nucleare, l'acqua privata, l'impunità per Berlusconi, determinando di fatto il declino del sultano (dopo 20 anni che nei vari Referendum proposti non si era mai raggiunto il "quorum"). 
E dal Movimento 5 stelle che fa saltare equilibri ventennali ed è vincente sul terreno di conquistare una democrazia diretta, partecipata, trasparente, senza privilegi di casta, senza ladri e condannati in Parlamento, senza professionisti a vita della politica che hanno creato cricche inamovibili e intelligenza con le varie mafie, Vaticano, massonerie, servizi deviati.

La maggioranza assoluta della nostra classe dirigente è in servizio permanente effettivo da decine di anni, non ha la minima intenzione di sloggiare e tanto meno rinunciare a stipendi sontuosi, vitalizi indecenti (se paragonati alle pensioni di chi ha faticato tutta la vita in fabbrica). Non vogliono rinunciare al finanziamento pubblico ai partiti, non vogliono rinunciare alla lottizzazione della RAI (trasformata da "servizio pubblico" in servizio ai partiti).

Vorrei che nelle prossime elezioni politiche vi fosse una organizzazione o un movimento che si rivolgesse a quel 57% di italiani vittoriosi negli ultimi Referendum chiedendo loro la maggioranza assoluta dei voti per poter promulgare le seguenti leggi:

-ineleggibilità per chi ha ricoperto la carica di deputato o senatore per più di due legislature (retroattiva)
-il Parlamento non è l'Inps e non eroga vitalizi. Ogni deputato o senatore in carica ha diritto, per il periodo passato in Parlamento, a vedersi riconoscere i versamenti pensionistici normalmente versati per la propria attività.
-è abolito il finanziamento pubblico ai partiti e ai giornali. Il Movimento 5 stelle ha dimostrato che si può fare politica senza soldi, basandosi su autofinanziamento e militanza volontaria
-il direttore generale della RAI, con tutti i poteri, deve essere eletto (dai cittadini che pagano il canone), attraverso regolari elezioni da abbinare a politiche o amministrative, scelto tra personalità indipendenti da partiti, religioni, gruppi economici o finanziari -una nuova legge elettorale, con primarie e preferenze, proporzionale a doppio turno (sul modello di quella per le elezioni dei sindaci, con ballottaggio) dove si taglino i costi della politica vietando manifesti, spot TV o sui giornali, autorizzando solo il porta a porta, con diffusione scritta del proprio programma politico e comizi in spazi messi gratuitamente a disposizione dai Comuni.

L'attuale sistema partitocratrico può essere affondato solo con questo mezzo: trasformare le prossime elezioni politiche in un Referendum propositivo di queste leggi e, una volta in vigore, si dovrebbe tornare a nuove consultazioni con le nuove regole. Sono tutte regole di ordinaria democrazia, ma sono viste come la peste bubbonica da una autentica antipolitica, chiusa nelle cricche e nel Palazzo, gonfia di soldi e privilegi, fattasi CASTA e oligarchia, imbullonata alle poltrone.

Bisogna volare alto! Anche con un Movimento 5 stelle al 20% non si riuscirebbe a cambiare nulla, occorre la maggioranza.
Bisogna affidarsi al buon senso degli italiani di cui solo il 4% ha stima degli attuali partiti e dare fiducia al restante 96% che desidera che le cose cambino veramente. 

Il vostro conto corrente per aiutare le popolazioni colpite dal terremoto cresce veloce!

http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/emiliaromagna/2012/05/il-vostro-conto-corrente-per-aiutare-le-popolazioni-colpite-dal-terremoto-cresce-veloce.html


buonacomrpa.jpg

SCARICA QUI L'ESTRATTO CONTO DELLE VOSTRE DONAZIONI


Il conto corrente aperto dal gruppo assembleare del Movimento 5 Stelle Emilia-Romagna in favore delle popolazioni colpite dal sisma del 20 maggio 2012 cresce a vista d'occhio! Non sono ancora passati quattro giorni dall'apertura e stiamo già raggiungendo i 10.000 €, con circa 200 donazioni. Siete grandi! Continuate così!Vi ricordiamo le coordinate e vi invitiamo ad avere pazienza per gli aggiornamenti. Entro qualche giorno il prossimo. Frattanto potete suggerirci la maniera più consona di investire le risorse.(link al file: http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/emiliaromagna/Donazioni%20terremoto%20ER%20-%20250512h16.pdf)IBAN: IT 76 N 02008 02460 000102085251BIC: UNCRITM1NT6Beneficiario: Movimento 5 Stelle-Beppegrillo.it Emilia-RomagnaCausale: Aiuto alle popolazioni colpite dal terremoto in Emilia-Romagna

mercoledì 23 maggio 2012

Blockupy Frankfurt e la militarizzazione della democrazia


http://www.ilcambiamento.it/lontano_riflettori/blockupy_frankfurt_militarizzazione_democrazia.html

Si è chiusa sabato 19 maggio in Germania una quattro giorni di mobilitazione organizzata dal movimento anticapitalista Blockupy Frankfurt, che ha riunito oltre 20.000 persone di ogni parte d’Europa. La protesta è stata l'ennesima occasione per dispiegare politiche repressive da parte di forze dell'ordine e istituzioni. Il tentativo, ormai condiviso dai 'poteri forti', sembra proprio quello di voler svuotare di significato lo stato di diritto, attraverso la militarizzazione della democrazia.
di Dario Lo Scalzo

protesta francoforte
L’intera città di Francoforte, è stata letteralmente militarizzata dalle forze dell’ordine (Foto: Michael Prob)
Si è chiusa sabato 19 maggio in Germania una quattro giorni di mobilitazione, che ha riunito oltre 20.000 persone di ogni parte d’Europa, organizzata dal movimento anticapitalista Blockupy Frankfurt. Una grande protesta paneuropea per esprimere il dissenso davanti alla roccaforte della finanza e della politica monetaria.
Nel programma delle giornate di azione una serie dimanifestazioni ed atti dimostrativi pacifici per denunciare ed opporsi alle politiche neo liberiste, al governo delle banche e alla Troika (Unione europea, Fondo monetario internazionale e Banca Centrale europea), per l’appunto nella sede della Banca Centrale Europea.
Additata dai giovani manifestanti tra i principali responsabili delle recenti strategie di politica economica che stanno distruggendo lo stato sociale nel vecchio continente e che stanno imponendo l’austerità e una sorta di dittatura economico-finanziaria, la BCE, così come l’intera città di Francoforte, è stata letteralmentemilitarizzata dalle forze dell’ordine che hanno impedito ai giovani qualsiasi tipo di assembramento per le strade o nelle piazze durante l’intera settimana ed anche prima della grande manifestazione autorizzata dello scorso sabato.
protesta francoforteSi è chiusa sabato 19 maggio in Germania una quattro giorni di mobilitazione che ha riunito oltre 20.000 persone di ogni parte d’Europa organizzata dal movimento anticapitalista Blockupy Frankfurt
Una vera e propria città di polizia, armata e provocatrice, che ha concesso davvero poco alla libertà di espressione e di movimento dei partecipanti e che per di più ha approfittato per sgomberate l’area occupata da circa sette mesi dal movimento Occupy Frankfurt.
Sebbene tutto sia globalmente filato liscio, tensioni, arresti dimostrativi e inevitabili scaramucce hanno accompagnato le giornate di protesta e il corteo della manifestazione di chiusura in cui oltre a gridare l’indignazione contro l’austerità generata dal sistema si è anche mostrata grande solidarietà alla Grecia ed ai suoi cittadini.
Contemporaneamente, il 20 maggio, in un altro continente - quello nordamericano - durante l’incontro dei grandi della Terra al summit Nato, a Chicago, migliaia di persone che marciavano pacificamente contro le guerre e contro l’Alleanza Atlantica sono state vittime dell’intervento delle forze dell’ordine: scontri, decine di arresti e feriti.
chicago polizia"Si vive un momento di degenerazione e di scadimento delle forme democratiche a vantaggio dei pochi auto-elettisi condottieri del mondo" (Foto: Seth Perlman)
Da mesi, in ogni angolo del mondo, si delinea sempre più chiaramente una comuneazione di repressione da parte dei governanti e del cosiddetto potere, che facendo spesso ricorso alla violenza come risposta a legittime preoccupazioni della gente, ha deciso di mettere in campo una precisa strategia della paura e della tensione con l’intento di svuotare di significato lo stato di diritto, i diritti fondamentali e la democrazia.
Si vive un momento di degenerazione e di scadimento delle forme democratiche a vantaggio dei pochi auto-elettisi condottieri del mondo. Degli abili prestigiatori che ammaliando le folle con la parola 'crisi' provano a giustificare ogni tipo di scelta e di azione (mai a loro svantaggio) che abbrutisce le menti e impone forti limitazioni degli spazi di libertà della cittadinanza, di chi proviene dal basso, di chi si fa espressione di un pensiero divergente non omologato.
Se l’arma del sistema dei poteri è la repressione della voce del popolo attraverso l’utilizzo della forza e con la strategia della paura, sembra evidente che è questa voce ad essere temuta e la sua azione propositiva e la potenziale concretezza a preoccupare.
C’è ancora spazio per un quieto vivere per tutti in questo pianeta sono solo l’avidità e l’insensatezza di pochi che ci impediscono di vedere le cose diversamente.

LA PIÙ GRANDE CATENA DI RISTORANTI IN ITALIA È DELLA MAFIA


http://www.cadoinpiedi.it/2012/05/23/la_piu_grande_catena_di_ristoranti_in_italia_e_della_mafia.html

Conta almeno 5.000 locali, 16mila addetti, e fattura più di un miliardo di euro l'anno

Conta almeno 5.000 locali, 16mila addetti, e fattura più di un miliardo di euro l'anno
''La holding criminale della ristorazione è la più grande catena di ristoranti in Italia, conta almeno 5.000 locali, 16mila addetti, e fattura più di un miliardo di euro l'anno''. Lo afferma la Fipe la federazione dei pubblici esercizi di Confcommercio. 

''Il procuratore nazionale antimafia,Pietro Grasso nel suo libro 'Soldi sporchi' ha descritto uno scenario assai inquietante per i pubblici esercizi. Non possiamo vedere il nostro settore cosi' soggetto alle infiltrazioni della criminalità organizzata'' dice il presidente Lino Stoppani in una nota. 

''Per lottare veramente contro le mafie è necessario affiancare alle operazioni di contrasto portate avanti dalle forze dell'ordine e dalle procure un'attività di cultura alla legalità e all'onestà che deve partire dalle scuole. Bene dunque il coinvolgimento degli studenti anche con iniziative di piazza in concomitanza con le celebrazioni piu' solenni''. 

''I pubblici esercizi - dice ancora il presidente Fipe - sono indeboliti dalla crisi economica e dalle difficoltà sempre più grandi di accesso al credito. E' una condizione di fragilità in cui è facile cadere vittime degli usurai o di chi con l'illusione del grande affare riesce poi ad impadronirsi dell'attività commerciale e spesso anche delle mura. La mafia ha così terreno facile per infiltrarsi e sottrarre aziende per gestirle in proprio solo con l'obiettivo di riciclare denaro sporco''. 

Fonte: BlitzQuotidiano.it 

I Dodo

http://www.beppegrillo.it/2012/05/i_dodo/index.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+beppegrillo%2Fatom+%28Blog+di+Beppe+Grillo%29

dodo-stampa.jpg
È sempre più estraniante guardare cicciobombi e labbra turgide, megafoni dei partiti nelle televisioni nazionali, nei telegiornali, nei talk show. Provocano un senso di piccole cose di pessimo gusto, richiamano il profumo di fiori marci, l'odore pungente dei cespugli di bosso lungo i vialetti dei cimiteri. Le sagome che si agitano dietro lo schermo con l'estrema vitalità che talvolta precede le ultime ore di vita rammentano il dodo, l'uccello estinto, o gli ultimi giapponesi che combattevano a guerra finita in qualche atollo del Pacifico dopo il 1945.
Il loro lavoro di portavoci e anfitrioni, finora, lo hanno svolto egregiamente, hanno trasformato personaggi come Lupi, Formigoni, Alfano, Veltroni, Alemanno, Fini in giganti della politica. Li hanno tenuti in vita. In caso di difficoltà sono puntualmente accorsi, premurosi come crocerossine, a portargli la flebo. I partiti ora muoiono, cadono come foglie d'autunno. I conduttori sono animali domestici (pappagalli?) dimenticati dal padrone dopo un trasloco. I loro studi, dove hanno manipolato per decenni l'opinione pubblica, sono spogli, tristi. I partiti vi inviano figure di secondo piano, per fare presenza. I conduttori sono costretti a intervistarsi tra di loro, a scambiarsi opinioni di cui non frega niente a nessuno. Santoro intervista Lerner. La Annunziata intervista Santoro. La Gruber intervista Mieli. Hanno inventato l'informazione a ciclo chiuso.
Il programma del MoVimento 5 Stelle per l'informazione li riguarda da vicino, gli offre una via di fuga, l'opportunità di cimentarsi in una vera professione, non è mai troppo tardi. Alcuni punti sulla televisione:
- nessun canale televisivo con copertura nazionale può essere posseduto a maggioranza da alcun soggetto privato, l’azionariato deve essere diffuso con proprietà massima del 10%
- le frequenze televisive vanno assegnate attraverso un’asta pubblica ogni cinque anni
- abolizione della legge del governo D’Alema che richiede un contributo dell’uno per cento sui ricavi agli assegnatari di frequenze televisive
- vendita ad azionariato diffuso, con proprietà massima del 10%, di due canali televisivi pubblici
- un solo canale televisivo pubblico, senza pubblicità, informativo e culturale,indipendente dai partiti
- abolizione della legge Gasparri.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure. Ci vediamo in Parlamento.

martedì 22 maggio 2012

Parma: hanno vinto i cittadini

http://www.beppegrillo.it/2012/05/parma_hanno_vinto_i_cittadini/index.html
"Grandi. Siete stati grandi tutti. Abbiamo conquistato Parma, la nostra Stalingrado, e adesso andiamo verso Berlino. Due considerazioni: la prima riguarda i soldi. Abbiamo dimostrato di poter fare politica senza soldi. A Parma sono stati spesi 6.400 euro di autofinanziamento e abbiamo vinto. Come abbiamo vinto a Mira e Comacchio con poche centinaia di euro. Devono chiedersi come mai, perché e come abbiamo fatto. Dovranno confrontarsi su queste cose. E poi non ha vinto Pizzarotti a Parma, ma hanno vinto i cittadini di Parma. Questo concetto bisogna capirlo. Il Movimento 5 Stelle è uno strumento che serve ai cittadini per amministrare loro stessi: cittadini che eleggono altri cittadini. E' una vittoria della democrazia sul capitalismo. Senza soldi, cittadini che si eleggono e vanno a gestire la loro città, è un fatto di democrazia che non ha precedenti. E poi una grande vittoria che abbiamo già avuto è che a Parma l'inceneritore non si farà più. Questa è una grandissima vittoria. Non volevano fare il referendum? Il referendum lo abbiamo fatto con queste elezioni. Oggi avete questa grande sicurezza: in una città straordinaria come Parma non si farà l'inceneritore. Un abbraccio. Ci vediamo a Berlino."Beppe Grillo

domenica 20 maggio 2012

TAV: appello al Governo per ristabilire le priorità. FIRMA ANCHE TU!

http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/2012/03/tav-appello-al-governo-per-ristabilire-le-priorita-firma-anche-tu/

La decisione sul progetto della linea ad alta velocità/capacità Torino-Lione non può essere liquidata perché già presa in modo definitivo e da ridurre, oramai, a un problema di ordine pubblico.

Legambiente lancia l’appello: chiediamo al Governo di ascoltare le voci del mondo scientifico che esprimono una visione diversa sulle priorità dell’opera e di incontrare subito le amministrazioni locali. La Tav non è un problema di ordine pubblico.

Firmate la petizione al fondo di questa pagina.

A questo link l’interessante “botta e risposta” di Legambiente al dossier del Governo che vorrebbe far apparire il progetto della Tav in Val Susa come indispensabile: Tav Torino – Lione: quello che il governo non dice
________________________________________________
Dopo anni di discussione il   progetto di potenziamento dei collegamenti tra Francia e Italia si è ridotto alla realizzazione del solo Tunnel di base. Tutti gli altri interventi sono rinviati, persino come decisione, al 2023 e quindi stiamo parlando solo ed esclusivamente di cantieri per l’intervento più costoso e inutile per il rilancio del trasporto ferroviario merci e passeggeri lungo il Frejus.
Per questo motivo non è accettabile che si continui a presentare dati che dimostrano i vantaggi per il trasporto merci su ferrovia che si realizzerebbero attraverso il progetto, o l’accorciamento dei tempi per i treni ad alta velocità tra Torino e Lione, come tra Milano e Parigi. I numeri che vengono presentati sono infatti non veritieri. In primo luogo perché la realizzazione del solo tunnel avrebbe un incidenza minima rispetto ai tempi di percorrenza. Ma soprattutto, per quanto riguarda le merci, non vi potrà essere alcuno spostamento modale con la semplice apertura della nuova linea senza una politica del trasporto merci che punti a questo obiettivo, in Italia e negli spostamenti attraverso le Alpi. Di queste politiche e strategie non si ha alcuna notizia da parte del Governo. Al contrario, si discute di raddoppio del tunnel autostradale mentre la parte degli interventi realmente indispensabili per il rafforzamento della linea, quelli nel nodo di Torino e di Chambéry per il collegamento merci e passeggeri, sono rinviati e non finanziati. Eppure è qui che sarebbe più urgente intervenire per migliorare i collegamenti e la velocità delle percorrenze, come chiedono i pendolari, visto che la velocità media dei treni regionali tra le stazioni di Bussoleno e Torino Porta Nuova è di 60 km/h.
Inoltre, poche settimane fa, il Senato ha stralciato, come precedentemente aveva fatto la Camera, la ratifica del Protocollo Trasporti, con un voto che colloca l’Italia in aperto contrasto con le politiche di sostegno al trasporto ferroviario dei Paesi confinanti e sottoscrittori della Convenzione delle Alpi, che impegna le Parti ad evitare di realizzare nuove capacità stradali per l’attraversamento della catena alpina.
In un periodo di crisi economica scegliere di intervenire sulle opere realmente prioritarie è quanto mai fondamentale. E il progetto della linea alta velocità/capacità Torino-Lione è stata pensata più di 20 anni fa. In questi anni è cambiato il mondo, sono entrati in campo nuovi giganti economici, che, ridando un nuovo ruolo al Mediterraneo, hanno spostato l’asse principale dei traffici di merci da sud a nord, riducendo di molto quelli da ovest ad est. Mentre per il trasporto passeggeri è diventato, sulle medie distanze, sempre più competitivo il trasporto aereo.
Diversi studi dimostrano che la Torino – Lione non si giustifica dal punto di vista della domanda di trasporto. Dal 2000 al 2010 il traffico totale (strada+ferrovia) di merci tra Francia e Italia è diminuito da 49,7 milioni di tonnellate/anno a 42,5, mentre quello con la Svizzera è cresciuto da 29,5 a 38,4, e quello con l’Austria da 58,3 a 66,4. Quello di transito, che più esplicitamente riguarda il corridoio 5, è sceso da 18,7 a 13,5 milioni di tonnellate/anno.
La nuova linea ferroviaria Torino-Lione, tra l’altro, attualmente percorsa da pochissimi treni passeggeri non sarebbe nemmeno ad Alta Velocità perché, essendo quasi interamente in galleria, la velocità massima di esercizio sarà di 220 km/h, con tratti a 160 e 120 km/h, come risulta dalla VIA presentata dalle Ferrovie Italiane. Per effetto del transito di treni passeggeri e merci, l’effettiva capacità della nuova linea ferroviaria Torino-Lione sarebbe praticamente identica a quella della linea storica, attualmente sottoutilizzata nonostante il suo ammodernamento terminato un anno fa e per il quale sono stati investiti da Italia e Francia circa 400 milioni di euro. La stessa Agenzia per l’Ambiente francese ha dichiarato che ammodernando l’attuale linea ferroviaria si potrebbe arrivare a gestire un traffico pari a 19 milioni di T/anno, a fronte oggi di circa 4 milioni di tonnellate (le Ferrovie dello Stato parlano addirittura di 32 milioni di tonn – Osservatorio Virano, Quaderno n.1, pag.32).
Infine le previsioni di sviluppo del volume di traffico (merci e passeggeri), dal punto di vista del conto economico, anche nella versione low cost, non giustificano l’investimento: la nuova linea sarà fonte continua di passività, che saranno a carico della finanza pubblica. La mancanza di un qualsivoglia piano finanziario non può che accrescere la nostra preoccupazione e contrarietà, soprattutto oggi, data la particolare congiuntura economica in cui versa l’Europa ed il nostro paese.

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con una contrapposizione ideologica o di principio. Non siamo contro la modernizzazione del paese. Siamo per investire nelle opere e nelle infrastrutture che davvero servono.

Occorre individuare le priorità e la Torino-Lione non è una priorità, né per le merci, né per i passeggeri.
Investendo in un’opera inutile, come vogliono le lobby del cemento, si sottraggono preziose risorse ad altri settori ancora più strategici per il Paese: la sicurezza sismica ed idrogeologica, il trasporto pendolare e urbano, la riqualificazione energetica del patrimonio immobiliare e gli investimenti sulle energie rinnovabili, il sostegno al lavoro giovanile e alla diminuzione del carico fiscale, la ricerca e l’innovazione tecnologica, la piccola e media impresa e la cultura.
Il costo totale del tunnel transfrontaliero di base e delle tratte nazionali, che non vengono nominate nell’attuale dibattito, è previsto intorno ai 20 miliardi di euro (e una prevedibile lievitazione fino a 30 miliardi e forse anche di più, per l’inevitabile adeguamento dei prezzi già avvenuto negli altri tratti di Alta Velocità realizzati), costo che penalizzerebbe l’economia italiana con un contributo al debito pubblico dello stesso ordine della manovra economica che il Governo Monti ha messo in atto per fronteggiare la grave crisi economica e finanziaria che il Paese attraversa.
Si dice poi che è l’Europa che ce lo chiede. Non é vero che é già tutto deciso e che ormai quest’opera é inevitabile. L’Unione Europea ha riaperto la questione dei fondi, dei progetti e delle priorità rispetto alle Reti Transeuropee ed é impegnata in un processo legislativo che finirà solo nel 2014. Esistono spazi per un ripensamento che non penalizzi l’interesse dell’Italia a sostenere lo sviluppo di infrastrutture utili. Inoltre, l’Accordo Intergovernativo e la sua parte finanziaria fra la Francia e l’Italia sarà ratificato solo dopo che sarà conosciuto l’intervento finanziario della UE, su cui al momento non vi è alcuna certezza.
Inoltre, la Lione-Torino non risulta ripresa nelle priorità infrastrutturali del governo francese e, da documenti LTF, si vede chiaramente che i lavori per la tratta francese sono eventualmente previsti per dopo il 2024.
Esistono poi dei costi sociali che non vanno sottovalutati. Lo scontro in atto in Val Susa tra istituzioni nazionali e popolazione locale, sostenuta dalla maggioranza degli amministratori e da un vasto movimento di opinione, ha raggiunto e superato il livello di guardia. La contrapposizione muscolare di questi mesi degenera sempre più in episodi di violenza e di esasperazione che stanno provocando danni incalcolabili nel fisico delle persone, nella coesione sociale, nella fiducia verso le istituzioni, nella vita e nella economia dell’intera valle. I problemi posti dal progetto di costruzione della linea ferroviaria ad alta capacità Torino-Lione non si risolvono con lanci di pietre e con comportamenti violenti. Da queste forme di violenza occorre prendere le distanze senza ambiguità, come condanniamo gli atti di intimidazione compiuti contro il Procuratore Caselli. Ma non ci si può fermare qui. Non basta deprecare la violenza se non si fa nulla per evitarla. La protesta della valle – di tante donne e tanti uomini, giovani e vecchi del tutto estranei ad ogni forma di violenza – non può essere ridotta a questione di ordine pubblico da delegare alle forze dell’ordine.
La contrapposizione e il conflitto possono essere superati solo da una politica intelligente, lungimirante e coraggiosa. Per questo rivolgiamo un invito pressante alla politica e alle autorità di governo ad avere responsabilità e coraggio. Si applichi a questa grande opera lo stesso coraggio e prudenza dimostrati con il Ponte sullo Stretto, un progetto inutile e a rischio finanziario, esattamente come questo.
Occorre una sede scientifica, priva di preclusioni ideologiche (da una parte e dall’altra) che valuti l’opera nelle mutate condizioni economiche e geopolitiche e dentro una scala di priorità nell’interesse del Paese. Siamo disponibili a contribuire ad una vera Analisi Costi Benefici dell’opera, in tutte le sue parti, che sviluppi un confronto comparativo tra le varie ipotesi e ne approfondisca le ricadute economiche e sociali, nonché quelle ambientali in termini di riduzione delle emissioni climalteranti e dell’inquinamento locale.
Per tutto ciò chiediamo che il Governo ascolti le autorevoli voci del mondo scientifico che esprimono una visione diversa sulle priorità e sulla strategicità dell’opera, andando al di là del lavoro dell’Osservatorio Virano, perché oggi si apre una questione diversa che non era nelle competenze di quell’organismo. 
Chiediamo anche che il Governo incontri subito gli amministratori locali perché non si riduca il tutto a questione di ordine pubblico e non si metta definitivamente in discussione la coesione sociale del territorio. In questo senso, l’applicazione di misure di sorveglianza di tipo militare dei cantieri della nuova linea ferroviaria Torino-Lione ci sembra un’anomalia che va rimossa al più presto, anche per dimostrare all’Unione Europea la capacità dell’Italia di instaurare un vero dialogo con i cittadini, basato su valutazioni trasparenti e documentabili, così come previsto dalla Convezione di Århus2.
Oggi è possibile uscire con dignità da un progetto inutile, costoso e non privo di importanti conseguenze ambientali, anche per evitare di iniziare a realizzare un’opera che potrebbe essere completata solo assorbendo ingenti risorse da altri settori prioritari per la vita del Paese.

Esponenti del mondo della scienza, della cultura, della società civile che hanno aderito all’appello

Angelo Tartaglia (Politecnico Torino), Marco Vitale (Università degli Studi di Parma), Maria Rosa Vittadini (Prof. di Pianificazione del Trasporti, Università IUAV di Venezia) Luca Mercalli (climatologo), Sergio Ulgiati (Department of Sciences for the Environment University of Napoli), Salvatore Settis (archeologo e storico dell’arte), Alfredo Drufuca (ingegnere Pianificazione trasporti), Eliot Laniado (Politecnico Milano), Helmuth Moroder (city manager di Bolzano), Luca Giunti (tecnico naturalista), Dario Ballotta (Osservatorio nazionale liberalizzazione nei trasporti), Marcello Buiatti (Università Firenze – associazione Ambiente e Lavoro), Gianni Mattioli (Università La Sapienza, Roma), Ezio Manzini (Politecnico Milano), Giuliano Cannata (Università di Siena), Roberto Giangreco (biologo marino), Antonio Lumicisi (esperto statistica ), Longino Contoli (biologo CNR), Roberto Rizzo (giornalista scientifico), Giulio Conte (Istituto Ambiente Italia), Andrea Ferrante (Firab), Duccio Bianchi (istituto Ambiente Italia), Mario Zambrini (amminsitratore delegato Ambiente Italia), Stefano Donati (geologo), Alessandra Conversi (ISMAR – CNR), Massimo Scalia (Università di Roma, La Sapienza), Tito Viola (Biblioteca di Ortona, Chieti)
Vittorio Cogliati Dezza (Legambiente), Paolo Beni (Arci), Dominik Siegrist (Cipra Internazionale), Mauro Furlani (Pro Natura), Roberto Burdese (Slow Food Italia), Stefano Leoni ( Wwf), Gianluca Felicetti (LAV), Antonio Longo (Movimento Difesa del Cittadino), Licio Palazzini (Arci Servizio Civile), Pasquale D’Andrea (Presidente Nazionale Arciragazzi), Giulio Marcon (Sbilanciamoci), Francesco Pastorelli (CIPRA Italia), Capria (LIPU – BirdLife Italia), Oscar del Barba (Presidente CIPRA Italia), Marcello Cozzi, Gabriella Stramaccioni, Don Tonio Dell’Olio (ufficio di presidenza di Libera)

giovedì 17 maggio 2012

L'Eni, il delta del Niger e gli scempi ambientali delle multinazionali


http://www.ilcambiamento.it/multinazionali/eni_delta_niger_scempi_ambientali.html

Malgrado le sue dichiarazioni di intenti 'green', l'Eni è responsabile di devastazioni ambientali sia in Italia che all'estero, tra cui quella del delta del Niger. Colpevoli in quest'ultimo caso sono però anche Shell e Total, colossi petroliferi che operano in quest'area ed estraggono idrocarburi ricorrendo al 'gas flaring', tecnica altamente inquinante.
di Umberto Mezzacapo 

eni
L'Eni è responsabile di devastazioni ambientali sia in Italia che all'estero
“La responsabilità ambientale costituisce uno dei pilastri fondamentali dell'agire sostenibile ed è strettamente connessa alla capacità di un'impresa di creare valore. La richiesta di valutazione, controllo e mitigazione degli impatti sull'ambiente si estende a tutto il ciclo di vita delle attività e dei prodotti oltre che a fornitori e clienti. L'approccio Eni comprende la valutazione dell'impatto ambientale e sociale (ESIA) delle attività, effettuato attuando il massimo coinvolgimento degli stakeholder locali”.
Questa altisonante dichiarazione di intenti green e social è consultabile sul sito dell’Eni, l’ente nazionale idrocarburi. Sul suo sito l’azienda petrolifera italiana, società per azioni a partecipazione pubblica praticamente controllata dallo Stato, annovera anche diverse certificazioni e audit ambientali,registrazioni EMABilanci di Sostenibilità, Sistemi di Gestione HSE (Sistema di gestione integrato Salute Sicurezza e Ambiente HSE esteso a tutti i siti e/o attività delle Divisioni e delle Società controllate).
Nonostante questa serie di riconoscimenti che dovrebbero certificare il comportamento ‘responsabile’ del colosso degli idrocarburi, le denunce da parte di associazioni, cittadini, istituzioni pubbliche per le devastazioni ambientali e gli impatti sociali sulle comunità locali, sia in Italia che all’estero, continuano ad interessare l’Eni e, per la proprietà transitiva ed effettiva, lo Stato italiano.
Il Comune di Noto in Sicilia, la Val d’Agri in Basilicata, o le raffinerie di Taranto sono tra gli esempi di inquinamento ambientale più impattanti in cui l’Eni è stata causa conclamata ma per i quali non si è ancora arrivati ad una condanna e ad un risarcimento degli enormi danni arrecati agli ecosistemi e alla popolazione civile.
inquinamento delta nigerShell e Total sono gli altri colossi petroliferi che operano nella zona del delta del Niger ed estraggono idrocarburi ricorrendo al 'gas flaring'
Eni non si limita a desertificare solo alcune aree del bel paese, il suo raggio d’azione è globale.
L’ong Amnesty International, in occasione dell'assemblea degli azionisti di Eni a Roma di martedì 8 maggio, ha invitato la compagnia petrolifera ad impegnarsi per la bonifica di tutte le zone inquinate e attuare misure preventive efficaci nella regione del delta del fiume Niger, in Nigeria, dove Eni opera dagli anni Sessanta mediante la sua controllata Naoc (Nigerian Agip Oil Company).
“Fino al 1° novembre, le attiviste e gli attivisti di Amnesty International Italia organizzeranno iniziative di sensibilizzazione e di raccolta firme per sollecitare Eni a impegnarsi pubblicamente a intraprendere un'analisi dell'impatto sui diritti umani di tutti i progetti relativi al petrolio nel delta del Niger, assicurare la piena consultazione delle comunità colpite e un'adeguata informazione nei loro confronti, rendendone poi pubblici i risultati, bonificare le aree inquinate dalle fuoriuscite di petrolio e porre fine alla pratica del gas flaring”, ha dichiarato Carlotta Sami, direttrice generale dell'associazione.
L’Eni non è però l’unica responsabile dello scempio ambientale e sociale nel delta del fiume Niger: Shell e Total sono gli altri colossi petroliferi che operano in questa area ed estraggono idrocarburi ricorrendo al 'gas flaring'. È un processo che consiste nel bruciare a cielo aperto gas naturale collegato all'estrazione del greggio, una pratica da noi vietata per gli elevatissimi livelli di emissione di CO2 ma, evidentemente, questo non vale per il popolo nigeriano che, agli occhi dell’azionista Eni, è dotato di un particolare sistema di respirazione auto filtrante, tipo branchie da gas serra.
La Nigeria, infatti, è il primo 'inquinatore' al mondo per le emissioni di anidride carbonica (settanta milioni di tonnellate di CO2 da combustione l'anno), ma l’aria irrespirabile non è l’unica conseguenza delle attività estrattive di Eni, Shell e Total: la pesca, l’agricoltura, le foreste di mangrovie rappresentano attività primarie ed ecosistemi necessari alla sopravvivenza delle popolazioni locali ma che sono irrimediabilmente devastate, perlomeno alla scala umana, dalle attività estrattive.
delta nigerIl delta del Niger è una delle aree più povere del pianeta
Oltre alle emissioni, infatti, sono da mettere in conto le numerose fuoriuscite di petrolio provocate dalla corrosione degli oleodotti, dalla scarsa manutenzione delle infrastrutture, da errori umani o da deliberati atti di vandalismo e furti di petrolio.
I settori del gas e del petrolio costituiscono il 97 per cento delle entrate del commercio estero della Nigeria e contribuiscono al 79,5 per cento del bilancio del paese. Dagli anni Sessanta dello scorso secolo, il petrolio ha generato circa 600 miliardi di dollari d'introito.
Questi introiti, però, gli abitanti del delta del Niger non li hanno mai visti e neanche immaginati: questa è una delle aree più povere del pianeta dove il 60 per cento della popolazione locale vive di fonti di sostentamento tradizionali, come la pesca e l'agricoltura. Qui milioni di nigeriani vivono in condizioni disumane in un ambiente caratterizzato da suoli, acque ed aria contaminati; si negano loro i diritti fondamentali dell’essere umano, come quello alla salute e ad un ambiente sano, il diritto al cibo e all’acqua, quello di guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro.
Amnesty International Italia porta avanti da alcuni anni un dialogo con Eni, sviluppatosi sia attraverso una serie di incontri sull'impatto delle attività della compagnia petrolifera sui diritti umani delle comunità del delta del Niger, sia in qualità di operatore che come partner della joint venture guidata dalla Shell Petroleum Development Company e ritenuta dal Programma per l'ambiente delle Nazioni Unite (Unep) responsabile per il disastro ambientale causato dal petrolio nell'Ogoniland, una zona del delta del Niger.
petrolio delta nigerIl delta del Niger è minacciato anche da numerose fuoriuscite di petrolio
Finora il dialogo non è servito a molto e la popolazione del delta del Niger continua a morire a causa delle attività estrattive con la connivenza di miliziani e politicanti corrotti.
Si ripete il solito scempio ambientale e sociale da parte di quelle multinazionali che per la loro natura non hanno nessun legame con il territorio né con le comunità autoctone dove operano le loro aziende. Eni è una di quelle imprese globali che crede ancora di poter mettere al centro della sua mission il dividendo dei propri azionisti senza tenere conto della responsabilità sociale che compete al suo ruolo di impresa.
A niente valgono tutte le certificazioni e le azioni filantropiche di multinazionali come Eni: si tratta di un’ingiustificata appropriazione di virtù ambientaliste finalizzate alla creazione di un'immagine mistificatoria, al solo scopo di distogliere l'attenzione da proprie responsabilità nei confronti di impatti ambientali negativi, una pratica che in gergo tecnico si definisce green washing.
Mi chiedo se il cittadino che rifornisce il suo autoveicolo ad una stazione Eni, quel cittadino che impreca mentre fa il pieno per l’ennesimo rialzo del prezzo della benzina, sia consapevole che lui è uno degli azionisti di quella azienda che vende l’oro nero, mi chiedo se sia consapevole che dietro ad ogni goccia del prezioso oro nero c’è una storia di devastazione ambientale, di negazione di diritti umani, anche lì, nel suo ‘Bel paese’.

A Sarego la prima Giunta dei “grillini”

http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/dalla_home/363010_a_sarego_la_prima_giunta_dei_grillini/

SAREGO. Il sindaco Roberto Castiglion ha reso nota la squadra degli assessori che lo affiancheranno nelle decisioni. Manuela Luzi, Ivano Tregnaghi, Diego Burinato, Marco Zordan sono tutti consiglieri eletti «Nutro in loro estrema fiducia»

Zoom Foto
Il sindaco Roberto Castiglion
Sarego. È stata nominata la nuova Giunta di Sarego. Il neosindaco Roberto Castiglion del Movimento 5 Stelle ha sciolto la riserva e ha reso noti degli assessori che lo affiancheranno nelle decisioni più importanti da prendere riguardo l'amministrazione del Comune.
La squadra è stata interamente scelta tra i consiglieri senza la presenza di componenti esterni. I quattro, che hanno tutti accettato l'incarico, sono: Manuela Luzi, Ivano Tregnaghi, Diego Burinato e Marco Zordan. «Ho tenuto conto soprattutto delle competenze dei singoli, sentendo le disponibilità che ciascuno mi aveva manifestato - ha spiegato il sindaco Castiglion -. Le preferenze riportate nel risultato elettorale sono state soltanto uno degli elementi di valutazione, ma ho cercato più che altro di valorizzare le diverse attitudini personali». Il primo cittadino terrà per sé le deleghe agli affari generali e istituzioni e quelle economiche a cominciare dal bilancio, finanze e tributi, e anche la trasparenza.  Vicesindaco sarà l'unica donna in maggioranza, Manuela Luzi, 30 anni, di professione fotografa e grafica, responsabile della comunicazione del gruppo durante le elezioni, che si occuperà di pubblica istruzione, pari opportunità, servizi sociali, asilo nido, cultura, associazioni e sport.
Le deleghe tecniche andranno a Ivano Tregnaghi, 43 anni, architetto, cui è stato affidato l'assessorato ai lavori pubblici, urbanistica, edilizia privata, viabilità e territorio. L'accettazione del ruolo ha comportato la decisione, in quanto libero professionista con studio a Meledo, di rinunciare a qualsiasi incarico di natura professionale all'interno del territorio comunale con effetto immediato e fino a quando rimarrà in carica.
All'ambiente, rifiuti e raccolta differenziata, risparmio energetico e attività produttive è stato chiamato Diego Burinato, 35 anni, operaio metalmeccanico, mentre nuovo assessore all'informatizzazione, personale, organizzazione del lavoro, informazione e rapporti con la popolazione, e allo Sportello unico è Marzo Zordan, 37 anni, programmatore, consulente e docente di informatica. «Nutro estrema fiducia - ha affermato Castiglion - nelle qualità umane non solo della giunta ma anche degli altri consiglieri del Movimento 5 Stelle che siederanno in Consiglio». Il primo Consiglio comunale è stato fissato per giovedì 24 maggio alle 19.30. 
Matteo Guarda

mercoledì 16 maggio 2012

Quella crisi prodotta dalla nostra stessa economia


http://www.ilcambiamento.it/crisi/crisi_prodotta_da_economia.html

"Per spiegare la crisi si parla di banche e di debito pubblico, di finanza piratesca e di speculazioni, ma tutto questo non è che la deriva di un’economia. Come le metastasi di un tumore non sono che lo sviluppo 'naturale' del tumore stesso". E intanto, mentre ci si preoccupa di salvare un modello economico fallimentare e insostenibile, si ignorano le fondamenta delle nostre vite che, inesorabilmente, stanno andando alla malora: l’aria, l’acqua, la terra.

di Sonia Savioli

crisi economica
Per spiegare la crisi si parla di banche e di debito pubblico, di finanza piratesca e di speculazioni ma tutto questo non è che la deriva di un modello economico
Rimango sempre sconcertata quando leggo le analisi anche di prestigiosi economisti sulle ragioni e gli sviluppi della crisi economica. Io non sono un economista ma le cose ovvie e palesi credo di essere in grado di vederle e comprenderle. Così come non sono un geologo ma, se vedo un bosco tagliato a raso su un ripido pendio dal terreno sciolto, non ho bisogno del parere di esperti per capire in futuro cosa avrà determinato la frana di quel pendio. Può darsi che gli 'specialisti' siano svantaggiati: a furia di scrutare nel profondo si finisce, come dice Tolkien, per non vedere la realtà nel suo complesso, quella che sta alla luce del sole.
Per spiegare la crisi si parla di banche e di debito pubblico, di finanza piratesca e di speculazioni ma tutto questo non è che laderiva di un’economia. Come le metastasi di un tumore non sono che lo sviluppo 'naturale' del tumore stesso.
Alla base di qualsiasi economia ci sono cose concrete e semplici: le risorse materiali e il lavoro umano. In un’economia capitalista quelle risorse si chiamano 'materie prime' e/o 'merci'.
In un’economia capitalista, e cioè in una società di dominio e competizione, le risorse materiali vengono sottratte all’ambiente e ai popoli che di esse vivevano senza alcuno scrupolo e senza alcun limite; il lavoro poi, in tale economia, significa il maggior sfruttamento possibile, considerati i rapporti di forza.
Essendo un’economia basata sul dominio e sulla competizione, come la società che l’ha generata, è inevitabile che cerchi sempre di superare i limiti, di 'crescere'. La globalizzazione è stato un salto quantitativo e qualitativo in tale crescita: i capitalisti di tutto il mondo hanno cominciato a 'de-localizzare'. Questa parolina inventata, come tante ultimamente, per nascondere la realtà, significa di fatto far produrre le proprie merci in paesi asserviti e impoveriti, per non pagare i lavoratori ridotti ormai a poco più che schiavi.
carrelliLa globalizzazione è stata, fino a un certo punto del suo sviluppo, la causa di un aumento vertiginoso dei consumi nel mondo occidentale
A me, e spero non solo a me, da quando laglobalizzazione neoliberista ha trionfato, è sembrato chiaro che la fine dell’economia capitalista era alle porte, e proprio a causa della sua incapacità di darsi dei limiti e di rispettarli. Del resto, competizione e limiti sono in antitesi, così come sono in antitesi dominio e rispetto.
La globalizzazione è stata, fino a un certo punto del suo sviluppo, la causa di un aumento vertiginoso dei consumi nel mondo occidentale, cioè in quello dominante: i paesi asserviti ci davano le loro preziose materie prima in cambio di quasi nulla, le loro popolazioni asservite lavoravano per i nostri capitalisti (detti 'imprenditori') in cambio di quasi nulla. Così noi per quattro lire potevamo comperare cibo e benzina, scarpe e vestiti, borse e mobili.
Qualche inconveniente si manifestò subito: i nostri contadini, per esempio, si trovarono a dover fronteggiare la concorrenza dei prodotti agricoli che venivano dai paesi schiavi e che costavano cifre da vergogna. Arrendersi o perire. Furono costretti a rinunciare all’agricoltura o ad abbassare i prezzi a livelli schiavistici. L’Italia è piena di piccoli agricoltori che fanno il doppio lavoro: un lavoro fuori dalla loro azienda per mantenere la famiglia, l’altro nella loro campagna perché non hanno cuore di abbandonarla. Ma finché si trattava dei contadini, questi fantasmi della nostra civiltà che danno da mangiare a tutti, nessuno si mise a parlare di crisi.
Come si poteva parlare di crisi mentre il potere d’acquisto degli italiani cresceva vertiginosamente e ci rotolavamo in un’orgia diconsumi superflui e spreco? I bambini indiani producevano le nostre scarpe e i nostri tappeti, quelli turchi i nostri golfini, gli schiavi della Del Monte i nostri ananas… roba quasi regalata. E intanto noi lavoravamo come operai elettronici, impiegate, architetti d’interni, programmatori informatici, ma… chi si ferma è perduto. Man mano sono state 'de- localizzate' tutte le attività che era possibile delocalizzare: ci sono call center ('centralini' in italiano) di aziende occidentali in India e in Tunisia e fabbriche di mobili occidentali in Indonesia.
disoccupazioneTra disoccupazione o condizioni di lavoro da terzo mondo, che fine faranno i consumatori occidentali?
Tutto questo non poteva avere che una conseguenza a lungo andare: ladisoccupazione dei lavoratori occidentali. E allora, se produzione, terziario e persino servizi vengono spostati nei paesi in cui i lavoratori sono sottopagati e i lavoratori occidentali possono scegliere, a quel punto, solo tra disoccupazione o condizioni di lavoro da terzo mondo, che fine faranno i consumatori occidentali (che sono stati le colonne della 'crescita' e dello 'sviluppo')?
Il destino del Consumatore Occidentale, una volta che in Occidente scompaiono i lavoratori adeguatamente remunerati, è un fatale declino fino all’estinzione. Con quali soldi il disoccupato, il co.co.co., il sottopagato possono pagare i mobili anche se fatti in Indonesia, le scarpe pachistane, le borse cinesi?
Ed ecco che la competizione e il trionfo finale dell’imperialismo economico (e non solo) hanno prodotto la propria stessa crisi. Come per tutti gli imperi, il trionfo finale, in questo caso la globalizzazione neoliberista, era solo l’inizio dell’implosione finale: un’economia basata sui consumi superflui e frenetici è riuscita, per la brama insaziabile di sviluppo e crescita insita in lei stessa, a distruggere le basi sulle quali poggiava: il consumatore occidentale e il consumismo.
Questo, ovviamente, mentre già aveva impoverito anche i popoli del resto del mondo: quell’impoverimento era una delle condizioni dell’aumento del profitto capitalista e della ricchezza occidentale. E adesso?
portafogli vuotoImpoverire i ceti medi, dopo i lavoratori salariati, non potrà che diminuire anche i consumi che finora avevano retto
Si potrebbe dire “chi la fa l’aspetti”. Non ci siamo mai preoccupati delle crisi che il neoliberismo imponeva ai paesi di Africa, Asia, America Latina, est Europa. Non abbiamo lottato per migliori condizioni di lavoro di operai o braccianti o minatori peruviani o senegalesi. Se l’avessimo fatto, forse non avremmo subito la loro involontaria concorrenza; forse il neoliberismosarebbe crollato prima di distruggere ambiente e società umana; forse la storia avrebbe preso un altro corso. Però coi 'se' e coi 'ma' la storia non si fa e nemmeno coi 'forse'. Adesso lo sfruttamento disumano di quei popoli si ritorce contro di noi, che finora ne avevamo beneficiato.
Adesso anche i nostri governi, del tutto asserviti agli interessi del grande padronato mondiale, ci 'svendono' ai loro e nostripadroni: riducono salari e servizi sociali, aumentano tasse e vincoli in modo da distruggere anche la piccola impresa privata e il piccolo commercio, eliminano i diritti dei lavoratori. E tutto questo non farà che accelerare la conclusione: impoverire i ceti medi, dopo i lavoratori salariati, non potrà che diminuire anche i consumi che finora avevano retto.
Quanto al mitico debito pubblico, le sue cause sono più semplici di quello che si vuole far credere. Le spese che hanno contribuito maggiormente all’indebitamento dell’Italia, per esempio, sono state quelle militari, quelle delle grandi opere come il TAV oltre, naturalmente, al 'mangia mangia' diffuso di ministri, parlamentari, amministratori pubblici & co.
Ora, non è affatto vero che si cerchi di diminuire quel debito. Quello che il nostro governo cerca di fare, dato che le vacche grasse sono finite e non si possono più salvare capra e cavoli, è far mangiare i cavoli alla capra. I cavoli siamo noi e ci tolgono le pensioni, i trasporti pubblici, gli insegnanti di sostegno e le mense universitarie, oltre a tassarci la casa, il campo e poi tutto, compresa l’acqua del rubinetto. La capra sono i padroni, che prendono soldi dallo stato per fare i raddoppi delle autostrade, i viadotti e i tav, gli inceneritori, e a cui vengono regalate le ferrovie.
crisiIn questa crisi le banche hanno lo stesso ruolo dello stato capitalista-sviluppista: rubare ai poveri per dare ai ricchi
In questa crisi le banchehanno lo stesso ruolo dello stato capitalista-sviluppista: rubare ai poveri per dare ai ricchi. Perché quello che nessuno dice è che le banche appartengono agli stessi che costruiscono autostrade e ferrovie ad alta velocità, dighe e palazzoni, catene di ipermercati. Le banche prestano i nostri soldi ai loro padroni per costruire i palazzoni o le catene di ipermercati; se poi i palazzi non si vendono o gli ipermercati sono in perdita, lo stato rimpingua le banche coi nostri soldi.
Forse il quadro è schematico, ma a volte gli schemi aiutano a fare un po’ d’ordine.
Tuttavia, a molti sembrerà strano ma io non riesco a considerare tutto questo di importanza fondamentale. Certamente è importante, condiziona e condizionerà le nostre vite, ma non èfondamentale. Alle fondamenta delle nostre vite ci sono altre cose: l’aria, l’acqua, la terra. Che stanno andando alla malora e che gli economisti non considerano. Pare anzi che non le consideri quasi nessuno, tranne i superstiti popoli 'primitivi', eppure l’ambiente naturale dovrebbe condizionare anche l’economia.
Per esempio, se il petrolio sottoterra finisce, si può sempre andare a cercarlo sotto il mare; aumentano i costi ma si può aumentare anche il prezzo o farsi sovvenzionare da governi servi. Ma se la piattaforma salta in aria e la marea nera distrugge l’industria della pesca e quella del turismo? E se tempeste inaudite distruggono porti e radono al suolo migliaia di ettari di foresta di legname da esportazione? E se lo tsunami, dato che non ci sono più i mangrovieti a fermare l’onda, spazza via anche gli allevamenti di gamberetti?
Qualcuno ha detto che chi crede in una crescita illimitata, in un pianeta limitato, può essere solo un folle o un economista. Voi cosa pensate, che i nostri governanti, politici, mas mediatori ovvero 'giornalisti' siano economisti o siano folli?