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mercoledì 28 marzo 2018

Apre Ad Amsterdam Il Primo Supermercato Al Mondo Privo Di Plastica

Dal Web
Dopo l'era dei supermercati biologici arriva quella dei reparti interamente privi di plastica: nella città di Amsterdam la catena Ekoplaza annuncia che in uno dei suoi punti vendita ha aperto al pubblico un reparto in cui tutti i prodotti esposti sono imballati ecologicamente.
L'iniziativa è stata presa basandosi sulle richieste dei consumatori e in collaborazione con l'associazione ambientalista "A Plastic Planet", un gruppo che crede fermamente nella possibilità di eliminare la plastica dalle nostre vite.
immagine: Facebook/Ekoplaza

In questo supermercato bio sono esposti 680 prodotti confezionati con imballaggi biodegradabili.

Vetro, metallo, carta e bio-pellicole che nella compostiera si degradano nell'arco di 12 settimane: all'Ekoplaza situato in Jan Pieter Heijestraat si fa la storia o, come dicono i promotori dell'iniziativa "il primo passo verso un mondo plastic-free".

"I reparti plastic-free rappresentano un modo innovativo di testare tutti quei materiali alternativi, bio e compostabili, che permettono di essere più rispettosi dell'ambiente", ha detto l'ad di Ekoplaza, Erik Does. 

Se l'esperimento avrà successo arriverà presto a coinvolgere anche gli altri 74 punti vendita della catena olandese.



lunedì 19 marzo 2018

Robot e Artigianato

Dal Web
di Alessandro Cacciato

Capita sempre più spesso di vedere realizzate delle idee che avevamo deciso di non approfondire poiché ritenute estreme o estremamente inutili. Nel panorama delle professioni, ad esempio, investire sull’artigianato artistico non risulta appetibile: la sensazione è quella di un settore non remunerativo o di un’attività di nicchia da svolgere nel tempo libero. Ma se la quarta rivoluzione industriale – quella attualmente in corso – riesce a mettere in moto azioni inedite, perché non interessarsi a qualche settore sottovalutato?
Il Sud protagonista
Un territorio candidato a questo tipo di sperimentazione è il sud Italia. Nel corso dei millenni questa parte della penisola ha subito la dominazione di numerosi popoli che hanno lasciato una ricca scia di diversità unica al mondo. Basti pensare che la Sicilia – ad esempio – con i suoi 7 patrimoni UNESCO racchiude nei propri confini il 13% dei siti Italiani dichiarati patrimonio dell’umanità, ed in tutto il suo territorio è possibile scegliere tra una vastità infinita di prodotti che vanno dall’enogastronomia all’artigianato, trovando anche nei piccoli centri delle tipicità uniche.
2020: il 70% della popolazione mondiale sarà connessa al web
Fissato questo punto inserisco nel mio ragionamento un elemento inedito: entro il 2020 il 70% della popolazione mondiale sarà connessa al web – ma non solo – già da oggi è possibile accedere facilmente alle nuove tecnologie che sono e saranno sempre più a basso costo. Un esempio è Arduino ovvero una piattaforma hardware, nata oltre dieci anni fa, composta da una scheda elettronica dotata di un microcontrollore facilmente programmabile. Chiunque di noi, grazie al software libero, potrà svilupparlo entrando a far parte di una fitta comunità che ne condivide gratuitamente i progressi on line. Funziona con lo stesso principio di Wikipedia dove sono gli utenti ad arricchirne lo sviluppo e a segnalare eventuali errori.
Tre ingredienti per passare all’azione
È naturale che siano i giovani i più inclini ad avere a che fare con queste nuove tecnologie ed in tutta Italia si moltiplicano le comunità nei FabLab, ovvero dei luoghi fisici dove i microcontrollori diventano il “cervello” di droni, sistemi di allarme e molto altro, costruiti con l’ausilio di tutor e tutorial. L’utilizzo di questi microcontrollori è talmente semplice che i rudimenti vengono insegnati ai bambini all’interno di iniziative che prendono il nome di CoderDojo.
Siamo dunque in presenza di tre “ingredienti” facilmente disponibili:
  • prodotti artigianali di alta qualità;
  • artigiani dalla professionalità unica – spesso persone anziane;
  • giovani con alta propensione all’utilizzo delle nuove tecnologie.
Che cosa accadrebbe se cominciassimo a miscelare questi ingredienti?
Facilitatori
Un attore candidato a sperimentare tutto questo dovrebbe essere la pubblica amministrazione, se solo cominciasse a facilitare piuttosto che complicare anche le questioni più semplici con la complicità di una burocrazia soffocante. Per avviare percorsi virtuosi per giovani e anziani della propria città un sindaco, ad esempio, piuttosto che chiedere risorse allo Stato – non disponibili nel breve periodo – potrebbe fare qualche cosa di rivoluzionario a partire da subito: ascoltare. Partire dagli anziani che affollano le piazze per conoscere le professioni svolte nel corso di un’intera vita; coinvolgere gli artigiani che hanno tramandato fino ai giorni d’oggi le antiche tradizioni le quali però rischiano di non essere trasferite alle future generazioni semplicemente perché non remunerative.
La centralità degli spazi pubblici
Conosciuti gli anziani bisognerà farli incontrare con quei giovani propensi alle nuove tecnologie. Ma dove? L’attore pubblico è un grande detentore di spazi che spesso non riesce ad utilizzare in mancanza di una visione. I luoghi che sono aperti tutti i giorni, che hanno le utenze operative e che vengono presidiati giornalmente dal personale comunale sono le biblioteche. Presenti in tutto il territorio nazionale, anno dopo anno – tranne rare eccezioni – stanno perdendo il ruolo di centralità nella vita culturale cittadina. Questi luoghi possono divenire il punto d’incontro tra giovani ed anziani per sperimentare l’unione tra artigianato e nuove tecnologie. Queste azioni non avranno solamente una finalità economica ma anche sociale poiché renderà protagonisti due elementi che oggi sono visti come problematica: giovani e anziani. In questa visione diverranno una risorsa immediatamente disponibile.
Un esperimento ben riuscito
Un esperimento l’ho voluto condurre personalmente in provincia di Palermo, in un territorio che presenta diverse problematiche dal punto di vista sociale ed occupazionale. Il protagonista è Francesco, un ragazzo che ha imparato l’utilizzo della scheda Arduino, grazie alla testardaggine di una sua professoressa, e ha voluto sperimentare questa tecnologia all’interno di un istituto industriale, anche se non previsto nel programma di studi del MIUR.
Pupo Siciliano 4.0
Francesco ha creato un Pupo Siciliano parlante. Spendendo poche decine di euro e senza snaturare il prodotto artistico – anch’esso patrimonio UNESCO – ha applicato ad un microcontrollore un sensore di prossimità, uno di temperatura, una memoria ed una piccola cassa audio in modo tale che, all’avvicinarsi di una persona, il pupo consiglierà – in dialetto siciliano – se coprirsi o meno per non ammalarsi. Abbiamo altresì immaginato di promuoverlo presso le comunità italo americane, permettendo la registrazione della voce dei parenti degli emigrati in modo da rendere più affascinante il prodotto. L’esercizio di rendere attraente una tipicità potrebbe essere esteso alle botteghe della ceramica, ferro o tessuti. In questo modo il comparto artigianale potrebbe essere attraversato da un nuovo entusiasmo senza chiedere niente a nessuno, ma coinvolgendo le migliori menti del territorio dove scuola e università potrebbero accelerare l’iniziativa e l’attore pubblico facilitare la chiamata all’azione di quei giovani che affollano la ricca percentuale dei NEET.
Futuro
Il futuro è già arrivato ma sembra che in pochi se ne siano accorti, forse a causa di quella dannata mentalità che ritiene più rassicurante aspettare che qualcuno possa modificare il nostro domani, piuttosto che guardarsi intorno con ritrovata curiosità e fantasia.

L’AUTORE





martedì 13 marzo 2018

Smart working: meno pendolarismo, più presenza in famiglia, più tempo per se stessi

Dal Web

Non spaventi il nome, smart working. Non è nulla di marziano, anzi. È una modalità molto semplice di lavoro che, se diffusa, potrebbe rivoluzionare il modo di vivere di milioni di famiglie e diminuire la mobilizzazione di auto e mezzi, con un ridotto impatto sull'ambiente.

Smart working, lavoro intelligente, lavoro agile, chiamiamolo come vogliamo, ma una cosa è certa: potrebbe rivoluzionare le dinamiche di milioni di famiglie e porterebbe a una riduzione della mobilità di mezzi di trasporto con conseguente beneficio per l'ambiente. Con questa formula è possibile lavorare al di fuori dell’ufficio, anche da casa. E non è un'idea balzana, bensì una vera e propria opportunità codificata da una legge e contemplata dal Ministero del lavoro.
La definizione di smart working è contenuta nella legge n. 81/2017 e pone l'accento sulla flessibilità organizzativa, sulla volontarietà delle parti che sottoscrivono l'accordo individuale e sull'utilizzo di strumentazioni che consentano di lavorare da remoto (come ad esempio: pc portatili, tablet e smartphone).
Al momento può essere prevista per alcuni periodi all’interno della settimana ed è il modello di telelavoro che negli ultimi 2 anni ha trovato il maggior gradimento tra i lavoratori e le aziende private più innovative.
In sintesi, un lavoratore dipendente può prestare la propria opera, in tutto o in parte, anche al di fuori dalla sede dell’azienda grazie agli strumenti informatici che l’azienda mette a disposizione. Non ha vincoli di orario di lavoro privilegiando il raggiungimento degli obiettivi concordati con il datore di lavoro, garantendo il rispetto del limite massimo di ore lavorative giornaliere e settimanali stabilito dalla legge e dai contratti collettivi. Il lavoratore quindi gestisce il proprio orario mantenendo lo stesso inquadramento contrattuale e con lo stesso trattamento economico e normativo.
È un “lavoro agile” perché basato sulla combinazione di flessibilità, autonomia e collaborazione, che si è diffuso principalmente e velocemente tra le grandi aziende perché è risultato essere una modalità lavorativa vincente.
Inoltre, una tale formula elimina la necessità degli spostamenti, che oggi avvengono soprattutto in auto e in secondo luogo in treno. Di conseguenza, potrebbe ridursi anche di parecchio l'impatto sull'ambiente, con minore congestione delle strade e minori emissioni inquinanti.
Nel 2015, con la legge 124/2015, articolo 14, lo smart working è stato introdotto anche nella Pubblica Amministrazione, in affiancamento al telelavoro previsto dalla legge 191/1998; nel 2017 sono state emanate le linee guida con la Direttiva n. 3/2017 della Presidenza del Consiglio dei Ministri definendo criteri generali e percorsi di valutazione dell’efficacia della nuova modalità di lavoro e nel maggio 2017 è stata varata la legge 81 che, all’articolo 18,  lo regola, in vigore dal 14 giugno.
Eppure se ne parla ancora troppo poco e ancora poche aziende scelgono questa modalità, probabilmente per una resistenza che va al di là anche delle questioni oggettive e pratiche.

giovedì 1 marzo 2018

Robot killer, cosa sono e perché dobbiamo temerli

Dal Web
robot killer sono robot militari potenzialmente in grado di sostituirsi ai soldati sul campo di battaglia. Dotati di intelligenza artificiale e con capacità decisionali autonome, promettono – o minacciano – di rivoluzionare il modo di fare la guerra. Secondo il Dipartimento della Difesa americano, entro il 2050 gli eserciti saranno formati quasi esclusivamente da robot killer capaci di selezionare e colpire obiettivi senza l’intervento umano, senza che nessuno prema un pulsante. Sceglieranno loro come e quando sparare.

Robot killer, benedizione o sciagura?

Sui robot killer gli scienziati si dividono: per alcuni, i più entusiasti, saremmo di fronte a un’autentica rivoluzione bellica – la terza dopo l’invenzione della polvere da sparo e delle armi nucleari – che consentirebbe di ridurre drasticamente le perdite tra i soldati. Secondo altri, invece, un’eventuale corsa agli armamenti “intelligenti” sarebbe una sciagura e significherebbe autorizzare un uso distorto e pericoloso dell’intelligenza artificiale. I robot da guerra sono “una pessima idea – si legge in un appello firmato da oltre mille scienziati – immaginate cosa succederebbe se finissero nelle mani di terroristi e dittatori: verrebbero utilizzati per eseguire attentati, colpi di stato, operazioni di pulizia etnica”.

Robot killer e terrorismo

I manager di 24 Stati hanno chiesto alle Nazioni Unite di mettere al bando i robot killer. Nell’estate 2017, 116 imprenditori del settore della robotica e dell’intelligenza artificiale hanno firmato un appello all’Onu. Il pericolo, dicono, è che i robot killer possano essere utilizzati anche dai terroristi e possano diventare protagonisti di guerre capaci di distruggere l’umanità.
Tra i firmatari dell’appello ci sono anche Elon Musk, esperto di intelligenza artificiale, e Mustafa Suleyman di Google. Questi robot, affermano, possono finire nelle mani del terrorismo ed essere utilizzati contro persone innocenti.
Potresti leggere in proposito anche:

I robot killer sono la negazione delle leggi di Asimov

Vista la loro la “facoltà” di uccidere, i robot killer pongono anche un problema di tipo etico-giuridico: se per un errore di valutazione dovessero sbagliare obiettivo e colpire ad esempio dei civili, di chi sarebbe la colpa? Di chi li ha costruiti, di chi li ha programmati o del comandante dell’operazione militare?
Da un punto di vista puramente letterario, invece, i robot da guerra rappresentano l’esatto rovesciamento delle tre leggi della robotica di Isaac Asimov, in particolare della prima legge che dice che “un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che a causa del proprio mancato intervento un uomo riceva danno”.

Robot killer: Usa, Corea e Gran Bretagna fanno le prove generali

Le implicazioni di carattere morale e legale derivanti dall’uso dei robot killer non sembrano tuttavia preoccupare Paesi come gli Stati Uniti, la Corea del Sud e la Gran Bretagna che stanno già sperimentando robot semi autonomi – per lo più droni militari – con scopi offensivi e compiti di sorveglianza. Uno di questi è il Samsung Techwin SGR-A1, un robot sentinella progettato per essere utilizzato nella zona demilitarizzata al confine tra le due Coree. Dotato di intelligenza artificiale ed equipaggiato con videocamere a infrarossi, mitragliatrice e lanciagranate, questo robot da guerra può individuare e colpire bersagli in movimento in un raggio di 3,2 km. Per il momento viene ancora comandato a distanza, ma in futuro potrebbe fare tutto da solo.

Tra i “precursori” dei robot killer c’è anche Taranis, un drone britannico con un alto grado di autonomia. Prodotto da BAE Systems, Taranis è invisibile ai radar e può trasportare armi, anche se almeno inizialmente sarà utilizzato per missioni di intelligence in territorio nemico. Lo sviluppo del primo prototipo, finanziato in parte anche dal Ministero della Difesa inglese, è costato circa 220 milioni di euro.
Vediamo insieme il primo volo di Taranis: