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lunedì 23 aprile 2018

Le Comunità degli “Energy Citizen”

Dal Web
di Gianni Girotto – Da alcuni anni si è capito che l’energia può essere prodotta non solo da grandi impianti (nucleari, a carbone, petrolio, gas, idroelettrici…) ma grazie all’avvento delle tecnologie rinnovabili, da tutta una serie di piccoli e piccolissimi impianti che funzionano grazie appunto al sole, al vento, al geotermico…etc.
Sino ad ora però queste migliaia e migliaia di impianti sono nati e cresciuti in forma “disorganizzata”.
Oggi è tempo di fare un ulteriore passo, e di organizzare queste migliaia e migliaia di soggetti in cooperative ad azionariato popolare, con voto capitario, e senza fini di lucro. Non solo, è tempo anche di dare l’opportunità a tutti coloro che, per vari motivi, non possono permettersi di costruire un impianto di loro proprietà, di avere comunque a disposizione energia proveniente da Fonte completamente rinnovabile.
Si badi bene, questa è l’ennesima “scoperta dell’acqua calda”, in quanto nei paesi del nord Europa questo modello organizzativo, già assolutamente comune, è utilizzato in migliaia di casi (leggi lo studio gratuito “La Democrazia energetica”), ed é fortemente voluto e previsto dalle Direttive Europee. In Italia viceversa siamo ancora agli inizi, ed a maggior ragione quindi è opportuno far conoscere a tutti queste nuove realtà che “chiudono il cerchio” delle rinnovabili, consentendo a tutti di avere a casa propria energia rinnovabile anche in assenza di un impianto installato nel proprio edificio.
E’ quindi possibile dire addio al vecchio fornitore e alle vecchie fonti fossili, con il vantaggio di non essere più un numero, un cliente come tanti altri, ma un socio, con un voto esattamente come tutti gli altri.
In questo video vi spieghiamo alcune cose: 
Dallo studio The Potential for Energy Citizens in the European Union – condotto dall’istituto di ricerca ambientale CE Delft per conto di Greenpeace, Federazione Europea per le Energie Rinnovabili (EREF), Friends of the Earth e REScoop.eu – emerge che, già oggi, i cittadini europei – producendo o fornendo energia in forma individuale o collettiva – hanno trasformato il mercato in molti paesi europei, contribuendo a creare un modello innovativo di gestione diretta dell’energia elettrica. E il rapporto stima che al 2050 un cittadino europeo ogni due sarà prosumer, ovvero consumerà l’energia autoprodotta con impianti rinnovabili individuali, collettivi o di piccole imprese, con il risultato che il 45% dell’energia elettrica europea proverrà dai cosiddetti “energy citizen”. Per l’Italia i numeri dicono che al 2050 2 italiani su 5 saranno “cittadini energetici”: per il 37% come individui (impianti fotovoltaici domestici), per un altro 37% in forma collettiva (cooperative energetiche), il 25% da piccole imprese e l’1% dagli Enti Locali.
L’identità delle cooperative energetiche
Le cooperative energetiche sono iniziative collettive che operano per favorire ed accelerare la transizione energetica verso un modello 100% attribuendo il dovuto peso agli impatti ambientali, economici e sociali della produzione e del consumo energetici.
In termini generali la cooperativa è una forma di aggregazione spontanea di individui che si uniscono per soddisfare i propri bisogni economici, sociali e culturali e le proprie aspirazioni, creando una società di proprietà comune e democraticamente controllata. Declinandola in ambito energetico, oltre a questo, la cooperativa ha il potere di diventare anche un’operazione di disinvestimento dalle multinazionali fossili a favore di progetti sostenibili, decentralizzati ed etici ad azionariato popolare, incrementando la quota rinnovabile nel mix nazionale.
L’esperienza italiana
In Italia la cooperazione energetica è relativamente recente e si ispira comunque alle esperienze di successo delle storiche comunità energetiche europee – in Germania, Olanda, Belgio, Francia, Spagna – che nell’insieme aggregano centinaia di migliaia di soci in cooperative di produzione, di utenza o di entrambe.
Fatta eccezione per le cooperative dell’arco alpino che risalgono agli inizi del ‘900, uno degli esempi recenti in Italia è Retenergie, cooperativa di produzione nata nel cuneese, che dal 2008 realizza impianti rinnovabili collettivi a basso impatto ambientale e sociale. Assieme ad Avanzi, che ha promosso l’iniziativa in qualità di partner del progetto europeo RESCOOP20-20-20, e ad Energoclub Onlus, la stessa Retenergie ha contribuito a far nascere nel 2014 ènostra, la cooperativa a finalità mutualistica che dal 2016 fornisce elettricità rinnovabile, sostenibile ed etica ai propri soci. Con la fusione tra ènostra e Retenergie nascerà un’impresa di comunità che concretizzerà anche in Italia il nuovo modello di gestione del Bene Comune Energia, attraverso il coinvolgimento diretto dei soci nella sfera della produzione, del risparmio e del consumo.
I vantaggi del non essere a scopo di lucro
Non essere a finalità lucrativa non significa non fare margini bensì perseguire valori che non sono quello economico, ma quello ambientale e soprattutto quello sociale. Significa che non si margina facendo speculazioni ma attribuendo un valore equo all’energia elettrica e ai servizi a copertura del costo di produzione e di gestione. Creando un equilibrio tra interessi normalmente contrapposti (produttori vs consumatori) grazie all’unione dei due soggetti nel ruolo di prosumer si determinano ricadute positive ed economie. Si crea un circuito virtuoso tra produzione, vendita e consumo. E maggiore è il numero di soci, maggiori i benefici e le opportunità per i soci stessi.
Dall’UE novità a beneficio dei consumatori
Il 18 gennaio 2018, i parlamentari UE hanno votato e approvato i documenti di revisione delle direttive su rinnovabili e mercato elettrico volti a favorire la transizione energetica, come stabilito dal pacchetto “Energia pulita per tutti gli europei”. Per la prima volta sono stati riconosciuti il ruolo centrale ai consumatori e, in particolare, i diritti del prosumer e dell’active consumer. Con il nuovo quadro giuridico, a cittadini e comunità energetiche – gli “energy citizen” appunto – sarà garantita la partecipazione attiva al futuro mercato dell’energia.
Tra gli emendamenti del Parlamento UE sulla direttiva per la promozione dell’uso delle rinnovabili approvati lo scorso 17 gennaio:
(54) La partecipazione dei cittadini e delle autorità a livello locale a progetti nell’ambito delle energie rinnovabili attraverso le comunità che producono energia rinnovabile ha comportato un notevole valore aggiunto in termini di accettazione delle energie rinnovabili a livello locale e l’accesso a capitali privati aggiuntivi, il che si traduce in investimenti a livello locale, in maggiori possibilità di scelta per i consumatori e in una maggiore partecipazione dei cittadini alla transizione energetica, in particolare incoraggiando la partecipazione delle famiglie che potrebbero altrimenti vedersi escluse, in un miglioramento dell’efficienza energetica a livello domestico e in un contributo alla lotta contro la povertà energetica grazie ai tagli ai consumi e alle tariffe di fornitura. Questo coinvolgimento a livello locale sarà tanto più importante in un contesto caratterizzato dall’aumento della capacità di energia rinnovabile in futuro.
Il nuovo quadro normativo in via di definizione getterà basi più solide a favore delle tariffe “demand response”, della vendita di energia tra pari, del “virtual net metering”, ovvero la possibilità di sottrarre dalla propria bolletta, l’energia prodotta dagli impianti situati lontano dalla propria casa) e altre soluzioni innovative a vantaggio del consumatore finale, ma anche della rete e della riduzione degli sprechi.
Le comunità energetiche: cuore e motore della transizione
I numeri parlano chiaro: nel 2017 l’85% della nuova potenza elettrica installata a livello europeo riguarda sistemi rinnovabili. In Italia lo scorso anno sono stati investiti 2,5 miliardi di dollari, con un incremento del 15% rispetto all’anno prima.
Se mettiamo insieme tutti i pezzi risulta chiaro che il modello energetico sta davvero cambiando e in Italia le comunità energetiche saranno sempre più protagoniste. Saranno il cuore e il motore di questa transizione.

giovedì 12 aprile 2018

L'umanità cieca di fronte al cambiamento climatico

Dal Web

Qualsiasi persona di senno, con la propria casa in fiamme e i familiari dentro, farebbe di tutto per salvarli; eppure, nonostante il nostro mondo stia bruciando, la grande famiglia umana non si adopera granchè per salvarsi. Quello dei cambiamenti climatici è uno dei grandi dilemmi contemporanei che vedono l'umanità cieca e pressochè inerme di fronte alla propria veloce estinzione auto-provocata.



Fino a una trentina di anni fa eravamo in pochi a dare l’allarme per cercare di porre l’attenzione su un problema di enorme portata come quello del cambiamento climatico e delle sue conseguenze drammatiche. Come da copione, eravamo considerati catastrofisti, eccessivi, si diceva che la situazione non era così grave, qualche esperto aveva pure il coraggio di affermare che il riscaldamento della terra era fisiologico, che erano aspetti ciclici, non c’era nulla di cui preoccuparsi.
Poi si venne a sapere che chi negava i cambiamenti climatici era spesso lautamente prezzolato dalle industrie petrolifere e le stesse pagavano giornalisti o sedicenti esperti per confutare le tesi dei sempre più numerosi scienziati che in maniera indipendente dimostravano la grande pericolosità dei cambiamenti climatici e le dirette responsabilità umane in merito. 
Oggi, praticamente più nessuno confuta quello che “i catastrofisti” dicevano già tempo addietro e cioè che i cambiamenti climatici non solo sono un prodotto delle attività umane ma che stanno anche correndo più velocemente del previsto e creando sempre più gravi e irreversibili problemi. Le conferenze sul clima decidono poco e nulla e quel poco che decidono viene persino disatteso; si continua ad andare avanti più o meno come se nulla fosse. Oltre agli ambientalisti, molte personalità stanno dando l’allarme; fra queste anche quello che è considerato uno tra i più grandi scrittori indiani viventi, Amitav Ghosh, che ha dedicato un  libro sull’aspetto della rimozione collettiva del problema dei cambiamenti climatici e il relativo scarso interesse della letteratura per questo tema. Il libro si chiama emblematicamente “La grande cecità” e Ghosh, cercando di capire il perché di questa rimozione collettiva, mette in discussione il paradigma che qualsiasi cosa venga dal progresso (occidentale) sia di per sé positiva e auspicabile. 
Analizza come gli uomini nella loro arroganza non si rendano conto che è impossibile imbrigliare la natura e costringerla ai propri voleri spesso del tutto innaturali. Ci parla della rimozione dei rischi facendo esempi di varie città costiere dove la crescita dipende dall’assicurarsi che si chiuda un occhio proprio sui rischi. Scrive delle centrali nucleari in India che a causa di eventi climatici estremi potrebbero avere problemi come in Giappone. E mettendo l’accento sulla scelleratezza e stupidità umana, citando la tragedia della centrale nucleare di Fukushima nota come  “Nel medioevo erano state collocate lungo il litorale delle tavolette di pietra per mettere in guardia dagli tsunami: alle generazioni future veniva detto senza mezzi termini: ”Non costruite le vostre case al di sotto di questo punto!"I giapponesi non sono di certo meno attenti di qualunque altro popolo alle raccomandazioni degli antenati: eppure, non solo hanno costruito esattamente dove era stato detto loro di non farlo, ma ci hanno piazzato una centrale nucleare.
Siamo sempre alle prese con il nostro ridicolo e suicida progresso che disprezza i popoli indigeni e li giudica inferiori anche se poi sono gli unici che si sono messi in salvo dallo tsunami e considera gli antichi e la loro saggezza ed esperienza come cose di cui non tenere conto. Con un cellulare in tasca, noi ci sentiamo padroni del mondo, tranne quando appunto uno tsunami spazza via noi, il nostro cellulare e le nostre centrali nucleari. Impressionanti erano infatti nelle città giapponesi post tsunami, le code di fronte alle cabine telefoniche, le uniche che funzionavano dopo che erano saltati tutti gli altri modernissimi sistemi di comunicazione.
Anche il grande scrittore indiano per cercare le cause dei cambiamenti climatici giunge alle conclusioni ormai arcinote almeno per chi studia la situazione da tempo e cioè che il sistema della crescita è insostenibile da ogni punto di vista, ecco la sua versione:  Gli stili di vita nati dalla modernità sono praticabili solo per una piccola minoranza della popolazione mondiale. L’esperienza storica dell’Asia dimostra che il nostro pianeta non consentirà che questi stili di vita siano adottati da tutti gli esseri umani. Non è possibile che ogni famiglia del mondo abbia due automobili, una lavatrice e un frigorifero, non per ragioni tecniche o economiche, ma perché altrimenti l’umanità morirebbe soffocata. E’ stata dunque l’Asia a strappare la maschera al fantasma che l’aveva attirata sul palcoscenico della Grande Cecità, ma solo per ritrarsi inorridita da quel che aveva fatto; lo shock è stato tale che ora non osa neppure nominare cosa ha visto - perché essendo salita su questo palcoscenico, ora è in trappola come tutti gli altri. L’unica cosa che può dire al coro che aspetta di accoglierla nei suoi ranghi è :”Ma voi avevate promesso…e noi vi abbiamo creduto!”.  In questo suo ruolo di sempliciotto inorridito, l’Asia ha anche messo a nudo, col proprio silenzio, i silenzi sempre più evidenti che stanno al cuore del sistema di governance globale.
Ghosh prosegue citando Gandhi che con profetica lungimiranza già nel 1928 affermava:” Dio non voglia che l’India debba mai abbracciare l’industrializzazione alla maniera dell’occidente. Se un intera nazione di trecento milioni di persone (attualmente l’India ha un miliardo e trecento milioni di abitanti n.d.a.) dovesse intraprendere un simile sfruttamento delle risorse il mondo ne resterebbe spogliato come da una invasione di cavallette” Questa citazione è sorprendente per la schiettezza con cui va dritto al cuore del problema: i numeri. E’ la dimostrazione che Gandhi, come molti altri, capiva intuitivamente quel che col tempo la storia dell’Asia avrebbe dimostrato: che la pretesa universalista della civiltà industriale era una mistificazione; che uno stile di vita consumista, se adottato da un numero sufficientemente ampio di persone, sarebbe ben presto diventato insostenibile, conducendo all’esaurimento di tutte le risorse del pianeta.
Sarà proprio perchè Amitav Ghosh non è un “esperto”, non è uno scienziato, un economista o un politico, che riesce a capire chiaramente e semplicemente quello che è lampante così come il suo illustre predecessore?  Infatti fa esattamente quello che non fanno le conferenze internazionali sul clima che essendo gestite da politici non possono che barare sulla crescita che non viene mai messa in discussione e quindi non si arriva mai a vere soluzioni ma solo vaghi intenti e rimandi infiniti del problema. Ghosh invece giustamente collega i cambiamenti climatici ad una crescita esponenziale che è insostenibile da ogni punto di vista e contrappone la sostanzialmente inconcludente conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici e l’enciclica papale Laudato sì che invece è estremamente dura nei confronti dell’idea di una crescita infinita o illimitata che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. E’ a causa del paradigma tecnocratico che non ci si rende conto a sufficienza di quali sono le radici più profonde degli squilibri attuali, che hanno a che vedere con l’orientamento, i fini, il senso ed il contesto sociale della crescita tecnologica  ed economica.
Ghosh conclude con una analisi che riporta in auge le vere e profonde conoscenze che proprio in un ambito di crisi saranno una possibile salvezza, citando anche il recupero dei legami comunitari e delle abilità manuali, aspetti centrali di cui già da tempo abbiamo scritto nei nostri testi.
Nel corso degli ultimi decenni la parabola della Grande Accelerazione ha coinciso con la traiettoria della modernità: ha portato alla disgregazione delle comunità, a un individualismo e un’anomia sempre più accentuati, all’industrializzazione dell’agricoltura e alla centralizzazione dei sistemi distributivi. Allo stesso tempo ha rafforzato il dualismo mente-corpo al punto da produrre l’illusione, propagandata in modo così potente nel cyberspazio, che gli esseri umani si siano liberati dai vincoli materiali al punto da essere diventati personalità fluttuanti scisse da un corpo. L’effetto cumulativo di tutto ciò è la progressiva scomparsa di quelle forme di sapere tradizionale, abilità materiali, arti e legami comunitari che, con l’intensificarsi dell’impatto del cambiamento climatico, potrebbero invece fornire un sostegno a un gran numero di persone in tutto il mondo - soprattutto a coloro che ancora oggi sono legati alla terra. Ma la rapidità con cui la crisi sta avanzando potrebbe quantomeno impedire che alcune di queste risorse scompaiano.
Non può che essere un aspetto positivo, in una situazione di grande cecità che personalità di questo tipo giungano anche loro a conclusioni simili a quelle che da tempo enunciamo e le portino alla grande ribalta anche se poi lo stesso Ghosh deve sconsolatamente notare che pure giornali attenti alle tematiche ambientali come il Guardian o l’Indipendent danno molta più importanza e risalto alle vacanze all’estero ad alto tasso di emissioni e alla Formula 1, che non alle notizie sul cambiamento climatico.
Ma forse, chissà, possiamo ancora rinsavire e levarci la benda dagli occhi.

domenica 1 aprile 2018

TAV in Val di Susa: progresso e fregatura ad alta velocità

Dal Web

Con la Tav in Val di Susa si va avanti malgrado lo stesso Osservatorio per l'asse ferroviario Torino-Lione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri abbia ammesso che sui numeri ci si era sbagliati e che le previsioni sono state smentite dai fatti. Siamo oltre la follia. Ora vedremo cosa farà il nuovo governo.

di Paolo Ermani
Dove sono tutti gli esperti che hanno fatto rigorosi studi pagati lautamente, i professori di prestigiose università, i politici, i giornalisti, gli analisti, i tecnici, i super esperti di economia che per anni ci hanno raccontato roboanti balle sull’assoluta indispensabilità della Tav in Val Susa come elemento imprescindibile per rimanere agganciati al treno del progresso?
 Dove sono queste persone di fronte alla recente ammissione dello stesso osservatorio per l’asse ferroviario Torino Lione presso la presidenza del consiglio dei Ministri, che sostanzialmente ammette che la Tav non serve assolutamente a nulla?
E se la TAV è un bluff, chi ripaga la gente della Val Susa dell’occupazione militare, della restrizione della libertà e di tutti i soprusi e la criminalizzazione subita in tutti questi lunghi e per loro durissimi anni?
Sono state criminalizzate e represse persone che non hanno fatto altro che dire quello che era logico, lampante, chiaro come il sole e supportato da innumerevoli studi scientifici ben più attendibili di quelli fatti a favore della TAV, e cioè che questa tratta ferroviaria era superflua visto che non si prevedeva nessun aumento significativo del traffico di merci (che è la stessa identica conclusione a cui giunge oggi lo studio dell’osservatorio) e avrebbe creato solo danni e problemi.
 E chi ripaga l’ambiente dei danni ad oggi provocati?
 E chi ripaga i cittadini italiani delle spese enormi occorse per una inutile occupazione militare di un intero territorio? 
A rigor di logica dovremmo chiedere la restituzione dei soldi occorsi per queste  attività, a tutti quelli che erano favorevoli, hanno approvato e reso possibile questa inutile e devastante opera.
E dove è finito l’indispensabile, vitale, mirabolante Corridoio 5 Lisbona Kiev da cui dovevano passare infinite merci e per il quale il nodo in Val di Susa era essenziale, irrinunciabile e senza quello saremmo scivolati nel terzo o quarto mondo?
 E il colmo dei colmi è che nonostante lo stesso Osservatorio pro l'asse ferroviario Torino-Lione presso la Presidenza  del Consiglio dei Ministri, quindi il governo dello Stato, ammetta che chi criticava l’opera fin dall’inizio avesse ragione, si va avanti lo stesso.
  Siamo oltre la follia, oltre la presa per i fondelli, oltre qualsiasi senso logico. 
Questa inutile opera non serve ma si fa ugualmente, la cosa ha lo stesso senso di quando al servizio militare facevano fare le buche per poi ricoprirle. Peccato però che fare la Tav, significa buttare ancora cifre enormi di soldi pubblici. Con un paese fatiscente nelle sue strutture, con i viadotti e le scuole che crollano, con gli ospedali e la gente ammassata nelle corsie, noi ci permettiamo di sprecare soldi nella Tav che non serve a niente. 
L’altro aspetto assai inquietante della vicenda è quello relativo al progresso. Qualsiasi opera inutile e costosa ha sempre la giustificazione del “Progresso”. Ma visti i risultati di questo tipo di progresso ogni volta che qualcuno con interessi in gioco pronuncia questa parola, è praticamente l’attestazione della fregatura.  Progresso è fare opere inutili e costose?
 No, non è progresso, è demenza e inganno della collettività. Progresso è fare bene e con costi contenuti e soprattutto che vada realmente a favore delle persone e dell’ambiente, non a favore dei vari comitati di affari politici ed economici che siano. Niente è progresso se non tiene conto delle persone, della loro salute, della loro libertà, del loro reale benessere e della salvaguardia ambientale. E speriamo che un prossimo governo che sia realmente per il progresso, rinsavisca e fermi questo scempio e follia che è la Tav in Val di Susa.