Nucleare: anniversari, sogni, realtà

 Dal web

40 anni dopo Chernobyl, 15 anni dopo Fukushima

Nel 2026 ricorrono anniversari significativi dei due grandi incidenti nucleari: 

40 anni da Chernobyl, 15 da Fukushima.

 Due eventi ritenuti di probabilità insignificante, ma che purtroppo si verificarono: 

uno per errore umano, l’altro per catastrofe naturale. 

Due tragedie che hanno indelebilmente segnato il destino della tecnologia elettronucleare, minando le prospettive di mercato e mettendo in luce i suoi nodi irrisolti.

I costi degli incidenti

Definire con precisione il costo umano dei due disastri è praticamente impossibile.

 La stima delle vittime di Chernobyl per esposizione radiologica rimane uno dei temi più dibattuti e controversi nell’ambito dell’epidemiologia ambientale. 

A seconda della fonte, i numeri variano da meno di cento a decine di migliaia.

 Per entrambi gli incidenti, sono stati e restano severi i danni indiretti, in particolare psicologici e sociali, per loro natura non facilmente quantificabili. 

Centinaia di migliaia di persone ebbero la vita stravolta per sempre: è largamente documentato che, in quei luoghi, sono aumentati i tassi di depressionealcolismosuicidio.

Meno controversa, invece, appare la stima dei danni materiali: Chernobyl e Fukushima sono stati i due più costosi incidenti industriali di sempre. I danni diretti e indiretti alle economie dei Paesi coinvolti, insieme ai costi di decontaminazione e bonifica, sono oggi valutati – per ciascun caso – in un’ampia forbice centrata attorno ai 400 miliardi di euro.

Si tratta di un costo destinato a gravare ancora sulle generazioni future. In entrambi i siti, infatti, la situazione è lontana dall’essere risolta. 

A Chernobyl, la struttura di confinamento denominata NSF (New Safe Confinement), che ricopre i resti del reattore esploso nel 1986, dovrà garantire protezione fino al 2116. 

Nel frattempo, resta aperta la sfida della rimozione del materiale radioattivo fuso – il cosiddetto “magma” – che giace sotto il vecchio sarcofago in cemento, costruito quarant’anni fa e oggi a rischio collasso. 

A Fukushima, la rimozione del combustibile nucleare dai tre reattori andati in meltdown non inizierà prima del 2037 – 26 anni dopo l’incidente – e sarà una sfida ingegneristica gigantesca.

La gestione dei rifiuti nucleari

Quest’ultimo dato offre la misura di quanto la tecnologia nucleare sollevi una questione di giustizia intergenerazionale. 

Un tema che si pone anche in assenza di incidenti: la gestione dei rifiuti nucleari ad alta attività impone di individuare e certificare come “sicuri”, per decine di migliaia di anni, siti geologici di stoccaggio a circa 500 m di profondità.

 Sono orizzonti temporali che disorientano, se si considera che la civiltà umana nella sua forma storicamente documentata ha meno di 6000 anni. 

Le autorità di sicurezza oggi richiedono che questi depositi presentino una segnaletica immune ai cambiamenti delle lingue e delle culture, che inevitabilmente avverranno.

 In pratica, dobbiamo sforzarci di elaborare avvertimenti comprensibili a un eventuale ignaro postero che, fra 50 000 anni, si imbatta nel nostro sgradevole lascito.

Di fronte all’entità dei costi associati agli incidenti e a prospettive temporali che sfidano ogni pianificazione economica, è comprensibile che le compagnie assicurative non coprano i danni sanitari e materiali alle persone. 

E neanche i costi di bonifica, la cui portata non è stimabile a priori. 

In Giappone, il soggetto chiamato a coprire i costi di ultima istanza è lo Stato e non TEPCO, l’azienda che possedeva l’impianto di Fukushima.


La crisi del nucleare

A partire dal disastro di Chernobyl, l’industria nucleare globale è entrata in una crisi profonda dalla quale non si è più ripresa.

 Nel corso dei decenni – e ancora oggi – è stato più volte annunciato un “rinascimento nucleare”, sistematicamente svanito. 

Per comprendere lo stato attuale del settore, è utile partire da alcuni dati.

Rispetto a trent’anni fa, il numero di reattori nucleari operativi nel mondo è leggermente diminuito, mentre la relativa potenza installata è leggermente aumentata. 

Questo incremento ha coperto in misura marginale l’enorme aumento della domanda globale di elettricità: nel 1996 il nucleare copriva il 17% della domanda mondiale, oggi si ferma al 9%. L’età media dei reattori resta elevata. 

Il valore più basso si registra a livello globale (33 anni), grazie al contributo dei nuovi impianti cinesi. In Francia l’età media del parco nucleare è di 40 anni, negli Stati Uniti raggiunge i 44. Nessuno dei due Paesi ha reattori in costruzione.

In Europa sono attivi solo tre “nuovi” progetti: uno in Slovacchia (prima pietra posata 39 anni fa) e due nel Regno Unito. 

Per questi ultimi si sono accumulati ritardi superiori a dieci anni, mentre i costi preventivati sono più che raddoppiati. 

I trend dell’industria nucleare nelle economie di mercato sono impietosi, come dimostrano le crisi finanziarie che hanno colpito a catena aziende del settore, tra cui Toshiba, Westinghouse e Areva. 

Nel 2022 il governo francese è intervenuto rinazionalizzando al 100% il colosso EDF (Électricité de France), in forte difficoltà finanziaria.

Il nucleare in Cina

Nel panorama nucleare globale, oggi dominano le economie a controllo statale: oltre il 90% dei reattori in costruzione è basato su tecnologia russa o cinese, e più della metà dei circa 70 impianti attualmente in cantiere si trova in Cina

Tuttavia, il boom cinese si ridimensiona se confrontato con il trend delle altre tecnologie. 

Nel 2025 sono stati connessi in rete 1,1 GW di nuova capacità nucleare, contro 435 GW di eolico più fotovoltaico. 

In Cina il nucleare copre oggi circa il 5% del fabbisogno elettrico nazionale, mentre solare ed eolico raggiungono insieme il 25%.

 La traiettoria impressa da Pechino verso l’elettrificazione dei consumi finali indica chiaramente che il nucleare non rappresenta il perno della strategia.

La situazione del nucleare in Italia

Il ventilato rilancio del nucleare in Italia si colloca in questo complesso quadro storico e internazionale.

 E siccome la realtà è tutt’altro che esuberante, il dibattito è stato spostato su tecnologie che oggi non esistono sul mercato: piccoli reattori modulari – talvolta evocati nella loro “quarta generazione”, ancora lontana – e fusione.

 Non è un modo responsabile per affrontare problemi strutturali sempre più urgenti: alto costo dell’energia e cronica dipendenza dall’estero.

Un tratto curioso del dibattito italiano è l’indicazione della Francia come modello.

 In realtà, il sistema elettrico francese – imperniato su 57 grandi reattori, un numero spropositato – mostra crescenti elementi di criticità.

 Come tutti i Paesi europei, anche la Francia sta installando nuova capacità rinnovabile; negli ultimi dieci anni questo ha di fatto marginalizzato l’equivalente di circa sette reattori. In media, quasi metà del parco nucleare francese non è impiegato per il fabbisogno interno: gli impianti sono spenti oppure producono per l’export

Quei reattori furono concepiti per funzionare in modo continuo, ma sono sempre più spesso modulati per adeguarsi all’andamento dell’offerta complessiva, causando un aumento dello stress operativo su infrastrutture ormai datate. 

In prospettiva, gli spazi per le esportazioni francesi tendono a ridursi, man mano che gli altri Paesi europei accrescono la propria capacità rinnovabile. 

Il nucleare francese sta diventando una sorta di elefante nella stanza del sistema elettrico europeo. 

Esso richiederà una gestione sempre più attenta e condivisa, anche in vista di una dismissione non remota, le cui implicazioni non potranno essere considerate una questione di sola pertinenza francese.

Nucleare: pro e contro

Il nucleare presenta indubbi punti di forza: un reattore in funzione produce energia H24 in ogni stagione, non emette CO2 e inquinanti in fase operativa, occupa superfici contenute. 

Se ci si ferma qui, è la soluzione perfetta. 

Le tecnologie però non esistono mai in astratto: vanno inserite nel mondo reale. 

Ed è esattamente questo lo stress test che il nucleare non ha mai superato.

 Si tende superficialmente ad attribuire la crisi senza fine del nucleare a fattori esterni: ambientalisti, politici incapaci, enti regolatori eccessivamente severi.

 Troppo comodo.

 La crisi del nucleare è tutta nelle sue intrinseche debolezze e contraddizioni, che in 70 anni non ha mai risolto.

L’ultima volta che in Italia si è discusso di nucleare (2010-2011) il fotovoltaico era marginale, l’eolico muoveva i primi passi, le batterie avevano costi proibitivi, le reti intelligenti erano solo una bella idea sulla carta, l’industria nucleare prometteva riduzioni dei costi, una centrale non si era mai trovata in teatro di guerra, la proliferazione nucleare era considerata un tema superato.

Discutiamo apertamente di tutto, ma non facciamo finta di essere anche solo a 15 anni fa. Oggi il nucleare non è più l’unica alternativa a carbone e gas, come all’epoca di Chernobyl e Fukushima. 

Tutto è cambiato, prendiamone serenamente atto e voltiamo pagina.

Continuate a seguirci: è un tema complesso e ne riparleremo.


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