Terre rare e nuovi colonialismi. Il caso della Groenlandia
Dal web
Le mire espansionistiche degli Usa sull'isola danese ci danno l'occasione per spiegare l'origine della formazione dei minerali tanto ricercati
Un mosaico in movimento
Se i mari si potessero tirar via come una coperta, vedremmo un mosaico di “placche tettoniche” separate da due tipi di confine: vulcani allineati per migliaia di chilometri a formare le “dorsali oceaniche”, rispetto alle quali le placche adiacenti si allontanano l’una dall’altra; “fosse oceaniche” profonde migliaia di metri, lungo le quali le placche invece di allontanarsi si scontrano.
La fossa oceanica si crea perché una delle placche viene piegata verso il basso fino a infilarsi sotto l’altra, frantumandosi e sciogliendosi in magma per via delle elevate pressioni e temperature.
Le “radici” delle montagne
Frammenti delle placche assieme ai sedimenti accumulati dentro la fossa vengono progressivamente accartocciati e sospinti verso l’alto, creando le catene montuose.
Dove i magmi prodotti dalla fusione della placca trovano sfogo in superficie si formano gli archi vulcanici; il magma che non trova sbocchi si raffredda e solidifica in profondità, formando le “radici” delle catene montuose:
qui si concentra quasi tutta la gamma di minerali noti, e quindi anche gran parte delle risorse minerarie più importanti.
Cratoni, dove si concentrano i minerali
Queste radici impregnate di minerali emergono in superficie solo quando le catene soprastanti vengono piallate via nel corso di centinaia di milioni di anni di erosione.
I geologi chiamano “cratoni” le aree formate da antiche radici riesumate, da un termine greco che vuol dire “forte”, a sottolineare la loro resistenza ai processi che hanno distrutto prima le placche e poi la catena.
Per via del tempo necessario a smantellare una catena montuosa, non si conoscono cratoni più recenti di 500 milioni di anni; di solito raggiungono i miliardi di anni di età, avvicinandosi ai primordi della Terra.
Per questo, le aree cratoniche sono le uniche abbastanza antiche da contenere sparute tracce fossili dei primi organismi viventi.
Le più antiche, lasciate da “alghe” unicellulari dette “stromatoliti” (“tappeti di roccia”), risalgono a circa 3,7 miliardi di anni fa e provengono dal cratone della Groenlandia.
Come in tutti i cratoni, anche in quello groenlandese si concentrano minerali per noi da sempre preziosi e indispensabili: oro, argento, ferro e rame, per esempio, storicamente i metalli del progresso e della guerra per le civiltà fiorite in ogni parte del mondo.
Le terre rare
Oggi l’elenco dei minerali che alimentano l’economia e i conflitti dell’umanità è assai più lungo e in cima alla lista troviamo le misteriose “terre rare”.
Si tratta di una quindicina di elementi le cui proprietà sono essenziali per far funzionare motori elettrici, turbine eoliche, pannelli solari, microchip e altri componenti chiave di tutti i moderni dispositivi elettronici: senza le terre rare niente transizione energetica, niente tecnologia digitale e niente intelligenza artificiale.
Ovviamente, anche la moderna tecnologia militare è totalmente dipendente dalle terre rare.
Il caso della Groenlandia
La lunga evoluzione geologica e la breve storia recente sono quindi il motivo per cui la Groenlandia è attualmente oggetto di minacce colonialiste da parte degli USA: politicamente è un “protettorato” quasi disabitato di un piccolo e pacifico paese come la Danimarca; geologicamente è un grande cratone ricco di terre rare. Un’area può essere “ricca” di terre rare perché questi minerali non sono rari in assoluto ma solo perché, da come si legano ad altri elementi, rimangono dispersi invece di concentrarsi in vene e filoni, come fa per esempio l’oro (assai più raro delle terre rare); questo rende difficile e costosa la loro estrazione.
Una questione ambientale
SOLO IN ABBONAMENTO
LA RIVISTA DELLA NATURA, il trimestrale su carta. Richiedi il nuovo numeroUna questione ambientale
Non basta quindi possedere riserve di terre rare, occorre sviluppare le capacità industriali per estrarle e purificarle, chiudendo più di un occhio sulle questioni ambientali; bisogna infatti demolire e trattare con soluzioni acide inquinanti tonnellate di rocce per ottenere un grammo di terre rare.
Per esempio, al primo posto per possedimenti di terre rare (davanti a Brasile, India, Australia, Russia, Vietnam e USA) c’è la vasta e popolosa Cina, con quasi la metà delle riserve totali del pianeta; ma grazie alle sue capacità industriali e a politiche ambientali permissiviste, la Cina provvede al 90% della richiesta mondiale di terre rare.
La Groenlandia, con un rispettabile 2% delle riserve mondiali, è appena dietro gli USA; tuttavia, da spopolato paradiso ecologico qual è, la sua produzione di terre rare è praticamente a zero.
D’altra parte, un approccio simile a quello cinese sarebbe una catastrofe ambientale per l’area artica, punto vitale dell’intero pianeta.
Ecco perché, al di là del vituperato diritto internazionale, il caso della Groenlandia riguarda tutti.

Commenti
Posta un commento