Ciclone Harry, il primo studio di attribuzione conferma il ruolo del cambiamento climatico

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Il ciclone mediterraneo Harry, che tra il 19 e il 22 gennaio 2026 ha devastato ampie aree della Sicilia, della Sardegna e della Calabria – colpendo duramente anche Malta e la Tunisia – è stato reso più intenso dal cambiamento climatico di origine antropica. È quanto emerge dal primo studio di attribuzione dedicato a questo evento estremo, realizzato nell’ambito del progetto europeo ClimaMeter.


Secondo l’analisi, i venti associati al ciclone Harry sono risultati oggi fino al 15% più intensi rispetto a eventi analoghi del passato, con un aumento stimato tra 4 e 8 chilometri orari delle velocità del vento vicino alla superficie. 

Un segnale coerente con quanto già indicato dalla letteratura scientifica internazionale sul Mediterraneo: meno cicloni complessivi, ma tempeste più violente.

Un evento eccezionale, amplificato dal riscaldamento globale

Lo studio confronta le condizioni meteorologiche associate al ciclone Harry con quelle di eventi atmosferici simili osservati nel periodo 1950–1987 e in quello più recente 1988–2023, utilizzando dati Copernicus ERA5 e una metodologia basata sugli analoghi climatici.

I risultati mostrano che:

  • le velocità del vento sono oggi sistematicamente più elevate rispetto al passato;
  • la sola variabilità naturale non è sufficiente a spiegare l’intensità osservata;
  • il cambiamento climatico causato dalle attività umane ha contribuito in modo significativo alla severità della tempesta.

La rarità statistica dell’evento riduce il livello di confidenza quantitativa dell’analisi, ma le conclusioni sono coerenti con le valutazioni dell’IPCC (Sesto rapporto di valutazione), secondo cui i cicloni mediterranei più intensi sono destinati a produrre venti più forti e impatti più severi in un clima che continua a riscaldarsi.

Danni ingenti, ma nessuna vittima

Il ciclone Harry ha causato danni economici enormi: solo in Sicilia le prime stime parlano di oltre un miliardo di euro, tra infrastrutture di trasporto, aree costiere, agricoltura, pesca e turismo. In diverse zone si sono registrati:

  • venti sostenuti oltre i 100 km/h;
  • onde fino a 9–10 metri lungo le coste ioniche e tirreniche;
  • piogge giornaliere superiori a 150 millimetri, con alluvioni improvvise e gravi disagi alla mobilità.

Nonostante la violenza dell’evento, non si sono registrate vittime

Un risultato attribuito all’emissione tempestiva delle allerte meteo e all’efficacia delle misure di protezione civile, che hanno ridotto l’esposizione della popolazione ai rischi più gravi.

Le voci degli scienziati

«L’intensità della distruzione è stata enorme, ma le allerte meteo rosse hanno salvato vite umane», spiega Davide Faranda, primo autore dello studio. «La sfida ora è andare oltre l’emergenza: per ridurre i rischi futuri e i costi della ricostruzione dobbiamo abbandonare i combustibili fossili e rafforzare le strategie di adattamento».

Secondo diversi ricercatori coinvolti, il ciclone Harry segnala anche un cambiamento nella stagionalità degli eventi estremi mediterranei: tempeste invernali che assumono caratteristiche tipiche dei mesi più caldi, combinando venti intensi, precipitazioni estreme e livelli marini elevati

Una miscela pericolosa che aumenta il rischio di impatti concatenati su territori già fragili.

Adattamento, pianificazione e uscita dai fossili

Lo studio sottolinea che fattori come urbanizzazione costiera, esposizione delle infrastrutture e vulnerabilità sociale giocano un ruolo chiave nel determinare i danni. 

In un Mediterraneo che si riscalda, diventa quindi urgente:

  • aggiornare gli standard di progettazione delle infrastrutture;
  • rafforzare i sistemi di allerta precoce;
  • integrare il rischio climatico nella pianificazione territoriale;
  • ridurre rapidamente le emissioni climalteranti prodotte dall’uso dei combustibili fossili.

Il messaggio che arriva dal ciclone Harry è chiaro: il cambiamento climatico non è una minaccia futura, ma una realtà già in atto che sta rendendo più pericolosi gli eventi estremi nel cuore del Mediterraneo. 

Ignorarlo significa accettare danni sempre maggiori, economici e sociali, negli anni a venire. 

 



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