giovedì 1 dicembre 2011

IL 2012 DEI CITTADINI: UN ANNO PER SALVARCI

Nella manovra di luglio ci sono due provvedimenti che stabiliscono una scadenza temporale cruciale per il futuro del welfare e del diritto universale alla salute: la cosiddetta delega assistenziale fiscale, e la dotazione assegnata al Fondo sanitario nazionale per gli anni 2012 – 2014. Il primo stabilisce, a priori, che la spesa socio-assistenziale dovrà essere ridotta di 20 miliardi l’anno con le modalità già indicate nella delega al governo; il provvedimento definitivo deve essere emanato entro il settembre 2012 pena l’applicazione di un sistema predeterminato di tagli lineari. Il secondo prevede una riduzione del Fondo sanitario nazionale di 3 miliardi per il 2013 e di 4 miliardi per il 2014, con misure (ticket, tetti di spesa e altro) che di fatto limitano sensibilmente l’universalità del diritto alla salute.
Atti di questa portata, che congiunti ad altri -  come la riduzione dei fondi per il trasporto pubblico e per la manutenzione del territorio, l’abolizione del fondo per la non autosufficienza –  incidono fortemente sulla sicurezza e sulla qualità della vita dei cittadini e preannunciano, con un anno di anticipo, lo smantellamento del welfare tradizionale e avrebbero meritato un dibattito pubblico approfondito e ben circostanziato.
Sono prevalse, invece le posizioni di scuola, nelle quali si evoca la necessità di “riforme strutturali”che, però, non vengono mai precisate. Per esempio, sono praticamente scomparse dall’agenda le politiche di riforma della PA, nonostante l’esistenza di una opinione largamente condivisa (e corroborata dalle classifiche internazionali) sul fatto che essa sia un grande handicap del nostro paese, nonché fonte di grandi sprechi e di corruzione. Sono pochi quelli che ritengono  possibile intervenire con successo, forse soltanto quelli che hanno già dimostrato sul campo di saperlo fare. Sono troppi, invece, quelli che ritengono (magari senza dirlo) che le resistenze corporative e le clientele siano invincibili, e che comunque i risultati concretamente raggiungibili sarebbero insufficienti. Non si capisce perché non conti nulla, per esempio, che, in sanità, le cosiddette “Regioni virtuose” abbiano dimostrato che si possano fornire servizi di alto livello risparmiando, o che, in alcuni casi, i piani di rientro abbiano successo, migliorando fortemente l’organizzazione sanitaria e la qualità. Non conta nulla che, come abbiamo già segnalato in altre occasioni, le comunità locali, grazie all’impegno congiunto di professionisti, amministratori competenti e cittadini, abbiano saputo dare risposte vincenti, spesso a costo zero, a problemi di grande rilevanza. Eppure, l’estensione di queste esperienze potrebbe, con ogni probabilità, raggiungere e forse anche superare i risultati economici richiesti.
L’opinione più in voga, al momento, invece, è che senza ripresa della crescita nessun sistema di welfare sia sostenibile, e che nel frattempo l’unica cosa da fare sia far quadrare comunque i conti (ovviamente “con un ragionevole tasso di equità”). Il problema è che, in tutto il mondo occidentale, è difficile trovare segnali che corroborino l’ipotesi di una ripresa stabile della crescita. In tre mesi sono cambiati cinque governi in altrettanti paesi europei, ma l’orizzonte resta buio: le leadership politiche sono indecise e disorientate, e “i mercati” in attesa di non si sa quali “azioni concrete” rendono ancora più complicato il governo della crisi. Vari osservatori, con ragioni che sarebbe bene non trascurare, considerano irreversibile la crisi in corso e indispensabile un cambiamento radicale di sistema. 
Può la cittadinanza attiva intervenire in uno scenario di tale complessità senza farsi travolgere dalla disperazione o dalla sindrome di impotenza? La risposta è positiva, soprattutto se si mantengono elevati l’orgoglio civico, senza farsi condizionare da complessi di inferiorità, e la tradizionale propensione al realismo e alla concretezza. Fare valere un punto di vista civico in questa situazione può contribuire da una parte a ridurre l’insopportabile tasso di ideologia che ancora affligge il dibattito pubblico, e dall’altra a contenere il peso degli interessi particolari. Prendendo sul serio quello che già si fa e (solo in parte) si dice, emergono almeno cinque assi di elevato valore strategico.
Il primo viene dal legame indissolubile esistente fra cittadinanza attiva, beni comuni e sussidiarietà, che trova nella questione del welfare una rappresentazione emblematica. Il tentativo di ridurre il welfare all’assistenza caritatevole per i “soggetti autenticamente bisognosi”, propugnato con grande determinazione dall’ex ministro Sacconi, è un radicale rinnegamento dell’universalità, con un salto all’indietro di quasi 150 anni. Anche l’idea che esso sia uno strumento di redistribuzione della ricchezza non regge, e diventa addirittura controproducente nel contesto di una crisi che riduce le risorse disponibili. 
Il punto di partenza da assumere è che, grazie ad un grande processo storico, il welfare è diventato un elemento fondante delle società che hanno come obiettivo del loro agire la dignità dell’uomo e la centralità dei diritti, e quindi un motore di sviluppo umano. E’ andato oltre il perimetro tradizionale della protezione sociale e della salute, includendo la cura delle risorse umane e la sicurezza del territorio. Grazie a ciò, i cittadini non sono più sudditi né semplici utenti, ma agenti della costruzione e della tutela dei beni comuni. La sussidiarietà, quindi, non è il semplice ritiro dello Stato, ma la costruzione di un regime di governo che impegna tutti gli attori (istituzioni di vario livello, comunità locali, cittadini, professionisti e amministratori) ad esercitare un livello di responsabilità più qualificato e più elevato. Queste considerazioni possono sembrare ingenue e idealistiche ma, se si pensa al potenziale distruttivo della crisi, investire su un welfare capace di mettere in campo nuove risorse e di favorire la coesione sociale potrebbe essere un elementare atto di saggezza.
Il secondo asse è il rafforzamento della interlocuzione con un governo che, in assenza di una investitura elettorale, deve legittimarsi sulla propria capacità di operare. Non sappiamo ancora quale attenzione il nuovo esecutivo riserverà alla cittadinanza attiva, ma possiamo certamente individuare due ambiti di intervento da sostenere con la massima determinazione, con una grande mobilitazione e, se necessario, con azioni di lotta. Uno riguarda la necessità di fare valere un punto di vista civico nei criteri di allocazione e di reperimento delle risorse, sulla scia di quanto è già stato fatto, per esempio, con il “Libro nero del welfare” prodotto dal network “I diritti alzano la voce” che comprende varie importanti organizzazioni civiche, fra cui Cittadinanzattiva. La nuova situazione richiede un ripensamento generale del Bilancio dello Stato sia in termini di distribuzione fra i capitoli di spesa, sia per la capacità di accogliere e contabilizzare nuove risorse, come quelle della sussidiarietà. Bisogna anche riconoscere che nell’ambito della cittadinanza attiva possano nascere proposte originali, come quella di prevedere una tassazione dei patrimoni temperata dalla detrazione delle imposte sul reddito, che andrebbe a gravare, per questo, sugli evasori, con il recupero di almeno 25 miliardi l’anno. L’altro ambito è la progettazione e la realizzazione delle “politiche a costo zero” che dovrebbero favorire la crescita: semplificazione e trasparenza delle amministrazioni, introduzione e implementazione di sistemi di monitoraggio e valutazione, giustizia civile, conciliazione dei conflitti. In tutti questi ambiti la cittadinanza attiva ha già dato ampia prova di sé ed è, forse, l’unica risorsa in grado di impedire che, ancora una volta, la burocrazia e le corporazioni affossino i tentativi di riforma.
Una terza linea di azione è quella più volte richiamata in editoriali precedenti, cioè la mobilitazione e l’empowerment delle comunità locali, a partire dalla piena utilizzazione degli strumenti previsti dalle leggi (piani sociali di zona, piani di attività dei distretti sanitari, piani di protezione civile, piani di trasparenza delle amministrazioni, strumenti urbanistici e altro ancora). Sono tutti ambiti in cui la cittadinanza attiva può apportare nuove e importanti risorse, può assumere, ai sensi dell’art. 118 u.c. della Costituzione, una propria autonoma iniziativa ma può e deve, anche, imparare a chiedere conto alle amministrazioni inadempienti o comunque chiuse su sé stesse. Nel contesto della crisi nessuno sconto è possibile. 
Il quarto ambito strategico è l’azione a livello europeo, troppo spesso trascurata dalle organizzazioni civiche, indispensabile per dare il necessario respiro all’azione civica. C’è molto da inventare, ma forse l’Europa dei cittadini è più avanzata di quanto si pensi e potrebbe aiutare le istituzioni e superare questa pericolosa fase di stallo.
Il quinto asse riguarda obbligatoriamente l’interlocuzione con il Parlamento al quale continuano, giustamente, a fare capo decisioni sostanziali, come la riduzione immediata dei costi diretti e dei privilegi della politica e, soprattutto la ristrutturazione della rappresentanza politica. La raccolta delle firme per il referendum elettorale è stata un primo passo, ma bisogna porre mano ad altre misure, come la riduzione del numero dei componenti delle assemblee elettive e ad un effettivo trasferimento di poteri e risorse dall’area della rappresentanza politica a quella della cittadinanza attiva, secondo le indicazioni ancora attuali del Manifesto per una nuova classe dirigente del 2008 (inserisci link al documento). Anche in questo caso bisogna pensare, se necessario, a forti azioni di mobilitazione e di lotta.
Non nutriamo, ovviamente, l’illusione che tutto ciò basti per arrestare una crisi che ha radici profonde o per garantire la tanto auspicata crescita. Abbiamo però a disposizione un anno (che non possiamo permetterci di sprecare) per aiutare tutto il paese a fare fronte alla situazione senza inutili smantellamenti, a rafforzare la coesione sociale e a lasciare aperte le prospettive di sviluppo umano. E’ ovviamente necessaria una forte assunzione di responsabilità della leadership civica in tutte le sue componenti e in tutti i suoi livelli territoriali. Ma, almeno su questo, ci sentiamo ottimisti.
Alessio Terzi, Presidente nazionale di Cittadinanzattiva