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mercoledì 14 settembre 2011

Acqua, non ci sono fogne e depuratori. L'Italia rischia sanzioni dall'Ue

"Se qualcuno è indolente nel mantenere il suo argine in buone condizioni e non lo conserva; se così l'argine si rompe e tutti i campi vengono allagati, così colui che era responsabile dell'argine rovinato venderà il necessario per denaro e il denaro ripagherà il grano del quale egli ha causato la perdita" (Codice di Hammurabi, 1780 avanti Cristo).

"Gli Stati membri proteggono, migliorano e ripristinano tutti i corpi idrici superficiali (....) al fine di raggiungere un buono stato delle acque superficiali (...) entro 15 anni dall'entrata in vigore della presente direttiva. (...) Le sanzioni devono essere effettive, proporzionate e dissuasive" (Unione europea, 23.10.2000).

Per evitare il rischio di sanzioni pesanti che entro pochi anni potrebbero abbattersi sui nostri conti pubblici, conviene ripartire da qui, dalla cultura dell'acqua mediterranea che affonda le sue radici nelle tradizioni dei sumeri e degli assiro babilonesi. Magari provando a evitare il ripetersi degli errori che, a partire dall'inaridimento dei campi della mezzaluna fertile fino all'inquinamento da pesticidi, in quattro millenni hanno mostrato un ampio spettro di pericoli.

All'indomani del referendum il mondo dell'acqua cerca dunque di superare il secondo ostacolo. Bloccata la spinta verso la deregulation selvaggia del settore, resta la battaglia per chiudere il ciclo idrico. Da una parte si tratta di ridurre gli sprechi, dall'altra di assicurare che l'acqua utilizzata venga restituita all'ambiente in condizioni tali da non costituire un problema ecologico. Anche perché entro 3 anni, per legge, l'insieme del sistema idrico italiano dovrà tornare a un "buono stato" di salute. Impresa resa difficile da due problemi.

Il primo è strutturale. Come raccontano Erasmo D'Angelis e Alberto Irace in un libro appena uscito ("Il valore dell'acqua") il ventesimo secolo si è chiuso senza aver completato il processo di costruzione del servizio idrico: "Nel 1904 solo 26 capoluoghi di provincia erano dotati di un acquedotto comunale. Ancora nel 1954 una buona parte d'Italia viveva senza l'acqua corrente in casa. In Veneto, ad esempio, su 100 case 48 non erano allacciate all'acquedotto, 52 erano senza gabinetto, 72 senza doccia o vasca da bagno, 15 senza elettricità, 81 senza il gas a rete, 86 senza il termosifone". E alla fine degli anni Novanta una città come Milano fu multata dall'Europa (9 miliardi di lire per ogni mese di ulteriore ritardo) per la mancata costruzione dei suoi depuratori.

Ancora oggi, a fronte di una penetrazione molto ampia degli acquedotti (la copertura supera il 96 per cento), il sistema delle fognature arriva solo all'86 per cento del fabbisogno e la depurazione si ferma al 70 per cento. Per chiudere il ciclo dell'acqua servono 64 miliardi di euro in trent'anni.

E' un intervento necessario perché oggi il livello di qualità delle acque è lontano dalle richieste di Bruxelles: oltre la metà delle stazioni di monitoraggio collocate su fiumi e laghi rivela il mancato raggiungimento dello standard che sarà obbligatorio dal 2016. Al momento, l'insieme di centinaia di migliaia di scarichi non depurati, depurati male o illegali rende questo obiettivo irraggiungibile. E, in caso di inadempienza, le sanzioni europee sarebbero pesanti. "Siamo stati deferiti alla Corte di Giustizia Europea il 5 maggio 2010: le megamulte riguarderanno 178 comuni italiani, 75 dei quali siciliani. In ballo ci sono cifre già rese note da Bruxelles che varieranno da 11 a 714 mila euro al giorno", precisa D'Angelis, presidente di Publiacqua, il gestore del servizio idrico della Toscana centrale.

Per evitare le sanzioni bisogna trovare i fondi per gli investimenti. Come? "Per anni ci hanno raccontato una favola", sostiene Paolo Caretti, del Forum movimenti per l'acqua. "Quella che per trovare i soldi bisognava privatizzare. Un falso, come dimostrano i numeri sui mancati investimenti nelle città in cui gli acquedotti sono stati privatizzati. E, in ogni caso, i privati non tirerebbero fuori neppure un centesimo: se anche trovassero i fondi, arriverebbe tutto dai rincari in bolletta che sono stati l'unica conseguenza reale della fase di privatizzazione. Noi proponiamo un sistema diverso. Chiediamo che sia la finanza pubblica a garantire gli investimenti dirottandoli da voci con priorità più bassa, senza aumentare il peso delle imposte. Inoltre, a parità di prelievo fiscale complessivo, suggeriamo una tassa di scopo sulle bottiglie di acqua minerale in plastica".

Sessantaquattro miliardi sono una bella cifra. Ma c'è chi sostiene che il vero problema non è quello economico. Secondo Roberto Passino, presidente della Commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche, le tariffe attuali sono perfettamente in grado di garantire gli investimenti attraverso prestiti che saranno ripagati da incassi sicuri e garantiti come quelli del settore idrico.

"Avevamo già preso contatto con l'Associazione bancaria italiana e con la banca europea degli investimenti trovando grande disponibilità", ricorda Passino. "Ma all'ultimo momento c'è stata una frenata perché il sistema creditizio si è trovato di fronte all'assenza di un'interlocuzione affidabile: le decisioni non vengono prese in base alle esigenze tecniche e di programmazione, ma sull'onda delle convenienze clientelari ed elettorali che cambiano di giorno in giorno. Il sistema idrico non ha problemi: è il sistema politico che non funziona".

E, a rendere ancora più difficile la situazione, è arrivata la manovra del governo che penalizza il settore energetico colpendo le multiutilities, le aziende che forniscono elettricità e acqua. "Siamo di fronte a una doppia assurdità", osserva Adolfo Spaziani, direttore di Federutility, l'associazione degli acquedotti pubblici e delle altre aziende di servizi. "Abbiamo fatto importanti investimenti sulle fonti rinnovabili e ora, con il taglio di liquidità, si rende più difficile l'adeguamento delle rete necessario a utilizzare la nuova disponibilità di energia green. Inoltre con la Robin tax si colpiscono le imprese impegnate nel fornire i servizi primari indebolendo così gli sforzi per mettersi in regola nel settore idrico. Tutto ciò all'indomani di un referendum che ha chiesto di rafforzare la capacità della mano pubblica di offrire servizi idrici adeguati".