martedì 9 agosto 2011

Valsusa. Default: la democrazia coloniale

Niente arriva a sproposito, se arriva insieme al denaro. (Shakespeare)
polizia_val_di_susaTra i tanti significati che default assume, in inglese e nell’uso che ne viene fatto in italiano, ce ne sono due che caratterizzano il tipo di democrazia coloniale che viviamo. Il primo è legato direttamente al linguaggio economico-finanziario. Default è infatti la ristrutturazione del debito di uno stato. Assolutamente da evitare, per le banche e per chi ha investito in quel debito (non per chi ci ha scommesso contro), per cui il “rischio default” comporta durissime politiche di tagli alla spesa e all’assistenza pubblica. Il risultato? Coloniale anche se formalmente procurato da uno stato sovrano e senza intervento militare esterno. Per fare un esempio: recentemente Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, ha detto che la Grecia “ha margini di sovranità ormai molto limitati”. Potenza coloniale del rischio default.
L’altro significato, su cui focalizzarsi, è default inteso come automatismo, qualcosa che scatta all’avvio di un qualsiasi processo di avviamento di dispositivo. Ora sappiamo che esistono miriadi di forme di democrazia e che questa evoluzione, storica, di differenziazione della forma democratica racchiude significati meno legati al senso di libertà di quanto si possa immaginare. Ad esempio in Italia si riflette poco sul concetto di democrazia coloniale. Eppure storicamente Francia e Inghilterra sono state democrazie coloniali, dove, contemporaneamente al processo interno di democratizzazione borghese, si delineava una strategia di lunga durata di occupazione coloniale di territori extraeuropei. L’introduzione di un codice civile, di una rete di formazione e scolarizzazione e di una amministrazione pubblica rappresentavano, nei territori occupati, la microfisica di un potere coloniale a provenienza democratica.
Quello che sta avvenendo in Valsusa, e ancora prima per il Mose o il Dal Molin e in centinaia di implementazioni di termovalorizzatori e di grandi opere di ogni tipo, non è altro che l’applicazione di una democrazia coloniale. Che funziona, a differenza delle democrazie coloniali del passato, per default. Per introduzione quindi di una rete di automatismi giuridici, logistici, mediali che salta completamente le regole giuridiche e politiche dell’amministrazione pubblica del territorio. Le stesse regole che nell’Inghilterra e nella Francia dell’800 e del ‘900 erano la precondizione di governo della popolazione colonizzata e che nei paesi europei, nello stesso periodo, facevano parte del processo di governo della differenziazione sociale. Si batte sempre poco la strada del rapporto tra liberalismo e democrazia coloniale. Eppure nella fase classica del colonialismo questo significa che l’estrazione di consenso politico, ed elettorale, delle democrazie europee produce quei saperi e quei dispositivi politici e giuridici che servono per l’amministrazione e il governo dei paesi colonizzati. L’intervento militare, e la sottomissione delle popolazioni autoctone, rappresentava l’anello di congiunzione tra democrazia liberale e la sua espansione amministrativa oltre confine. Iraq, India, Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto rappresentano esempi storici dell’efficacia e dell’affinamento di questo processo.
La democrazia coloniale per default viene invece applicata sulle popolazioni interne all’Europa in questo scorcio di secolo. Prendiamo l’Italia e la Val di Susa: si costruisce un automatismo di interventi per grandi opere fatto di un perimetro giuridico, logistico, finanziario generato da una delle reti della governance europea, lo si definisce come gerarchicamente superiore alle regole storiche dell’amministrazione del territorio e si procede militarmente per realizzarlo. Si tratta della modalità contemporanea della democrazia coloniale. Ci si legittima per procedure giuridiche, si costruisce tutta una legittimità completamente interna a queste procedure, e poi si rovescia il tutto nei confronti delle popolazioni prescelte: due regimi di legge, e quello che tutela le popolazioni è il subordinato, come precondizione per l’intervento militare. Come nelle democrazie coloniali inglesi e francesi: la legittimazione democratica interna, tramite elezioni, serviva come elemento di forza per l’intervento non democratico in altri paesi. Oggi, la Val di Susa è paradigmatica: la proliferazione di dispositivi giuridici, nati dall’accordo tra democrazie, produce l’intervento coloniale non democratico contro la propria popolazione. Ecco quali sono gli automatismi che oggi scattano di default nella democrazia coloniale: una filiazione giuridicamente sofistica della logica politica, militare, affaristica, amministrativa dell’800 e del ‘900 liberali. Con il liberalismo, appunto, come filo rosso tra le due epoche. E con legioni di fessi che, di default appunto, parlano di democrazia liberale come se questa avesse a che fare davvero con la libertà.
L’altro default, l’altro tipo di automatismi, riguarda i media. Anche qui la storia delle democrazie liberali, proprio in contemporanea con il periodo coloniale classico, ci insegna e non poco. Sia in Francia che in Inghilterra il periodo coloniale si dispiega con la crisi della stampa radicale di massa. Fenomeno che viene sostituito, nelle riviste e nei quotidiani a tiratura popolare, da un tipo di stampa che non costruisce più notizie sul modello del dibattito (la notizia per far discutere a più voci) ma su quello della circolazione dei luoghi comuni (la notizia per far discutere con una voce sola). Si mantiene così la tiratura di massa della stampa radicale, utile per l’economia di scala, evitando la politicizzazione inevitabile nella notizia costruita per la discussione a più voci, a più punti di vista con diverse opzioni culturali. Il liberalismo della democrazia coloniale classica, l’Inghilterra rappresenta davvero un caso paradigmatico, costruisce quindi la spina dorsale dell’opinione pubblica sulla crisi della stampa radicale e riproducendo a livello di massa luoghi comuni. Per estrazione di profitto, tramite speculazione linguistica e in sinergia con i dispositivi governamentali. E’ un primo procedere per default, per automatismi di notizia in forma di luogo comune per estrarre ricchezza e governare la popolazione (sia interna che quella di prima scolarizzazione delle colonie). In questo senso Repubblica, non più solo quotidiano ma piattaforma mediale formale e informale, rappresenta oggi il processo di default, per automatico, in materia di informazione, della democrazia coloniale italiana. Supporta l’intervento militare contro le popolazioni, come in Valsusa, alimenta la performatività dei dispositivi giuridici che la legittimano procedendo per automatismi di luoghi comuni in forma di notizia. Gli automatismi si succedono secondo la logica della performatività storica: si dispongono quindi con il criterio de “la notizia che ha funzionato come propaganda altre volte può funzionare oggi”. Non c’è, fortunatamente, analisi dei contesti differenti su cui costruire notizia ma dispiegamento di modalità di costruzione di notizia sperimentate nel passato che si spera, o si crede, funzionino anche oggi. Per cui, sfogliando il quotidiano dei nemici del popolo detto Repubblica, quando ci sono incidenti si costruiscono notizie per procedura consolidata: si cita Pasolini su Valle Giulia (una replica andata in onda più di un film con Gary Cooper sulla Rai), si cerca di separare i “violenti” dai manifestanti “pacifici”, si accende il coro della condanna istituzionale, si fanno pezzi di colore sui manifestanti, si fa scrivere qualche corsivo a qualche autorità morale per ristabilire simbolicamente l’ordine coloniale violato. L’effetto divorzio dalla realtà è netto, quello dello scatenamento del luogo comune in forma di notizia è però assicurato, la legittimazione e la performatività dei dispositivi della democrazia coloniale può però, in virtù di questo modo di fare informazione, scattare. E sul terreno i militari si muovono.
La democrazia coloniale contemporanea in Italia agisce quindi per default. Per automatismi giuridici, logistici, finanziari e mediali. Salta ogni reale norma democratica del governo dei territori e agisce contro le popolazioni interessate. Dalla Val di Susa a Vicenza, al sud, ad ogni paese interessato ad una grande opera, persino nei confronti delle popolazioni di tifosi da inquadrare in una tessera. Curiosamente, nel momento in cui si sente minacciata, la democrazia coloniale per default tira fuori gli stessi argomenti della democrazia coloniale classica. Il relitto anticomunista sopravvissuto della destra del Pci detto Fassino, intervistato proprio da Repubblica, ha parlato della Tav con gli stessi toni da estetica del progresso delle locomotiva, sempre di treni si tratta, con i quali un secolo e mezzo fa si magnificavano i progressi nelle democrazie coloniali. Il ministro Romano ha definito i manifestanti della Valsusa “dei luddisti” con la sicurezza, anche questa proveniente dalla vecchia democrazia coloniale, chi chi è convinto di essere dalla parte vincente della storia.  E si tratta di complesso di affari, istituzionale e mediale che tanto più riesce a separare i propri destini da quelli della società tanto più si sente forte. Inoltre questa democrazia coloniale italiana riprende tutta l’estetica, e le retoriche dell’ottocento postunitario. Nei Fassino, nei Romano, nei Bersani, nei Di Pietro, su Repubblica gli appalti, le grandi opere, il relativo project financing si difendono con una retorica, formalmente democratica, che viene da lontano. Da Dogali, da Adua, dalla Tripoli bel suol d’amore. Solo che adesso, a parte le avventure in terre lontane come l’Afghanistan (buco nero della democrazia coloniale italiana), le popolazioni da sottomettere sono quelle interne. E non per portar loro la civilizzazione, come scambio perverso e ineguale della colonizzazione, ma per implementare grandi opere e far scattare complesse operazioni finanziarie e di governance.
Con un potere coloniale non c’è “interlocuzione civile” per usare un’espressione cara a chi crede nell’efficacia dei processi di partecipazione che in realtà sono una scatola vuota. Il fatto che si tratti di una democrazia, abbiamo visto come, non rende questo potere tanto più accettabile. Ma lo rende più complesso quanto più è esaltante la sua opera di decostruzione.
Per Senza Soste, nique la police
5 luglio 2011
Ps. Dopo tanti presìdi inutili, di cui è colma la storia dei movimenti, perché non organizzarne uno utile? Per esempio in contemporanea davanti ad ogni sede di Repubblica dove i giornalisti sono chiamati, in assemblea pubblica, a rendere conto di quanto sono servi. Senza torcere loro un capello, è materia preziosa ci mancherebbe, sarebbe una forma di pressione reale nei confronti di un media che così cortocircuiterebbe più di quanto si immagina. E’ l’ora di far scendere il gruppo Repubblica nella realtà. Funziona questa strategia? Ci si informi presso il Tirreno di Livorno, viale Vittorio Alfieri 9, che è testata del gruppo Repubblica. Chiedere, per informazioni, proprio alla Chernobyl culturale di viale Alfieri cosa pensano di Senza Soste. Certo, si può fare di meglio ma siamo qui per questo.