mercoledì 20 luglio 2011

Due deputati su tre pagano i portaborse in nero

Ciro Pellegrino  www.linkiesta.it
Parla il portavoce del movimento cocoparl, i precari parlamentari. «Spider Truman secondo me non esiste, e poi noi ci mettiamo la faccia. La legge prevede 3700 euro al mese per gli assistenti, ma solo 230 dichiarano di averne. Come in Europa, i soldi dovrebbero essere svincolati alla presentazione di un contratto. Così, invece, il parlamentare li intasca automaticamente».

Fra i dubbi sulla sua identità, gli scetticismi sulle sue presunte rivelazioni, il caso di Spider Truman, il presunto precario ex portaborse di un deputato, diventato su Facebook la gola profonda dei segreti della casta, ha avuto un merito: quello di accendere i riflettori su una categoria, quella degli assistenti dei parlamentari italiani. Laureati, spesso con una lunga gavetta alle spalle ma condannati ad essere, nell'immaginario collettivo anti-casta, semplicemente dei “portaborse”. Ebbene: nel 2009 una cinquantina di assistenti parlamentari ha fondato un coordinamento di base, il Cocoparl, per rivendicare diritti sindacali. Il portavoce è Emiliano Boschetto, assistente del deputato Pd Andrea Sarubbi. Da qualche giorno, suo malgrado, Emiliano ha superato in popolarità il suo parlamentare.
Anzitutto: crede all'autenticità del precario che su Facebook rivela i segreti della casta?
«No. Per due motivi. Il primo è che quel che dice è per l'ottanta per cento realtà ma si tratta di questioni note a tutti. E non dico a tutti in Parlamento, ma proprio a tutti. Poi la sensazione è che si tratti di un'operazione strumentale che usa la figura del portaborse per ottenere visibilità in vista di una campagna più ampia».
Però ha fatto bene alla causa alla base del suo coordinamento, non crede?
«Beh, noi ci esponiamo con le nostre facce, nomi e cognomi. Ripeto, ci sono altre dinamiche dietro questa vicenda, non certo l'etica. E poi, parli di etica e ci metti 15 anni per parlare? Il vero tema in questa vicenda è la mancanza di trasparenza».
Dunque il problema esiste...
«Sì, ma il rischio concreto, oggi, è che che nel momento in cui bisogna soddisfare la “sete di sangue”, si faccia un taglio lineare e non razionale. E si colpiscano quei deputati che hanno gli staff in regola».
Qual è la situazione, oggi?
«Allora: la Camera dei Deputati per ogni parlamentare eroga, a prescindere dall'utilizzo, circa 3.700 euro al mese - nel 2010 prima dei tagli erano 4.200 - per il cosiddetto “fondo eletto-elettore”. Sono i soldi che servirebbero a pagare i collaboratori sia a Roma che sul territorio. Dico che sono soldi erogati “a prescindere” perché non c'è un controllo sull'utilizzo di questi fondi, il deputato ne fa l'uso che ritiene».
E quanti deputati hanno collaboratori “dichiarati”?
«Sono 230 su 630. Dunque 400 deputati non risultano avere un collaboratore».
Siete riusciti anche ad individuare che tipologia di contratti hanno gli assistenti parlamentari?
«Qui c'è da divertirsi perché c'è di tutto. Mi spiego: per entrare in Parlamento come collaboratore c'è bisogno del tesserino, per il tesserino c'è bisogno del contratto. Ma non viene specificato quale tipo di contratto. Non siamo una categoria riconosciuta, il contratto più diffuso è il co.co.pro. ma ricordo che una deputata fece un contratto di operaia a una sua collaboratrice bravissima. Non era cattiveria: a conti fatti diceva che era più tutelata. Il problema vero che stiamo ponendo da tempo come coordinamento è l'adeguamento di Montecitorio al modello europeo».
Vale a dire?
«Vale a dire che i soldi dovrebbero essere erogati solo se il parlamentare realmente li utilizza - rendicontandoli - per lo scopo cui sono destinati. Insomma, questo fondo dovrebbe essere vincolato: se io voglio i soldi vado alla Camera e porto il contratto di lavoro. A questo punto, i 400 deputati che dichiarano di non avere collaboratori non potrebbero prendere questi soldi e si risparmierebbero, subito, 17 milioni di euro all'anno».