sabato 2 luglio 2011

Dubbi sulla privatizzazione della Croce rossa. Sindacati all'erta



 
«Non siamo ancora sicuri che il testo - di cui eravamo entrati in possesso - che sanciva la privatizzazione della Croce rossa sia stato definitivamente stralciato dalla manovra finanziaria di Tremonti. Comunque noi sindacati, con i lavoratori precari e non del corpo, continuiamo a mantenere lo stato di agitazione e siamo pronti a scendere in piazza in ogni momento». Antonio Crispi, segretario nazionale Fp-Cgil, non è ancora certo che sulla trasformazione dell'ente da diritto pubblico a privato, auspicata dal ministro Romani, sia scesa una pietra tombale.
Ma cosa si nasconde dietro la Croce rossa italiana? E a chi conviene la privatizzazione?
L'ente è un'anomalia da sempre in Italia. Commissariamenti di stampo governativo che poco hanno a che fare con l'Indipendenza - uno dei sette principi dell'ente -, un patrimonio immobiliare immenso sul quale ci sono molti punti oscuri, un finanziamento pubblico da parte di ben quattro ministeri (per circa 160-180 milioni di euro l'anno), storture che riguardano i Comitati a tutti i livelli, da quello centrale a quelli regionali a quelli locali; la gestione dei Cie che, secondo molti, è in palese contrasto con il principio di Umanità, altro punto saldo della Croce rossa internazionale. Come se non bastasse, c'è un fascicolo aperto da parte della procura di Roma a proposito della gestione in Abruzzo da parte di Maria Teresa Letta, sorella di Gianni. E ancora, i dubbi a proposito di un uso strumentale della componente volontaristica e, più in generale, di chi collabora a vario titolo con l'ente: un enorme bacino di consenso politico - emblematico, in tal senso, il caso della Sicilia dove la gestione del 118 da parte della Sise Spa ha generato un debito da parte della Cri nei confronti della Regione Sicilia di 60 milioni di euro. Poi c'è la questione dei bilanci approvati dalla Corte dei Conti solamente fino al 2005, e di un disavanzo di cassa di 50 milioni di euro evidenziato dalla Bnl il 1° luglio 2010 e di cui non si sa più nulla. Senza dimenticare il fatto che la Croce rossa può diventare anche strumento di politica estera.
In questo calderone apparentemente senza soluzione arriva l'ipotesi di privatizzazione, che comunque non esclude il commissariamento - per garantire continuità, si dice - e che non esclude nemmeno i finanziamenti pubblici. A farne le spese sarebbero per primi i 1600 dipendenti precari civili dell'Ente, i cui contratti, spesso rinnovati per anni, verrebbero chiusi a partire dal 2012. Poi ci sarebbero i 300 militari che verrebbero messi a disposizione del ministero della Difesa. È bene ricordare, comunque, che la componente militare è una delle più discusse all'interno della Cri, avendo fra l'altro generato un'ispezione ministeriale che ha rilevato ben 54 eccezioni nella gestione. Infine, il personale di ruolo: 1300 dipendenti che verrebbero messi in mobilità.
Una serie di tagli che, in qualche modo, attraverso la privatizzazione, darebbero una mano a risanare il bilancio disastrato dell'Ente ma genererebbero, di fatto, un'emergenza sociale fra i lavoratori, mettendo a rischio tutti i servizi forniti. Ma nella bozza della manovra si parlava anche di «liquidazione» del patrimonio immobiliare, che vale svariati milioni di euro. Secondo Antonio Crispi, le ipotesi di trasformazione dell'ente contenute nella prima bozza della manovra erano due: la completa privatizzazione dell'intero corpo oppure quella delle sole strutture territoriali mantenendo di carattere pubblico la struttura nazionale. «Per quel che ci risulta, l'operazione è stata al momento rinviata. Ma noi siamo sempre all'erta».

Alberto Puliafito