domenica 24 aprile 2011

OSPEDALIZZATO - GIORNO 12. Empatia

Rosa Ada
In ottemperanza alla legge sulla privacy, il volto di Rosa Ada è stato reso irriconoscibile


Giorno 12

Fatti gli affari tuoi e camperai cent'anni. Un motto che abbiamo interiorizzato tutti e che funziona discretamente bene. Quando scegli di ignorarlo, può succedere di tutto. Che poi non succederebbe niente, se ad ignorarlo fossimo tutti, ma in un mondo dove il primo comandamento é "mors tua, vita mea", chi si improvvisa paladino rischia. Il mimino che gli possa capitare è che qualcuno gli possa chiedere, appunto: "perché non ti fai gli affari tuoi?".
 
Già, perché non me li faccio.. Sarà una malattia! Del resto sono o non sono in ospedale? In ospedale non sei un uomo. Se ti va bene sei un paziente. Altrimenti sei un individuo che non può difendersi, costretto a subire, spesso silenziosamente, perlopiù in maniera autoimposta, per la paura di ritorsioni non meglio precisate, talvolta frutto delle fantasie paranoidi che nascono come i vermi quando perdi il controllo della tua vita. Talvolta invece no.


In un ospedale, dipendi da qualcuno che può farti pesare questa dipendenza oppure renderti il dolore e lo smarrimento meno opprimenti, più sopportabili. La chiave di tutto si chiama fattore umano, quell'ineffabile qualità che non si lascia afferrare facilmente, impalpabile e volatile come un pensiero fuggevole che ti attraversa una volta ma ti cambia profondamente. Maneggiare con cura esseri umani nel momento in cui sono più fragili non é una questione che si può ridurre alla somministrazione di un farmaco, al modo corretto di infilare un ago in una vena, al cambio di un pappagallo o alla capacità di fare una intramuscolare. Fare l'infermiere é innanzitutto avere la vocazione dell'angelo custode. E' uno dei ruoli più difficili, più sfidanti e più nobili che si possa avere l'onore di ricoprire. Non a caso parlo di ruoli e non di mestieri, perché infermieri innanzitutto si é, non ci si può limitare a "farlo".
 
Non é il dottore a venire in tuo soccorso quando piangi dal dolore e implori un antidolorifico. Non é il chirurgo che invochi tutta la notte, come un mantra sordo e costante, per sentire di non essere solo in un ambiente ostile e percepire un'ombra amica e amorevole. Non é il primario ad accorrere in tuo aiuto per entrare in intimità profonda con i tuoi pudori più inviolabili, cambiandoti la padella e provvedendo alle tue abluzioni corporali come nessuno aveva più fatto dai tempi in cui tua madre ti cambiava il pannolino. Un primario é come una divinità: sai che c'é ma non lo vedi. Sai che le tue sorti sono in mano a lui. Prima o poi ti opera, così come arriva il Giorno del Giudizio, ma in fondo è come la morte per Epicuro: quando c'é lui non ci sei tu, sprofondato nei fumi dell'anestesia, e quando ci sei tu non c'é più lui. E con chi sei, se non con il tuo ...infermiere?
 
E' sera inoltrata. Nella stanza accanto c'é una signora. Non la posso vedere, ma la sento bene. Deve essere anziana, dicono che sia stata accompagnata qui da una badante che poi se ne é andata. Lei invece sostiene che non sia una badante, ma una sua amica. Si é rotta qualcosa, credo una gamba, e soffre molto. Ma soprattutto si sente sola. Non ha un cellulare con sé, le hanno detto che domani la operano e vorrebbe disperatamente avvertire qualcuno. L'infermiere che si sta occupando di farle un'iniezione non deve essere di buon umore. Diciamo che non é esattamente il suo angelo custode. Risponde con sufficienza. Lei implora, con la voce rotta. Dice che é la sera di sabato santo, che domani sarà Pasqua, che lei verrà operata e non lo saprà nessuno. Avrebbe voluto che i medici le spiegassero meglio, magari non quando era sola ma alla presenza di un familiare, di un amico che potesse e sapesse fare le domande giuste. Avrebbe voluto capire, e invece si é ritrovata a firmare un consenso informato che di informato, con queste premesse, ha solo il nome. E soprattutto, ora ha davvero un impellente, ineludibile, improcrastinabile bisogno fisico di avvisare qualcuno.
 
Piagnucolando, chiede con insistenza all'infermiere di fare una telefonata. Fa una tenerezza infinita. É tardi, ma non così tardi da non poter disturbare a casa un parente o un conoscente di una persona anziana che sta attraversando un evidente stato confusionale. La vecchina rompiballe è semplicemente terrorizzata dall'idea di ritrovarsi sola ad affrontare una notte di dolori intensi e un'operazione il giorno successivo, che per di più coincide con la Pasqua a lei tanto cara. Come darle torto? Ogni paziente che viene operato ha il diritto di essere assistito, nel giorno dell'intervento, da una persona di sua fiducia, anche al di fuori dell'orario di visita. Forse lei neanche lo sa, ma ci sono cose che si pretendono in maniera innata, per diritto naturale.
 
L'infermiere glissa, depista. Dice che hanno già chiamato. Poi dice che è tardi. Poi che se è stata accompagnata lì, evidentemente significa che qualcuno si preoccuperà anche di venirla a cercare. Poi che non ha senso, che tanto di notte non può venire nessuno a trovarla. Qualsiasi cosa gli passi distrattamente per la testa mentre finisce probabilmente di applicarle una flebo è considerata un diversivo accettabile. Del resto la donna è sola, anziana, l'età esaspera le sue ansie e lui in cuor suo ritiene di sapere bene come trattare casi simili: in fin dei conti, quello è il suo "lavoro".
 
La signora è sempre più sconsolata, implorante. Cristo! Potrebbe essere mia madre... Inizia a recitare delle cifre che legge in sequenza da bigliettini stropicciati che tiene gelosamente stretti in pugno. Sono numeri di telefono. Dice che quello è il recapito della sua amica Franca. Scongiura il ragazzo di chiamarla, di dirle che l'indomani sarà operata. Lui mantiene un atteggiamento duro, distaccato. Ha già deciso da tempo che quella é una richiesta che non rientra nel quadro delle sue prestazioni, ma quanta freddezza nei modi. Forse una carezza e un grammo di empatia sarebbero più appropriate. Tanto appropriate che quando una seconda infermiera, giunta accanto alla vecchina, le fa un sorriso, questa si commuove all'istante e ringrazia per quel raggio di sole che improvvisamente squarcia la coltre densa e claustrofobica del suo piccolo universo cupo e disperato.
 
Fatti gli affari tuoi tuoi e camperai cent'anni, Claudio. Ma io ne ho già 43, forse possono bastare. Chiamo l'infermiere e lo informo che ho due cellulari nel cassetto, che se vuole posso ben prestarne uno alla paziente della stanza accanto, o magari chiamare io stesso. Reagisce male, c'era da aspettarselo. Il senso delle sue parole e del suo atteggiamento, per quello che evidentemente percepisce come un rimprovero, è: "qui comando io e tu occupati soltanto di stare a letto a finire la tua flebo". Gli faccio notare che questa non è una caserma e che lui non è un carabiniere. Gli chiedo conseguentemente di assumere un altro profilo relazionale e gli ricordo che se mi voglio alzare e portare un telefono alla vecchina della stanza accanto, nell'era di internet, del web 2.0, dei tablet, di Skype e degli oggetti interconnessi, niente e nessuno potrà mai impedirmelo. Ironia della sorte, in un reparto dove tutti siamo fisicamente, spazialmente distesi, la conversazione che si sta sviluppando non lo è affatto. Risponde che io non so niente della paziente affianco, che quello è il suo lavoro. Ha ragione, ma cos'altro serve sapere, di fronte ad un'anziana signora, probabilmente sola e senza figli, che chiede disperatamente di avvisare l'unica amica che ha, o quella che lei considera tale, che l'indomani mattina presto la porteranno sotto i ferri? Ci potrebbe essere mai una sola ragione al mondo, anche se fosse completamente pazza, per negarle questa cortesia? Mi dichiaro, follia della coesistenza coatta in un fotogramma che sembra tratto da una scena di The Experiment, un libero cittadino che vuole esprimere solidarietà ad una sua vicina di camera. Domando se esiste un regolamento che mi può impedire di prestare un telefono a qualcuno. Ovviamente no. Allora dice che un telefonino ce l'ha anche lui e, nel caso, non ha assolutamente bisogno del mio. Bene, dico, allora che lo usi!
 
Se ne va. Mi sono fatto un nemico. Peró lo sento chiedere alla signora di ripetergli cortesemente i numeri di telefono che vuole chiamare. Di lí a poco li compone, ma infruttuosamente. Uno, quello della cara amica (o badante) Franca, squilla a vuoto. L'altro, un fisso di Milano, non sembra corrispondere a nessuno che la conosca. Sento l'infermiere discutere animatamente chiedendo di una tale signora Franca, che conoscerebbe una certa signora Anna in una interminabile catena di rimandi molto complicata da gestire per un estraneo. Non era più semplice darle un telefono in mano e che se la sbrigasse lei? L'avrebbe certamente fatta sentire meglio.
 
Il protagonista maschile di questa storia non è un cattivo infermiere e sono sicuro che tecnicamente sappia fare benissimo il suo lavoro. Ha già avuto modo di dimostrarlo, come tanti altri suoi colleghi di reparto gentili, disponibili e preparati. Avere a che fare con malati lamentosi tutti i giorni, di cui molti anziani con le loro interminabili, ripetitive e spesso superflue chiamate notturne, accompagnate dalle litanie cantilenose di chi coltiva un'ossessione come ultima risorsa per udire il suono di una voce amica, sono convinto non debba essere facile e che possa mettere a dura prova anche le attitudini e le indoli più nobili e generose. Sviluppare una sorta di anticorpi resistenti al dolore e all'ansia che quotidianamente decine di pazienti sempre nuovi, con un grado variabile di sofferenza, ci riversano addosso è umano, fin troppo umano e sarebbe semplice quanto demagogico condannare a priori la mancanza di empatia, o un atteggiamento eccessivamente freddo e distaccato, quasi ostruzionistico come quello che vi ho raccontato. Ma forse non era quello il caso. Forse la vecchina stava solo pagando il costo salato di un sistema talvolta inconsapevolmente crudele, che getta nello stesso tritacarne vite ormai allo stremo, che necessitano solo di essere contenute, e situazioni kafkiane nelle quali legittime istanze vengono negate senza possibilità di riconoscere in esse l'intenso profumo umano di un'esistenza ancora disperatamente vigile e presente a se stessa. In quella condizione di frustrante impotenza, quell'ìnsperato segnale di solidaretà giunto da un altro essere vivente che si trovava da qualche parte, al di là del muro, deve essere parso all'anziana signora come una luce accesa in fondo a un tunnel buio. E credetemi, nella notte ignota e minacciosa di una ultraottantenne traumatizzata, improvvisamente rapita alla sua quotidianità fatta di piccole cose ordinate, può fare semplicemente la differenza.
 
Come diceva il compianto Vittorio Arrigoni, dobbiamo sforzarci di restare umani. E se questo comporta intervenire in soccorso di quella che si percepisce come un'ingiustizia o un abbrutimento che degrada e squalifica il senso stesso della solidarietà tra le persone, vale sempre la pena di farlo. Ci si arriva quando il disagio di intromettersi in una situazione dalla quale può non uscire nulla di buono per se stessi non è più in grado di superare il senso di sottile smarrimento della propria dignità e quell'umiliante, strisciante, amaro senso di colpa per non avere fatto il proprio dovere. Tutto il senso della parola empatia in fondo è racchiuso in quell'insopprimibile, ineludibile esigenza di scivolare nei panni degli altri e domandarsi: se su quel letto, disperato, impaurito e sofferente ci fossi io? O mia madre? Cosa proverei nel rendermi conto che tutti i pazienti delle stanze accanto, con i cassetti rigonfi di dispositivi "mobile" all'ultima moda, segnalati dai loro bravi caricabatteria che penzolano giù dalle prese della corrente elettrica, se ne stessero lì, impassibili mentre una persona anziana, per piccolo o grande che fosse il suo dolore, soffre elemosinando una misera telefonata?
 
Non so se la mia intromissione si porterà dietro delle conseguenze. Per sicurezza, prima di addormentarmi mi sono rovesciato addosso il contenuto del pappagallo, impregnando cuscini e lenzuola. Marcare il territorio con l'urina, in natura, serve a tenere lontani gli altri predatori. Forse può funzionare anche nell'ecosistema di un ospedale? Per stanotte almeno la risposta è sì.
 
Questa mattina, al mio risveglio, mi sono caricato l'ernia in spalla e sono andato a conoscere la mia sfortunata vicina di camera. Anziana lo era davvero, una dolcissima e fragile vecchina ultra-ottantenne che tremava come una foglia. Mi ha raccontato che lei avverte sempre chi la viene a trovare a casa di darle il tempo, una volta aperta la serratura, di togliersi da dietro la porta, prima di spingerla per entrare. Proprio la sua cara amica Franca, ieri, se ne deve essere dimenticata, e così lei è caduta e si è fratturata il femore. I suoi occhi non le permettono di mettere bene a fuoco le persone e le cose, ed è per questo che non ha un cellulare: non riuscirebbe ad utilizzarlo. Si chiama Rosa Ada.
 
Ovviamente ho portato con me lo smartphone e, insieme, abbiamo subito chiamato la sua amica Franca, la quale ha risposto al primo squillo. Quando le ho passato il telefono, non ricordo di avere mai visto una persona infelice essere così felice allo stesso tempo. Un po' come quando piove ma i raggi del sole formano un arcobaleno. Piangeva dalla gioia e per il sollievo. Per pochi, infiniti attimi eterni sono stato felice anch'io.
 
Rosa è stata operata nella tarda mattinata. Franca l'ha raggiunta e ora la sta assistendo. Come diceva Giobbe Covatta: basta poco, e ché cce vo'!
 
Che sia una Buona Pasqua anche per tutti voi!