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domenica 17 ottobre 2010

La Perfetta Imperfezione Sistemica

di Anticorpi:


Un giorno una rondella collocata sul banco di un orologiaio si mise a protestare: "Non ne posso più! Tutti i giorni la stessa vita grama, faticosa, ripetitiva! Girare, sempre girare, sempre allo stesso ritmo e  velocità. Girare con le altre rondelle. Chi più piano, chi più veloce, chi in un senso chi nell'altro, ma solo e sempre girare! Ti sembra una bella vita? Una vita dignitosa? Questo sistema è insostenibile, ma tu che sei pagato per mantenere noi rondelle in perfetta salute non muovi un dito per cambiarlo! Orologiaio, devi fare qualcosa!"


L'orologiaio, che quel giorno era in vena di chiacchiere, rispose alla rondella. "Cara mia, forse questo sistema sembrerà difettoso a te che ci vivi dentro e contribuisci al suo funzionamento, ma i fruitori dell'orologio, che si avvalgono delle mie competenze per mantenerlo efficiente, lo trovano impeccabile; perfettamente funzionante. Ah, e per inciso, il mio ruolo non è quello di perseguire il tuo benessere, ma di assicurarmi che il meccanismo di cui fai parte conservi la sua puntualità ed efficienza nel tempo."

Questa storiella allegorica mi aiuta ad introdurre l'argomento del post, ossia la natura ambivalente, contemporaneamente perfetta ed imperfetta del sistema entro cui viviamo.

Quella che ai cittadini appare come una società scompensata, perversa, alienante, brutale e dunque tragicamente lacunosa, se osservata dal punto di vista di coloro i quali si pongono al di sopra di essa, avvalendosene come di uno strumento di potere e controllo,  muta valenza e diventa un meccanismo preciso come un orologio svizzero, talmente armonico che in esso nulla è lasciato al caso. Una geniale miscela di ingranaggi sociali, culturali e politici combinati in funzione della conservazione ed espansione del potere costituito. 

Inquadrato nell'ottica delle elite che ne ordiscono le trame, il funzionamento di tale meccanismo è strettamente subordinato al rendimento di una serie di costanti socio - politico - economiche, gran parte delle quali trova espressione in una serie di fenomeni che il cittadino è indotto a percepire come "piaghe sociali."

SISTEMA DEBITO

Non è ancora diffusamente percepito come una vera e propria piaga sociale, sebbene mi pare che da qualche tempo la gente abbia incominciato ad apprezzare il cumulo di assurdità che lo contraddistingue.

In primo luogo, anche grazie alla ideologia consumistica veicolata dai mass media, il sistema debito induce chi è  benestante a perseguire una sempre maggiore, superflua ricchezza in una spirale di autolesionismo che da un lato incentiva la mentalità del profitto fine a sè stesso, stravolgendo il senso originario del termine "lavoro", e dall'altro ostacola la innovazione, la concorrenza ed il ricambio generazionale, promuovendo la costituzione di inattaccabili monopoli gestiti da gilde familiari.

In secondo luogo - come sostiene Silvano Agosti nel suo Discorso Tipico dello Schiavo - il sistema debito tradisce uno intento palesemente malevolo: quello di evirare gli individui dal punto di vista intellettuale e spirituale, obbligandoli a concentrare ogni sforzo in funzione della sopravvivenza allo interno della società del consumo. Il che non si discosta molto da ciò che accadeva ai tempi dell'uomo delle caverne. 


In realtà logica avrebbe voluto che - alla luce delle vette conseguite dalla tecnologia nello ultimo mezzo secolo - le ore di lavoro pro capite fossero andate drasticamente riducendosi, mentre al contrario - continua Agosti - esse sono aumentate.

Volendo esemplificare all'osso, tale aberrazione discende dalla inconcepibile dottrina economica secondo cui una economia che non cresca costantemente sia da considerarsi debole.

Ma non è tutto. Il fatto che ognuno di noi debba preoccuparsi di conservare la propria fonte di sostentamento (grazie alla piaga della disoccupazione, di cui a breve) ci rende tutti estremamente ricattabili ed assoggettati allo umore dei poteri forti.


Illudersi che nella società contemporanea possano esistere organi di informazione di massa indipendenti, obiettivi e pluralistici, ad esempio, è pura utopia. In un sistema basato sul debito tale eventualità è fisiologicamente impossibile. Quanti giornalisti, direttori o proprietari di testata sono disposti a finire su un marciapiede per amore di indipendenza? La fame non piace a nessuno, soprattutto se ci si sente circondati da uno stuolo di pecore lobotomizzate ed isolati di fronte ad un sistema apparentemente immutabile invincibile.


Discorso identico per quanto riguarda qualsiasi altro cittadino deputato a svolgere funzioni di utilità e tutela sociale che si pongano in contrasto con gli interessi oligarchici. Qualcuno ha detto "sindacati"?

Infine, il sistema debito entro cui tutti noi - chi più chi meno - quotidianamente accettiamo di vivere, contempla come "normale" il fatto che una larga fascia di popolazione sia letteralmente impossibilitata a provvedere alla propria sopravvivenza. Gente che letteralmente muore di fame nella completa impassibilità delle "classi abbienti." Ti sembra roba da poco?

FAME NEL MONDO

Parecchi anni fa, ai tempi delle medie, ricordo che la professoressa di Italiano tenne numerose lezioni riguardo la Fame nel Mondo ed il Terzo Mondo. La carenza di acqua, le malattie, tutti quei bambini malnutriti. Roba che riusciva a far breccia perfino nel cuore ingenuo ed egoista di un ragazzino delle medie.
Ma niente paura - concludeva la professoressa - dal momento che il buon mondo civilizzato aveva istituito grandi organizzazioni umanitarie come la FAO, che si sarebbero occupate del problema.


Evviva!

Sono trascorsi ahimè due bancali di anni da quando frequentavo le scuole medie, e mi sembra che in tanto tempo non solo la Fame nel Mondo non sia stata debellata, ma addirittura si sia estesa e incancrenita.


Qualcosa non torna.

In effetti, se uno ci fa caso, lo stesso meccanismo che ha condotto determinate latitudini alla estrema povertà e che le mantiene in questo stato nonostante i sedicenti "interventi umanitari" dei paesi più ricchi, si replica a livello continentale e nazionale. Nel nord America c'è il Messico; in Europa i Paesi dell'Est e nordafricani; in Medio Oriente i Paesi a Est del Golfo; in Asia continentale l'India e le miriadi di staterelli rurali che orbitano intorno ai colossi Russia e Cina; nell'Asia del Pacifico le Filippine ...

E ancora: in Italia abbiamo il meridione, in Francia il settentrione, in Spagna la Galizia, negli Stati Uniti i Paesi del sud, in Germania la ex Germania Est, nel Regno Unito la Scozia e l'Irlanda.

Sorprende constatare come legioni di premi Nobel, tra cui i migliori economisti, scienziati, sociologi, antropologi e statisti prodotti da mondo occidentale, da oltre mezzo secolo restino del tutto impotenti di fronte ad un problema così ben circostanziato e - sulla base di quanto appena detto - di così ragguardevoli proporzioni.


Ma siamo proprio certi che sussista una reale volontà di porre rimedio al problema?

Le regioni in difficoltà economica infatti assolvono una complessa, irrinunciabile funzione allo interno del meccanismo sistemico.


Dal lato economico assicurano un perpetuo bacino di mano d'opera a costo prossimo allo zero; subissi di materie prime facilmente depredabili, ed inoltre forniscono alle elite un impareggiabilòe strumento di ingerenza economica, distruttivo o costruttivo a seconda delle modalità di utilizzo: il controllo dei flussi migratori. Attraverso la calibrazione e l'indirizzamento della immigrazione (oltre che dei debiti pubblici), le elite sono in grado di condurre alla crisi oppure rivitalizzare qualsiasi economia sulla faccia del pianeta.


Infine, da un punto di vista politico i Paesi del terzo mondo assolvono una efficace funzione propagandistica reazionaria, contribuendo ad alimentare nello immaginario collettivo la convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili, beata oasi di opulenza in cui i cittadini occidentali hanno avuto la  fortuna di nascere e di  ... lavorare.

DISOCCUPAZIONE

Credo che qui sia necessaria una premessa. La piaga della disoccupazione non risiede tanto nella impellente necessità da parte dei cittadini di trovare una attività monotona, esclusiva, ripetitiva, alienante, riduttiva, da praticare per quaranta anni in attesa di ricevere una misera pensione.


Per la maggior parte della gente si tratta di portare a casa quanto basta per sopravvivere o - al limite - conservare il "tenore di vita" al quale è assuefatta.


In realtà nessuno può definirsi disoccupato, dal momento che nessuno in realtà fa niente. La figura dello "sfaccendato" discende dal luogo comune secondo cui le uniche attività umane dignitose siano quelle monetizzabili, volte al perseguimento di un tornaconto materiale. L'ottusa sistemicità hegeliana di questo ordine mentale si commenta da sola.


La verità è che per un fatto innato ognuno di noi è portato a dedicarsi alle attività necessarie alla propria specifica evoluzione spirituale, alcune delle quali semplicemente risultano improduttive da un punto di vista materiale. Ma il fatto che simili attività non contemplino beni da vendere,  prestazioni da fornire, doveri da espletare e forzature a cui sottostare, non vuole affatto dire che siano attività indegne o riprovevoli.
Il luogo comune secondo cui chi non voglia o non possa partecipare allo ingranaggio sistemico (leggi: chi non possa o non voglia trascorrere la propria esistenza svolgendo una attività monotona, ripetitiva, esclusiva, alienante, riduttiva, da praticare per quaranta anni in attesa di ricevere una misera pensione) sarebbe uno sfaccendato, un parassita, un degenerato, un perdigiorno, oltre che ottusa, è sintomatica dello stato di alienazione in cui versano coloro i quali se ne servono come invettiva. "Noi siamo gente che lavora!" "Vai a lavorare!" "Qui si lavora, mica si scherza!" E via dicendo.


La parola "disoccupazione" - a mio modo di vedere - significa soltanto: "carenza di fonti di reddito necessarie alla sopravvivenza di una quota di cittadinanza" e non certo "carenza di attività che diano un senso e una dignità alla esistenza del cittadino". 


Ciò detto, passo a fare un paio di considerazioni sul fenomeno.

Da che ho memoria uomini politici e notiziari fanno riferimento alla disoccupazione con un disinvolto piglio donchisciottesco; ne parlano come di una maledizione divina, cronica ed incurabile. Non ci si può far niente. La disoccupazione esiste e noi tutti possiamo solo adoperarci per contenerla. Il cielo è blu, i prati sono verdi e la disoccupazione c'è. Punto. Anzi, no. Ora si è aggiunto il precariato. Punto.

Posto che in un regime di libero mercato (o pseudo tale) sarebbe improponibile obbligare qualcuno ad assumere qualcun altro in ossequio ad una politica sociale, mi chiedo come sia possibile che a distanza di un secolo dall'avvento della società del consumo le istituzioni ancora non convengano sul fatto che ogni singolo cittadino "disoccupato" - cioè privo di una fonte di reddito -  abbia il medesimo, sacrosanto diritto dei suoi concittadini "occupati" di ricevere una  indennità che gli consenta di vivere dignitosamente. Possibile che l'unica risposta fornita dalla politica sia che mancherebbero i fondi per sostenere una simile direttrice?

Qui non si tratta di potenziare le infrastrutture, finanziare giornaletti di partito o accodarsi allo imperialismo "democratico" della Nato. Stiamo parlando della dignità del cittadino, della persona umana. Se esistono fondi (tanti) per aggregarsi ad "eroiche" missioni "di pace" in giro per il mondo, allora non possono non esistere fondi per garantire la dignità della persona umana.

Anche qui sorge il sospetto di avere a che fare con un fenomeno ambivalente. Estremamente negativo per le "rondelle", ed altrettanto positivo ed efficace per i "fruitori dello orologio."

Grazie alla disoccupazione - infatti - il cittadino è indotto a sacralizzzare la propria fonte di reddito (leggi: di sopravvivenza), aggrappandosi ad essa e difendendola ad ogni costo, ciecamente risoluto a fare qualsiasi cosa pur di non perderla.


Tutto ciò lo rende perfettamente controllabile e ricattabile. Ogni compromesso val bene la difesa di una  fonte di sopravvivenza. Il che diventa socialmente svantaggioso in tutti i casi in cui il cittadino svolga funzioni di utilità collettiva in antitesi agli interessi oligarchici - ad esempio scrivere su un giornale -  allorché per quieto vivere - dietro lo spauracchio delle ritorsioni che un atto di sfida al sistema potrebbe innescare - cessi di compiere fino in fondo il proprio dovere.

La seconda funzione sistemica assolta dalla disoccupazione ha a che vedere con i mestieri meno appetibili. Mansioni non ancora espletabili da macchinari che - ove si istituisse una fonte di reddito fruibile da ogni singolo cittadino disoccupato - nessuno più si abbasserebbe a svolgere.


Tra le mansioni di cui sopra rientrano a buon diritto gli arruolamenti nello esercito, in polizia o nella criminalità. 
La maggioranza degli individui che decidono di aggregarsi alle forze militari e di polizia lo fanno sospinti dal bisogno di una fonte di reddito. Discorso identico per ciò che riguarda la criminalità organizzata.


In assenza della "piaga della disoccupazione" probabilmente gli eserciti sarebbero costretti a chiudere bottega per carenza di personale o perché costretti a retribuire le milizie in misura di gran lunga più congrua rispetto alla realtà attualeLa stessa criminalità organizzata si ridimensionerebbe al punto da finire in secondo o terzo piano, rendendo superfluo l'attuale elefantiaco dispiego di forze di polizia.

CRIMINALITA' ORGANIZZATA

Altra "piaga sociale" di cui si soffermava a dissertare la mia professoressa delle medie. In particolare, ci parlava della mafia.

Ferma restando la convinzione secondo cui causa primaria della criminalità organizzata sia la disoccupazione, stupisce  il dato che - nonostante il dispiego di "risorse umane" e mezzi tecnologici appannaggio delle forze militari e di polizia, non si riesca ad avere ragione di pochi nomi arcinoti o facilmente individuabili. Possibile che organizzazioni di intelligence in grado di rovesciare governi, scatenare rivoluzioni, addomesticare leader riottosi, sgominare piani terroristici non siano in grado di assicurare alle patrie galere una manciata di pezzi da novanta che fanno i soldi con l'edilizia, la droga, le estorsioni e la prostituzione?


Ancora una volta sorge la sensazione che non sussista una reale volontà di porre rimedio al problema.


Ma, a pensarci bene, che senso avrebbe mantenere in piedi un ministero degli interni e centinaia di stazioni di polizia, se in giro non ci fosse la criminalità organizzata, i no global spaccavetrine  e gli ultras "facinorosi"?


Senza criminalità organizzata non potrebbe esistere una forza di polizia dai connotati che tutti noi conosciamo, e senza quest'ultima non potrebbe esistere il presidio del territorio da parte delle oligarchie.


Ciò spiega come mai a volte ci si trova di fronte a dati spiazzanti come quelli prodotti dallo Osservatorio di Pavia, che tempo fa confrontò la quantità di cronaca nera riportata dai telegiornali, con i dati reali circa la quantità di atti criminali commessi negli stessi giorni, trovandoli inversamente proporzionali. Leggi il post.


In materia di criminalità organizzata le istituzioni si comportano come quel ragazzino che invita una coetanea al cinema a vedere un film horror nella consapevolezza che alla prima scena spaventosa questa gli salterà al collo. Hanno bisogno come l'aria che il cittadino si senta perennemente intimidito da qualche minaccia che esiga legittimi il loro presidio del territorio.


CANCRO


La Peste dei Nostri Tempi. Da bambino purtroppo la conobbi da vicino. Oggi sono un uomo, ed il cancro non solo continua a portarsi via le mamme ed i papà, ma ha iniziato con allarmante regolarità a far strage anche dei figli, evenienza assai rara solo fino a qualche decennio fa.


Secondo i dati riportati nell'interessante film documentario di Massimo Mazzucco: Cancro, Le Cure Proibite, allo inizio del secolo scorso si ammalava di cancro una persona su venti. Negli anni Quaranta la percentuale crebbe ad una persona su sedici, nei Settanta una su dieci, fino ai giorni attuali, in si è pervenuti ad un agghiacciante rapporto di una persona su tre.


Sbaglio, oppure anche qui qualcosa non torna?


Possibile che la scienza ufficiale - mediante cui il sistema dominante ci informa su ciò che debba essere considerato benefico e ciò che invece costituirebbe un pericolo per la nostra salute - malgrado gli sforzi profusi sia al livello economico (con un sostanziale supporto di fondi privati) che di "risorse umane" ed ore di ricerca, in oltre un secolo non sia riuscita a porre rimedio alla mortifera diffusione della Peste dei Nostri Tempi?


Possibile che la maggioranza dei suddetti luminari sottoscrittori del giuramento di Ippocrate non abbia ancora smosso mari e monti affinchè le fonti di inquinamento industriale - tra le principali cause tumorali - siano proibite per sempre? 


Possibile che le ragioni di stato le quali - come ci insegna la tv - dovrebbero prevalere su quelle economiche e finanziarie, non abbiano ancora prodotto decisioni unanimi, ferme e irrevocabili atte ad arrestare il crescente inquinamento, a sua volta derivante dalla dottrina suicida della crescita costante, di cui qualche paragrafo addietro?


Possibile che ci si debba arrovellare sulle misure di smaltimento delle scorie tossiche, ma nessun organo istituzionale abbia mai avanzato la ipotesi che sarebbe consigliabile non produrle, le scorie tossiche?


E ancora: possibile che nessuno si sia mai posto seriamente il dubbio che - forse - non tutti i produttori di scorie tossiche siano così diligenti da liberarsene  attraverso i canali prescritti dalla legge, e qualcuno potrebbe avere scoperto quanto grandi e gratuiti siano il mare e le lande desolate?


Possibile che dal 1945 al 1998 sia stata autorizzata la detonazione di ben 2053 ordigni nucleari, la gran parte delle quali per fini esercitativi?


Possibile che ingredienti chimici cancerogeni come aspartame e HFCS continuino ad essere liberamente aggregabili ad alimenti di uso comune, acquistabili in qualsiasi supermercato?


Possibile che sostanze cancerogene come tabacco ed alcool continuino ad essere vendute liberamente, addirittura in regime di monopolio statale?


Possibile che aerei privi di segni identificativi ci sputino quotidianamente addosso scie chimiche piene di robaccia tossica, e le istituzioni non si degnino di intervenire perlomeno con un comunicato ufficiale che chiarisca nei dettagli lo stato delle cose, interrompendo questa indegna presa per i  fondelli del cittadino?


Tutto ciò, a mio modo di vedere, diventa possibile solo se in realtà non sussista una sincera e risoluta volontà di arginare la diffusione delle gravi patologie che stanno decimando la popolazione.


In questo caso il discorso si fa interessante, dal momento che ci induce a sospettare che in realtà la cura per le patologie di cui sopra esista, probabilmente da molte decine di anni, ma venga riservata unicamente ad alcuni soggetti selezionati dalle elite.


Incominciamo dal dato più ovvio: le patologie tumorali rappresentano una immensa fonte di guadagno per le industrie farmaceutiche. Si è calcolato che ogni ammalato di cancro spenda in media 50.000 dollari per far fronte alla malattia, tra cure mediche e costosissimi farmaci chemioterapici.


Mi chiedo - allo interno di una economia scriteriata come la nostra - in base a quali presupposti i padroni di Big Pharma dovrebbero rinunciare ad un così sostanzioso boccone, immettendo sul mercato farmaci o terapie che siano in grado di prevenire il cancro come si potrebbe prevenire un banale mal di denti.


La convinzione che la cura esista e sia riservata a pochi elementi selezionati scaturisce dal fatto che i vertici della economia, delle istituzioni e della politica proseguano a non ostacolare la produzione scriteriata di agenti tumorali.


Se la cura per il cancro non esistesse, le cose non filerebbero così lisce. L'evidente proliferazione degli agenti tumorali avrebbe suscitato come minimo un nugolo di accesi dibattiti ai vertici di ogni settore della società, sulla onda di motivazioni egoistiche di tutela personale. Dibattiti che - escludendo qualche partitino ambientalista e una manciata di organizzazioni di volontariato - attualmente sono ben lungi dal tenere banco nella opinione pubblica o nei notiziari televisivi. E' solo un caso?


Da ciò discende il secondo elemento che renderebbe la Peste dei Nostri Giorni un ottimo affare per le elite. Il discorso dello spopolamento su scala globale. Come sostiene Ben Stewart, autore del documentario Esoteric Agenda, basta svegliarsi e guardare il mondo con nuovi occhi e spirito critico, per realizzare come il cittadino comune sia inconsapevolmente bersagliato di una spietata ed indifferenziata campagna di genocidio, con il placet dei suoi "rappresentanti politici e istituzionali". Ipotesi che - alla luce della ideologia misantropica  e pseudo-naturalistica propugnata da molti influenti personaggi fautori del mondialismo - non mi sembra del tutto campata in aria.


Vado a concludere, ringraziandoti per aver avuto la pazienza di seguire questa lunga dissertazione.


Riassumendo, sono convinto che il sistema in cui viviamo sia da ritenersi imperfetto solo dal punto di vista degli individui appartenenti ad esso, coloro i quali adeguandosi ai suoi capisaldi contribuiscono a mantenerlo puntuale ed efficiente come un orologio svizzero.


Al contrario, se considerato nella ottica di chi lo controlla, esso si rivela essere un meccanismo di una perfezione che sfiora il divino. Un fitto intreccio di congegni sociali, culturali, politici ed economici talmente ben strutturato da auto-alimentarsi per pura forza inerziale, permettendo alle elite di amministrarlo da dietro le quinte, per via indiretta.


L'OROLOGIAIO


Come ogni meccanismo ad alta precisione anche il sistema dominante necessita di essere oliato e mantenuto in ordine. Abbisogna, in altri termini, di una categoria di cittadini ai quali sia assegnato il compito di (non) agire affinchè esso continui a produrre esattamente gli stessi movimenti, giorno dopo giorno, anno dopo anno, così da conservare la sua millesimale puntualità.


Alla luce della ormai farsesca incapacità di porre rimedio alle poche gravi piaghe che da decenni dilaniano la società contemporanea, viene da chiedersi in primo luogo cosa accidenti ci stiano a fare i governanti al governo, ed in secondo luogo - per l'ultima volta - se tale situazione risieda in una inettitudine virulenta che contagia chiunque sia investito di un incarico istituzionale, o se invece dopotutto non sussista una reale volontà di cambiare le cose, di agire in funzione della missione che (almeno ufficialmenteil cittadino conferirebbe agli organi istituzionali attraverso il voto.


Sicché, a coloro i quali continuano a reclamare un serio impegno da parte delle istituzioni e della politica al fine di sconfiggere i mali del mondo, invito a porsi una banale domanda:


"Quali significativi progressi avrebbe conseguito la società occidentale dal lontano giorno in cui i signori della politica iniziarono a gestire il sistema, "rappresentandoci" allo interno di istituzioni centrali "democratiche"? In che misura la disuguaglianza, la fame, il crimine, la violenza, la guerra, la mortalità precoce si sono attenuate?


Alla luce della esperienza attuale e di quella storica, non posso che sospettare che la reale funzione espletata dalle istituzioni e dalla politica abbia poco che fare con il perseguimento di un cambiamento (miglioramento) sociale. A lume di logica sembra vero il contrario; le istituzioni sembrano adoperarsi affinché continui a sussistere una situazione di stallo permanente che mantenga perfettamente invariate - negli anni - tutte le costanti socio - politico - economiche alle quali è subordinato il funzionamento del sistema.


Proprio come nel caso dello orologiaio protagonista della storiella in cima al post, bisognerebbe soffermarsi a chiedersi se - alla luce della esperienza maturata - il ruolo ricoperto dalle istituzioni ci appaia effettivamente volto al perseguimento del benessere della collettività, o se invece il teatrino degli schieramenti politici contrapposti e della alternanza democratica equivalga ad una sorta di autocalibrazione con cui la elastica architettura sistemica recuperi periodicamente la morfologia originaria, così da conservarsi immutata ed immutabile, nei secoli dei secoli, nella sua perfetta imperfezione.
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