sabato 11 settembre 2010

Tremonti flop


I soldi dello scudo fiscale sono andati a tutti tranne che alle imprese, il grosso resta all'estero
I soldi dello scudo fiscale? Serviranno per “mantenere aperte le aziende, per non licenziare, per continuare l’attività”. Parola di Giulio Tremonti, che nel dicembre scorso magnificava così le straordinarie virtù della legge pro evasori sul rimpatrio dei capitali esportati all’estero. Già all’epoca le dichiarazioni del ministro avevano lasciato perplessi gli osservatori più attenti nelle banche e nei grandi studi di commercialisti. Ma adesso, a distanza di qualche mese, arriva la conferma ufficiale che le previsioni di Tremonti erano campate per aria. Pie illusioni, o forse, peggio ancora, pura propaganda.

Capitali ancora nei paradisi
Secondo i dati del ministero dell’Economia, anticipati ieri da un articolo del quotidiano finanziario Mf, solo un rivolo del grande fiume di denaro rimpatriato grazie allo scudo è andato davvero a sostenere il mondo delle imprese. Tradotto in cifre, non più di 10 miliardi, ma forse qualcosa meno, su 104 miliardi totali. Insomma, all’incirca il 10 per cento del totale. Il resto dei soldi per il 50 per cento è rimasto tranquillamente dov’era, sfruttando il cosiddetto rimpatrio giuridico e la regolarizzazione. In pratica quel denaro si trova ancora oltre frontiera nei forzieri delle banche, in massima parte elvetiche, oppure sotto forma di case. Un altro 30 per cento dei 104 miliardi “scudati” é servito a comprare prodotti finanziari: azioni, fondi, eccetera. E, infine, il 10 per cento è stato investito in immobili.
Morale della favola: il provvedimento che secondo Tremonti doveva fornire nuovi capitali alle aziende in una fase di recessione e di difficile accesso al credito bancario, in realtà ha avuto effetti ben diversi. Lo scudo ha garantito ponti d’oro agli speculatori, che hanno reinvestito nella finanza e nel mattone i capitali in precedenza nascosti all’erario. E, a quanto pare, sono serviti a poco anche gli incentivi fiscali concessi dal governo per chi impiegava i proventi dello scudo nella ricapitalizzazione dell’impresa di famiglia.
Festeggiano, invece, immobiliaristi e banchieri. I primi, dopo un paio d’anni di magra, segnalano felici che il mercato riparte. Le statistiche confermano. Secondo l’Istat nei primi tre mesi del 2010 le compravendite sono aumentate del 2,3 per cento rispetto allo stesso periodo del 2009. È vero che il primo trimestre dell’anno scorso aveva fatto segnare un tracollo senza precedenti (-16 per cento), ma dopo tanti ribassi è un primo segnale di recupero. Merito dello scudo fiscale, spiegano gli operatori, che ha riportato in Italia capitali freschi in cerca d’impiego. Ma attenzione: a muoversi è più che altro la fascia medio-alta del mercato. E cioè acquirenti facoltosi per immobili di prestigio. Un’altra conferma, l’ennesima, che in Italia si sta allargando la forbice tra i benestanti e chi tira a campare.

La fortuna dei banchieri
Poi ci sono i banchieri. A loro lo scudo ha fatto bene, benissimo. Perché i soldi in nero nascosti all’estero hanno varcato di nuovo la frontiera per planare dolcemente nelle casse degli istituti di credito nostrani. E questa massa di denaro, svariati miliardi di euro, si è tramutata in commissioni e altri proventi che sono andati a puntellare il conto economico dei più importanti gruppi finanziari.
Tutte le banche principali già nei bilanci del 2009 segnalavano il forte afflusso di nuovi capitali in gestione. Per Fideuram del gruppo Intesa, specializzata nella gestione di patrimoni, l’effetto scudo ha prodotto 2,1 miliardi di nuova raccolta l’anno scorso a cui si sono aggiunti altri 100 milioni circa nei primi tre mesi del 2010. Tremonti ha dato una mano anche alla banca controllata dalla Fininvest di Silvio Berlusconi assieme al suo amico Ennio Doris, quel signore in doppiopetto che va in tv disegnando cerchi sulla sabbia. Mediolanum, fondata e diretta da Doris, nel 2009 ha intercettato oltre 700 milioni di euro rimpatriati grazie all’ennesimo condono governativo.
In fondo in fondo neppure i banchieri svizzeri si possono lamentare. Moltissimi dei loro clienti italiani hanno regolarizzato le loro posizioni versando l’obolo del 5 per cento all’amministrazione fiscale, ma senza fisicamente riportare i soldi nel nostro Paese. In altri casi il denaro è stato semplicemente spostato nella filiale italiana dell’istituto elvetico. Oppure, grazie alla sottoscrizione di polizze assicurative studiate ad hoc, i capitali scudati sono tornati al punto di partenza, nei forzieri di Lugano o Zurigo.

Nella caverna di Alì Babà
Poco male, allora. Nonostante le polemiche e perfino il rischio di incidenti diplomatici con il governo di Berna, l’offensiva di Tremonti contro le banche svizzere, definite dal ministro “caverne di Alì Baba”, ha prodotto più fumo che arrosto. Con i più diversi espedienti i colossi finanziari della Confederazione sono riusciti a trattenere o a recuperare una quota importante del denaro dei loro vecchi clienti italiani. E questi ultimi, come segnalano tutti gli operatori al di qua e al di là del confine, hanno già ricominciato a portare il denaro in Svizzera. Con buona pace delle trovate propagandistiche come le telecamere ai valichi di confine. Tutto come prima, quindi. Tutto come sempre. In attesa della prossima amnistia. Pardon, scudo fiscale.

di Vittorio Malagutti

Da Il Fatto Quotidiano del 11 settembre 2010