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Debito pubblico italiano

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giovedì 5 agosto 2010

Se tutto va bene, siamo rovinati!


 Si chiama Democrazia quel sistema nel quale se sei potente non ti succede niente, altrimenti puoi essere vessato a piacimento.

 Una volta eri alla mercé del capriccio del signorotto di turno, che dal castello decideva le sorti del popolino. A piacimento elargiva sprazzi di magnanimità oppure inenarrabili persecuzioni per chi non lo venerava quale onnipotente divinità. Oggi, dopo qualche protesta e un paio di rivoluzioni, il signorotto continua indisturbato a distribuire regalie oppure ad inviare i suoi sgherri. Esattamente come prima, solo che lo fa legalmente.La legge è infatti quel sistema machiavellico ideato dall'oligarca per reprimere in maniera coercitiva ogni iniziativa dello schiavo, il quale per di più diviene consenziente, e preservare i propri privilegi di impunità. Basta comporre un dedalo di codici e normative per districarsi dai quali è necessaria una intera corte di dotti, medici e sapienti, stipendiati per ideare tunnel e passaggi segreti dai quali sfuggire agevolmente i pantani di paludosi acquitrini burocratici ove chiunque, senza un'apposita mappa, rimane inesorabilmente intrappolato.

 Così, chiunque tra i moderni e nobiliari despoti - ad esempio i bancarottieri e gli appassionati di aggiottaggio - si macchi del furto dei risparmi nei confronti di migliaia di inermi braccianti, affronta interminabili gradi di giudizio in conclusione dei quali resta sostanzialmente impunito, quando il suo reato non venga addirittura graziato per il superamento dei termini di prescrizione.  I più sprezzanti tra i proprietari dello stato sociale, quelli che non vogliono neppure comparire di quando in quando nella farsa giudiziaria, conferiscono alla corte dei burocrati azzeccagarbugli la facoltà di legiferare, rigorosamente nel nome del popolo sovrano, in maniera da depenalizzare il reato commesso e stralciare la loro posizione processuale.
 Viceversa, al suddito che rechi disturbo o non voglia sottomettersi al rito della dispensazione delle indulgenze, viene attribuita una qualsivoglia infrazione dell'enciclopedico codice penale, scelta a piacere a insindacabile giudizio di un burocrate qualunque asservito al titolato di turno. Se il servo è sufficientemente ignaro dei propri diritti formali, cui ci si guarda bene dal far corrispondere un effettivo qualunque diritto realmente rivendicabile, si istituisce il teatrino processuale, per simulare l'equità dell'applicazione del codice e propagandare l'ingannevole slogan "la legge è uguale per tutti", che si concluderà inevitabilmente con una condanna, pur al termine di un pretestuoso e scontato dibattito. Se tuttavia il servo ha compiuto lo sforzo di studiare, pur facendo a meno dell'istitutrice privata e senza potersi certo permettere la retta di Oxford, e prova ad imbastire una difesa articolata suitre gradi di giudizio, si corrompe un ufficiale giudiziario e si crea un qualsiasi indimostrabile presupposto tecnico di inadempienza procedurale mediante il quale la legge possa assolvere al suo ruolo di prevaricazione sociale e di repressione del dissenso, cosicché la ristretta cerchia di officianti appartenenti ad una ben dissimulata tirannide possa continuare indisturbata a governare le sorti dei popoli, a concedere generose ricompense in cambio dell'asservimento incondizionato e a punire severamente, nonostante la sua esiguità numerica, le greggi che si discostano dal branco o alzano la testa dal tappeto erboso.

 Questo, più o meno, è quello che è successo all'amico Piero Ricca.