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sabato 7 agosto 2010

Clima: La conferenza di Parigi e quella di Copenaghen

di Raffaele Langone
Entro la fine del secolo in corso, dunque al più tardi nel 2100, la temperatura superficiale della Terra crescerà probabilmente tra 1,8 a 4 gradi centigradi (stima peraltro ottimistica)… E’ la stima dell’Ipcc ( l’Intergovernmental Panel on Climate Change), la più importante commissione di studio delle Nazioni Unite sul surriscaldamento globale.
Secondo la commissione, il riscaldamento del clima sulla Terra durerà per “oltre un millennio”.
Le oscillazioni nelle previsioni dipendono dalle quantità di anidride carbonica, il principale tra i gas-serra, che in concreto saranno immesse nei prossimi anni nell’atmofera.
La stima si riferisce al decennio 2089-2099, messo a confronto con il periodo 1980-1999: si basa sul lavoro, e lo sintetizza, di 2500 ricercatori esperti in diversi settori di rilevanza climatica e operanti in ogni parte del mondo. Ci sono voluti quasi 6 anni di lavoro e d’impegno.
Ma il verdetto, che è stato annunciato ufficialmente il 2 febbraio a Parigi questa volta è senza appello.
“Il riscaldamento climatico è inequivocabile, risulta evidente dall’aumento della temperatura dell’aria e degli oceani, dallo scioglimento delle nevi e dei ghiacci, dall’aumento del livello dei mari”.
Il riscaldamento globale non solo è in atto, ma in costante accelerazione: 11 dei 12 anni più caldi nella storia della meteorologia sono concentrati negli ultimi 12 anni. All’inizio del 2001, quando uscì il terzo rapporto Ipcc, l’aumento di temperatura nell’arco dell’ultimo secolo si misurava in 0,6 gradi. Oggi gli ultimi cento anni danno un incremento di 0,74 gradi. E, per i prossimi vent’anni, è attesa un’ulteriore crescita di almeno 0,5 gradi. Avrebbe potuto essere la metà se gli avvertimenti fossero stati colti in tempo tagliando radicalmente le emissioni serra. Adesso ci aspettano almeno tre decenni di caldo crescente.
Oltre quella data il livello di certezza delle previsioni diminuisce poiché i possibili scenari dipendono dalle risposte “politiche” al problema climatico che l’umanità saprà dare.
Potremmo ancora tirare il freno d’emergenza, potremmo ancora smettere di bruciare petrolio e carbone. E in questo caso gli scenari per il 2100 prevedono esiti più accettabili. Ma potremmo anche andare avanti facendo finta di niente, come è successo finora. In questo caso l’aumento medio previsto è di 4 gradi, con l’ipotesi peggiore che arriva a 6,3 gradi. Una prospettiva del genere cambierebbe, radicalmente, le possibilità di sopravvivenza di centinaia di milioni di persone.
Accanto all’innalzamento degli oceani da considerare ormai certo (da 28 a 43 centimetri a fine secolo) si dovrebbe mettere in conto l’ingresso nell’era dell’apocalisse. Più rapidi, invece, sono altri effetti negativi provocati dai cambiamenti climatici. Assisteremo a una riduzione delle calotte glaciali che, nel caso del Polo Nord, porterà a fine secolo a una scomparsa quasi totale dei ghiacci durante il periodo estivo. Inoltre è molto probabile che le ondate di calore e gli episodi di precipitazioni molto intense continuino a diventare sempre più frequenti e che i cicloni tropicali diminuiscano, in numero, ma aumentino in intensità.
Dal punto di vista tecnico, la responsabilità di questi fenomeni va attribuita ai gas serra che trattengono il calore all’interno dell’atmosfera. Gas come il metano, in poco più di due secoli è passato da una concentrazione di 715 parti per miliardo a 1774. O come l’anidride carbonica che, nell’era preindustriale, si misurava in 270-280 parti per milione: oggi sono già 380. Arrivare al raddoppio dell’anidride carbonica, cioè a quota 550, comporterebbe un aumento della temperatura valutabile in 3 gradi. È un traguardo disastroso per l’equilibrio degli ecosistemi.
Di fronte a una prospettiva così devastante, l’Ipcc chiama direttamente in causa, le responsabilità politiche che hanno portato a questa situazione, cioè le scelte di sviluppo energetico e produttivo centrate sui combustibili fossili e sulla deforestazione: “L’aumento dei gas serra è dovuto principalmente alle emissioni derivanti dai combustibili fossili, dall’agricoltura e dai cambiamenti d’uso del terreno”.
Nel disastro che si prospetta la natura gioca un ruolo del tutto marginale: analizzando l’aumento di temperatura dal 1750 a oggi si scopre che l’intervento umano ha un peso “almeno 5 volte maggiore” della variabilità climatica naturale indotta dai fenomeni di tipo astronomico.
Il messaggio che la conferenza sul clima lancia ai governi è chiaro: c’è una finestra di tempo per agire che si sta restringendo in fretta. E’ un invito a non dormire più, a svegliarsi.