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domenica 29 gennaio 2017

In Iran la prima 'Banca dello Zafferano', la spezia che vale più dell'oro

Dal Web


Teheran - E' nata in Iran la prima 'Banca dello Zafferano' del mondo, con l'obbiettivo di agevolare gli imprenditori ma anche di dare ai risparmiatori la possibilità di investire acquistando la pregiata spezia di cui l'Iran è il maggiore produttore mondiale. La Banca, di proprietà governativa, è nata nella città di Torbat Heydariyeh, uno dei cuori della produzione mondiale della spezia nella regione del Khorassan Razavi', a nord-est del territorio iraniano.

La banca può contenere 10 tonnellate di 'oro rosso'

La Banca, munita di sistemi di conservazione all'avanguardia (i vari tipi di zafferano richiedono condizioni di conservazione molto precise e diverse tra di loro) ha la capacità di tenere al proprio interno fino a 10 tonnellate di "oro rosso". Secondo il governatore Gholamreza Karimi, questa capienza arriverà presto a 20 tonnellate. Gli agricoltori che depositeranno il proprio zafferano nella Banca riceveranno dei bond nei quali sono indicati la quantità, la tipologia ed il valore dello zafferano. Sempre secondo le spiegazioni date dal governatore della banca, "i bond potranno essere venduti e comprati e quando il proprietario del bond vorrà, potrà chiedere in banca la consegna della propria merce".
Secondo l'agenzia Irna, il luogo di conservazione dello zafferano della banca verrà tenuto nascosto per motivi di sicurezza. Il 90% della produzione mondiale della spezia, che oscilla tra le 200 e le 300 tonnellate, riguarda l'Iran che esporta in oltre 50 nazioni del mondo.

La storia

Utilizzato per la prima volta dai Medi attorno al 700 a.C., il nome stesso dalla pianta zafferano ha origine dal persiano "Zar par 'an" che letteralmente significa "avente foglie dorate". Oltre ad "oro rosso" e "sultano delle spezie", soprannomi dati alla spezia per il suo valore (intorno ai 16 euro al grammo per l'iraniano di prima qualità), viene detto "fiore della salute" per le accertate proprietà curative contro il cancro, l'Alzheimer, il Parkinson, l'epatite, il diabete e l'influenza. La spezia ha proprietà benefiche pure per i reni ed il pancreas, combatte la bronchite, la pressione alta ed il colesterolo e ha effetto anti-epilettico, anti-dolorifico e rilassante; rafforza la memoria ed è ricca di vitamine C, B6, B2 e B1.

Per ottenerne un solo grammo bisogna cogliere 150 fiori, un lavoro che deve essere fatto con delicatezza e necessita di 40 operai, che devono lavorare dopo le prime luci del giorno ma prima del sorgere del sole, in modo che il calore non rovini l'aroma della spezia. Le varietà rare e particolari di zafferano possono arrivare a costare fino a 60 euro al grammo, quasi il doppio dell'oro (quotato intorno ai 35 euro al grammo). 

giovedì 26 gennaio 2017

2016, l’anno più caldo di sempre

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I dati della Nasa evidenziano temperature record dopo i picchi del 2014 e del 2015. Ora la temperatura terrestre è di 0,99 °C superiore alla media del secolo scorso. 


Fin dalla metà dello scorso anno si poteva prevedere che il 2016 sarebbe potuto essere l'anno più caldo da che vengono rilevati i dati in modo scientifico, ossia dal 1880. Ora la NASA ha confermato, dati alla mano, che questa previsione è una realtà.

Insieme alla NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration)m l’ente spaziale americano ha fatto sapere che le temperature medie del 2016 sono state di 0,99 gradi Celsius superiori alla media del XX secolo. Temperatura che è in costante aumento dopo i precedenti record del 2014 e del 2015. 
 
Sebbene i negazionisti del riscaldamento globale possanno arguire che nel corso del tempo le stazioni meteo di misurazione sono cambiate di posizione e di qualità, e quindi hanno introdotto delle incertezze sulla misure, la NASA ha comunque fatto sapere che pur tenendo conto di quelle che possono essere piccole variazioni nei valori raccolti, il 2016 risulta il più caldo in assoluto, con una certezza superiore al 95%.

Spiega Gavin Schmitt del Goddard Institute for Space Studies: «Non ci aspettiamo che anno dopo anno si battano sempre i record precedenti, ma la tendenza a lungo termine del riscaldamento terrestre in corso è assolutamente evidente».

L’IMPORTANZA, LIMITATA, DI EL NIÑO. Con questo nuovo dato, fa sapere ancora la NASA, si è stabilito che la temperatura media della superficie del pianeta è aumentata di 1,1 gradi Celsius a partire dalla fine del XIX secolo, un cambiamento dovuto in gran parte all'aumento dell'anidride carbonica e di altre emissioni di gas serra prodotti dall'attività dell'uomo. La maggior parte del riscaldamento terrestre si è verificato negli ultimi 35 anni, con 16 dei 17 anni più caldi registrati a partire dal 2001.

Il 2016 non è stato solo l'anno più caldo mai registrato, ma otto dei dodici mesi dell'anno, da gennaio a settembre con l'eccezione di giugno, sono stati i più caldi mai registrati per i rispettivi mesi. Ottobre, novembre e dicembre sono stati registrati al secondo posto.

Fenomeni come El Niño e la Niña, che hanno riscaldato o raffreddato la parte superiore tropicale dell'Oceano Pacifico, hanno certamente avuto un ruolo in questo riscaldamento. In particolare  El Niño ha avuto il maggiore impatto durante il 2015 e per il primo terzo delle 2016. I ricercatori tuttavia, hanno stimato che l'azione diretta sul riscaldamento è stato di 0,12 gradi Celsius.

DATI DA TUTTO IL PIANETA. I risultati della NASA e del NOAA sono stati elaborati da misure di temperatura superficiale di 6.300 stazioni metereologiche, osservazioni navali e rilevamenti di boe in un mare e misure raccolte da stazione di ricerca in Antartide. Tutte i dati, fa sapere la NASA, sono stati ripuliti da fenomeni locali, quali, per esempio, il riscaldamento urbano. I valori sono stati confrontati con le medie raccolte tra il 1951 e il 1980.

martedì 17 gennaio 2017

Adotta un campo di grano e sarà tutta farina del tuo sacco!

Articolo Condiviso

In provincia di Cagliari, in una località storica per la produzione del grano, nell'area di Senorbì, è appena nato il progetto sperimentale "Farina del tuo sacco" ad opera dell'associazione di promozione sociale e culturale Terre Colte.

Il progetto, originale e innovativo, vuole essere una risposta concreta e immediata al grave problema dei terreni abbandonati e lasciati incolti da quei contadini che non riescono più a vedere un'effettiva possibilità di sostentamento dignitoso attraverso l'agricoltura. In Sardegna questo fenomeno ha ricadute negative anche a livello sociale, culturale e ambientale. Il progetto lancia una campagna per adottare questi terreni e trasformarli in campi di grano vivi e produttivi. L'associazione propone diverse formule economiche di partecipazione all'iniziativa attraverso le quali si riceve in cambio ciò che quello stesso campo produce: grano, farina o legumi biologici, beni primari di altissima qualità. Allo stesso tempo si partecipa attivamente alle spese necessarie per i contadini per l'acquisto dei semi e la lavorazione del terreno. Le attività sono partite a settembre, a novembre c'è stata la lavorazione del primo terreno e a dicembre scorso le semine. Il  raccolto è previsto per l'estate 2017. La campagna di crowdfunding è iniziata solo un mese fa e si registrano già oltre 20 sostenitori da tutta Italia. 12.000 euro la somma da raccogliere entro fine febbraio che servirà anche per  l'acquisto di un mulino a pietra per la produzione della farina.
Incontriamo Massimo Planta, ideatore del progetto, presidente e socio fondatore di Terre Colte.
Che cos'è Terre Colte?
Terre Colte è un’associazione di promozione sociale e culturale non profit, che si è sviluppata da una prima esperienza di recupero di un terreno incolto e abbandonato di circa 3.000 mq nella provincia di Cagliari, poi trasformato in un orto condiviso dove chiunque poteva avere a disposizione un orto a patto che coltivasse senza l’uso di sostanze chimiche. In meno di un anno più della metà dei 40 lotti del terreno erano già occupati, e dato l’entusiasmo suscitato, quell'esperienza positiva fu immediatamente replicata ottenendo altrettanto successo. In brevissimo tempo, viste le numerose richieste di adesione sia da parte dei fruitori che da parte dei proprietari, si è capito che il concetto degli orti condivisi doveva essere sviluppato in forma organizzata. Nasce così nel Luglio 2014 l`Associazione Terre Colte che stimola e sostiene privati, aziende scuole ed Enti pubblici nella realizzazione e coltivazione di orti condivisi, urbani, sociali, terapeutici, didattici ed etnici. Oggi gli orti da adottare di Terre Colte sono dislocati in 6 comuni della regione metropolitana di Cagliari, suddivisi in lotti di 50 mq ciascuno, dove l'unica regola imposta agli associati è di coltivare rigorosamente con tecniche naturali e senza l'immissione di componenti chimici, ricevendo in cambio oltre che la disponibilità del terreno, un laboratorio teorico/pratico di agricoltura sinergica, l'uso di acqua per l’irrigazione, l'energia elettrica, l'assistenza, la sorveglianza e infine la copertura di una polizza assicurativa. L'associazione organizza inoltre vari laboratori didattici per l'autoproduzione alimentare, didattica per le scuole, corsi di permacultura e agricoltura naturale e attività di sensibilizzazione per la tutela e la salvaguardia delle api.
Come è nato il progetto “Farina del tuo sacco” e perché?
Da questa esperienza di successo abbiamo voluto rilanciare il progetto in una versione più evoluta attraverso l'adozione di terreni incolti di dimensioni rilevanti per affrontare il problema dell'abbandono delle terre coltivabili che in Sardegna riveste proporzioni tali da incidere non solo sul piano meramente economico ma anche su quello socio-culturale e microclimatico (sovra sfruttamento e impoverimento dei terreni, siccità, disboscamento). Ecco dunque come nasce il progetto "Farina del Tuo sacco": tramite una raccolta fondi le famiglie che aderiscono possono garantirsi il fabbisogno annuo di beni primari (come il grano e la farina) certificati bio e a Km zero (filiera chiusa), anticipando le spese necessarie ai contadini per l'acquisto delle sementi e dei costi dell'aratura.
Di che tipo di coltivazioni stiamo parlando?
Soprattutto grani. I contadini sono sempre l'ultimo anello della filiera mentre invece dovrebbero essere i primi. Sono quelli che non hanno potere contrattuale e quando hanno coltivato la terra, il prodotto finito lo conferiscono ai mulini che stabiliscono il prezzo con cui comprare il grano. Questo è uno dei motivi principali per cui il contadino abbandona la sua terra o preferisce lasciarlo per il pascolo. Ricordiamo che sia i semi di grano per la semina che i terreni e tutto il processo di coltivazione sono certificati biologici.
Chi sono gli agricoltori di cui parlate?
Parliamo di piccoli agricoltori con appezzamenti limitati. Ci è successo che un giorno, casualmente, abbiamo incontrato un contadino che ci ha detto che dopo aver coltivato biologico per anni, il mulino al quale conferiva il raccolto non pagava un valore adeguato per il suo lavoro. I mulini, inoltre, spesso, mischiano i grani dei vari produttori, e la qualità della propria farina rischia di essere messa a rischio. Raramente viene assicurata una lavorazione esclusiva e tutto il lavoro e i benefici di un prodotto biologico e di altissima qualità viene irrimediabilmente perso. Terre Colte ha proposto a questo contadino di trovare una soluzione insieme e cioè di continuare a coltivare il grano e trovare un modo per arrivare direttamente al consumatore finale. Così abbiamo pensato di lanciare una raccolta di crowdfunding per raccogliere 12.000 euro. Circa la metà di questa somma servirà per acquistare un mulino e l'altra metà per le spese vive. Terre Colte si occuperà, quindi, di pagare al contadino tutti i costi e di acquistare un mulino che servirà per macinare i grani prodotti.
Che cosa cambia in termini economici per il contadino?
Non investirà soldi ma il suo tempo e il know how necessario. Rimarrà con il 40 per cento del prodotto finito o del ricavato della raccolta fondi.
Perché è importante aderire alla campagna di crowdfunding?
Partecipando a "Farina del Tuo Sacco" sostieni l'economia locale, aiuti al recupero di una terra a rischio di abbandono e guadagni una sana alimentazione.
Come funziona esattamente l'adozione e quanto costa?
Ci sono diverse tipologie di adozione. A partire da 6 euro puoi adottare un piccolo campo di 10 mq con diritto a: tessera annuale di Terre Colte, un chilo di farina biologica e macinata a pietra e 50 grammi di lievito madre che saranno spediti direttamente a casa. Se si vogliono avere, ad esempio, 10 kg di farina, si possono adottare 100 mq che hanno un costo di 36 euro. Come ricompensa per una donazione si può richiedere: grano, ceci, farina di grano, farina di ceci, la partecipazione a laboratori di trasformazione della farina e viste guidate ai campi coltivati. La Tessera Terre Colte e il lievito madre sono comuni in tutte le tipologie di adozione.
Si può comprare solo quello che il campo produce nel periodo in cui lo produce? Quindi chi acquista non è più un solo consumatore?
Sì. Tutto è legato non al chilo di farina ma ai mq di campo che si vogliono adottare. I chili di cui parliamo sono teorici perché dipenderà dalla produzione: un anno potrà essere di più e l'anno successivo di meno. Il consumatore non è più un consumatore e basta ma un produttore egli stesso. Il contadino sa quanto campo coltiverà ma non saprà mai quanto raccolto otterrà da quel campo. Noi vogliamo sensibilizzare le persone a questa teoria e a questa pratica.
Quanti contadini hanno fino ad ora aderito al progetto?
Parlando solo del progetto di adozione a distanza di un campo di grano, al momento abbiamo coinvolto 2 agricoltori. L'anno scorso abbiamo realizzato lo stesso progetto con la collaborazione dei soci delle sedi operative in Ogliastra, abbiamo coltivato tre ettari sempre a grano Senatore Cappelli che sono stati adottati da 30 famiglie. In quel terreno quest'anno abbiamo fatto il sovescio a trifoglio per farlo riposare. Per la coltivazione di quest’anno l’agricoltore ha messo a disposizione un’area di 8 ettari dei quali due coltivati a trifoglio, due a ceci della qualità Pascià e quattro a grano. Con questa configurazione di rotazione dei terreni, manterremo anche per l’anno prossimo la stessa area coltivabile a grano e ceci.
Dove si troverà il mulino che acquisterete?
Il mulino sarà munito di macine in pietra, a lenta rotazione. Lo metteremo nella nostra sede operativa di Dolianova, a circa 30 km dal campo agricolo di cui parliamo. La sede, diventerà la nostra “Casa del Grano”, attrezzata con spazi idonei dove facciamo i laboratori del pane e dei dolci.  Disponiamo già di un forno a legna condiviso, in modo che chi vuole potrà andarci con il suo impasto fatto in casa il giorno prima e potrà anche cuocere il suo pane in condivisione.
Che tipo di grano coltivate e ci saranno in futuro anche altri cereali?
Al momento solo la varietà Senatore Cappelli ma in futuro abbiamo in progetto di allargare gli orizzonti e di cimentarci anche con altri tipi e, forse, anche altri cereali.
Quando verrà distribuita la farina frutto del primo raccolto?
La farina sarà pronta in estate nei mesi di giugno e luglio 2017. Sapremo anche quanto raccolto ci sarà.
Qual è l'obiettivo di questo progetto?
Il comune in cui si svolge il progetto ha 200 abitanti. Se noi continuiamo a permettere che i terreni non si coltivino più le persone andranno a cercare il lavoro e il sostentamento da altre parti. L'agricoltura ha anche il valore di mantenere vivi i territori. Noi vogliamo coinvolgere più contadini possibile e coinvolgere le persone in questo processo. Ci troviamo in un periodo di cambiamento. E la parola cambiamento è inutile usarla senza crederci e fare qualcosa per attuarlo.
Che cos'è il cambiamento per voi?
E' fare azioni non a nostro esclusivo beneficio, ma che siano utili e di esempio anche per il nostro vicino e lontano e per le generazioni future.
Per chi volesse sostenere il progetto o saperne di più:

martedì 10 gennaio 2017

Repair Cafè anche a Roma: riparare, riciclare, riusare

Articolo condiviso

Riparare, aggiustare, riusare: sono parole chiave in un'epoca in cui il consumismo manipola le nostre menti e ci porta a sprechi enormi con enormi impatti sull'ambiente. Ed ecco che si stanno diffondendo i Repair Cafè. Ora ne è nato uno anche a Roma.


In zona Conca d'Oro, a Roma, si trova Aggiustatutto, il primo Repair Cafè in città. E' aperto tutti i pomeriggi dalle 17 alle 19,30 grazie a tre amici che, da qualche mese,  hanno deciso di mettere  insieme le loro competenze e passioni. L'obiettivo di questa vera e propria officina sociale non è soltanto la promozione ecologica e ambientale, attraverso il recupero e il riuso di beni di consumo, ma anche diventare un vero e proprio spazio di incontro, di mutuo aiuto tra i soci e di scambio culturale tra generazioni e culture. Nella prospettiva di un ritorno ad uno stile di vita compatibile con l'ambiente, il recupero e il riciclo diventano anche uno stimolo importante alla creatività e all'immaginazione per adulti e bambini che danno nuova vita a oggetti “da buttare” di ogni tipo.
Incontriamo Francesco Pelaia che nello spazio di Via Val di Lanzo, 45, tra ferri da stiro, phon, frullatori, lampade, giocattoli e una parete piena di attrezzi, ci racconta come è nato il progetto.
Qual è il significato di uno spazio come questo?
Ogni giorno, nelle nostre città, vengono gettate enormi quantità di oggetti, anche in buono stato. L’intento del Repair Café, è quello di dare agli oggetti una nuova prospettiva di utilizzo. Molte persone hanno dimenticato che è possibile riparare un oggetto o possono imparare a farlo. Riappropriarsi della tradizione del recupero è fondamentale, soprattutto considerando il periodo nel quale ogni azione a esso legata è un piccolo tassello a contrasto della crisi. Le azioni promosse dal Repair Café sono legate a un percorso sociale e culturale che mette in luce le competenze, spesso dimenticate, delle persone di età matura che possono trasmettere le proprie esperienze condividendo un obiettivo comune: la riparazione di un oggetto. Questa pratica virtuosa ha ricadute sull’ambiente grazie alla riduzione dell’utilizzo di materie prime e quello di energie per produrre nuovi oggetti. Il riuso contribuisce a ridurre le emissioni di CO2. Gli appuntamenti di riparazione insegnano a vivere gli oggetti sotto una nuova luce. E, ancora una volta, di apprezzarne il loro valore, divertendosi. Il nostro progetto vuole offrire al quartiere ed alla città un luogo dove attività artigiane “in via di estinzione” trovino spazio di espressione e di condivisione e dove si possa praticamente lavorare, recuperare e costruire manualmente.
A chi si rivolge il vostro progetto?
L'attività di Repair Café si rivolge a tutte le persone interessate a riutilizzare tutti quegli oggetti che l'obsolescenza programmata rende inutilizzabili o riparabili solo ad un costo troppo elevato oppure a tutto quanto meriti una “seconda vita” affettiva ad un costo ragionevole; sono benvenuti anche tutti coloro che siano curiosi di “sapere come funziona” di “sapere come si fa” vedendo artigiani all'opera o di cimentarsi partecipando al lavoro.
Come è nata l'idea di aprirne uno a Roma?
Sono stato sempre sensibile a queste tematiche, mi interessava molto il discorso della decrescita. Ho conosciuto questa realtà nata in Olanda e quindi sono partito per realizzarla insieme a due amici. Rodolfo Uberti Foppa e Guido Bertoldi.
Che lavoro fai?
Vengo da un altro mondo. Ero un dirigente nell'industria aeronautica. A un certo punto ho deciso di cambiare vita, nel 2007, e ho lasciato il lavoro. Non mi piaceva più l'ambiente che frequentavo e quel lavoro che non mi faceva stare bene. Con la liquidazione ho acquistato un appartamento e ci ho avviato un Bed and Breakfast.
Come hai iniziato ad aggiustare le cose?
Ho sempre avuto una buona manualità ma ho iniziato proprio occupandomi della manutenzione del Bed and Breakfast. Poi ho visto che la cosa mi piaceva e ho iniziato a svolgere l'attività di riparatore. Lo facevo nel garage di casa.
Come hai imparato ad aggiustare?
Mi è sempre piaciuto e mio nonno mi ha insegnato la maggior parte delle cose che so.
Quanto costa venire qui al repair cafè per far aggiustare un oggetto?
25 euro l'ora. Se hai bisogno di un intervento a domicilio non c'è diritto di chiamata e si paga solo se la riparazione è di propria soddisfazione.
Come si svolge la riparazione?
Si può chiedere di farla aggiustare oppure che venga insegnato ad aggiustarla da sé. E' un'attività di recupero a basso costo. Spesso è il ricambio che costa molto e talvolta proponiamo una modifica compatibile con l'uso che si deve fare di quell'oggetto. Comprare un oggetto nuovo quando si può riparare quello vecchio, è un enorme spreco di rifiuti e di risorse che può essere evitato.
Spesso, dal punto di vista economico, conviene ricomprare una cosa nuova piuttosto che farla riparare.
Sì, è vero, ma altrettanto spesso le cose che usiamo hanno anche una storia, un valore affettivo. Per esempio una lampada di famiglia che nessun elettricista ti aggiusta e nessun professionista lo farebbe. Venendo da noi, invece, questo si può fare e risolvere il problema.
Organizzate corsi per imparare a riparare?
Facciamo delle serate tematiche durante le quali le persone vengono e provano a riparare un oggetto o a risolvere un problema di un impianto, di un mobile, di una finestra in casa loro. Anche solo vedere, ad esempio, una lavastoviglie o un altro elettrodomestico smontato o lo scarico di un lavandino o un rubinetto ci può aiutare a capire come fare quando si è a casa da soli e l'elettrodomestico in questione non funziona o abbiamo una perdita d'acqua. Ci sono delle macroaree di intervento. C'è una parte meccanica e una elettrotecnica. Poi c'è l'idraulica, l'elettricità e la falegnameria. Insegniamo come verificare cosa funziona oppure no. Ci sono parti molto comunemente soggette a guasti e si impara come individuarle facendo prove e diagnosi.
Quanto costa un corso?
Le serate sono a offerta libera e vengono molte persone soprattutto sull'idraulica. Per l'elettricità casalinga lo stesso. Per i grandi elettrodomestici meno.
Dal punto di vista tecnico, gli elettrodomestici hanno delle aree simili per quanto riguarda la riparazione?
I motori elettrici hanno tutti una serie di problematiche comuni. Spesso, per esempio, sono i fili di alimentazione che non funzionano, quasi al 30 o 40 per cento. In particolare all'ingresso del filo di alimentazione. Quindi si buttano spesso elettrodomestici che sarebbero perfettamente funzionanti se cambiassimo semplicemente il filo. Cioè è una riparazione di dieci minuti e con pochissima spesa. Cambiare la cinghia del motore di una lavatrice, allo stesso modo, richiede non più di 15 minuti.
Perché la maggior parte di noi non sa riparare?
Noi siamo stati educati a consumare e questa nostra propensione al  consumo fa sì che il recupero sia una controtendenza. L'altro aspetto è che noi valutiamo molto il nostro tempo libero in termini di utilità marginale. Il nostro tempo libero ha un valore enorme visto che è poco e quindi tendenzialmente non vogliamo dedicarlo ad attività che siano riconducibili ad altro lavoro. E' ormai la norma che si preferisca spendere soldi piuttosto che perdere 30 minuti per riparare un oggetto. Non si percepisce, però, che non si tratta solo del costo relativo all'acquisto ma di un notevole costo sociale in termini di inquinamento e di smaltimento dei rifiuti. Gli elettrodomestici in genere hanno un impatto pesantissimo a livello ambientale. Anche perché ogni elettrodomestico per essere smaltito deve essere smembrato in quanto le sue componenti sono diverse tra rifiuti di plastica, elettrici, elettronici, metallici. E' quindi complicato. Un frigorifero, ad esempio, fa un volume di rifiuto enorme.
La riparazione può essere la risposta all'obsolescenza programmata?
Non sempre, purtroppo. I produttori fanno pagare in modo esagerato le componenti di ricambio. Una scheda elettronica di un frigorifero costa 110 euro quando lo stesso frigorifero ne costa 200. Lo fanno perché a loro conviene venderne uno nuovo. L'obsolescenza programmata esiste proprio per fare in modo che gli elettrodomestici vengano regolarmente ricomprati e non è un mito come molti credono ma la realtà. In Francia esiste un progetto di legge a tutela dei consumatori proprio a sostegno di tutto questo. Infiltrazioni, umidità, guasti possono esserci, naturalmente, ma non sono tali da giustificare la quantità di casi. Sul tema dell'elettronica purtroppo è difficile intervenire perché le schede sono fatte in modo da rendere difficilissima la sostituzione delle singole componenti. A un certo punto dobbiamo arrenderci anche noi.
Fate corsi per i bambini?
Abbiamo pensato di organizzare un corso a gennaio proprio per i bambini con i giocattoli di Natale rotti. Sulle attività con i bambini così come anche sulle altre nostre attività ci piacerebbe fare corsi itineranti.
Quante persone si rivolgono al Repair Cafè?
L'idea piace a tutti ma poi dall'idea al fatto di iniziare davvero a cambiare la mentalità dell'usa e getta il passo è lungo. In Olanda hanno iniziato per esempio con un pullman itinerante.
Che cos'è la biblioteca degli attrezzi?
Vorremmo fare una libreria degli attrezzi. Si lasciano qui gli attrezzi a disposizione di tutti. Quegli attrezzi che non ci servono tutti i giorni. Così come anche tutti i tipi di cacciavite particolari e professionali che restano qui a disposizione dei soci: frese, decespugliatori, cacciaviti particolari che si usano raramente ma che sono essenziali per riparare i nostri elettrodomestici. In questo modo si evita di acquistare tutti la stessa cosa ma si mette in comune ciò che si ha.
Quali altri progetti ci sono?
Un progetto con le persone disabili che vorremmo presentare presso le varie sedi istituzionali. Un altro aspetto che ci interessa è coinvolgere le persone anziane. Non solo per insegnare loro delle cose ma anche per coinvolgerli come insegnanti di abilità che abbiamo perso.
Per quanto riguarda le donne?
Ci manca, in effetti, tutto un ambito che è sempre stato quello femminile di riparazione degli abiti, di rammendo e recupero che si è quasi completamente perso e che invece è essenziale recuperare.
Quello che fate può diventare un vero e proprio lavoro che dia un reddito per vivere?
Nel nostro caso no, non rientra per ora nei nostri obiettivi. E' molto importante, però, pensare che per esempio attraverso i nostri corsi molte persone, ad esempio giovani, immigrati, disoccupati possano iniziare ad acquisire delle abilità da far crescere e che possano poi essere incanalate in un percorso professionale futuro.

venerdì 6 gennaio 2017

Un giorno in bicicletta a Copenhagen

articolo condiviso 
Ferma ad un semaforo, chiedo al ciclista più vicino nella lunga fila che sta aspettando il verde insieme a me, se quella che sto seguendo è la direzione giusta per arrivare a Christiania.
È pomeriggio, verso il tramonto. Il freddo ventoso mi ha congelato le mani. Sto pedalando dalle nove del mattino. A vista. Non conosco Copenhagen. Non ho gps, né cartina delle strade. Seguo semplicemente la gente sull’infinita rete di piste ciclabili.

“Ci sto andando anche io, vieni con me!” Mi dice. È sicuramente un imbianchino. L’arte delle macchie sui suoi vestiti è la stessa, inconfondibile, sui vestiti degli imbianchini di tutto il mondo. Ha una bici normale, direi da città, per catalogarla in un gruppo, sul portapacchi dietro è fissata una cassa di legno piena di pennelli di tutti i tipi sistemati con ordine, ci sono latte di colore, rotoli di nastro di carta, qualche quotidiano. Standogli a ruota posso vedere solo questo. Per tutto il tragitto pedalo dietro a lui.

Io ho una bicicletta nera presa a noleggio. Ha un freno solo, a sinistra, i cambi a destra e i pedali girano solo in avanti. Ogni tanto si bloccano. Non so perché. Me lo dimentico e ogni volta rischio di cadere. La luce bianca intermittente davanti e quella rossa dietro funzionano sempre, in automatico, anche di giorno, dopo il primo giro di pedali. Nel grande cesto attaccato al manubrio ho messo la borsa. Pedalando ho visto biciclette con cesti personalizzati come giardini fioriti a primavera.


La pista ciclabile è larga come la corsia per le automobili. Ogni strada ne ha due, una per ogni direzione. Non ci sono tombini ed è continuamente segnalata in modo inequivocabile. Segnali orizzontali, verticali e luminosi. In alcune zone della città è color azzurro cielo.
Faccio tutto quello che vedo fare all’imbianchino che pedala davanti a me e che, amorevolmente, si gira, di tanto in tanto, forse per paura di perdermi nel mare di altri caschetti. Non sarebbe difficile confondermi…sono in perfetto stile danese.

Vedo i ciclisti, tutti, usare una gestualità di cortesia e di sicurezza ad ogni svolta, fermata, sorpasso. Un linguaggio semplice che rende tutto più facile. E sicuro. Per mezz’ora mi sento come durante quelle pedalate che restano memorabili e indimenticabili. È capitato a tutti di pedalare proprio dentro ad un bel gruppo, affiatato, unito, di essere in sella alla bicicletta perfetta, su sterrato scorrevole, di pedalare a quella velocità che fa stare tanto bene da sentire il corpo come se stesse decollando e la felicità come unica energia propulsiva e trainante.
 Dentro questo ordinato e straordinario serpente di ciclisti, donne e uomini, con biciclette di tutti i tipi, vestiti in tutti i modi, mi sembra proprio di volare. E’ bellissimo. Tutti, qui, pedalano veloci invece che premere il pedale dell’acceleratore. Pedalano per spostarsi, invece di guidare. E non solo per andare a prendere il pane e il latte.

Biciclette da corsa, single speed, biciclette da criterium, quelle senza freni, cancelli perfettamente funzionanti, biciclette Pedersen, cargo bike, biciclette con il manubrio alto e dritto, biciclette con due, tre seggiolini, biciclette con il cassone davanti o con il carrellino dietro, cestini, cestoni, borse laterali, casse di legno chiaro e cassette della frutta. Per trasportare, qualsiasi cosa.
Studenti, studentesse, ragazze e ragazzi, donne e uomini eleganti, corrieri in bicicletta con i loro inconfondibili zaini sulle spalle e i lucchetti fissati alla canna del telaio, ciclisti con carichi di ogni tipo, tante normali, meravigliose mamme e tanti normali, meravigliosi papà e bambini biondi.
Una umanità che ha scelto un’alta e coerente qualità della vita. In tutto. Dal rispetto per l’ambiente a quello per il cibo. Dalle energie alternative, fortemente sostenute e incentivate, al cibo biologico. All’uso in massa della bicicletta. Una vera e propria critical mass quotidiana.
Attraversiamo un incrocio, l’ultimo. Vedo i graffiti colorati dell’entrata di Christiania, un esperimento sociale di vita autogestita basata sul rispetto tra le persone. Un esempio a livello mondiale. L’imbianchino ciclista, qui, è di casa.
Grazie imbianchino, anche grazie a te, oggi, che compio cinquant’anni, ho potuto volare.

mercoledì 4 gennaio 2017

200 anni, auguri bici! Ciclocalendario

articolo condiviso

di Felynx
Il Calendario a Impatto zero e il Ciclocalendario giungono quest’anno alla dodicesima edizione. E nell’anno in cui la bicicletta festeggia duecento primavere non potevamo non ripercorrere un po’ di storia di questo fantastico mezzo tutt’altro che obsoleto, anzi… Come affermato dai tanti ciclisti che si radunano spontaneamente fin dal 1992 negli incontri spontanei di Critical Massla bicicletta è il mezzo di trasporto del futuro.
Una storia iniziata il 5 aprile 1817, giorno in cui il barone Karl Drais presenta pubblicamente la Draisina che è considerata la prima bicicletta. Nata quindi sotto il segno dell’ariete e si può dire abbia fatto propria del segno la caratteristica di non riuscire a stare mai ferma.
Dalla Draisina tante le evoluzioni alla ricerca di maggiore manovrabilità e velocità. Così, dopo le prime versioni in cui la trazione avveniva attraverso la spinta dei piedi a terra, vengono implementati i pedali e differenziate le dimensioni delle ruote. Nasce nel 1866 la Penny Farthing, sicuramente più evoluta ma non proprio il massimo in termini di sicurezza.
Il cammino prosegue e qualche anno dopo vede la luce la Safety Bicycle con dimensioni più pratiche e l’inserimento dei freni che rendono la bicicletta un mezzo più sicuro.
Un nuovo grande passo viene fatto poi con l’implementazione dei copertoni di gomma gonfiabili che aumentano di molto la stabilità.
Verso fine dell’Ottocento arriva l’introduzione del meccanismo della ruota libera e si tentano così i primi record di velocità.
Nel 1937 finalmente giunge il deragliatore che permette il cambio del rapporto in corsa, fino a quel momento effettuato a mano e costringendo a fermate forzate anche i campioni del Giro d’Italia e del Tour de France.
Si susseguono così nuovi modelli che nascono per impieghi su terreni diversi e per nuove competizioni sportive, mentre il peso va alleggerendosi grazie all’impiego di nuovi materiali per il telaio, passando dall’acciaio all’alluminio e alla fibra di carbonio.
Dalla fine del secondo millennio ad oggi le nuove tecnologie incalzano. Viene introdotto un motore elettrico per agevolare la pedalata nei momenti di maggiore sforzo e infine si affaccia l’elettronica con computer e sensori che rendono la bicicletta un mezzo di trasporto smart.
Ma le nuove tecnologie e il digitale non scalzano del tutto i modelli tradizionali che convivono sulle strade affianco alle smart bike perché la bicicletta è un mezzo di trasporto che diventa un tutt’uno con chi la inforca rispecchiandone il carattere e la filosofia di vita.
calendario2017
Ciclofficina.net contribuisce alla diffusione della cultura di mobilità sostenibile attraverso il Calendario a Impatto Zero con immagini evocative, organizzato con spazi sufficienti per annotare appunti e, oltre alle consuete informazioni su lune e segni zodiacali, date e ricorrenze (non sempre scontate) molto in libertà, a volte incomprensibili, curiose ma anche utili.
Il Ciclocalendario invece, da ritagliare e portare in borsa o in tasca, è organizzato su cicli di ventotto giorni come il calendario lunare a cui è ispirato. Utile in agricoltura per organizzare le semine, per controllare la ciclicità delle maree, il ciclo mestruale… e per ogni altro tipo di lunaticità 😉
Buon 2017 a impatto zero!
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