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venerdì 30 dicembre 2016

È arrivato... il tempo delle api!

Articolo condiviso

Darel Di Gregorio e Rossella Anitori, registi cinematografici, seguono con la loro macchina da presa, il sogno di due giovani apicoltori che credono che ci sia un'alternativa possibile all'apicoltura tradizionale. Questo è "Il tempo delle api".


Darel Di Gregorio e Rossella Anitori, registi cinematografici, seguono con la loro macchina da presa, il sogno di due giovani apicoltori che credono che ci sia un'alternativa possibile all'apicoltura tradizionale. Questo è Il tempo delle api, film documentario che mostra l'entusiasmo, la passione e il coraggio ma anche le difficoltà che incontra chi si avvicina oggi a un'apicoltura che vuole essere diversa e rispettosa di questi insetti magnifici. La scomparsa progressiva delle api e le possibili cause, le testimonianze di chi si interroga sul loro futuro così profondamente legato al nostro, la sperimentazione di vie alternative allo sfruttamento di questi animali sono argomenti toccati dal film per stimolare a riflettere su un modo diverso di convivere con loro. Darel e Rossella non hanno una produzione cinematografica alle spalle e iniziano con pochi strumenti presi in prestito a raccogliere impressioni e immagini. Per tre anni vivono con i protagonisti, li seguono in tutti i loro spostamenti per filmarne avventure e successi ma anche difficoltà, dubbi e paure. Per sostenere i costi del progetto i due registi lanciano una prima campagna di crowdfunding nel 2013 e riescono a raccogliere 5000 euro. Attualmente è in atto una seconda campagna lanciata su Produzioni dal Basso dedicata interamente alla finalizzazione del film.
Che cos'è Il tempo delle api?
Il tempo delle api è un film documentario che segue l'esperimento di due ragazzi, Mauro Grasso e Valerio Bonsegna, due giovani apicoltori che decidono di allevare le api in maniera naturale seguendo i principi della permacultura. L'esperimento è partito tre anni fa ed è ancora in corso. Noi abbiamo seguito i primi tre anni della sperimentazione documentando quello che accadeva giorno per giorno. I nostri protagonisti si sono ispirati a Oscar Perone, un apicoltore argentino che ha teorizzato un nuovo metodo per allevare le api alla luce delle teorie del giapponese Masanobu Fukuoka, promotore dell’agricoltura sinergica. Il metodo Perone capovolge la visione secondo cui le api necessitano delle cure dell’uomo per sopravvivere scegliendo di affidarsi all’intelligenza di questo antico insetto.
Qual è l'origine di questa storia? Come siete venuti in contatto con questi due giovani?
Mauro e Valerio facevano parte di un gruppo di ragazzi che viveva in maniera sostenibile in un casale dei Castelli Romani. Di questa piccola comunità facevo parte anche io, Darel. Adesso quel gruppo si è sciolto ma è da quella fucina di idee che tutto è partito. La nostra era una comunità in cui si praticava l'agricoltura sinergica e più in generale si attuava uno stile di vita in armonia con la natura. Quando Mauro e Valerio hanno sentito parlare di un'apicoltura diversa che metteva in primo piano le api e la loro salute si sono dati subito da fare. In quel periodo è arrivata a casa nostra Rossella che stava scrivendo un libro sulle Comuni e gli Ecovillaggi in Italia per la Derive e Approdi. E' così che ci siamo conosciuti e abbiamo iniziato a pensare insieme all'idea di realizzare un documentario su questa storia. Da quel momento sono passati quattro anni: tre di riprese e uno di pre-montaggio. Noi abbiamo seguito i primi tre anni ma l'esperimento è ancora in corso.
Qual è stata la cosa più interessante durante la realizzazione del film?
Quando giri un documentario devi fare i conti con l'imprevedibilità del reale. I personaggi non seguono un copione e la storia prende forma giorno dopo giorno. Il documentario non racconta solo un esperimento apistico ma anche una vicenda umana: l'amicizia tra Mauro e Valerio e il micromondo della comunità in cui è inserita. Il tempo delle api è tutto questo.
Quali sono stati i problemi e le difficoltà?
La difficoltà più grande fino ad ora è stata far passare il messaggio che il documentario non è il manifesto di un metodo ma è il racconto di un'esperienza. Per noi fare cinema è una grande opportunità per emozionarsi e vivere anche solo per un istante un’altra vita, diversa ma come in un frattale strettamente connessa anche alla nostra storia.
Qual è il significato e il valore di un modo diverso di fare apicultura?
Per come sono messe oggi le cose, da una parte c'è il tempo delle api, dall'altra quello del miele. L'obiettivo principale per un apicoltore è il miele, per chi si avvicina all'allevamento delle api come hanno fatto Mauro e Valerio la prima cosa è la salute delle api. La permapicoltura vuole dare la possibilità alle api di vivere autonomamente, senza il continuo intervento dell'uomo.
La permapicoltura è dibattuta. Non tutti gli apicoltori la guardano con favore.
Le avanguardie sono sempre state guardate con sospetto. Attraverso la storia di questi due ragazzi abbiamo voluto rendere omaggio a chi si mette in gioco per seguire i propri sogni. Mauro e Valerio hanno sentito il bisogno di lasciare il percorso battuto per intraprendere una nuova strada. Se oggi ci sono apicoltori biologici è perché qualcuno a tempo debito si è preso la briga di sperimentare.
In cosa è diverso il vostro film da altri film documentari sulle api?
Il nostro non è un documentario d'inchiesta ma il racconto di un'esperienza attraverso le immagini e i suoni della presa diretta. Il tempo delle api è il racconto di un quotidiano immerso nella natura, del magnifico mondo delle api ma anche delle difficoltà che si possono incontrare lavorando ad un progetto comune.
Per quanto riguarda la distribuzione, che tipo di sistema avete pensato di usare?
Vorremmo utilizzare tutte le possibilità che oggi ci sono a disposizione: movieday, video on demand, proiezioni organizzate dal vivo.
Quando è prevista l'uscita del film?
Se tutto va bene per la prossima primavera.
Per finanziarvi avete usato il crowdfunding. Come è stata la risposta al progetto?
I ragazzi hanno trovato grande entusiasmo e bisogno di sperimentazione da parte di tante persone qui in Italia. Si è venuto a creare un vero e proprio movimento di gente interessata e andando avanti nell'esperimento Mauro ha iniziato a tenere una serie di workshop in varie località italiane per divulgare il metodo. I protagonisti del documentario hanno intercettato una problematica diffusa che è quella del rapporto con le api, compromesso dalla chimica e dalle difficoltà che oggi stanno vivendo. Prima del lavoro di Mauro e Valerio si sapeva molto poco di permapicoltura in Italia, oggi anche grazie a loro sono sorti molti gruppi facebook in cui le persone si scambiano consigli ed esperienze.
Quanto avete raccolto e di quanto ancora avete bisogno? Se non riuscirete a raccogliere il necessario cosa farete?
Al momento abbiamo due aziende biologiche che si sono appena aggiunte come sponsor e abbiamo raggiunto circa 4500 euro. Ce ne servirebbero in tutto 15000. Abbiamo lanciato una campagna aperta del tipo“Take all”, nel senso che prenderemo tutto quello che riusciremo a raccogliere.

mercoledì 28 dicembre 2016

CoScienze critiche

Articolo Condiviso
Viviamo un tempo in cui la scienza sottomessa agli interessi dei potenti, che è meglio chiamare tecnoscienza, avanza con passi da gigante. Tutte le sue invenzioni nascono e servono ad aumentare i profitti delle grandi imprese, a devastare la natura, ad accrescere lo sfruttamento di quelli che stanno sotto e a controllarci tutti con metodi sempre più sofisticati e con forme sempre nuove di pseudo-comunicazione capaci di farci accettare tutto passivamente e in nome del “progresso”. Il predominio delle “soluzioni” tecnologiche alla crisi è radicato in una concezione frammentaria e gerarchica di una scienza che disprezza la complessità, la precauzione e tutti i saperi che non siano quelli dominanti. Così, si alimenta l’illusione che la crisi climatica e quella alimentare, le malattie e i problemi di “sicurezza” si possano risolvere solo nei laboratori e con più tecnologia. Il grande incontro promosso in questi giorni dagli zapatisti in Chiapas ricorda invece che l’origine della parola coscienza significa conoscenza condivisa. Non un particolare tipo o una forma di conoscenza che prevale sulle altre, bensì una conoscenza messa in comune che deriva dall’osservazione, dalla sperimentazione e dalla comprensione collettiva
Foto www.research.bayer.com 

di Silvia Ribeiro
A San Cristóbal de Las Casas, Chiapas si sta svolgendo l’incontro intitolato “Le/gli Zapatiste/i e le CoScienze per l’Umanità”, una nuova sfida alle leggi di gravità, una di quelle che caratterizzano le comunità zapatiste. Sebbene conoscano molto bene la gravità, nell’appello per la convocazione dell’ incontro, dove ci chiamano a costruire “Una casa, altri mondi”, i promotori ci ricordano che “il mostro ci spia da tutti gli angoli, dai campi e dalle strade” e, malgrado ciò – o meglio, proprio per questo -, ci invitano a questa costruzione-decostruzione, un altro modo ancora per condividere le resistenze.
E’ una sfida terribilmente opportuna, che avviene mentre la “tecno-scienza”, la scienza sottomessa agli interessi dei potenti, avanza con passi da gigante. Tutte le sue invenzioni riguardano i mezzi per aumentare i profitti delle grandi imprese, per rendere ancora più profonda la devastazione della natura e lo sfruttamento dei/delle los/las de abajo e, naturalmente, per controllarci tutti. Per controllarci con metodi sempre più sofisticati di sorveglianza, di controllo e repressione, e perfino con nuove forme di pseudo-comunicazione capaci di farci accettare tutto questo passivamente e addirittura di pensare che questo sia “progresso”.
Nella sua origine, la parola coscienza significa appunto “conoscenza condivisa”. Non un particolare tipo o una forma di conoscenza che prevale sulle altre, bensì una conoscenza condivisa, derivante dall’osservazione, dalla sperimentazione e dalla comprensione collettiva.
In quanto forma di approccio aperto che deriva dalla curiosità, dalla necessità, dalla riflessione, dalla sperimentazione e dall’accumulazione collettiva (e dal libero flusso di conoscenza che serve al bene comune, che cerca la revisione critica della società), la scienza è minacciata dal sistema dominante quanto le diverse forme di conoscenza e i saperi dei popoli che non si adattano alla definizione di “scienza” che serve al capitale.
Per questo, molti di coloro che vengono chiamati scienziati critici, scienziati impegnati con la società, scienziati cittadini, affermano che no, che quella non è scienza bensì tecno-scienza: processi chiusi per creare tecnologie che servano alle imprese o alle istituzioni che li finanziano. Si tratta di processi che accettano e promuovono la brevettazione e altre forme di proprietà intellettuale della conoscenza e dell’informazione – comprese quella genetica e quella digitale -, che sono sempre forme di privatizzazione della conoscenza collettiva, sebbene qualcuno rivendichi che si tratta del “suo” lavoro o della “sua” ricerca. Qualsiasi invenzione, infatti, non è altro che un piccolo pezzo di una lunga accumulazione collettiva di conoscenza ed esperienza, per questo privatizzarla in un qualche modo è sempre un furto.
Nel suo atto costitutivo, la Unión de Científicos Comprometidos con la Sociedad y la Naturaleza en América Latina (UCCSNAL) [Unione degli Scienziati Impegnati per la Società e per la Natura], dichiara: “In tutti gli ambiti delle attività umane, viviamo una crisi di civiltà globale senza precedenti alla quale ci hanno condotto il capitalismo e i modelli simili ad esso che dividono l’uomo dalla natura. Le loro principali manifestazioni sono un’iniquità socio-economica che non smette di approfondirsi, il crescente esercizio del potere mediante la violenza, l’asservimento della diversità biologica e culturale e un’infinità di squilibri ambientali. In América Latina, l’espansione dell’estrattivismo e dell’agrobusiness hanno nutrito questa crisi sottomettendo i nostri territori e i loro abitanti a un’ incessante spoliazione ed estinzione.
Alle soluzioni scientifico-tecnologiche il discorso dominante assegna un ruolo sempre più preponderante nella risoluzione della crisi, allontanando così la discussione etico-politica di fondo.
La generazione e l’uso della conoscenza scientifico-tecnologica sono sempre più impegnate nel dar risposta alle richieste delle multinazionali che danno impulso al modello che ci ha portati a questa crisi e sempre meno al servizio dei popoli. La crescente tendenza verso la privatizzazione della conoscenza, a discapito del suo utilizzo pubblico, va di pari passo con una scienza sempre più funzionale agli interessi del corporativismo capitalista (o del grande capitale). Una tendenza che si riflette nello stimolo alla brevettazione della conoscenza a livello accademico e nella crescente tendenza alla privatizzazione di enti pubblici di ricerca e di istruzione superiore”.
Non si tratta, però, solamente del pubblico e del privato. Il predominio e l’avanzamento delle “soluzioni” tecnologiche alla crisi che viviamo, è radicato in una concezione frammentaria, gerarchica e verticale della scienza (automaticamente tradotta come progresso) che disprezza la complessità, la precauzione, lo sguardo olistico e inclusivo e qualsiasi altra forma di conoscenze e saperi che non siano quelli dominanti.
Questa tecno-scienza che riduce la realtà, elimina dal suo campo di analisi le conseguenze negative che produce – impatti ambientali, conseguenze sulla salute, disoccupazione, delocalizzazione, distruzione culturale – se non sono immediatamente visibili. E anche quando lo sono, si cerca di occultarle attraverso un dispositivo della propaganda che stabilisce che i benefici sono sempre certi mentre gli impatti sono sempre discutibili.
Queste proposte tecno-scientifiche sono una parte centrale del sistema capitalista, e non solamente per quelli che se ne sono appropriati, ma anche per la loro stessa forma e per le caratteristiche. Servono ai padroni del potere perché così non si devono verificare le cause della crisi, così non è necessario cambiare nulla, presumibilmente ci sarà sempre in futuro una soluzione tecnologica per uscire dal problema, che rappresenta per di più una nuova fonte di affari.
Con questa mentalità, la crisi climatica si risolve con più tecnologia, compresa la geo-ingegneria (la manipolazione tecnologica del clima globale per raffreddarlo o per rimuovere l’eccesso di CO2), la crisi alimentare si risolve con gli Ogm, le malattie con l’alta tecnologia, la scarsità di risorse con la nanotecnologia, la “sicurezza” con sistemi di sorveglianza sempre più sofisticati che vengono sviluppati in ambiti militari, ma il cui utilizzo più diffuso è contro la popolazione in generale.
Per tutte queste ragioni non è necessario cambiare nulla delle strutture attuali. Si alimenta la falsa illusione secondo la quale il sistema industriale di produzione e consumo è percorribile adesso e in futuro, anche se ne trae beneficio solamente una minima percentuale della popolazione mondiale, mentre distrugge la natura e le basi di sussistenza della maggioranza.
Malgrado ciò, questa matrice tecno-scientifica è quanto i governi, compresi quelli progressisti, considerano progresso.
[Una matrice] Che nega anche l’enorme e complessa diversità degli altri saperi e delle conoscenze contadine, indigene, e delle comunità urbane e rurali, le vere soluzioni alla crisi che viviamo.
Per tutto questo è imprescindibile mettere profondamente in discussione, non solamente la proprietà o le singole caratteristiche delle tecnologie, bensì la matrice tecno-scientifica dominante in quanto tale, oltre ai suoi impatti su tutte e su tutti, sulla natura e sulle generazioni presenti e future.

venerdì 23 dicembre 2016

Cibo sprecato: impatto devastante sull'ambiente

Articolo condiviso

Il 30% del cibo prodotto viene sprecato e se le emissioni di gas serra derivanti dallo spreco di cibo fossero assimilabili a quelle di un paese, si tratterebbe del terzo emettitore al mondo come entità, dopo USA e Cina.


L'impatto sull'ambiente dello spreco alimentare è pesantissimo, più di quanto forse tanti immaginano. A fare conti e stime è il rapporto della FAO.
Dal rapporto FAO Global food losses and waste. Extent, causes and prevention emerge che va sprecato il 30% del cibo prodotto.
Lo spreco proviene da tutte le fasi della filiera:
produzione agricola primaria (inclusi gli allevamenti di animali),
trasporto e stoccaggio dei prodotti primari,
lavorazione degli stessi,
distribuzione del prodotto finito alle rivendite e da queste ai consumatori,
consumo,
rifiuto dei residui.
Nella stima FAO non sono considerate altre fonti di cibo tranne quelle terrestri, evidentemente tralasciando la parte marina.
Circa 1 miliardo di abitanti del pianeta è sotto-alimentato e il quantitativo di cibo sprecato ne potrebbe alimentare circa 2 miliardi, quindi occorre veramente agire su questo fronte.
Poi c'è l'impatto ambientale dovuto allo spreco di tonnellate di cibo, di cui il rapporto FAO Food Wastage Footprint Impacts on natural resources calcola la “carbon footprint”.
In termini di emissioni di anidride carbonica equivalente dovute alla produzione di cibo non consumato, se fossero assimilabili alle emissioni di un paese, si tratterebbe del terzo emettitore al mondo come entità, dopo USA e Cina. 
A questo impatto sul clima si aggiunge il fatto che il 30% della terra coltivabile è appunto dedicata al cibo non consumato (che è il 30% di quello prodotto), ma soprattutto che l'acqua sprecata è pari a 21% dell'utilizzo globale di acqua.
Il rapporto sottolinea come per prevenire gli sprechi sia necessario cambiare atteggiamenti e tecnologie lungo l'intera catena di produzione/distribuzione/consumo, con un diverso approccio locale. Infatti nei paesi in via di sviluppo il 41% degli sprechi avviene nelle fasi subito successive alla coltivazione e raccolta dei prodotti primari e anche durante le fasi di lavorazione; nei paesi sviluppati più del 40% degli sprechi avviene a livello di distribuzione e di consumo.
Queste differenze sono dovute sia alle abitudini delle popolazioni e al livello di industrializzazione che alla tipologia di alimento prodotto e consumato. I maggiori sprechi si hanno per la produzione di cereali (25%), verdura (24%) e tuberi amidacei (18%, simili alla frutta, 16%) e i maggiori impatti ambientali sono dovuti a cereali (34%), carne (21%) e verdura (21%).
 Le emissioni di gas serra dell'agricoltura sono principalmente dovute all'impiego di fertilizzanti azotati, che rilasciano anidride carbonica e protossido di azoto, e quindi le emissioni di anidride carbonica equivalente di cereali e verdura sono proporzionali alle quantità di vegetali sprecate (per i cereali il coefficiente di proporzionalità è maggiore che per le verdure, in quanto alcuni cereali, tra cui il riso, possono emettere metano dai residui dei raccolti lasciati sul campo).
Le emissioni di gas serra dovute all’allevamento di bestiame provengono sia dai fertilizzanti, utilizzati per la produzione dei mangimi, sia dalla gestione degli animali. Tuttavia c'è una distinzione tra animali monogastrici e ruminanti: questi ultimi, oltre alle emissioni dei mangimi, rilasciano ingenti quantità di metano prodotto dalla fermentazione enterica. Per questo, ad uno spreco di carne corrispondente al solo 4% del totale di sprechi, è dovuto il 21% del contributo di emissioni di anidride carbonica equivalente.
La lotta allo spreco di cibo e alla malnutrizione richiede anche una modifica delle abitudini alimentari; occorre passare a una dieta più sostenibile e più largamente accessibile (rapporto JRC 2015 Global Food Security 2030 – Assessing trends with a view to guiding future EU policies).
Fonte: Silvia Maltagliati per Arpat Toscana

mercoledì 7 dicembre 2016

Bando per le armi nucleari: «Italia ripensaci e vota sì»

Il movimento Senzatomica e la Rete Italiana per il Disarmo hanno scritto una lettera aperta al premieri Matteo Renzi e al ministro Gentiloni: «Bisogna trovare il coraggio di agire adesso, per conto dell’umanità presente e futura». Il 12 dicembre voto risolutivo all'ONU e l'Italia finora non ha voluto prendere posizione contro gli armamenti nucleari.




«Sul cammino iniziato all'ONU per la messa al bando delle armi nucleari: Italia Ripensaci!». È questa la richiesta esplicita inviata da Senzatomica e Rete Italiana per il Disarmo al Governo italiano, tramite una lettera spedita nei giorni scorsi al Presidente del Consiglio Renzi e al Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Gentiloni, affinché il nostro Paese muti la propria posizione politica contraria alle iniziative internazionali che puntano alla eliminazione degli ordigni nucleari.
Entro il 12 dicembre l’Assemblea Generale è infatti chiamata a ribadire il voto sulla risoluzione L41 avvenuto lo scorso 27 ottobre nell’ambito del Primo Comitato dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: con tale decisione la maggioranza degli Stati Membri ONU ha impegnato gli Stati membri a iniziare nel 2017 i negoziati al fine di elaborare uno strumento giuridicamente vincolante che proibisca le armi nucleari. L’Italia non ha sostenuto la risoluzione, nonostante la grande tradizione anti-nuclearista del nostro Paese. «Crediamo che l’Italia potrebbe mandare un importante segnale scegliendo di modificare il proprio voto in occasione del voto in Assemblea Generale - si legge nella missiva inviata da Senzatomica e Rete Disarmo - La storia e la cultura dell’Italia stanno dalla parte del multilateralismo e della fiducia nei negoziati internazionali».
In ogni caso, sottolineano i due organismi, il voto contrario alla L41 espresso in seno al Primo Comitato lo scorso ottobre non esclude l’Italia dai negoziati che si svolgeranno nel 2017. Anzi, tutta la comunità internazionale per il disarmo nucleare auspica una presenza fattiva a tali negoziati da parte in particolare dei Paesi che si collocano sotto “l’ombrello nucleare” della NATO, alla cui Alleanza è del tutto possibile partecipare pur opponendosi in toto alle armi nucleari. La richiesta avanzata da Senzatomica e Rete Italiana per il Disarmo, e a sostegno della quale verrano a breve lanciate alcune mobilitazioni, è dunque proprio che l’Italia divenga «uno dei paesi leader dei negoziati ed esprima tutto il suo potenziale di creatività e capacità diplomatica nella ricerca di un nuovo paradigma di sicurezza globale che promuova la comprensione reciproca e si lasci alle spalle la logica obsoleta della deterrenza nucleare fondata sulla sfiducia reciproca».
«C’è la possibilità di scrivere un’altra grandiosa pagina di storia, nella quale l’Italia può manifestare il senso più alto della propria tradizione umanistica, ponendo al centro della propria azione l’essere umano e contribuendo in modo significativo a porre fine alla negazione della dignità della vita perpetrata tramite le armi nucleari (anche quando non vengono usate). Basta avere la volontà di farlo».
«Bisogna trovare il coraggio di agire adesso, per conto dell’umanità presente e futura» è l’invito ed auspicio chiaro e pressante avanzato al Presidente Renzi e al Ministro Gentiloni che Senzatomica e Rete Italiana per il Disarmo (anche nell’ambito delle azioni della campagna internazionale ICAN, del PNND e sostenendo la visione di Mayors for Peace).