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domenica 30 ottobre 2016

I soldi ci sono, manca il tempo per vivere

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In realtà nel nostro paese i soldi ci sono, lo conferma anche l'Istat. Ma vengono sprecati, usati male e prendono le direzioni sbagliate. Come uscirne? Se ne parla il 29 e 30 ottobre a Pantarei, in Umbria.

di Paolo Ermani 


L’istat ci informa, dati alla mano, che gli italiani hanno sempre più soldi e, oltre a ciò, esiste un sommerso non dichiarato che è gigantesco.Se ci fossero davvero milioni di disoccupati e il paese alla fame, non si spiegherebbe perché non si verifichino assalti ai forni e la guerra civile non sia ancora scoppiata. Gli unici assalti di cui si ha riprova sono quelli ai negozi di elettrodomestici quando svendono o le catene di moda e abbigliamento firmato durante i saldi. Notoriamente prodotti commerciali che, anche se cotti al forno, non risultano commestibili.
Nelle campagne c’è un sacco di lavoro che renderebbe dignitosamente e darebbe la possibilità di sfamarsi, ma in questo periodo in molti uliveti non si trovano persone per raccogliere le olive. Eppure mettendosi d’accordo con i proprietari si ottiene in cambio olio che si può rivendere. Certo un pochino di fatica bisogna farla…..
Siamo circondati da una opulenza vergognosa con famiglie che buttano centinaia di euro l’anno di cibo commestibile e si prodigano in ogni spreco possibile e immaginabile. C’è un costante bombardamento di pubblicità di automobili che purtroppo aumentano le vendite (in tempi di crisi e di fame!), di moda, di diamanti e viene da chiedersi chi sano di mente in tempi di carestia compri queste assurdità. Non sembra proprio la fotografia di un paese allo stremo. Provate ad aprire un qualsiasi giornale di gossip (in ogni edicola ce ne sono qualche decina di tipi diversi), che notoriamente viene acquistato da classi medio povere, e scoprirete che non hanno pubblicità di generi di sussistenza, di prodotti che in qualche modo facciano risparmiare soldi o energia ma sono piene di pubblicità di orologi di lusso, gioielli, moda, auto nuove, cosmetici, profumi, tutte cose che in teoria chi non ha i soldi per tirare avanti non potrebbe comprare mai e invece guarda caso queste riviste ne sono strapiene.
Diffusamente di soldi ce ne sono pure troppi e vengono sprecati, utilizzati male o letteralmente buttati dalla finestra, quello che veramente manca è il tempo di vivere.
Le persone costantemente indaffarate a guadagnare di più, ad accumulare, a comprare, a fare rate, mutui e farsi prendere in giro con ogni tipo di strozzinaggio finanziario, credendo in quello che gli dice la pubblicità, hanno perso ogni senso umano e si ritrovano a non avere più tempo per sapere chi sono, cosa fanno e perché. Non hanno nemmeno più tempo per stare con chi amano, tempo per riflettere, tempo per vivere.
Il tempo è infatti l’ultimo bastione che i padroni del denaro vogliono conquistare, dopodichè avranno tutto di noi. Già facendoci credere di essere nati per comprare, ci hanno convinto a lavorare sempre di più per il denaro rubandoci gran parte della nostra vita. Ora soprattutto grazie alle tecnologie informatiche, ci rubano anche il tempo al di fuori del lavoro, lavoro che prosegue sempre, senza più pause e interruzioni visto che siamo costantemente connessi. E costantemente connessi significa essere costantemente sotto l’influsso della pubblicità che ti spinge a comprare cose superflue che servono solo a farti dire che devi lavorare. E se non raggiungi il tal reddito che non ti consente di cambiare l’auto ogni tre anni, entri di diritto nella categoria dei poveri.
Per vivere non serve molto e se ci si fermasse a riflettere profondamente , si scoprirebbe che quello che ci tiene in vita sono le cose che nella pubblicità non ci vendono perché costano poco o nulla. Serve una vita sobria e dalle poche spese, serve stare a contatto con la natura, creandosi il più possibile autosufficienza alimentare ed energetica. Serve avere tempo per gli amici, per le persone care, avere interessi culturali, essere di supporto agli altri, ricostruire e avere il sostegno della comunità.
Tutto questo costa assai poco ma ci rende tanto, più di qualsiasi investimento in banca, ci rende la vita.
Di questi e di altri temi parleremo assieme ad Andrea Strozzi nel corso Scollocarsi oggi: un percorso concreto di Cambiamento che si terrà il 29 e 30 ottobre al centro di educazione ambientale Panta Rei a Passignano sul Trasimeno (PG).


giovedì 20 ottobre 2016

Arriva il treno a idrogeno

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Il primo treno a idrogeno entrerà in funzione entro la fine del 2017 in Germania, grazie a un progetto sviluppato da un'azienda francese. Avrà il serbatoio sul tetto e un'autonomia di 800 chilometri.

Il primo treno a idrogeno non sarà in Italia! Sarà in Germania!
Il progetto è stato però sviluppato dall'azienda francese Alstom.
Il Coradia iLint, questo è il nome del treno, entrerà in esercizio entro la fine del 2017 nella bassa Sassonia e sarà in grado di coprire lunghe percorrenze grazie allo sviluppo della tecnologia Hydrail e ad una combinazione di fuel cell a idrogeno, batterie e sistemi di stoccaggio che permettono una resa equivalente a quella dell’unità elettrica multipla.
Il treno utilizzerà un serbatoio posizionato sul tetto, con un’autonomia tra i 600 e gli 800 chilometri ad una velocità massima di 140 km/h, che sarà rifornito in punti collocati lungo le linee ferroviarie, senza che sia necessario effettuare nuovi interventi infrastrutturali o adeguamenti delle linee.
Il progetto è il risultato dello sviluppo di una tecnologia già conosciuta e utilizzata nell'ultimo decennio. Era infatti il 2006 quando la giapponese East Japan Railway Company sperimentava il primo vagone merci a idrogeno e solo lo scorso anno una società cinese ha lanciato il primo tram.
La cella a combustibile è il nucleo del sistema, ovvero la fonte di energia primaria per alimentare il treno. È alimentata con idrogeno a richiesta e i treni funzionano grazie azionamento a trazione elettrica. La cella a combustibile fornisce energia elettrica attraverso la combinazione dell'idrogeno immagazzinato in serbatoi a bordo con l'ossigeno dell'aria dell'ambiente. L'unico scarico è costituito da vapore acqueo e acqua di condensa. Non si hanno emissioni di gas serra o particolato dal treno e l'elettricità viene prodotta senza generatori o turbine, rendendo il processo più rapido ed efficiente.
L'efficienza del sistema si affida anche all'immagazzinamento dell'energia in batterie agli ioni di litio ad alte prestazioni. La batteria accumula energia dalla cella a combustibile quando non serve per la trazione, o dall'energia cinetica del treno durante la frenatura elettrica e consente di supportare l'erogazione di energia durante le fasi di accelerazione. L'energia non immediatamente utilizzata viene accumulata e fornita in seguito, se necessario. Ciò si traduce in una migliore gestione del consumo di combustibile.

mercoledì 12 ottobre 2016

Risparmio energetico: è suonata la sveglia

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«Ancora una volta constatiamo che argomenti quali risparmio energetico, riduzione dell'inquinamento, vivere sano, costruire con materiali ecologici sono sempre più conosciute e richieste»: a parlare è Alessandro Cagnolati dell'associazione Paea (Progetti Alternativi per l'Energia e l'Ambiente), reduce da un'esperienza che ha permesso di toccare con mano quanto sia diffusa una nuova sensibilità.

di Alessandro Cagnolati - 12 Ottobre 2016



In occasione della diciassettesima Fiera di Montagna di Tione di Trento, gli organizzatori ci hanno invitato, come associazione Paea, a partecipare con la mostra AIP (Alternativa In Pratica) con l'intento di fornire ai visitatori una serie di informazioni utili e interessanti. La manifestazione, che offre una serie di stand con settori merceologici legati alla vita in montagna, come ad esempio gli spazzaneve "domestici", quest'anno ha voluto ampliare la sua "offerta" con la mostra AIP.
Nei tre giorni della iniziativa abbiamo incontrato oltre ad una folta schiera di cittadini, anche quattro classi di studenti, due delle escuole elementari e due di un istituto per geometri. Mentre per le elementari ci siamo adattati ad usare un linguaggio semplice e "ludico" per trasmettere i concetti di risparmio energetio e salvaguardia dell'ambiente. Con i geometri abbiamo potuto confrontarci "alla pari" su tematiche quali i materiali da costruzione o gli impianti di riscaldamento.
Gli alunni più giovani hanno potuto "giocare" con l'ultima apparecchiatura arrivata alla AIP proprio in questa occasione, che dimostra l'efficienza energetica dell'illuminazione a LED. L'apparecchio dimostra come la stessa quantità di energia, immagazzinata in un "contenitore", possa alimentare per un tempo molto differente una tradizionale lampadina a icandescenza oppure dei LED di pari luminosità. Come "contenitore" abbiamo utilizzato 4 condensatori elettrolitici, capaci di immagazzinare la corrente come fossero delle batterie. Come generatore di corrente abbiamo utilizzato una dinamo (recuperata da una lampada tascabile non più funzionante). Girando la manovella i ragazzi potevano caricare i condensatori fino allimite massimo di 12 Volts. Una volta caricati i condensatori, potevano scegliere se utilizzare tale energia per far accendere la lampadina o i LED (tre LED ad alta luminosità). L'esperimento dimostra che mentre i LED restano accesi per almeno 3 minuti a piena potenza e poi fino a 6 minuti a luminositàridotta, la durata di accensione della lampadina a filamento non supera i 9 secondi! I ragazzi hanno così compreso che utilizzare i LED corrisponde a risparmiare tanta energia senza rinunciare al beneficio di avere una buona illuminazione. Purtroppo i LED non hanno ancora il successo che meritano a causa del loro costo iniziale elevato (che comunque è in veloce discesa). Quello che la maggior parte delle persone non comprende è che non si tratta di un costo ma bensì di un "Investimento". Mi spiego: mentre un costo è una spesa che non porta guadagno, un investimento è una spesa che ci fa guadagnare o risparmiare. Così per i LED bisogna comprendere il valore aggiunto dato da tre fattori principali: il consumo ridottissimo, la durata di vita e il beneficio "ambientale". Ragioniamo e confrontiamo i LED con le lampadine fluorescenti o CFL (Compact Fluorescent Lamp, quelle chiamate a basso consumo, che ormai conosciamo benissimo), tralasciamo il confronto con le lampadine a filamento perchè ormai sono in via "d'estinzione".
Una lampadina a LED consuma il 60% in meno di una lampadina CFL e dura circa 40.000 ore contro le 8.000 ore di una CFL. Una lampadina a LED costa tra i 7 e i 12 Euro, quelle fluorescenti circa 5 Euro. Se ipotizziamo un utilizzo di 5 ore al giorno i LED durano quasi 22 anni (40.000 / (5 * 365)), mentre le CFL circa 4 anni. Vuol dire che per avere la stessa durata in ore di un LED devo comprare 5 lampadine fluorescenti. Facendo "i conti della serva" mi ritrovo a spendere, per l'acquisto, 12 Euro per i LED e 25 Euro per le CFL. Se calcolo i consumi avrò ancora un bel risparmio. Ho detto che una lampadina a LED consuma il 60% in meno di una CFL. Se una lampadina CFL consuma 11 Watt, una a LED, di pari luminosità, ne consuma 5, in un anno, avremo un consumo rispettivamente di 20.075 Watt (11 * 5 * 365) ovvero 20 kWh (Chilowattore) e di 9.125 Watt (5 * 5 * 365) ovvero 9 kWh. I consumi in 22 anni saranno rispettivamente 440 kWh e 200 kWh. Andando a calcolare il costo dei consumi avremo (considerando un costo medio di 15 centesimi al kWh, senza considerare l'aumento del costo dell'energia che si avrà in 22 anni): per le CFL 440 * 15 = 6.600 = 66 Euro. Per i LED 200 * 15 = 3.000 = 30 Euro. Sommando i costi di aquisto e dei consumi per 22 anni, delle CFL e dei LED avremo: CFL = 25 + 66 = 91 Euro; LED 12 + 30 = 42 Euro. In termini di impatto ambientale in 22 anni getteremo 5 lampadine CFL contro una sola lampadina a LED! Inoltre, per chi ancora non ne fosse a conoscenza le lampadine CFL contengono vapori di mercurio, fortemente inquinanti e dannosi per la salute, se non smaltite nel modo corretto. Nei LED troviamo invece solo materiali come plastica, metalli, vetro e componenti elettronici.


martedì 11 ottobre 2016

Italia, si brucia! Otto nuovi inceneritori all’orizzonte


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Otto nuovi impianti di incenerimento da realizzare. 
In barba alle politiche ambientali, il governo ha autorizzato otto nuove strutture pronte a fare il loro “sporco” lavoro.
Il motivo, si legge nel Decreto del Consiglio di ministri approvato la settimana scorsa (leggi qui), è far fronte al «fabbisogno residuo complessivo di incenerimento calcolato su scala nazionale», in maniera da ridurre il quantitativo di rifiuti diretto in discarica (oggi quasi il 40%).
Citando la Direttiva europea del 2008, infatti, il testo premette che “il recupero energetico dei rifiuti rappresenta un’opzione di gestione da preferire rispetto al conferimento in discarica dei rifiuti”. Vero. Peccato che la suddetta classifica metta l’opzione incenerimento come penultima, da preferire sì, alla discarica, ma solo dopo aver tentato e messo in atto azioni di riduzione della produzione, recupero e riciclo.
Ad aumentare, da direttiva europea così come stando alla legge italiana, dovrebbe essere la percentuale di raccolta differenziata e riciclo, fissata come obiettivo minimo al 65% del totale. L’Italia attualmente si aggira attorno al 45%. E il Consiglio dei ministri ne tiene conto, tanto che nel decreto si legge che gli impianti sono pensati proprio per partendo dal residuo di quel – per ora solo stimato – dato. Come a dire, rispondendo preventivamente a prevedibili obiezioni: “se anche arrivassimo al 65% di differenziata, gli impianti servirebbero lo stesso”.
Obiettivo del Decreto: bruciare 1.830.000 tonnellate di rifiuti in più all’anno. Ovvero un terzo del quantitativo attuale (5.910.099 t/a). Le regioni individuate a svolgere il compito, sarebbero nel Centro-sud e nelle isole: Umbria, Marche, Lazio, Campania, Abruzzo, Puglia, Sicilia e Sardegna.
A lanciare l’allarme, Marco Affronte, biologo ed eurodeputato del Movimento 5 Stelle da sempre molto attivo e puntuale nella denuncia ambientale. «Cosa rischia l’Italia? La salute, prima di tutto, ma anche una bella multa per infrazione europea», scrive sul blog di Grillo. Gia, perché per quanto riguarda l’impatto ambientale dell’operazioni, il Piano, «non ritenendo che sussistano i presupposti necessari per sottoporre a valutazione ambientale strategica i contenuti programmatici generali», rimanda l’operazione alle singole Regioni, che avranno la responsabilità di valutare attraverso procedura di VAS ed eventualmente autorizzare o meno ciascun inceneritore. In realtà, la Valutazione starebbe al governo, come confermato dalla risposta (leggi qui) all’interrogazione depositata da Affronte in Commissione europea ad aprile scorso. Possiamo dunque prepararci a incassare l’ennesima proceduta d’infrazione sul tema?
Comunque, ora la palla passa alle Regioni. E sono proprio i territori che potrebbero riescano a bloccare, come spesso accade, le intenzioni del governo centrale. Per esempio aumentando le buone pratiche e rendendo inutile la costruzione di nuovi termovalorizzatori. Le amministrazioni locali, infatti, possono “presentare al Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare una richiesta di aggiornamento del fabbisogno residuo regionale di incenerimento dei rifiuti urbani e assimilati”, proprio «in seguito ad adeguamenti, riduzione della produzione dei rifiuti e maggiore riciclaggio», spiega il deputato grillino.

domenica 2 ottobre 2016

Quelle polveri che uccidono, giorno dopo giorno

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Polveri rosse, polveri nere, mix di inquinanti derivanti dalle lavorazioni dell’Ilva. Che quasi tutti oggi hanno dimenticato, dopo le cronache dei sequestri. Salvo la gente che abita sotto i camini e in una città, Taranto, dove si muore. Tanto.


Il dossier di PeaceLink non lascia adito a dubbi. Illustra la situazione delle polveri killer provenienti dall’Ilva e che ricadono sulla città di Taranto. Si tratta di dati ancora più inquietanti rispetto a quelli già noti.
Secondo l’associazione non sono solo le polveri rosse (provenienti dal parco minerali Ilva e che prendono questo colore dalla presenza di ferro) a ricadere sui tarantini e sulle loro case, ma le ancor più temibili polveri nere che, oltre a ricadere sul vicino Quartiere Tamburi, hanno un raggio d’azione fino a cinque chilometri dallo stabilimento.
Le polveri nere sono una miscela di inquinanti provenienti dal processo produttivo, un vettore di diffusione della contaminazionecon una vasta gamma di inquinanti che si formano durante i processi di sinterizzazione del ferro e poi di produzione della ghisa.
«La polvere nera che si poggia sui balconi è molto, ma molto più tossica di quella del parco minerali. Ecco perché la definiamo polvere mortale – spiega Alessandro Marescotti di PeaceLink - Contiene un mix di sostanze tossiche, dalle diossine ai metalli pesanti, passando per gli IPA. Se pensiamo alle migliaia di tonnellate di polveri dei parchi minerali, possiamo dire che in gran maggioranza non sono visibili dalle centraline in quanto sono più pesanti del PM10. Solo la frazione più leggere viene misurata, ma quella dei balconi no, idem per il particolato pesante che esce dagli impianti e che veicola una quantità impressionante di veleni. Non sono intercettati dalle centraline».
«Taranto subisce la pioggia di un particolato di varie dimensioni e nello specifico di un particolato grossolano impregnato di molteplici sostanze tossiche, con cui entriamo in contatto in modi differenti e che contamina l’ambiente, fino alla dimensione indoor del nostro vivere quotidiano – prosegue Marescotti - Ma non è finita qua. Le polveri nere del processo produttivo dell’area a caldo che contengono non solo il minerale ma anche un’ampia gamma di inquinanti molto tossici, hanno un raggio d’azione molto più ampio e impattano sull’intera città, pur rimanendo il quartiere Tamburi la principale vittima della elevata nocività di tali polveri».
«Le polveri hanno caratteristiche tossiche intrinseche e sono pericolose anche per contatto dermico. Le sostanze organiche in esse miscelate sono, a lungo andare, nocive per la salute anche perché – oltre al rischio di inalazione – possono essere assorbite dalla pelle. Durante le pulizie andrebbero usati guanti protettivi. Ma non quelli bianchi di lattice perché in certi casi anche quelli di lattice sono penetrabili dalle sostanze tossiche presenti nelle polveri nere. Bisogna usare “guanti azzurri” di nitrile o di poliuretano ad uso industriale. Chi deve pulire i balconi dovrebbe andare in ferramenta per dotarsi di guanti idonei a proteggere completamente le mani dalla potenziale contaminazione delle polveri tossiche».
Ma chi l’ha detto che l’Italia debba essere questa?