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Debito pubblico italiano

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lunedì 25 gennaio 2016

Inceneritori, 5 Regioni contro. Ma il governo va avanti

È passato con il sì di 15 Regioni e il no di 5 il cosiddetto “decreto inceneritori”, con cui il governo punta a costruire in Italia altri nuovi impianti di incenerimento dei rifiuti. Un paese, il nostro, piantato nelle paludi degli interessi privati!

di Redazione http://www.ilcambiamento.it/inquinamenti/inceneritori_regioni_governo.html-



Dalla conferenza Stato Regioni è uscito il sì al decreto inceneritori del governo Renzi (DPCM attuativo dell'articolo 35 del decreto legge 133/2014 che individua gli inceneritori considerati strategici a livello nazionale), ma non all’unanimità. Quindici Regioni hanno detto sì e 5 un no secco. Queste ultime sono Lombardia, Marche, Umbria, Abruzzo e Molise. Tutte le altre stanno agli “ordini” ma... con una foglia di fico: hanno condizionato l’ok all’accoglimento di un emendamento che introduca nel decreto il passo secondo cui possano essere le Regioni a decidere l’effettiva realizzazione e pianificazione degli impianti sulla base dell’evoluzione dei piani regionali di raccolta differenziata. Molti pensano che si tratterà soltanto di una mera ratifica di quanto deciso ai piani “più alti”... Intanto le associazioni ambientaliste si sono dichiarate profondamente deluse dal decreto.
«Punti critici e ipotesi irricevibili»: questo in sintesi il commento di Zero Waste Italy, Fare Verde, Greenpeace, Legambiente e WWF Italia. Non bisogna dimenticare che il decreto era già respinto nel settembre scorso grazie alla mobilitazione delle associazioni e a un vasto fronte di Regioni che ne avevano rigettato l’impostazione e il disegno.
«Il decreto, pur riducendo gli impianti cosiddetti strategici da 12 a 9, conferma gli assunti erronei pro-inceneritori di quello precedente. Si continua a puntare sull’incenerimento quando l’andamento della produzione di rifiuti solidi urbani è da anni in calo. E si presuppone che per corrispondere alle necessità di trattamento del rifiuto, obbligo previsto dalla Direttiva 99/31 sulle discariche, sia necessario far passare il rifiuto urbano attraverso sistemi di trattamento termico. Ma non è così, e lo ribadiamo al Ministro dell’Ambiente Galletti, che con questo assunto testimonia il suo sbilanciamento a favore dell’incenerimento, in contrasto con le sue dichiarazioni pubbliche».
Il nuovo decreto sull’incenerimento
«L'unica novità rispetto alla bozza dell’agosto scorso è l'eliminazione dei 3 nuovi inceneritori previsti al Nord (Piemonte, Veneto, Liguria). Per il resto viene confermata la previsione di 9 nuovi inceneritori nelle altre regioni già individuate (oltre all’ampliamento di un paio in Puglia e Sardegna) – spiegano le associazioni - Non vi è alcuna connessione logica con gli scenari incrementali previsti dal nuovo Pacchetto europeo sull’Economia circolare pubblicato il 2 dicembre 2015. Non vi è nessuna revisione dei calcoli per le Regioni con nuove programmazioni in corso di preparazione. Viene introdotto all’articolo 6 un comma che prevede la possibilità di revisione periodica delle previsioni del Decreto, ma solo “in presenza di variazioni documentate”, dunque solo a consuntivo e non in base alle previsioni delle programmazioni regionali per il futuro. In un altro comma dell’articolo 6 viene prevista la possibilità di tenere in considerazione anche “le politiche in atto relative alla dismissione di impianti (...) per le sole Regioni (...) caratterizzate da una sovraccapacità di trattamento (...)”: si tratta di un comma che intendeva evidentemente depotenziare il conflitto istituzionale con la Lombardia, ove il caso della sovraccapacità è clamoroso, ma senza alcuna coerenza».

lunedì 18 gennaio 2016

“Parlare di produttività significa non aver capito il mondo”

Articolo condiviso


Lavoro e produttività, Italia e Germania, ore lavorate e classifiche. Un calderone che è anche un dibattito, ricco di numeri, di idee per uscire dalla crisi e di convinzioni radicate. Il problema è che – si scopre– alcune di queste sono sbagliate, come ad esempio quelle che riguardano la produttività. Lo ricorda Domenico De Masi, sociologo del lavoro e fondatore di S3 Studium. «La produttività è un criterio vecchio», spiega, «al giorno d’oggi non aiuta a definire i ritmi e i risultati del lavoro». Ora che tutto è cambiato, anche le categorie che servono a definire la realtà devono adeguarsi. «Occorrono strumenti nuovi», spiega, «e la società deve imparare ad accoglierli, anche se ci sono molti limiti».
Partirei proprio da qui, dai limiti. Quali sono?
Ce ne sono tanti. Il primo limite è di tipo lessicale. La parola “lavoro” non va più bene.
Perché?
Perché è troppo ampia, e raggruppa in sé concetti molto distanti, che non possono essere considerati, e quindi trattati, nello stesso modo. Il “lavoro”, all’inizio – e parlo dell’Encyclopédie di Voltaire e Diderot – era solo lo sforzo delle viti per entrare nel legno.
E poi?
Poi, con la società industriale, che ha ammassato un numero di persone che prima lavoravano come artigiani in un muro di cinta, è nata la fabbrica, con tanto di organizzazione taylorista e poi fordista nella catena di montaggio. Qui è l’origine dei concetti di produzione e di produttività. E questo era diventato il “lavoro”. Ma si trattava di attività che, per la loro semplicità e ripetitività, deprivavano le persone della loro intelligenza. Erano un’immane gabbia, come diceva Max Weber.
Poi le cose sono cambiate.
Sì. I macchinari sono diventati più sofisticati e hanno incorporato sempre più funzioni. È aumentato il bisogno di specializzazione per poter creare e utilizzare le macchine stesse. Questo ha favorito una riorganizzazione del lavoro: agli operai sono state affidate mansioni più complesse, cercando di venire incontro al bisogno di “intelligenza” dell’essere umano. Anche se poi tutto è stato rivoluzionato, all’inizio degli anni ’70, con l’arrivo del computer. Questo ha comportato un riassetto generale del mondo del lavoro nelle fabbriche: se all’inizio, a metà ottocento, il 6% era dedito a lavoro intellettuale – chiamiamolo così – il 94% svolgeva lavoro manuale. Ora il 70% fa lavori non fisici, e a farlo è solo il 30%. Diciamo che le cose sono cambiate.
Però la parola è rimasta la stessa.
Esatto. A mio avviso, invece, vanno distinte almeno altre due tipologie: si dice lavoro, ma si intende il lavoro fisico, cioè l’operaio – ma anche l’idraulico – e questo è il 30% del mondo del lavoro attuale. Si dice lavoro, ma si intende il lavoro intellettuale e creativo, e penso a giornalisti, scrittori, architetti, studiosi, scienziati, ingegneri. E infine si dice lavoro, ma si intende un altro tipo di attività intellettuali ma ripetitive, come la commessa, l’impiegato di banca o di altri istituti, il segretario. Questi ultimi hanno in comune con la seconda categoria il fatto di essere comunque attività non fisiche, e con la prima di essere ripetitive. Ecco, queste sono le macrocategorie. E servirebbe una parola diversa per ognuna.
Lei ne ha in mente qualcuna?
Al momento, per il lavoro intellettuale, parlerei di “ozio creativo”. Che poi è quello che sta facendo lei, con questa intervista. Un’operazione che richiede sì lavoro, perché sta svolgendo un’attività, ma anche studio, perché sta comunque riflettendo e imparando cose nuove. E poi anche divertimento. Non voglio chiamarlo lavoro, perché non ha nulla a che vedere con il lavoro del minatore, o del cinese che costruisce iPod. È un problema antico: come diceva Conrad: “come faccio a dire a mia moglie che quando guardo alla finestra, io sto lavorando?”. Per uno scrittore, ad esempio, la ricerca dell’ispirazione è parte integrante, anzi direi fondamentale, della sua attività, o del suo lavoro.
Chiaro. Ma adesso veniamo alla produttività.
La produttività, appunto, è la formula di Taylor, per cui la quantità di prodotti viene divisa per il tempo umano impiegato per farli, e definisce l’efficenza. Una formula che è nata nelle fabbriche, e che ora vale per il 30% dei lavoratori, cioè quelli che si dedicano al lavoro fisico. Ma vale solo lì. Non ha senso, invece, applicarla negli uffici.
E perché no?
Perché gli uffici sono una specie di pantano, soprattutto per la creatività, ci sono riti distruttivi e ripetitivi che uccidono le idee. Quelle vengono altrove, in altri momenti. Al cinema, passeggiando, mangiando un gelato, stando con il proprio partner. L’ufficio non è fonte di creatività.
Ma nemmeno quelli della Silicon Valley, con giochi, piscine e aree di relax?
Ma no, quelle sono paraculate! Un modo subdolo che l’azienda utilizza per portare dentro tutto quello che c’è fuori, e quindi non fare uscire i suoi dipendenti. Preferiscono tenere creativi mediocri dentro che averli più brillanti, ma fuori dal loro controllo. Stare in ufficio, ormai, è un rito con una sua intrinseca comicità. Lei, che è in redazione e mi intervista, avrà senz’altro una sua divisa di lavoro, in un certo senso. Io, che in questo momento sto lavorando con lei, sono in mutande e davanti a me ho il mare. È comico, no?
Eh, non me lo dica.
È comico fare cose nuove con metodi vecchi, che poi è il senso profondo di questa crisi. Pensi che nei paesi latini – e intendo Italia, ma anche Spagna e Grecia, e America Latina – c’è l’abitudine a stare due o tre ore in più in ufficio. Si dovrebbe uscire alle sei, e invece si rimane fino alle sette, o alle otto. Una cosa buona? Per niente. Non si resta in ufficio per amore del lavoro, ma semmai per odio del mondo esterno, della famiglia, della società. Una cosa che rovina tutto: in Germania, se si deve uscire alle cinque, si esce alle cinque. E in questo modo si porta il proprio know-how fuori, nel mondo della famiglia, del circolo, degli amici. Si diffonde di più, si lega meglio. Si sta meglio. Ma non solo.
Continui.
Sono almeno due milioni gli italiani che si attardano in ufficio. Un monte ore altissimo, che potrebbe creare 500 mila posti di lavoro. Non è solo tempo buttato, dal momento che non si tratta di zelanti stakanovisti, ma messi insieme, si traduce anche in posti di lavoro bruciati. Spesso quelli dei propri figli.
Ma allora come si può applicare la produttività al lavoro intellettuale?
In teoria si dovrebbe poter guardare al numero di idee avute in un preciso arco di tempo. Ma è una cosa impossibile e ridicola: le idee non sono controllabili nel tempo. Ogni tentativo, ogni metodo di calcolo per il lavoro intellettuale, dall’architetto al giornalista, se basato su questi sistemi, è destinato all’insuccesso. Non funziona, non serve a nulla.
E allora come si fa?
Semplice: spostando la questione dalla quantità alla qualità. Una cosa che cambia tutto. E allora si vedrà che la qualità è direttamente proporzionale a motivazione e intelligenza. O meglio, alla somma tra intelligenza (che è quella che ognuno si trova, e non si può fare molto per cambiarla), professionalità (che è invece la formazione, il know-how di ogni individuo) e la motivazione. Allora, visto che sull’intelligenza di ciascuno non si può intervenire, restano le altre due aree: la formazione, che purtroppo in Italia viene fatta molto nel privato e pochissimo nel pubblico, in modo anche inefficace e inutile, e soprattutto la motivazione.
Allora la domanda si sposta: come si fa a motivare?
Anche qui, ci sono stati 50 anni di studi. E il risultato, per essere sintetici, è questo. Prima si pensava che esistessero due tipi di lavoratori: quelli “motivati”, e quindi collaborativi, e quelli “demotivati”, e quindi conflittuali.
E adesso?
Adesso se ne distinguono – sempre in sintesi – tre: a motivati e demotivati si aggiungono i “neutri”, che non sono conflittuali ma che non fanno nulla di più della sufficienza. Non solo: si è capito che i metodi per trasformare un lavoratore demotivato in un lavoratore motivato sono diversi da quelli che servono per trasformare un lavoratore demotivato in un lavoratore neutro.
Cioè?
Per diventare neutro, per esempio, può servire un aumento di stipendio. O fornire servizi più efficienti, come la mensa o il parcheggio. Tutte cose comode che vengono apprezzate. Ma che non bastano a far diventare motivati i lavoratori. Per capirsi, non è che se continui a dargli più soldi, lui diventa più motivato. E non funziona nemmeno se, invece di una mensa, se ne forniscono tre. È chiaro, no?
Certo. E allora – ancora – come si fa ad avere lavoratori motivati?
Così: serve stimolare la loro creatività. E affidare incarichi di responsabilità. E, soprattutto, il coinvolgimento e la partecipazione nelle decisioni generali. I lavoratori devono anche avere la certezza della carriera, che significa, per loro, sapere che se si lavora bene, si sarà premiati e, al contrario, non si sarà premiati. Nessuno spazio a raccomandazioni e favoritismi. E poco, pochissimo controllo.
Perché?
Perché il legame tra controllo e demotivazione è fortissimo. Più un lavoratore è sottoposto a controlli continui, richiami del capo, insistenze, più è demotivato. Ancora di più, poi, se il controllo è burocratizzato. Io l’avevo detto a Brunetta che inserire i tornelli negli uffici della pubblica amministrazione non sarebbe servito a nulla, e che anzi avrebbe avuto effetti deleteri. Ma lui non mi ha ascoltato. E si è visto.
Ma non è solo una questione di lavori e di attività. Conta anche la convinzione di star facendo qualcosa di importante.
Certo: questo poteva valere per gli impiegati dei grandi uffici, anche anonimi, della Russia sovietica: loro credevano nel sistema ed erano motivati nelle loro operazioni, anche se molto limitate. Ma anche per le suore che vanno nei lebbrosari. Le ideologie, in questo senso, sono fondamentali. Vede, è sbagliato celebrare come un successo la fine delle ideologie: piuttosto, è stato uno dei più grandi harakiri dell’umanità.
Ideologie a parte, come si spiega questo ritardo nel concetto di produttività?
Sono idee che impiegano tempo a penetrare nella società. Ci sono preconcetti, convinzioni sbagliate dure a morire, si ragiona per categorie stagne. Pensi a tutti quegli articoli sui lavoratori tedeschi a confronto con quelli italiani, che non hanno nessun senso. Come si può mettere insieme una badante e un pilota? O un architetto e un vetraio? Che senso ha? Che cosa mi fa capire di più della realtà? Nulla. Eppure è proprio con queste cose, cioè insistendo su percorsi di formazione, di motivazione e non di produttività, intesa in senso antiquato, che si può uscire davvero dalla crisi. Questa è la via, non ce ne sono altre, e mi sembra lampante.
Sembrerebbe di sì. La ringrazio, intanto, per la sua disponibilità.
La ringrazio anche io, e buon lavoro. Anzi, buon ozio creativo. 

giovedì 14 gennaio 2016

«La passione per l'arte e i colori mi ha salvato la vita»

Articolo condiviso

Crisi, crisi e ancora crisi. Ma c'è chi, invece di abbattersi, ha rialzato la testa con orgoglio e ha detto "Io non ci sto!", inseguendo ostinatamente i propri sogni e riportando risultati personali vincenti in barba a tutti i pronostici negativi. È il caso di Daniela Terragni, 49 anni, ragioniera, ex impiegata amministrativa, oggi pittrice, dal sorriso sempre presente malgrado le terribili avversità della vita.

di Valeria Scopesi 

Da ormai diversi anni sentiamo parlare di crisi e la possiamo vedere ogni giorno nell'aumento della disoccupazione, nella diminuzione dei redditi e quindi del potere di acquisto, nella conseguente chiusura di piccole e medie imprese e così via in un circolo vizioso che porta sempre più a disperazione e povertà. Ma in questo clima di malcontento e preoccupazione, c'è anche chi ha rialzato la testa con orgoglio e ha detto "io non ci sto!", inseguendo ostinatamente i propri sogni e riportando risultati personali vincenti in barba a tutti i pronostici negativi. È il caso di Daniela Terragni, 49 anni, ragioniera, ex impiegata amministrativa, oggi pittrice, dal sorriso sempre presente malgrado le terribili avversità della vita. Daniela, contemporaneamente al licenziamento dovuto alla chiusura dell'azienda per cui lavorava, ha dovuto affrontare anche due malattie, una dal nome spaventoso, cancro, e l'altra cronica e cattiva, la colite ulcerosa. Daniela ha sempre amato disegnare già dalla tenera età: "Fin da piccola consumavo interi blocchi da disegno, con matite, pennarelli e tempere, copiavo disegni o li inventavo, passavo davvero tanto tempo a colorare e a creare! I professori delle scuole medie avevano insistito tanto con i miei genitori affinché mi iscrivessero al liceo artistico ma loro non erano d'accordo perché pensavano fosse meglio per il mio futuro frequentare una scuola che mi garantisse un lavoro e quindi mi sono fatta convincere e ho conseguito il diploma di ragioneria".
E così, per 28 anni Daniela ha lavorato come impiegata amministrativa in un'azienda di arredamento, raggiungendo una buona posizione con uno stipendio molto dignitoso e relegando la sua passione al tempo libero.
Ma nel maggio 2011 l'amara scoperta: la diagnosi di un tumore al seno con conseguente mastectomia totale d'urgenza che hanno portato a successivi sette interventi di ricostruzione. In aggiunta a tutto questo, nello stesso anno l'azienda, che già era in crisi da tempo, ha chiuso definitivamente e tutto lo stress della malattia e della perdita del lavoro sono stati causa nel 2012 di un'ulteriore malattia cronica autoimmune intestinale, la colite ulcerosa.
"Ecco... credo di aver provato cosa significa toccare il fondo: malata, licenziata, spaventata, stranita... ero a casa in una situazione davvero terribile, non potevo cercare un lavoro perché non ce la facevo, stavo male moralmente e fisicamente per via del mio stato di salute; ero terribilmente a terra! La mia fortuna è stata e sempre sarà la mia famiglia: mio figlio e mio marito mi hanno sostenuto ed amata in maniera incredibile: per svagarmi ho incominciato a disegnare e a dipingere e mio marito mi portava a casa tele da colorare tutti i giorni per alleviare la mia sofferenza, così io potevo dipingere senza sosta!!".
Da quelle ore di colore e passione nasce un gatto, il protagonista di tutti i dipinti di Daniela: lei lo chiama Artegatto, è un buffo micio dai colori sgargianti col collo ondulato e smisurato, la testa a mezzaluna e la coda attorcigliata. Tutti i suoi quadri sono allegri, ricchi di colori e di particolari, quasi come un vero ricamo fatto direttamente sulla tela..
Ad un certo punto Daniela decide di trasformare la sua passione in un lavoro e ottiene l'appoggio immediato della sua famiglia: "Mio figlio mi convinse ad aprire una pagina Facebook per condividere i miei lavori e la gente cominciò a fare apprezzamenti. La mia arte piaceva e più ricevevo complimenti, più dipingevo, fino a che il sogno è diventato realtà: da maggio 2013 sono una pittrice! In moltissimi hanno in casa un mio dipinto e gli Artegatti sono addirittura arrivati in Russia, America, Irlanda, Spagna, Marocco, Svizzera!!! Ho un mio sito, le mie pagine facebook e un curriculum lavorativo fatto di mostre e premi vinti! Di recente ho cominciato a dipingere anche ritratti di cani e gatti su commissione oltre a decorare vasi, orologi, lampade, borse e quant'altro con i miei Artegatti".
Insomma, Daniela è la prova di come si possa fare buon viso al cattivo gioco della vita quando le cose non vogliono andare nel verso giusto e tutto sembra perduto, di come si possa vivere facendo di una sventura un'opportunità di rinascita e di crescita; e persino avvenimenti negativi come un licenziamento in periodo di crisi o una malattia possono diventare un trampolino di lancio per smettere di adagiarci in un ruolo che non ci appartiene e mettere a frutto i nostri talenti per diventare ciò che si è destinati ad essere: "Ho fatto per 28 anni un lavoro che non ho mai amato fino in fondo, ma era il mio lavoro, mi dava da vivere ed ero ormai abituata. Con la malattia e la disperazione ho detto basta!! I miei Artegatti sono nati per rappresentarmi: una donna con sette vite, che un po' sgangherata va avanti e lotta con coraggio e con il sorriso perché la vita, anche se faticosa, va vissuta con gioia e gratitudine, apprezzando ogni piccolo momento. Tutti i particolari dei miei dipinti rappresentano proprio le piccole cose che spesso non si notano per abitudine, ma che invece danno senso alla vita: il profumo del caffè al mattino, il bacio del buongiorno, un abbraccio, tenere in braccio il gatto, fare ciò che ci piace... Oggi io sono una donna realizzata e sono davvero felice!"

sabato 9 gennaio 2016

Efficienza energetica, a Savona il primo campus alimentato da una smartgrid

Articolo condiviso 


Partnership tra Università di Genova e Siemens per la tecnologia Smart Polygeneration Microgrid: prove di città intelligente con la prima smart grid per l’alimentazione di un Campus Universitario italiano.
Smart City - È stata presentata in settimana, presso il Campus Universitario di Savona, la nuova tecnologia "Smart Polygeneration Microgrid (SPM)", frutto della collaborazione tra l'Università degli Studi di Genova e Siemens Italia.
 Finanziato con 2,4 milioni di euro dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (Miur), nell'ambito degli interventi speciali di sviluppo nel settore dell'energia, il progetto consentirà di sperimentare una nuova rete elettrica locale per la fornitura di energia elettrica e termica all'intera struttura del Campus savonese.


"Questa micro rete è il laboratorio ideale per sperimentare quella che un giorno potrà essere l'alimentazione intelligente di un'intera smart city", ha spiegato Federico Golla, Amministratore delegato di Siemens Italia.
All'interno del Campus Universitario saranno installate e integrate una microturbina a gas ad alto rendimento per la produzione simultanea di elettricità ed energia termica, un impianto fotovoltaico su tetto, un impianto solare termodinamico a concentrazione, due stazioni di ricarica di veicoli elettrici ed uno storage elettrico basato su batterie innovative per la stabilizzazione della produzione da fonte solare.
Gli impianti di generazione saranno collegati da una rete elettrica intelligente dedicata e da una rete di teleriscaldamento, entrambe integrate con quelle esistenti all'interno della struttura universitaria savonese.
Un esempio concreto di come potrà un giorno essere alimentata una smart city: colonnine per la ricarica di veicoli elettrici, un sistema di stoccaggio dell'energia elettrica e uno di generazione distribuita in grado di mettere in comunicazione fonti di produzione tradizionali, alternative e rinnovabili.
Il mix di queste tecnologie contribuisce alla gestione dei consumi efficiente e sostenibile, sia dal punto di vista economico che ambientale, senza trascurare comfort e sicurezza delle presone, in questo caso, studenti, docenti e personale universitario".
L'infrastruttura sperimentale di generazione di energia elettrica e termica "unica nel panorama italiano", ha dichiarato Giacomo Deferrari, Magnifico Rettore dell'Università degli Studi Genova, "Sarà in grado di innalzare ulteriormente il livello di qualità della didattica e della ricerca scientifica dell'Ateneo genovese in campo energetico e di innescare processi virtuosi di collaborazione, su di un tema di grande rilevanza come quello della sostenibilità degli approvvigionamenti energetici, tra il mondo universitario e quello aziendale".
L'intero sistema sarà supervisionato da una sala di controllo, situata all'interno del Campus Universitario di Savona e con possibilità di interazione con il centro di controllo Siemens a Milano.

venerdì 8 gennaio 2016

Elena, un anno senza supermercato

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Pochi giorni fa la nostra giornalista di redazione Elena Tioli ha festeggiato un anno senza mettere piede in un supermercato. Da intervistatrice ad intervistata, è lei a raccontare oggi la sua esperienza lontana dalla grande distribuzione. «Non andarci mi fa stare bene. So da dove arriva quello che mangio e come vengono fatti i prodotti che utilizzo. Mi piace decidere in che tasche far finire i miei soldi, evitando di finanziare multinazionali e, nel mio piccolo, dando una mano a forme di produzione alternativa, più sostenibile e giusta».

di Massimo Nardi 

E’ lei a raccontare e a scrivere dalle colonne de Il Cambiamento la maggior parte delle storie di chi ha avuto il coraggio di cambiare vita, lavoro e stile di vita. Classe 1982, modenese di nascita ma romana di adozione,Elena Tioli è entrata a far parte della redazione del nostro giornale nel 2015, anno in cui aveva già iniziato il suo percorso di cambiamento: vivere senza entrare in un supermercato. Un cammino che racconta quotidianamente nel suo blog, Vivi Come Mangi, e che oggi prende vita sotto forma di intervista, esattamente nel giorno del suo primo “anniversario”.

Elena, il 2 gennaio 2016 hai festeggiato un anno senza entrare in un supermercato. Com'è nata questa idea?
Ero in un supermercato a Palma di Maiorca e camminavo per le corsie. Ad un certo punto, mi è caduto l’occhio in uno di quei grandi contenitori frigo per la carne: c’erano dei maialini interi, piccoli, perfettamente integri, con gli occhi chiusi, sottovuoto. Non mi era mai capitato in Italia di vedere niente del genere. Sembrava dormissero. Lì per lì ho pensato all’assurdità di quella situazione, ai danni collaterali che scaturiscono dal semplice gesto del consumare. Ma, soprattutto, ho pensato a quanto le nostre piccole scelte economiche possano influire sull’intero sistema. Sono profondamente convinta che, più di qualsiasi voto o protesta, le cose si cambino quotidianamente al supermercato e a tavola, senza aspettare interventi dall’alto e senza delegare a terzi le nostre responsabilità. Così mi sono detta: “Perché non fare qualcosa di davvero concreto?”. E nel mio piccolo ho deciso di farlo.

Nella quotidianità pratica, quali sono stati i tuoi primi passi? E quali le difficoltà che hai incontrato?
Ovviamente ho dovuto rivedere un po’ le mie abitudini. Non andare al supermercato per me ha significato, innanzitutto, boicottare le multinazionali, i prodotti inutili, quelli tossici per la salute e per l’ambiente, quelli a lungo chilometraggio e con tanti imballaggi, quelli confezionati in condizioni di lavoro discutibili. Quindi, tutta la mia vita, che fino a qualche anno fa si sarebbe potuta definire da “perfetta consumatrice”, da gennaio è stata rivoluzionata. All’inizio non è stato facile; comprando prevalentemente tramite il gruppo d’acquisto solidale o online ho dovuto imparare a fare i conti nel medio-lungo periodo, imparare come conservare gli alimenti, destreggiarmi nell’autoproduzione (questa sconosciuta!) e a tamponare l’emergenza. Se una sera ti capitano amici a cena, come si fa? Per fortuna s’impara in fretta. E, anche grazie al felicissimo incontro con il Movimento della Decrescita felice di Roma e con alcune streghette dell’autoproduzione come Lucia Cuffaro e Stefania Rossini, questo modo di fare e di vivere ben presto è diventato davvero la norma. E non solo per il cibo.
Capitolo spesa alimentare: come ti organizzi? E cosa compri?
Sulla spesa alimentare la cosa che più mi ha aiutata è stato il Gas, il Gruppo d’acquisto solidale con cui compro quasi tutto. Ogni settimana arriva verdura e frutta naturale e a chilometro zero. Saltuariamente si ordinano i prodotti di più lunga conservazione come pasta, riso, farina e molto altro ancora. Per altre cose e per le emergenze mi rivolgo ai negozi dove si acquista sfuso. Questi negozi sono ricchissimi di materie prime, alimenti, prodotti per l’igiene, spezie etc. che, però, vengono venduti sfusi: si porta da casa il contenitore che di volta in volta viene riempito così da ridurre tantissimo i rifiuti e l’impatto ambientale di ciò che acquistiamo. Poi ho riscoperto i mercati e i piccoli negozietti (scelti sempre con molta cura e a seconda di cosa offrono). Cerco di evitare i prodotti confezionati, raffinati, già pronti, ricchi di conservanti e i derivati animali. Questa non è una questione strettamente legata all’andare o meno al supermercato. Lo faccio per me e per l’ambiente. Sicuramente la decisione che ho preso mi ha costretto a prediligere le materie prime e a non sprecare ma anche a riscoprire cibi, prodotti e metodi che prima non consideravo e di cui ora non potrei fare a meno.

E per quanto riguarda i beni per l'igiene personale e della casa?
Tasto dolente! Io adoravo comprare shampoo e bagnoschiuma profumati ed economici! Per non parlare di creme, profumi, balsami… insomma il peggio del peggio. Un mix di sostanze chimiche, sintetiche e derivati dal petrolio. Ora faccio tutto con un buon sapone di Aleppo, saponette naturali, deodorante autoprodotto o allume di potassio. Da mesi ho iniziato ad utilizzare la coppetta mestruale, un ottimo acquisto di 22 euro che ha ridotto quasi a zero l’impatto ambientale - nonché economico - del mio ciclo. Per la casa ho scoperto che con tre magici prodotti si possono fare tantissime cose: acido citrico (brillantante, anticalcare e ammorbidente), aceto (per pulire e disinfettare vetri e superfici), bicarbonato (per fare detersivi, deodoranti e pulire il forno). Insomma, un risparmio non da poco: economico, ecologico e per la salute.

Domanda secca. I supermercati son tutti da evitare o salvi qualcosa?
Più che i supermercati è da evitare tutto ciò che vi si trova dentro e la mentalità per cui esistono: sono da buttare gli imballaggi e i conservanti, i chilometri percorsi dalle merci da una parte all’altra del mondo, la disposizione dei prodotti sulle scaffalature pensata apposta per indurti a comprare in eccesso, l’idea del consumo compulsivo come stile di vita. E’ da buttare il superfluo, il dannoso e l’inutile.
Quanto risparmio economico si può quantificare?
Di certo quest’anno ho messo da parte un po’ di soldini, cosa che prima raramente mi capitava, ma non so dire una cifra precisa. Per farti qualche esempio: un litro di ammorbidente (brillantante o anticalcare) mi costa sui 20 centesimi, un deodorante 30 centesimi, il pane per una settimana, fatto in casa con farina integrale e pasta madre, sui due euro. Ma, soprattutto, credo sia stato l’ambiente a guadagnarci di più. Prima di intraprendere questo percorso, una delle cose che odiavo maggiormente era svuotare i cesti dell’immondizia: erano sempre pieni di plastica, carta, imballaggi, cose inutili. Ora non si riempiono mai. Sono lì, quasi sempre vuoti, a ricordarmi che basta poco per ridurre davvero il nostro impatto ambientale, la nostra impronta ecologica e il nostro insano egoismo. Certo, da sola non farò la differenza… ma pensa se, oltre a me, nel 2016 portassero avanti lo stesso proposito in altri dieci, cento, mille?

Per adottare questo stile di vita, c'è bisogno di molta informazione. Tu ti occupi di comunicazione e vivi a Roma dove puoi trovare di tutto. Ma una persona comune, che vive in provincia e che voglia cambiare stile di alimentazione si può trovare in difficoltà. Tu cosa le consiglieresti?
In realtà, io vivo a Roma solo da qualche anno e per esperienza personale posso dire che uno stile di vita più sostenibile nei piccoli paesi potrebbe essere ancora più facile. In campagna si può acquistare direttamente dai contadini o magari farsi un orto. In questi posti si conoscono ancora le antiche tradizioni e imparare l’arte del saper fare è ancora alla portata di chiunque. Nei luoghi in cui ci si conosce tutti dovrebbe essere più facile organizzarsi in gruppi di acquisto, dividere le spese e i mezzi. Ovviamente, certi percorsi non sono fattibili da tutti ed è un bene che sia così: ognuno sceglie la propria strada e i propri modi. Ma non credo che il piccolo paese o l’età siano una scusante per non praticare un vivere più sostenibile. Non so chi ha detto che “nell'era dell'informazione, l'ignoranza è una scelta”, comunque sono d’accordo.