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venerdì 28 agosto 2015

La Nasa avverte: il livello dei mari aumenta più velocemente del previsto



8 centimetri dal 1992, l'aumento del livello dei mari a causa dello scioglimento dei ghiacci e del riscaldamento degli oceani. “Probabile che peggiori”.
Le stime dell’Ipcc si sono rivelate, molto probabilmente, troppo caute. È quanto hanno affermato i ricercatori della Nasa lo scorso mercoledì in una conferenza, durante la quale hanno dichiarato che il livello dei mari è aumentato di 8 centimetri dal 1992, molto più velocemente di quanto registrato negli ultimi 50 anni.

Jokulsarlon Glacier Lake

Ed “è probabile che peggiori”, ha affermato Steve Nerem, geofisico dell’Università del Colorado. Complici i cambiamenti climatici, il rapido scioglimento dei ghiacci e il riscaldamento degli oceani. “Sono in corso cambiamenti significativi sulle lastre di ghiaccio”, scrive il Guardian riportando le parole di Eric Rignot, glaciologo presso l’Università della California a Irvine. “Ci vorrebbero secoli per invertire la tendenza”.
Non si tratta di catastrofismo, di ineluttabilità, ma di prendere atto che ci troviamo già di fronte al cambiamento della faccia del pianeta e che è urgente pianificare attività di adattamento, in particolare per chi vive in prossimità delle coste. Basti pensare che si stima siano circa 150 i milioni di persone a vivere a un metro dal mare. “Abbiamo dati sufficienti per calcorare quali saranno gli  impatti per i prossimi 100 anni”, ha sottolineato Tom Wagner, scienziato della Nasa.

Lo scienziato, come riporta invece Rttc news, ha spiegato come il livello dei mari potrebbe aumentare di 3 metri alla fine del secolo, se i ghiacci dovessero sciogliersi rapidamente. “Abbiamo la prova che le piattaforme glaciali si stanno svegliando, ma abbiamo bisogno di capire meglio la situazione, prima di potre dire di essere di fronte a un loro rapido scioglimento”.

Sea storm in Camogli, Italy

Nel frattempo l’Esa ha registrato lo scorso lunedì, uno degli iceberg più grandi mai visti, al largo della Groenlandia. Con una superficie pari a quella dell’intera isola di Manhattan.




mercoledì 26 agosto 2015

Cresce la rete degli uffici di scollocamento

Uno dei primi uffici di scollocamento è sorto a Varese, poi a Roma, a Torino, poi sono arrivati il progetto di scollocamento per imprenditori e i corsi di formazione al Per; a inizio 2015 ha preso il via un progetto a Marano sul Panaro (Modena) e ora si parte anche a Padova. Il cambiamento ormai è realtà travolgente.


L’Ufficio di Scollocamento è uno "sportello" per aiutare le persone a scollocarsi da lavoro eccessivo, stile di vita sbagliato, stress, ansia, consumismo; qualcosa che aiuta a costruire una nuova vita. Di fatto, aiuta in un cammino di emancipazione e cambiamento rispetto alla cultura imperante, per cercare l’autentico benessere e dire basta a schiavitù e omologazione. Uno dei primi uffici di scollocamento è sorto a Varese, poi a Roma, a Torino, poi sono arrivati il progetto di scollocamento per imprenditori e i corsi di formazione articolati; a inizio 2015 ha preso il via un progetto a Marano sul Panaro (Modena) e ora si parte anche a Padova. Il cambiamento ormai è realtà travolgente.
L’ultimo in ordine di tempo, appunto, è sorto a Padova, da culture ed esperienze vicine al pensiero della decrescita e del downshifting, e «a tutte le numerose correnti di pensiero che animano l’ampio tentativo di costruire una cultura alternativa da quella vigente che mette l’economia davanti alle persone» dicono i promotoriMatteo Majer, Federica Bruno e Gianfranco Torre.
«L’intento è di fornire alla persona strumenti e metodi concreti per riflettere sul proprio stile di vita, definire con efficacia un progetto di realizzazione personale alternativo, del tutto o in parte al di fuori dell’attuale sistema, che risponda alle proprie aspirazioni, allo scopo di vivere un’esistenza più funzionale, costruttiva e realizzante».
«Al già alto numero di persone che decide di cambiare vita, la situazione attuale ha aggiunto quelle che della crisi sono già vittime – spiegano i tre ragazzi padovani - Ma una crisi è anche una grande opportunità. Nonostante nell'uso comune questo termine abbia assunto un'accezione negativa, possiamo coglierne la sfumatura positiva originaria: momento di riflessione, di valutazione, di scelta, di discernimento. Rappresenta di conseguenza il presupposto necessario per un miglioramento, per una rinascita. Sempre più persone, in Italia e nel mondo, decidono di cambiare vita e lavoro, operando scelte personali e collettive in direzione di una vita più vicina alle loro aspirazioni. Chi si avvicinerà all’Ufficio di Scollocamento di Padova non riceverà un numero e un modulo da riempire, ma la proposta di un percorso articolato per mettere a fuoco e poi in pratica le proprie motivazioni interiori al fine di realizzarsi come persona prima e come lavoratore poi. Cambiare non presuppone l’utilizzo di una bacchetta magica né tantomeno l’abbandono del proprio lavoro quanto piuttosto una pianificazione adeguata di una strategia che possa dare la possibilità di uscire da un’occupazione che non rende felici e promette risultati per il futuro che probabilmente non manterrà mai. Per coloro che, invece, non stanno lavorando, UDS Padova può fornire supporto per una definizione di un progetto di vita alternativo, non necessariamente legato al sistema dominante che spesso blocca le energie individuali e l’iniziativa personale per poter “relegare” gli individui al ruolo di semplici consumatori».
Le attività proposte si articolano in incontri di formazione tematici di gruppo e sessioni di coaching individuale o di gruppo.
«Si lavorerà inizialmente sullo sviluppo della consapevolezza individuale, dell’autostima e della forza di volontà, elementi di partenza che servono per gettare le basi alla progettazione del percorso – aggiungono i promotori del nuovo sportello - Verranno presentati ed approfonditi gli strumenti per il miglioramento personale per esempio come affrontare lo stress, gestire i propri impegni, risolvere le situazioni problematiche e prendere le decisioni più adeguate al proprio benessere individuale. Si agirà sulla definizione del proprio scopo nella vita e dei propri obiettivi e verranno forniti gli strumenti per redigere un progetto di vita più in linea con le proprie aspettative. Infine sarà dedicato spazio alla leadership individuale e alle capacità relazionali, essenziali per comunicare e rapportarsi al meglio con gli altri.  Inoltre, nelle fasi finali del percorso, sarà possibile, se richiesto, l’affiancamento da parte di professionisti esterni (analisti finanziari, esperti di marketing, esperti di legge, ecc.) al fine di definire negli ultimi dettagli il personale piano d’azione».

domenica 23 agosto 2015

BATTUTA D’ARRESTO PER IL TPP: METTE A RISCHIO LA SOVRANITA’ DEGLI STATI NAZIONALI

DI RONALKD L. RAY
articolo condiviso


Redazione: La corporatocrazia mondiale si è fermata davanti agli interessi degli Stati Nazionali. L’eventuale ratifica statunitense dovrà essere fatta in piena campagna elettorale. Ignorate l’occupazione e la crescita economica della regione pacifico-americana. Il capitolo sulla proprietà intellettuale ha messo gli Stati Uniti contro tutti gli altri paesi. L’Amministrazione Obama ha “dovuto promuovere” le Leggi sul “traffico di esseri umani” della Malesia. Scordatevi il "Made in USA", il TPP è una specie di “Monopoli” dove il cittadino perderà sempre.
Sulla strada che porta alla governance globale è successa una cosa divertente. Proprio quando il “Trans-Pacific Partnership” [TPP] avrebbe dovuto fare un passo in avanti verso la “corporatocrazia mondiale” [neologismo che sta per ‘sistema politico-economico controllato dalle multinazionali’], è prima inciampato e poi caduto ….. sul nazionalismo.


Potrebbe presto rialzarsi, naturalmente, ma i plutocrati di tutto il mondo hanno comunque dovuto fare un passo indietro non avendo raggiunto, negli incontri di fine Luglio a Lahaina (Hawaii), un accordo sul testo definitivo del Trattato sul “libero commercio”.
Il TPP ha lo scopo di legare irrevocabilmente le undici più grandi economie poste sulle rive del Pacifico (tranne la Cina) all'economia-egemone degli Stati Uniti.
Ma, nonostante il super-segreto che circonda la trattativa sul “Big Business”, i circa 650 imbonitori del governo degli Stati Uniti, gli oltre 150 giornalisti e le centinaia di lobbisti eufemisticamente chiamati "stakeholders" [portatori di un qualche interesse specifico], gli internazionalisti non sono stati in grado di superare i principali ostacoli lungo la strada che porta al controllo dell'umanità.
L'inizio del mese di Agosto era l’ultima data-utile per la conclusione dell'accordo fra Stati Uniti, Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam – nazioni che, messe assieme, rappresentano il 40% del PIL mondiale.
Il TPP, per le Americhe e per l'Asia, potrebbe essere l'equivalente dell'Unione Europea anche se, per il momento, non è in vista alcuna unione politica. Può senz’altro essere considerato come il nodo del “cappio economico” destinato a strangolare la Russia e la Cina lungo la strada che porta alla tirannia mondiale.
Tuttavia, la ratifica del TPP da parte dei paesi partecipanti dipende fortemente dalle singole politiche nazionali.
A causa della cronologia temporale stabilita dal Congresso statunitense per la sua approvazione – nell’occasione in cui ha dichiarato incostituzionale la concessione del "fast-track" [http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15190] – definire il testo finale del TPP dopo il 10 Agosto spinge la ratifica statunitense al 2016, ovvero in piena campagna elettorale, con tutte le intuibili difficoltà del caso.
Per il prossimo anno sono state indette le elezioni generali anche in Canada, evento che mette in dubbio la capacità di quel governo ad imporre ai canadesi, a breve scadenza, la farsa finanziaria del TPP.
Dopo il fallimento all’ultimo minuto dei colloqui di Lahaina, i Ministri presenti nella successiva conferenza stampa hanno rilasciato una dichiarazione congiunta per poter almeno salvare la faccia, dichiarando che: "….. siamo fiduciosi più che mai sul fatto che il TPP sia a portata di mano ….. I progressi compiuti ….. riflettono il nostro impegno per arrivare ad un accordo ambizioso, globale e di alto livello in grado di supportare la crescita economica e dei posti di lavoro in tutta la regione pacifico-asiatica".
L’occupazione e la crescita economica nella regione pacifico-americana non vengono nemmeno menzionate. Questo significa che altri milioni di posti di lavoro saranno rubati ad americani, canadesi, messicani e sudamericani per essere indirizzati verso forme di lavoro schiavistico in località dell’Estremo Oriente.
E se, apparentemente, sono solo poche le questioni che devono ancora essere risolte per completare il testo del TPP, i negoziatori hanno tuttavia rifiutato di accettarle, considerandole come delle irrisolte questioni d’interesse nazionale.
Lo spirito unitario [fra i negoziatori], in effetti, sembra più che altro un atto di fantasia. Secondo la Reuters, un anonimo funzionario ha dichiarato che “….. non sempre è chiaro com’è che stanno le cose. Conosco i miei problemi, ma non sempre so quello che sta succedendo negli altri paesi”.
Lori Wallach, Direttore del “Public Citizen’s Global Trade Watch”, ha dichiarato al sito di notizie e commenti “Common Dreams” che “….. solo dei negoziatori in stato d’assedio e la maggior parte dei 600 consulenti commerciali che rappresentano gli interessi delle multinazionali vogliono questo accordo, molto impopolare nella maggior parte dei paesi coinvolti – come dimostrato da alcuni recenti sondaggi”.
Il più grande ostacolo in questa corsa spericolata verso la follia economica è il capitolo sulla proprietà intellettuale che ha messo gli Stati Uniti contro quasi ogni altro paese partecipante.
Basti pensare, ad esempio, che i detentori dei copyrights e dei brevetti potrebbero incassare il potenziale diritto ad appropriarsi di tutti gli assets dei “violatori”, anche quelli non direttamente connessi alla presunta violazione del copyright.
Ma ci sono anche le già citate questioni d’interesse nazionale. Un rappresentante degli Stati Uniti, Michael B. Froman, ex Presidente della “B'nai B'rith Youth Organization” (un braccio del “B'nai B'rith International”, che si occupa della sicurezza degli ebrei e di Israele, ma anche della lotta all’antisemitismo e alla bigotteria religiosa), continua a prostituirsi con le grandi aziende farmaceutiche e con gli estremisti del copyright per chiedere una maggiore protezione, nella regione pacifico-asiatica, per i beni e servizi [farmaceutici] statunitensi. Se avesse successo, i farmaci sarebbero più costosi e meno disponibili.
La Nuova Zelanda, a sua volta, insiste perché i mercati siano totalmente aperti ai suoi prodotti caseari, con l’opposizione in particolare del Canada. Il Giappone e gli Stati Uniti, invece, sono in lotta fra loro riguardo l’importazione delle automobili – ma gli statunitensi hanno rinunciato alle imposte sulle carni giapponesi.
Ed ancora, il “Big Tobacco” statunitense vuole lo stesso diritto concesso agli altri settori produttivi per poter citare in giudizio i governi nel caso ci sia una riduzione dei profitti [come conseguenza, ad esempio, di una campagna pubblicitaria anti-fumo], mentre il Messico chiede protezione per i suoi produttori di zucchero.
Ma non è finita, per poter restare all’interno delle leggi americane sulla schiavitù infantile e sulla prostituzione, l'Amministrazione Obama ha “dovuto promuovere” le leggi sul “traffico di esseri umani” della Malesia. Promozione necessaria, a quanto pare, per mantenere questo paese nel TPP [http://www.commondreams.org/news/2015/08/07/obama-administration-accused-giving-human-trafficking-status-upgrade-further].
Le multinazionali, inoltre, potrebbero costringere i governi a privatizzare le imprese di proprietà statale, cedendo loro il controllo di importanti servizi fino a quel momento gestiti a beneficio delle popolazioni, come ad esempio le strade, le ferrovie o i servizi idrici. I governanti locali e nazionali sarebbero costretti, in ogni caso, ad includere le imprese straniere negli appalti pubblici.
Scordatevi il "Made in USA", quindi, il TPP è una specie di “Monopoli” [gioco da tavolo], tranne per il fatto che non è un gioco e che il cittadino medio perderà sempre.
Il TPP non ha nulla a che vedere con il “libero commercio”, con i posti di lavoro e con la prosperità delle popolazioni. Si tratta di una massiccia presa di potere da parte delle società multinazionali che cercano di strangolare la protezione dei governi sui commerci attraverso una fitta rete di inattaccabili monopoli, protetti da un Tribunale Commerciale segreto, composto da giudici da loro nominati – e non eletti.
Anche la Reuters ha ammesso che TPP è “un insieme di norme di applicazione universale su temi come i diritti dei lavoratori, la tutela dell'ambiente e la risoluzione delle controversie fra i governi e gli investitori stranieri”. Cos’altro?

Ronald L. Ray
10.08.2015

Scelto e tradotto per www.comerdonchhisciotteorg da FRANCO

giovedì 20 agosto 2015

Perchè il no alle trivelle in mare è in difesa dello sviluppo del Sud e della Puglia

Perchè il no alle trivelle in mare è in difesa dello sviluppo del Sud e della Puglia
La generale opposizione che si sta manifestando alla ipotesi della cosiddetta ricerca del petrolio in Adriatico è lontana dalla classica "union sacre' " che in altre epoche ha unificato il "sudismo piagnone" contro progetti di modernizzazione del Mezzogiorno. Anzi si può dire che almeno su un tema così dirimente la situazione si è capovolta

Perchè il no alle trivelle in mare è in difesa dello sviluppo del Sud e della Puglia
Le aree di ricerca petrolifera al largo del Brindisino. Sotto, la situazione dei permessi rilasciati dal governo in Italia e la nociva tecnologia di ricerca con l'airgun
articolo condiviso
Perchè il no alle trivelle in mare è in difesa dello sviluppo del Sud e della Puglia
La generale opposizione che si sta manifestando alla ipotesi della cosiddetta ricerca del petrolio in Adriatico è lontana dalla classica “union sacre’ “ che in altre epoche ha unificato il “sudismo piagnone“ contro progetti di modernizzazione del Mezzogiorno. Anzi si può dire che almeno su un tema così dirimente la situazione si è capovolta . Associazioni economiche e di interesse, movimenti di opinione e intellettuali, istituzioni rappresentative, comunità ecclesiastiche sono impegnate da un lato a incoraggiare una prospettiva di nuovo sviluppo già in atto, dall’altro il governo si attarda in una lettura della Puglia e del Sud guidata dalla categoria dell’arretratezza.
“Siete contrari alle trivelle perché nostalgici del tempo che fu o perché difendete ‘la bellezza’ del mare e della vostra terra come fattore di contemplazione estetica e perciò elitaria e premoderna.” Eppure basta esibire i dati relativi ai flussi turistici per smentire l’assunto. E non parlo solo dei numeri che pure sono assai determinanti , ma del carattere della domanda. Quella del viaggiatore contemporaneo che i circuiti integrati (prenotazione on line, voli low cost, servizi globali a destinazione) assistono da un punto all’altro del globo alla ricerca del benessere e della conoscenza della civiltà dei luoghi. Tanto che si parla di questo viaggiatore come “di abitatore temporaneo dei luoghi”.
trivellazioni-in-Italia-2Perché questo tipo di viaggiatore sceglie mare e campagna della Puglia ? Cosa induce la sua domanda nel processo economico e nel modello di sviluppo ? Quanta ricchezza e nuova occupazione essa può generare? Basta girare per le aree marine protette o per i parchi naturali per cogliere che quel viaggiatore cerca benessere nella sua accezione più semplice di aria salubre a Pechino o Tokio “vive” con la mascherina antismog). E che attratto da mare e sole poi scopre la campagna , la masseria storica , il frantoio ipogeo, la chiesa rupestre, il sito archeologico. Di questo nuovo sistema la locomotiva è il nostro patrimonio enogastronomico, riscoperto e riorganizzato nella sua distintività.
Sempre più quel viaggiatore decidere di investire, di comprare le dimore tipiche del paesaggio rurale e del piccolo centro storico nel Capo di Leuca. O addirittura di intraprendere nella attività multifunzionale agroturistica. In Puglia e nel Sud la figura nuova attorno a cui ruota questa offerta integrata di beni primari, di servizi avanzati è costituita da giovani e donne che ereditano e modernizzano le vocazioni della generazione precedente. Essi coltivano, trasformano, commercializzano, fanno ospitalità rurale. Parlano inglese e usano internet. E costruiscono qui - forse per la prima volta - il loro futuro, anziché emigrare. A questo modello ha giovato la qualificazione del sistema aeroportuale in primis. Ma ancora molto c’è da fare nei collegamenti interni o nel nuovo segmento del cicloturismo. Per non dire di quello che c’è da impiantare sul piano di servizi essenziali nelle aree turistiche prese d’assalto dai flussi estivi.

Perchè il no alle trivelle in mare è in difesa dello sviluppo del Sud e della Puglia
La domanda è: che succede se trivelliamo il mare? Succede che compromettiamo immagine attrattiva ed ecosistema marino, attività della piccola pesca e politiche di ripopolamento delle risorse alieutiche, servizi turistici. Succede che compromettiamo l’integrazione di questa dimensione con il resto del territorio e con quel che di nuovo si viene organizzando . La Puglia rischierebbe dunque di divenire fenomeno di moda passeggera e di perdere il requisito di unicità. Alle ciminiere dell’Ilva si sostituiranno le torri delle attività estrattive nel mare. Sarebbe una condanna, un’altra condanna. Questa volta non per colpa del “sudismo immobile”. Per questo il no alle trivelle è un sì al modello di cui siamo protagonisti e che ci ha aperto al mondo.



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martedì 18 agosto 2015

COS'E' IL TTIP?


ECCO COME BANCHE E MULTINAZIONALI VOGLIONO GOVERNARE
Cos'è Il TTIP ? La resa dell'Europa - Una pericolosa perdita sul piano Alimentare,Sociale ed Etico. Informare sullo strapotere delle multinazionali e delle banche è il minimo che possiamo fare.


sabato 15 agosto 2015

Le nostre guerre, la loro fuga

Dall'Iraq 1991 allo Yemen tutti i dati racchiusi in questa tabella: 60 milioni di sfollati e rifugiati nel mondo, solo 600 mila "accolti" in Europa.


La quasi totalità dei sessanta milioni di sfollati e rifugiati di guerra nel mondo rimane all’interno dei loro paesi o nei paesi confinanti; solo 600mila sono stati accolti in Europa. Per arrivarci, sono morti in mare a migliaia, 5 volte in più nel 2014 rispetto al 2011.   In questo contesto, le guerre condotte dall’Occidente continuano a provocare esodi biblici, non solo di cittadini dei paesi bombardati o attaccati, ma anche di milioni di migranti che in quei paesi lavoravano.
I rifugiati di guerra si intrecciano con il fenomeno dei migranti economici e climatico-ambientali, frutto degli sfruttamenti coloniali e neo-coloniali.
Ma ecco alcuni dati su chi fugge dai conflitti prodotti o direttamente fomentati dall’Occidente. L’Italia non si è mai sottratta…

1991, “Tempesta nel Golfo”, guerra all’Iraq

La guerra provoca l’esodo di circa tre milioni di persone dall’area. Fra questi, 300mila lavoratori palestinesi vengono espulsi per vendetta dal Kuwait “liberato” e da altre petromonarchie, o lasciano l’Iraq distrutto dalle bombe e impoverito e dal successivo embargo. Abbandonano l’Iraq in tutto circa un milione di lavoratori stranieri (bengalesi, egiziani, yemeniti, filippini, indiani, pakistani…). L’Arabia saudita espelle circa 800mila yemeniti perché il loro paese non ha votato a favore della guerra all’Iraq.

1999 Serbia-Kosovo

Nel 1996, 200mila serbi  vengono espulsi impunemente dalla Croazia con l’appoggio degli Usa. Nel 1999 i bombardamenti della Nato su Serbia e Kosovo, non approvati dall’Onu, provocano – invece di prevenire o arrestare – l’esodo di massa di centinaia di migliaia di kosovari.  Dopo la vittoria della Nato, sono i serbi a fuggire a decine di migliaia dal Kosovo “liberato”.

2003 Iraq (operazione “Iraqi Freedom”)

Varia fra i 3,5 e i 5 milioni il numero di iracheni sfollati interni e rifugiati all’estero a causa dell’occupazione anglo-statunitense (con alleati) del 2003 e della successiva guerra settaria. A partire dal 2014, un milione e 800mila iracheni hanno lasciato le loro case di fronte all’avanzata del cosiddetto Stato islamico in Iraq.

2011, Libia, guerra della Nato 

Fino al 2011 in Libia lavoravano oltre due milioni di stranieri, regolari o irregolari, fra nordafricani (in primis egiziani), africani sub-sahariani e asiatici (70-80mila dal Bangladesh).  Con le bombe della Nato e la concomitante “caccia al nero” da parte dei “ribelli” libici alleati della Nato sul campo, lasciano la Libia 800.000 lavoratori migranti. Con l’arrivo dei “ribelli” a Tripoli, fine agosto 2011, lasciano il paese anche quasi due milioni di libici, distribuiti soprattutto fra Tunisia e Libia senza un vero status di rifugiati.

2011-oggi, Siria, guerra fomentata da paesi Nato e petromonarchi

Dal 2011, sei milioni e mezzo di siriani sono diventati sfollati interni; tre milioni hanno lasciato il paese. Poche centinaia di migliaia hanno ottenuto asilo in Europa. 

2015, Yemen, bombardamenti sauditi

A partire dal 26 marzo 2015, con i bombardamenti sullo Yemen da parte di una coalizione di paesi arabi guidati dall’Arabia Saudita, oltre un milione di yemeniti si sono spostati in altre zone. Sono altri potenziali richiedenti asilo in Europa. L’Arabia saudita è il primo acquirente di sistemi d’arma dall’Italia…
ll numero di sfollati è in tutto il mondo ha raggiunto il suo record di sempre, quasi 60 milioni, la metà dei quali sono bambini, secondo un nuovo rapporto dell'agenzia dell'ONU per i rifugiati. Le cause sono guerre, conflitti e persecuzioni.
L'annuale "Trends Global Report: World at War" è stato pubblicato ieri dall'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Secondo il rapporto, sono 59,5 milioni i migranti forzati costretti a fuggire dalle loro case alla fine del 2014 rispetto ai 51,2 milioni di un anno prima e ai 37,5 milioni di dieci anni fa. "Siamo di fronte a un cambio di paradigma, a un incontrollato piano inclinato in un'epoca in cui la scala delle migrazioni forzate, così come le necessarie risposte, fanno chiaramente sembrare insignificante qualsiasi cosa vista prima", ha dichiarato l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati António Guterres.
Le cifre mostrano che, in tutto il mondo, una persona ogni 122 è attualmente un rifugiato, uno sfollato interno o un richiedente asilo.Secondo il Rapporto, questo aumento del numero degli sfollati va ricondotto ai primi mesi del 2011, quando è scoppiata la guerra in Siria, diventata la principale causa di migrazione forzata a livello mondiale, superando per la prima volta l'Afghanistan. Il rapporto osserva che almeno 15 conflitti sono scoppiati o si sono riaccesi in tutto il mondo negli ultimi cinque anni: otto in Africa, tre in Medio Oriente, uno in Europa e tre in Asia.
"Poche di queste crisi sono state risolte e la maggior parte ancora genera nuovi spostamenti", afferma il rapporto. Il rapporto ha anche richiamato l'attenzione sulla crisi dei rifugiati del Mediterraneo, risultato dell'instabilità in Nord Africa e aggiunge che i paesi che ospitano la maggior parte dei rifugiati sono paesi poveri. Quasi nove rifugiati su 10 si trovano in regioni o paesi considerati economicamente meno sviluppati.
"A causa delle enormi carenze di finanziamenti e degli ampi divari nel regime globale per la protezione delle vittime di guerra, molte persone bisognose di compassione, aiuto e rifugio vengono abbandonate a loro stesse. In un'era di esodi forzati di massa senza precedenti, abbiamo bisogno di una risposta umanitaria senza precedenti e di un rinnovato impegno globale in favore della tolleranza e della protezione delle persone in fuga da conflitti e persecuzioni".

giovedì 13 agosto 2015

Acqua “privata” in Africa: la lotta della Nigeria contro la Banca Mondiale

Il nuovo colonialismo in Africa non sta solo derubando il continente delle terre, si sta anche impadronendo delle risorse primarie, tra cui l’acqua. I fondi della Banca Mondiale sono legati a doppio filo alle privatizzazioni e molti governi ormai, corrotti o con il cappio al collo, condannano le popolazioni a una nuova schiavitù.



Non bastavano il Mali, il Sud Africa (6 Corporation hanno contratti), il Ghana (dove dopo la privatizzazione il costo dell’acqua è aumentato del 95% e un terzo della popolazione non ha accesso ad acqua pulita), la Namibia. Ora la Banca Mondiale preme sulla Nigeria per permettere a una partnership pubblico-privata di mantenere e ampliare la gestione dell’erogazione dell’acqua aumentandone i costi. Ma la popolazione si sta opponendo con tutte le sue forze. La capitale Lagos, che conta 21 milioni di abitanti, è il “boccone” che le Corporations si sono servite in tavola e bramano il resto della preda. «Da decenni la Banca Mondiale sta facendo di tutto per impedire lo sviluppo di un sistema pubblico di gestione – spiega Akinbode Oluwafemi, responsabile per i diritti ambientali di Friends of the Earth Nigeria – tanto che oggi nove persone su dieci non hanno accesso ad acqua potabile. Sappiamo bene quali interessi si nascondono dietro la trasformazione dell’acqua in un bene di mercato. Nel mio villaggio ho realizzato una pompa che permette ai vicini di avere libero accesso a questa preziosa risorsa e per questo ho ricevuto minacce dalle società che invece l’acqua la vogliono vendere a peso d’oro, poiché stavo mettendo a rischio i loro profitti. Ma non farò retromarcia. La Banca Mondiale ora sta tentando di convincere le comunità anche al di fuori della capitale che la privatizzazione dell’acqua è la risposta ai problemi della gente, se ne infischia dei processi democratici. Abbiamo ospitato a Lagos in questi giorni attivisti ed esperti per il Lagos Water Summit, co-promosso insieme a Corporate Accountability International. Ma abbiamo bisogno di far sentire la nostra voce anche oltre confine, anche nel resto del mondo. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, per questo chiediamo ad ogni cittadini in ogni nazione di scrivere alla Banca Mondiale sollecitando lo stop al processo di privatizzazione (qui trovate la lettera da mandare e le istruzioni). Il nostro movimento vuole crescere nei prossimo mesi, ma abbiamo bisogno che il nostro problema diventi il problema di tutti». E Akinbode Oluwafemi sa bene come sia in corso non solo in Africa (con effetti assolutamente devastanti), ma anche negli altri paesi del mondo il processo di privatizzazione dell’acqua. In Italia la situazione non è affatto migliore. «C’è un preciso piano attraverso il quale il Governo intende rilanciare con forza il processo di privatizzazione e finanziarizzazione dei beni comuni ma ciò avviene in maniera molto più subdola degli anni passati – ha spiegato Paolo Carsetti, del Forum italiano dei Movimenti per l’acqua-  Tutti i provvedimenti elencati non esplicitano un attacco diretto all’acqua o ai servizi pubblici locali come fatto nel 2009 dal governo Berlusconi, l’attacco è strisciante, non si pronuncia la parola privatizzazione perchè è un tema su cui si è già registrato una sconfitta epocale ma la sostanza è la stessa. Il governo si muove dietro la propaganda che prova a descrivere uno scenario come quello della necessità di riduzione della spesa pubblica anche attraverso la razionalizzazione delle cosiddette partecipate o ex municipalizzate che sarebbero coacervo di sprechi, clientele e malapolitica. È la retorica che sta dietro a questa propaganda, con la quale si prova a raggiungere il medesimo obiettivo del governo Berlusconi: cedere al mercato la gestione dei servizi pubblici e dei beni connessi».
«L’acqua è un bene comune e tale deve rimanere - aggiunge Shayda Naficy, direttore della Campagna Internazionale per l’Acqua di Corporate Accountability International (CAI) – quando se ne impadroniscono i privati, ecco che nascono fortissime disparità nell’accesso e nei costi».  Eppure, malgrado la Banca Mondiale continui a preere per la privatizzazione dell’acqua soprattutto nei paesi del Terzo Mondo, i dati rivelano che un’eleveta percentuale dei suoi progetto è in condizioni di distress. Il database dell’ente internazionale documenta un 34% di fallimenti.
Nel 2013 il CAI ha inviato una lettera aperta alla Banca Mondiale per chiedere lo stop al sostegno dato ai progetti di privatizzazione, ma nulla è cambiato.
Ma come si può dimenticare che l’accesso e il diritto all’acqua pulita sono la base della vita stessa?

mercoledì 12 agosto 2015

La madre di tutte le battaglie è già operativa. Ma non se ne parla. Appunto!



di Sergio Di Cori Modigliani
“Non saranno le nuove tecnologie a cambiare il mondo, bensì la letteratura”
 David Grossmann. Torino, Fiera del libro, maggio 2015.
Lo sanno anche i bambini, che nell’attuale scenario post-moderno, i grandi conflitti, le guerre, gli scontri d’affari per il controllo del potere territoriale, si verificano sul fronte mediatico. Non è una notizia, né un’informazione, tanto meno una novità. E’ un dato di fatto, che piaccia o no.
Il grande palcoscenico dei media, dalla tivvù al web, è diventato la prima linea del fronte. Se si deve attaccare, eliminare o emarginare qualcuno, oggi, non c’è alcun bisogno di faticare o -nella peggiore delle ipotesi- assoldare un killer per farlo uccidere: è sufficiente darlo in pasto ai talk show, a facebook, a twitter, e a selezionati blogger sulla lista paga. Ci pensano loro, e il gioco è fatto.
Così come, nel caso opposto, quando si tratta di un vulnerabile scenario nel quale la potenzialità degli affari e degli interessi in gioco è molto alta, allora ciò che davvero conta è il silenzio, l’applicazione di specifiche procedure comunicative il cui compito consiste nel minimizzare gli eventi, ridurli all’osso e poi andare a spolparseli uno per uno, in santa pace. I grandi affaristi non vogliono testimoni, chiacchiere, articoli, interviste. Di nessun genere e a nessun titolo.
L’Italia, in questo senso, è un esempio lampante di questo meccanismo. La qualità del dibattito in corso, negli ultimi due anni, è andata peggiorando sempre di più fino a raggiungere un appiattimento su un letto composto dalla somma di chiacchiericci, gossip e interpretazioni citate che poi vanno a comporre la grande corrente del fiume in piena.
Quindi non è una sorpresa ma una semplice tragica constatazione, dover notare il totale silenzio degli italiani sulla grandiosa guerra che si sta combattendo in questo periodo nel mondo, nell’indifferenza generale: la guerra ecologica.
Se avessimo chiesto tre mesi fa a 100 persone fermate per strada di fornirci il nome delle due personalità pubbliche più autorevoli e importanti del pianeta, è molto probabile che le risposte sarebbero state Obama e il Papa.
Infatti, lo sono. Ma…
L’enciclica di Francesco I sull’ambiente e l’annuncio del presidente Usa, che fa ruotare di 180° la politica energetica, la politica industriale e gli investimenti economici sulle rinnovabili del gigante statunitense, sono rimaste entrambe senza pubblico. Violentissima e molto forte la lobby del clero legata ai generosi contributi dei produttori di fossili; così come è molto agguerrita la lobby della destra repubblicana americana legata ai produttori di carbone e petrolio, che ha bisogno di sostenere il mercato soprattutto in prospettiva delle elezioni presidenziali del novembre 2016.
In questa torrida estate, soprattutto negli ultimi venti giorni, la rete produce testi, fotografie, video, in cui viene spiegato come l’attuale variazione del clima sia dovuta a esperimenti militari, sia il risultato di accurate e clandestine pianificazioni, per cui l’Italia è stata scelta come oggetto di esperimenti climatici per mettere a punto delle “armi climatiche”. Ci sono perfino importanti generali italiani che sostengono questa ipotesi. Quindi possiamo stare tranquilli, e possiamo sgommare allegramente per le strade con i suv, le fabbriche possono inquinare, possiamo trivellare spensierati, i rifiuti tossici possono essere tranquillamente seppelliti dovunque, tanto ogni precauzione è inutile perché gli americani e/o i russi e/o i cinesi decidono quale clima produrre per noi; e l’esistenza di un eco mostro come l’Ilva diventa puro folclore, tanto è vero che non se ne parla più in nessuna sede.
Così in Italia.
Ma non nel resto del mondo, dove è molto acceso il dibattito ed è vivace la discussione sul futuro della nostra specie e sull’assoluta necessità di muoversi adesso, nel senso di subito, immediatamente, prima che sia troppo tardi. E’ questo che la vecchia guardia planetaria, legata agli interessi dei produttori di fossili, tenta di fermare; per loro si tratta di puro business, per noi della sopravvivenza della specie umana. In Cina, ad esempio, i dibattiti ecologici sono stati eliminati e vengono censurati i forum al riguardo, sotto la dicitura “disfattismo anti-nazionalista e propaganda contro lo sviluppo e il progresso della repubblica popolare”. E stanno silenziando il dibattito planetario, o comunque sia, ci provano. In Italia, non esiste nessun partito, nessun importante movimento politico presente in parlamento, che abbia come primo punto della propria agenda il tema ambientale ecologico: non ne parlano più, tranne forse in modeste riunioni che non servono a nulla perché non producono eco mediatica. In Gran Bretagna, ad esempio, il dibattito è invece molto acceso e direi addirittura furibondo. La politica del governo e dei seguaci di Farage è tutta nuclearista, petrolifera e cementista, e la vogliono imporre anche al resto d’Europa. La discussione collettiva ha avuto un salto esponenziale in seguito alla pubblicazione di un romanzo (uscito quattro anni fa) del più importante narratore vivente britannico, Ian McEwan. Il libro si chiama “Solar”. Tradotto e pubblicato anche in Italia (per i tipi della Einaudi, di Torino, nel 2013) il romanzo è diventato in breve tempo piattaforma di accese discussioni sul tema, soprattutto in Scozia dove sono sorti perfino club di lettori tifosi che poi, in seguito, hanno dato vita a un nugolo di nodi sociali collettivi che hanno prodotto un portentoso esito elettorale con la inattesa e straripante vittoria del partito scozzese che ha portato in parlamento 59 seggi sui 60 a disposizione. E lì stanno dando battaglia proprio su questo tema. Il romanzo è molto divertente, ironico, sarcastico, narrativamente spiritoso, una splendida chicca d’autore. In Italia, l’autore era venuto per la promozione del suo libro ma non mi pare che la cosa abbia avuto grande impatto. Del resto, da noi, la letteratura e, soprattutto, la narrativa sociale, sono state bandite. Non c’è mercato, sostengono gli editori. La realtà è che, a dispetto di ciò che si vuol far credere, la narrativa d’autore è ancora fortemente pericolosa e quindi non va divulgata. Ma in altri paesi è viva, sana e seguita ad animare il dibattito.
E’ stato etichettato (nei paesi anglo-sassoni) come il primo “romanzo rifkiniano”, perché veicola e spiega la genesi della terza rivoluzione industriale, quella evocata nei suoi saggi dal filosofo americano Jeremy Rifkin, considerata il futuro dell’umanità. E’ pieno del tradizionale black humour britannico, ma è un’ottima palestra per alimentare, oltre che il nostro gusto, la nostra coscienza ecologica. Ci spiega e ci racconta e ci descrive la nostra vanità narcisista, il circolo degli investimenti a pioggia, i rapporti tra accademie e grandi investitori, la relazione tra la decadenza individuale e quella della specie, entrambe felici di andarsene cantando verso l’ingloriosa auto-distruzione della specie per asfissia. Lo consiglio a chi si vuole rilassare, ridendo con intelligenza. Perché questa è l’unica battaglia alla quale non è possibile non partecipare, riguarda davvero tutti.
Così inizia il romanzo “Solar” di Ian McEwan
“Apparteneva a quella categoria di uomini – vagamente indisponenti, quasi sempre calvi, bassi, grassi, intelligenti – che, per ragioni misteriose, attraggono certe belle donne. O così credeva, e pensarlo pareva bastare. Aiutava inoltre il fatto che alcune lo considerassero un genio in attesa di essere salvato. Ma negli ultimi tempi Michael Beard era un soggetto in condizioni mentali limitate, anedonico, monotematico, sofferente. Il suo quinto matrimonio si andava disgregando e lui avrebbe dovuto sapere come comportarsi, assumere una prospettiva lungimirante, riconoscere la propria colpa. I matrimoni, i suoi perlomeno, non si susseguivano forse l’uno all’altro al pari di fenomeni ondosi, o di maree? L’ultimo tuttavia era diverso. Non sapeva come comportarsi, la lungimiranza lo amareggiava e per una volta non aveva colpe da attribuirsi, a suo modo di vedere. Qui era sua moglie ad avere una relazione e anche in forma scoperta, punitiva e chiaramente senza il benché minimo rimorso. Lui intanto, travolto da una ridda di emozioni, si scopriva dentro momenti di intenso desiderio e di vergogna…….”.
Il protagonista, il prof. Beard, ha ricevuto il premio Nobel per la fisica. Travolto da personali fallimenti sentimentali, grande donnaiolo, entra in un vortice di decadenza individuale dentro al quale si identifica con la rovina del mondo. E per darsi un Senso decide di buttarsi in questa battaglia. Grazie a solide relazioni riesce a coinvolgere grossi finanziatori ai quali si rivolge in una grande assemblea per convincerli a tirar fuori i soldi, spiegando loro che “La rivoluzione è già iniziata. Ci sarà da guadagnare ancora di più che con carbone o petrolio perché il sistema economico mondiale è immensamente più vasto e più alta la velocità del cambiamento. Si tratta di un settore brulicante di di vitalità e di intraprendenza ma, soprattutto, di un settore in pieno sviluppo, che annovera migliaia di aziende non quotate in borsa, pronte a contribuire con tecnologie nuove. Siamo di fronte a un oceano di sogni, ma di sogni concreti, pragmatici, come ricavare idrogeno dalle alghe, carburante avio da microbi geneticamente modificati o energia elettrica dal sole, dal vento, dalle maree, dai moti ondosi, dalla cellulosa, dai rifiuti domestici; il sogno di spazzare via l’anidride carbonica dall’aria trasformandola in carburante, o quello di imitare la vita segreta delle piante. Se un alieno atterrasse sul nostro pianeta inondato di luce solare,rimarrebbe stupefatto scoprendo che noi riteniamo avere un problema energetico, e che abbiamo perfino pensato di risolverlo avvelenandoci con i combustibili fossili e il plutonio. Immaginate di imbattervi in un uomo ai margini di una foresta, sotto un diluvio di pioggia. Quell’uomo sta morendo dalla sete. Nella mano ha un’accetta con la quale abbatte alberi per succhiarne la linfa dai tronchi e così dissetarsi. Ogni albero ne produce solo pochi sorsi. Intorno a lui, è tutta una devastazione di piante ormai senza vita, non si sente più il canto degli uccelli e l’uomo sa che la foresta sta scomparendo. Allora, perché non rovescia il capo e non si disseta con la pioggia? Perché non lo sa. Perché lui è esperto nell’abbattimento degli alberi, perché negli ultimi 300 anni ha sempre fatto così, perché considera sospetto chi raccomanda di abbeverarsi di pioggia. La luce del sole è come quella pioggia. Una fonte di energia che inonda il nostro pianeta, ne condiziona il clima e la nostra sopravvivenza. Si riversa costante su di noi, una dolcissima pioggia di fotoni. Ogni singolo fotone, colpendo un semiconduttore, libera un elettrone; l’energia elettrica nasce così dai raggi solari: niente di più facile. E’ il fotovoltaico. Einstein ce lo ha raccontato e descritto ed è per questo che gli hanno dato il premio Nobel. Pensate che meno di un’ora  di luce solare sulla Terra basterebbe a soddisfare i bisogni energetici dell’intero pianeta per un anno. Una piccola porzione dei nostri deserti torridi potrebbe fornire energia alla civiltà intera. E poiché nessuno è padrone della luce, nessuno potrà mai privatizzarla né nazionalizzarla. Usando la luce, la luce pura e semplice, otterremo idrogeno e ossigeno a basso costo dall’acqua e potremo azionare le nostre turbine giorno e notte, o ricaveremo combustibile dall’acqua, dalla luce, dall’anidride carbonica, o ancora, costruiremo impianti di desalinizzazione che produrranno al tempo stesso elettricità e acqua potabile. Credetemi, succederà. L’energia solare è in via di espansione e il processo sarà ancora più rapido grazie al vostro contributo e all’arricchimento vostro e dei vostri amici. Si tratta di partecipare in prima persona alla terza e definitiva rivoluzione industriale. Scienza di base, mercato e la situazione tragica in cui tutti noi ci troviamo guideranno il futuro in quella direzione: è la Logica a imporlo, non l’idealismo…..”
A questo serve anche la letteratura. E quando l’autore è bravo e sa ciò che sta facendo (e soprattutto sa come farlo) vale molto di più di un saggio, magari noioso, di un comizio, di un convegno, di una lezione.
E’ anche così che costruiamo il mondo nuovo: raccontandolo secondo una nuova narrativa.

domenica 9 agosto 2015

Perché abbiamo bisogno di un Corpo forestale

Con l'entrata in vigore della riforma sulla pubblica amministrazione, verrà riorganizzato anche il Corpo forestale dello Stato. Cosa accadrà ora?


Ecomafie, zoomafie, bracconaggio, traffico di animali selvatici e protetti, prevenzione incendi ed ecoreati. Sorveglianza dei Parchi nazionali, delle aree naturali e delle riserve naturali dello Stato. Questo, e non solo, era il ruolo del Corpo forestale dello Stato, fino a ieri.

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Una guardia forestale in Trentino, in compagnia del suo fidato compagno, addestrato per la ricerca delle tracce di orso. @Luca Bolli.

Con l’approvazione al Senato del decreto sulla pubblica amministrazione è previsto, come scrive Repubblica.it: “il riordino delle partecipate e dei servizi pubblici locali e uno spostamento di risorse dal Corpo forestale dello Stato ai vigili del Fuoco, primo passo verso l’assorbimento della Forestale dal corpo dei Carabinieri”. Con questa legge quindi il Corpo forestale dovrebbe venire accorpato all’Arma dei Carabinieri. Il condizionale è d’obbligo, perché l’effettivo spostamento delle risorse del Corpo la si saprà probabilmente entro l’autunno.

A nulla sono serviti i moniti di associazioni ambientaliste e società civile, che quotidianamente collaborano col Corpo forestale. Secondo il Wwf: “Il provvedimento voluto dal Governo ha due obiettivi dichiarati, tagliare i costi e aumentare l’efficienza. I costi non verranno però ridotti ma rischiano anzi di aumentare: il Wwf ha più volte ricordato che la forestale rappresenta il 3 per cento di tutte le forze di polizia e il 90 per cento del suo costo è per il personale. Iltrasferimento dei servizi oggi della forestale ad altra amministrazione aumenterà i costi, si perderà l’economia di scala oggi garantita”.

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Della stessa idea la Lipu, che risponde con le parole del presidente Fulvio Mamone Capria a poche ore dall’approvazione del disegno di legge: “La scomparsa del Corpo forestale dello Stato attraverso la frammentazione del suo organico rappresenta sicuramente un regalo agli inquinatori, ai bracconieri, ai costruttori abusivi e a chi froda sull’agroalimentare. A fronte di un’emergenza ambientale sempre più grave, e basti pensare alla sola Terra dei Fuochi, il Governo avrebbe dovuto impegnarsi per rafforzare il principale corpo di polizia ambientale presente nel nostro paese, al fine di garantire un presidio territoriale costante contro le ecomafie e verso coloro che delinquono ai danni della natura”.

Anche la Lav, che ha da poco pubblicato il “Rapporto Zoomafia 2015”, con le parole del dottor Ciro Troiano, criminologo e responsabile dell’Osservatorio Nazionale  Zoomafia della Lav e autore dello stesso rapporto conferma che: “Ogni settore che riguarda gli animali può essere nel mirino della criminalità per sfruttare nuove forme di guadagno. È significativa la continua trasformazione dei gruppi dediti ai traffici a danno di animali e la loro capacità di individuare nuovi canali affaristico-criminali”. Una situazione tutt’altro che in calo.

Di altro avviso il ministro Martina, che in una dichiarazione ufficialespiega la scelta: “La riforma della pubblica amministrazione appena approvata apre una fase di rafforzamento delle tutele ambientali e agroalimentari nel nostro Paese. Nella sua attuazione sarà fondamentale lavorare su questo obiettivo, attraverso il riordino delle funzioni di polizia e sviluppando l’unitarietà nella tutela dell’ambiente e del territorio così come nel campo della sicurezza e dei controlli nel settore agroalimentare. Crediamo sia strategico valorizzare le grandi professionalità del Corpo forestale, con ilmantenimento delle funzioni, del personale e della distribuzione territoriale dei presidi. Il tutto preservando le funzioni di indirizzo del Ministero delle politiche agricole. In questo senso il nuovo progetto di riorganizzazione del Corpo forestale nell’Arma dei Carabinieri rappresenta una grande occasione per rilanciare l’impegno italiano su questo fronte.

Si vedrà. Per ora sappiamo che da oggi, ufficialmente, non abbiamo più un Corpo di polizia che protegge ambiente fauna e flora nel nostro Paese, anche se il loro lavoro continua. Non ci resta che attendere gli invevitabili “ulteriori sviluppi”.