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giovedì 30 aprile 2015

BoT a zero, in attesa del grande botto

http://contropiano.org/economia/item/30487-bot-a-zero-in-attesa-del-grande-botto

La notizia è da prima pagina. Ma siccome nessuno sa bene come trattarla quasi tutti spingono il tasto “ottimismo” e fanno finta di non vedere l'altra faccia della medaglia.
Partiamo dunque dalla notizia semplice semplice: ieri il ministero del Tesoro (ora accorpato a quello dell'Economia) ha collocato BoT a scadenza di sei mesi a un tasso di interesse pari a zero. In pratica, il Tesoro chiede un prestito sui mercati e tra sei mesi non pagherà nulla come “retribuzione del capitale”, limitandosi a restituire la cifra ricevuta.
L'Italia non è l'unico paese europeo a godere di questa eccezionale situazione finanziaria. Tutti i paesi del Nord Europa (Germania, Olanda, Finlandia, ecc), più paesi fuori dell'euro come Svizzera, Svezia e Danimarca, sono da qualche mese in una situazione ancora migliore perché possono addirittra restituire meno di quel che hanno ricevuto in prestito, visto che pagano interessi sia pur infinitesimamente negativi: -0,2%.
Se si spinge il tasto “evviva” il quadro è splendido: un paese in queste condizioni può rifinanziare il proprio debito gratis, o addirittura guadagnandoci, togliendo così un peso enorme dai conti pubblici (chiamato “servizio del debito”, ossia interessi).
Anche la spiegazione tecnica resta semplice: tutto merito della Bce, che da due mesi ha messo in moto il quantitative easing, cominciando ad acquistare sui mercati titoli di stato dei paesi europei (ma non della Grecia, che invece non può rifinanziarsi perché altrimenti dovrebbe pagare interessi al di sopra del 20%).
La domanda che apre la porta sul “lato oscuro” è altrettanto semplice: perché un investitore (una banca, un fondo di investimento, o persino un normale cittadino con qualche risparmio da parte)accetta di prestare i propri soldi sapendo in anticipo che non ci guadagnerà nulla o addirittura ci rimetterà qualcosina?
Qui il lettore ci deve perdonare, ma siamo obbligati – come tutti quelli che cercano la risposta a questa domanda – ad addentrarci nei “massimi sistemi”. Non lo facciamo per motivi ideologici o passione teorica, ma per le identiche ragioni addotte da uno degli editorialisti di punta deIlsole24Ore, Alessadro Plateroti:
 Per gli economisti della scuola classica, il fenomeno è scioccante: non solo è definitivamente tramontato il cosiddetto «LZB», o Level zero boundary, il livello di supporto dei tassi che si pensava non sarebbe mai stato raggiunto e infranto, ma si è entrati in un territorio finanziario inesplorato, pieno di bolle finanziarie, insidie sistemiche e incognite macroeconomiche. «Nella storia d’Europa - ha commentato Ambrose Evans Pritchard, noto commentatore economico inglese - dobbiamo tornare al Quattordicesimo secolo, quando il depauperamento delle miniere d’argento provocò una lenta contrazione monetaria, seguita dal default di Edoardo III sul debito contratto con le banche italiane e dall’epidemia della Morte Nera, innescando un devastante processo deflazionistico». Frasi da apocalisse, certamente esagerate nei toni e negli obiettivi, ma anche suggestive e soprattutto indicative della confusione che regna sui mercati, dei timori sui rischi generati dalle «bolle» (ecco l’analogia con la peste in Europa...) e soprattutto della difficoltà di prevedere gli effetti collaterali della manovra della Bce.
Il “livello zero” di rendimento del denaro, in regime capitalistico, è un limite concettuale, una sorta di assioma che non necessita di dimostrazione, anzi serve ad argomentare le dimostrazioni. E le esibizioni di “competenza professionale” di pupazzi come il capo dell'Eurogruppo, Dijsselbloem. Chiunque presti soldi si attende un guadagno da questo impiego, no? Siamo nel capitalismo e dunque può funzionare solo così... O no?
Cosa significa? Che nessuno ha studiato cosa possa avvenire quando questo evento impossibile si verifica. Non è avvenuto sul piano teorico (perché era impossibile), tantomeno su quello empirico (non era mai avvenuto, se non nel Trecento, ma era il Medioevo, mica la modernità capitalistica...).
Lo stesso sconcerto provato da Plateroti è stato descritto dal più autorevole Martin Wolf, nientepopodimeno che sulla bibbia del liberismo anglosassone, il Financial Times, con un titolo che molti avrebbero definito catastrofista se scelto da un marxista: “Ecco perché l’economia globale non brillerà più”. Senza se e senza ma.
Renzi e Padoan non lo hanno letto, altrimenti non ciancerebbero di “ripresa in atto” (“ma solo dello zero virgola”).
Wolf, in particolare, indica come “stranezza incomprensibile” - oltre ai tassi di interesse sottozero – anche il fatto che la produzione reale sia mantenuta al suo livello potenziale solo al prezzo di un indebitamento finanziario crescente. Più precisamente:
La produzione è finanziariamente sostenibile quando i modelli di spesa e la distribuzione del reddito sono tali che il frutto dell'attività economica può essere assorbito senza creare pericolosi squilibri nel sistema finanziario. È insostenibile quando per generare abbastanza domanda da assorbire la produzione dell'economia si deve ricorrere una dose eccessiva di indebitamento, o quando i tassi di interesse reali sono molto al di sotto dello zero, oppure entrambe le cose.
Possiamo anche dire che il mercato non riesce più ad allocare in modo ottimale risorse. Ovvero un altro assioma del liberismo teorico (ideologico?) che salta come un birillo davanti a una realtà impossibile. La finanza lavora per conto proprio, indipendentemente dall'andamento dell'economia reale, da molti decenni. Certamente dalla fine degli anni '90, quando Bill Clinton abolì il Glass-Streagall Act, ossia il divieto di cumulare nella stessa banca le normali attività di raccolta dei risparmi/prestiti a famiglie e imprese con quelle tipicamente speculative della “”banca d'affari”. Era una legge degli anni '30, immaginata per limitare ed evitare il ripetersi del grande crack del 1929.
Ma ora la realtà della produzione - ferma, non a caso - riprende il volatile per le zampe e lo tira giù.
Il capitalismo non funziona più. I fenomeni considerati impossibii avvengono sotto i nostri occhi. I “professionisti” dell'accumulazione sono costretti ad accontentarsi di non guadagnare nulla o di rimetterci solo poco. Per quanto può durare? Non lo sa nessuno, perché si è entrati in un territorio finanziario inesplorato, pieno di bolle finanziarie, insidie sistemiche e incognite macroeconomiche.
Allacciate le cinture...

I tassi a zero aiutano ma l’euro paga il conto

Alessandro Plateroti
Il Tesoro ha venduto il BoT semestrale ottobre 2015 ad un rendimento pari a zero, collocando tutti i 6,5 miliardi di euro offerti a fronte di una domanda quasi doppia. E oggi, sfruttando l’onda lunga della liquidità fornita in abbondanza ai mercati dalla Banca centrale europea, il Tesoro collocherà i BTp a 5 e 10 anni con la ragionevole speranza di fissarne ulteriormente al ribasso i rendimenti, scesi negli ultimi mesi a livelli di minimo pluriennale.
Per il Governo italiano, cronicamente alle prese con un debito tra i più alti d’Europa e con un servizio sul debito tra i più onerosi, cavalcare l’onda della Bce è dunque un piacere quanto una necessità: con la ripresa economica in ritardo su quella degli altri, un rating sovrano da Paese arretrato (a quota BBB- è lo stesso dell’Azerbaijan, del Marocco, del Sud Africa, della Romania, del Brasile e della Federazione Russa ) e con un’agenda di riforme strutturali troppo spesso vittima di imboscate in Parlamento, già far parte dei 19 Paesi europei aderenti al «club dei tassi sottozero» è un privilegio su cui nessuno avrebbe scommesso all’inizio dell’anno.
Miracoli del Qe, l’Allentamento Quantitativo con cui la Bce sta combattendo inflazione e crisi: in meno di due mesi, Draghi è riuscito non solo a isolare i Paesi dell’Europa periferica dai rischi di un contagio immediato con la Grecia, ma anche a portare sotto zero i tassi di interesse sul debito sovrano con scadenze fino a 7 anni praticamente in tutta Europa, compresi i Paesi che non fanno parte dell’euro. Svezia, Danimarca e Svizzera hanno infatti oggi un tasso di sconto sotto zero: se si tiene conto che sono ben 19 i Paesi-euro che hanno tassi negativi di cui ben 5 hanno rendimenti a due e tre anni al di sotto del -0,2%, che rappresenta non solo il tasso sui depositi della Bce ma anche la soglia di esclusione dagli acquisti di debito del quantitative easing, si capisce bene come sia maturato non solo l’ingresso spagnolo ma anche quello italiano nel «club dei tassi negativi».
Per gli economisti della scuola classica, il fenomeno è scioccante: non solo è definitivamente tramontato il cosiddetto «LZB», o Level zero boundary, il livello di supporto dei tassi che si pensava non sarebbe mai stato raggiunto e infranto, ma si è entrati in un territorio finanziario inesplorato, pieno di bolle finanziarie, insidie sistemiche e incognite macroeconomiche. «Nella storia d’Europa - ha commentato Ambrose Evans Pritchard, noto commentatore economico inglese - dobbiamo tornare al Quattordicesimo secolo, quando il depauperamento delle miniere d’argento provocò una lenta contrazione monetaria, seguita dal default di Edoardo III sul debito contratto con le banche italiane e dall’epidemia della Morte Nera, innescando un devastante processo deflazionistico». Frasi da apocalisse, certamente esagerate nei toni e negli obiettivi, ma anche suggestive e soprattutto indicative della confusione che regna sui mercati, dei timori sui rischi generati dalle «bolle» (ecco l’analogia con la peste in Europa...) e soprattutto della difficoltà di prevedere gli effetti collaterali della manovra della Bce.
Anche se tutti gli occhi e l’attenzione sono concentrati sulla caduta dei tassi di interesse e sull’esuberanza delle Borse che continuano a salire malgrado le incertezze sui profitti aziendali e sul passo della ripresa economica globale, sarà bene di qui in avanti aver ben presenti anche gli effetti collaterali della manovra Bce sulla liquidità. Il denaro della Bce sembra avere infatti un effetto moltiplicatore della liquidità che va oltre ogni aspettative. Due mesi di Qe e acquisti di bond sovrani per poco più di 130 miliardi di euro hanno fatto non solo esplodere la propensione al rischio degli investitori, ma soprattutto una frenetica corsa agli acquisti di attività denominate in euro che se da un lato spinge gli asset finanziari come le azioni e i bond, dall’altro rischia di bloccare quella benefica e auspicata caduta dell’euro sul dollaro che aveva fatto ben sperare gli imprenditori italiani che esportano fuori dall’Europa e soprattutto alzato le chance di una ripresa più rapida della nostra economia.
Le cifre disponibili sui flussi di capitale spiegano bene quanto sta accadendo: il torrente di denaro che esce dalla Bce finisce in parte sui titoli di Stato spingendo i tassi sotto zero, poi in cerca di maggiore guadagno si sposta verso le azioni delle Borse europee, che per essere acquistate hanno però bisogno di euro, che a sua volta deve essere acquistato dagli investitori. I fondi di investimento globali e gli Etf specializzati sull’azionario europeo rappresentano la prima conferma: dall’inizio dell’anno a oggi, i due veicoli hanno portato in Europa 63,6 miliardi di dollari (poi convertiti in euro), il 70% in più dello stesso periodo del 2014 (fonte Epfr Global). Se poi si aggiungono gli acquisti fuori fondi - da cui è arrivata una spinta importante al rialzo del 20% registrato a ieri dall’indice delle azioni europee - effettuati comprando euro e vendendo dollari, è ancora più chiaro l’effetto devastante provocato sull’andamento ribassista dell’euro: dopo aver raggiunto il picco di 1,40 dollari nel maggio del 2014, la valuta europea ha sfiorato la parità il mese scorso per poi ricominciare a salire. Dal momento che anche ieri ha chiuso in rialzo a 1,1 dollari, si può ora affermare che in aprile, per la prima volta in 10 mesi, l’euro segnerà un rialzo sul mese precedente.
Insomma, i tassi a zero aiutano certamente i governi delle economie deboli d’Europa a gestire meglio il proprio debito, ma da soli non bastano a far ripartire il credito, l’industria e l’economia in generale. Senza contare che gran parte di questi investimenti sugli asset finanziari europei sono privi di «coperture assicurative»: a tale scopo, per investitori e speculatori, basta la polizza del Qe della Bce. Il contagio che vediamo ora è quello esercitato dai tassi tedeschi su quelli degli altri. Già, ma se poi qualcosa va storto? Come reagirà in concreto il mercato se la Grecia crolla senza aiuti, se in Spagna vince Podemos o se qualche altra crisi fuori programma dovesse esplodere tra il Medio Oriente e la Russia? Una cosa sola è certa: sui mercati come nella vita, il pasto gratis diventa sempre più difficile.

È l’era della grande stagnazione? Ecco perché l’economia globale non brillerà più

di Martin Wolf
A un primo sguardo è uno scenario che lascia perplessi, e viene da chiedersi se sia possibile: una produzione al suo potenziale, eppure ancora insostenibile. Ma un capitolo dell'ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale getta luce proprio su questo scenario: anzi, forse ci siamo dentro.
La produzione è al suo potenziale quando non genera pressioni inflattive o deflattive. La sostenibilità (e qui parlo di sostenibilità finanziaria, non di sostenibilità ambientale) è un concetto completamente diverso.
La produzione è finanziariamente sostenibile quando i modelli di spesa e la distribuzione del reddito sono tali che il frutto dell'attività economica può essere assorbito senza creare pericolosi squilibri nel sistema finanziario. È insostenibile quando per generare abbastanza domanda da assorbire la produzione dell'economia si deve ricorrere una dose eccessiva di indebitamento, o quando i tassi di interesse reali sono molto al di sotto dello zero, oppure entrambe le cose.
Per capire come possa venirsi a creare una situazione del genere, cominciamo con l'immaginare un'economia in equilibrio, nel senso che la quantità di denaro che famiglie e imprese vogliono risparmiare coincide esattamente con la quantità di denaro che vogliono spendere per investimenti in capitale fisico. Fin qui tutto bene.
Ma supponiamo che successivamente la crescita della produzione potenziale cali bruscamente. In questo caso scenderebbe anche il livello di investimenti auspicati, poiché lo stock di capitale necessario sarebbe inferiore. Ma non è detto che la quantità di denaro che le persone desiderano risparmiare si riduca, quantomeno non nella stessa misura: anzi, se le persone prevedono che saranno più povere in futuro, potrebbero addirittura desiderare di risparmiare ancora di più. In questo caso potrebbe rendersi necessario un drastico calo dei tassi di interesse reali per ripristinare l'equilibrio tra investimenti e risparmi.
Questo calo dei tassi di interesse reali potrebbe innescare anche un aumento dei prezzi delle attività a lungo termine, con relativa impennata del credito. Questi effetti offrirebbero un rimedio temporaneo alla stentatezza della domanda. Ma se poi il boom del credito dovesse sgretolarsi, i prestatari si troverebbero in difficoltà a rifinanziare il loro debito e la domanda si troverebbe quindi gravata di un duplice fardello. Le conseguenze nel medio termine dell'eccesso di debito e di un settore finanziario avverso al rischio aggraverebbero le conseguenze a lungo termine della crescita potenziale più debole.
Il World Economic Outlook fa luce su un aspetto importante di questa faccenda. La produzione potenziale, sostengono gli economisti del Fondo, in effetti cresce più lentamente di prima. Nei Paesi avanzati, il calo è cominciato all'inizio degli anni 2000; nelle economie emergenti, dopo il 2009.
Prima della crisi, la causa principale del rallentamento nelle economie avanzate era un calo della crescita della «produttività totale dei fattori», una misura della produzione generata da una data quantità di capitale e lavoro. Una spiegazione stava nell'attenuarsi del benefico impatto economico della Rete. Un’altra spiegazione era il calo del tasso di miglioramento delle competenze umane. Dopo la crisi, la crescita potenziale è scesa ulteriormente, in parte a causa del tracollo degli investimenti; anche l'invecchiamento della popolazione ha giocato un ruolo importante.
Pure nelle economie emergenti i fattori demografici si fanno sentire: il declino della crescita della popolazione in età lavorativa è particolarmente accentuato in Cina. Inoltre, sta diminuendo la crescita del capitale dopo il colossale boom degli investimenti negli anni 2000, e anche in questo caso soprattutto in Cina.
La crescita della produttività totale dei fattori potrebbe frenare anch'essa nel lungo periodo, man mano che rallenterà la rincorsa di Pechino alle economie avanzate.
Questo declino della crescita potenziale ci conduce direttamente al dibattito su eccesso di risparmi e stagnazione secolare. Emergono due importanti distinzioni, fra locale e globale e fra temporaneo e permanente. Il rallentamento mondiale della crescita potenziale permette di far luce su entrambe.
Locale e globale 
Ben Bernanke, ex presidente della Federal Reserve, sostiene giustamente che non possono essere soltanto condizioni locali a determinare i livelli estremamente bassi dei tassi di interesse reali. In un'economia dove il desiderio di risparmio è superiore al desiderio di investimento, dovrebbe essere possibile esportare i risparmi in accesso attraverso un surplus nel saldo con l'estero: è quello che ha fatto finora la Germania.
Ma insorgono difficoltà. Innanzitutto, come osserva il premio Nobel Paul Krugman, il tasso di cambio reale potrebbe non calare a sufficienza: in questo caso, l'economia potrebbe trovarsi a soffrire di una stagnazione permanente. Secondo, il resto del mondo potrebbe non riuscire a sostenere disavanzi speculari nella bilancia delle partite correnti. È quello che è successo nella fase che ha preceduto il 2007: i deficit degli Stati Uniti, della Spagna e di una serie di altri Paesi, come contrappeso ai surplus della Cina, dei Paesi esportatori di petrolio, della Germania e di altre economie ad alto reddito, si sono rivelati spaventosamente insostenibili.
Temporaneo e permanente 
Ora concentriamoci sulla distinzione, non meno fondamentale, tra eccedenze temporanee ed eccedenze permanenti del desiderio di risparmio rispetto al desiderio di investimento. La principale divergenza tra Bernanke e Lawrence Summers, l'ex segretario al Tesoro statunitense, sta proprio qui.
Bernanke ipotizza che le condizioni che generano tassi di interesse reali ultrabassi siano temporanee. Esempi ovvi in questo senso sono i surplus, ormai svaniti, dei Paesi esportatori di petrolio. Anche l'attivo che aveva la Cina nel saldo con l'estero prima della crisi in gran parte è evaporato. Perciò, anche la recessione indotta dalla crisi dovrebbe essere temporanea.
Summers sostiene invece che almeno alcune delle condizioni di cui sopra preesistevano la crisi, e probabilmente dureranno più a lungo: tra queste, la debolezza degli investimenti del settore privato nelle economie ad alto reddito.
La tesi del Fmi sul rallentamento della crescita potenziale supporta la posizione di Summers. Una crescita potenziale più bassa potrebbe essere quindi anche una crescita meno sostenibile. Se così fosse, potremmo trovarci a scoprire che l'economia mondiale è caratterizzata da investimenti fiacchi, tassi di interesse reali e nominali bassi, bolle creditizie e un debito ingestibile nel lungo periodo.
Questo scenario futuro tanto deprimente non è inevitabile, ma non possiamo dare per scontato che sarà più roseo di così. Servono riforme nazionali, regionali e globali per imprimere spinta alla crescita potenziale e ridurre l'instabilità. Quale forma potrebbero assumere queste riforme, è un argomento che rimando a un'altra occasione.
Copyright The Financial Times Limited 2015
(Traduzione di Fabio Galimberti)

martedì 28 aprile 2015

Occhio al mercato libero: qualche precauzione

http://edoardobeltrame.com/2015/04/28/occhio-al-mercato-libero-qualche-precauzione/

Fra tre anni sparirà il mercato tutelato e tutto sarà più libero e conveniente: questo ci raccontano.
Il tempo per preparare gli utenti sarebbe sufficiente, come insegnano in Inghilterra, ma invece prepariamoci al peggio. Chi tra gli utenti domestici ci è già passato, paga di più.
Essenziale sapere quanto consumate e non solo quanto spendete. Se sapete quanto consumate potete valutare quello che vi offrono. In caso contrario è meglio lasciare perdere
Quelli che vi offriranno gas e luce vorranno conoscere il vostro numero di POD o di PDR, un numero in calce sulla vostra bolletta. Quel numero è un’informazione sensibile come l’IBAN per la banca. 
Se non ricevete da tempo le bollette, preoccupatevi perché potrebbero avervele rubate dalla cassetta della posta. Lo hanno fatto proprio per conoscere i numeri di POD o di PDR, e potrebbero inviarvi un nuovo contratto, già compilato, millantando di averli ottenuti da voi.
Poi ci sono già quelli che si presentano per controllare il contatore “mi faccia vedere il contatore…..che vecchio!  glielo cambiamo noi domani, ma adesso mi faccia vedere una bolletta che facciamo quattro conti…”
Stessa musica al telefono: se non comunicate POD o PDR, interrompono la telefonata!
Poi ci sono le offerte via mail o cartacee: alcune promettono un risparmio di 2€ per MWh consumato all’anno; di nuovo, se non sapete quanto consumate non potete apprezzare i due caffè che, alla fine…. potreste risparmiare in un anno!
Le offerte comprendono spesso lampadine a basso consumo, polizze assicurative, tessere del cinema o di carburanti, carte fedeltà e punti da convertire in buoni spesa, buoni sconto per acquisto di elettrodomestici,occhiali etc.
Tutte cose che con l’energia che paghiamo hanno poco a che vedere gadgets.
La disdetta anticipata di questo tipo di contratto comporta il pagamento di penali: non sono più contratti di fornitura, ma di servizi.
Ci sono poi utenti che ricevono, per mesi, due bollette per lo stesso consumo, da due diversi fornitori; devono pagare due volte e chiedere il rimborso, dopo giorni passati a imprecare con i call-center.
Altri che hanno cambiato fornitore, senza averlo mai chiesto, con tanto di oneri a loro carico: capita anche che l’adesione venga documentata da una registrazione telefonica taroccata.
Incredibile la telefonata del tipo: “Buongiorno, parlo con il titolare della linea?…… ah è suo marito e rincasa questa sera ? …… beh non importa, quando registriamo, per favore, cerchi di imitare la voce di suo marito!”
Poi quelli che fanno credere al malcapitato che la compagnia di cui è cliente sta per fallire, oppure “se passa con noi non pagherà più la tassa di concessione governativa”,che è quella dei telefonini.
Si fingono “incaricati luce e gas” e pretendono l’esibizione dell’ultima bolletta: non datela mai e chiedete la documentazione via posta, o mail.
C’è chi ha capito di aver sottoscritto un nuovo contratto solo quando ha ricevuto la bolletta ma, quando ha preteso la documentazione, ha scoperto che la firma sui contratti non era neppure la sua.
Chi ha avuto esperienze simili è il benvenuto, chi non le ha avute, si prepari perché sarà sempre peggio!

domenica 26 aprile 2015

La Guerra Silenziosa, i Droni

https://alterego1977.wordpress.com/2015/04/26/la-guerra-silenziosa-i-droni/

In questi giorni leggendo i quotidiani e guardando la televisione, la notizia di Giovanni Lo Porto, siciliano di 39 anni, un mio coetaneo, ucciso da un raid americano ad opera dei famigerati droni. La notizia è uscita in questi giorni ma in realtà Giovanni era ostaggio dal 2012 in Pakistan ed è morto durante  un raid “amico” pare a gennaio di quest’anno, l’obiettivo era un covo di Al Qaeda.
Certo fa notizia è un nostro compatriota e mi dispiace molto. Ma sapete quanta gente è rimasta uccisa dai droni fino ad oggi?
Be sono circa 2500 persone “assassinate” da attacchi nascosti. La notizia è del febbraio 2015 quindi ad oggi il numero sarà sicuramente salito.
I droni USA incominciarono i loro raid dopo l’investitura di Obama avvenuta circa sei anni fa. Ci sono dati incredibilmente allarmanti, l’89% delle vittime causati dai droni in Pakistan sono civili.
Qualche giorno fa ho visto un documentario, “DRONI” di Tonje Hessen Schei che risale all’anno 2014 quindi abbastanza recente.
Cercherò di raccontarvi un breve riassunto.
Iniziava con le parole del presidente Obama che nel 2009 ricevette il premio Nobel per la pace: “Credo che gli USA devono continuare a dare l’esempio per quanto riguarda gli standard in condotta di guerra. Questo è quello che ci distingue da quelli che stiamo combattendo.”
Continua, nel documentario, Brandan Bryant un ex pilota di droni della forza aerea degli USA: “Siamo i peggiori guardoni, controlliamo una persona e questa persona non si rende conto di quello che gli succede.
Nessuno può scoprirci, e riceviamo l’ordine di mettere fine alla vita di quella persona.
I droni trascorrono le 24 ore del giorno controllando, duo o tre insieme, anche se sono quasi sempre tre o quattro. Quando sentiamo il rumore, abbiamo paura, queste le parole della gente del Pakistan.
Shahzad Akbar, Direttore Fondazione per i Diritti Fondamentali, sempre nel documentario è ancora più duro: “Il numero dei civili innocenti assassinati è molto elevato e questo dovrebbe essere oggetto di denuncia e investigazione. Se non c’è legge nè responsabilità allora non è una guerra contro il terrore, è la guerra del terrore.”
Chris Woods, autore del libro “Sudden Justice” continua questo triste scenario con queste parole: ” Esiste una guerra tra USA e Pakistan? No.
Il primo attacco registrato dalla CIA in Pakistan ha avuto luogo nel 2004. Ora il numero di attacchi è aumentato ad un attacco ogni due o tre giorni.
Senza dubbio si tratta di un programma di omicidio “industriale”.
Persone che non erano state accusate, che non erano state fermate e che non erano state condannate, semplicemente sono state assassinate.
Sono persone reali, di villaggi reali, in un paese reale.
Non è una guerra della Play Station, sono vite e morti reali.”
” E’ un crimine, perchè nessuna legge umanitaria permette di eliminare i sospettati o le loro famiglie – continua Imram Khan, Presidente Partito Movimento per la Giustizia in Pakistan- compresi bambini e donne e questo è quello che sta accadendo.
” E’ un crimine, perchè nessuna legge umanitaria permette di eliminare i sospettati o le loro famiglie – continua Imram Khan, Presidente Partito Movimento per la Giustizia in Pakistan- compresi bambini e donne e questo è quello che sta accadendo.
Il governo del Pakistan è complice di questi crimini, ed abbiamo un governo che serve gli interessi degli USA e non quelli del Pakistan.”
Sono strazianti anche le parole della gente intervistata.
“Mia madre stava fuori raccogliendo verdure, quando l’ammazzarono.
Spesso mi domando perchè ci ammazzano, perchè ammazzano gente innocente. Tutto è cambiato, non andiamo più nella scuola nè usciamo a giocare”, queste le parole di un giovane ragazzo pakistano.
Nel documentario, che ormai prende le sembianze di un videogioco, al quale abituiamo i nostri figli a giocare, riprende la parola Brandan Bryant: “A coloro che avevano qualche disturbo mentale o scrupoli, dicevano loro, taci e continua, fà il tuo lavoro!! Nessuno vuole ascoltare i tuoi lamenti.
Se volevi parlare con un terapeuta ti dicevano, ti toglieranno la tua autorizzazione di sicurezza!!
Questo spaventava molta gente. Ma potevamo vedere il cappellano.
Generalmente la risposta che ricevevamo era: “è parte del piano di Dio”.
L’esercito ha investito nella creazione di videogiochi, e li usa come un attrezzo di reclutamento.
Stiamo trattando con un collettivo di giovani molto differente. Stiamo spingendoli verso quell’ambiente di “assassinio.”
Noor Behram , reporter grafico in Wazirstan del Nord, nel documentario  racconta che: ” Una notte, nell’agosto del 2010, ebbe luogo un attacco orribile, i corpi dei bambini che erano morti stavano riversi al suolo. Sopravvissero tre bambini, l’onda d’urto li lanciò fuori dalla casa.
La cosa peggiore di quell’attacco fu che quei bambini riconobbero i loro fratelli.
Dicevano “questo è mio fratello !!” .
In quel momento i bambini non poterono riconoscere la loro madre ed il loro padre perchè erano irriconoscibili. Essi non capivano che i loro genitori erano morti.
Poi continua il presidente Obama : “Voglio assicurare che la gente capisca che i droni non hanno causato un gran numero di vittime civili.  Nella maggior parte sono stati attacchi molto precisi contro Al-Qaesa ed i loro “soci.”
Lawrence Wilkerson, Capo del Gabinetto del segretario di Stato Colin Powell, 2002-2005, aggiunge: “Non importa quanto precisa sia l’arma, se l’intelligenza di chi spara è sbagliata, e lo è.
Gli USA sono ossessionati dalla sicurezza nazionale la cui ragione di essere è la guerra.
Abbiamo creato un complesso terroristico industriale che si auto perpetua.
Il terrorismo è la scusa perfetta per la ricerca di una ragione per rimanere in questo stato di guerra permanente, possiamo continuare a fare eternamente la stessa cosa.”

Il nostro capo di Governo Matteo Renzi ha fatto visita al presidente Obama.
Perchè il Presidente americano non ha riferito subito a Renzi dell’accaduto e ha poi fatto le sue scuse all’Italia tramite i media?
Non mi pare un comportamento corretto…
Cosa si può capire dopo aver visto un documentario del genere?
Non è forse un atto di ipocrisia parlare di attacchi ben precisi solo contro i terroristi, mentre migliaia di persone hanno perso e continuano a perdere la vita a causa di questi droni?
Sembra un videogame ai quale ogni tanto gioco pure io tipo Call of Duty, ma questa è la triste realtà.
Esiste quindi, anche mentre sto scrivendo questo articolo, una guerra segreta, invisibile in atto dove persone normali come me che hanno famiglia perdono la vita senza una ragione precisa.
Vi sembra normale tutto ciò? Io rimango senza parole. (Sergio Tracchi)

giovedì 23 aprile 2015

LE PUTTANE CON LA CLINTON

Prostitute in campo per Hillary



Le prostitute del “Moonlite Bunny Ranch” di Carson City (Nevada) hanno deciso di mobilitarsi a sostegno di Hillary Clinton. Il supporto all’ex first lady delle “lavoratrici del sesso (che nello Stato operano legalmente) non è casuale o per pura simpatia. Nasce invece dalla convinzione che se dovesse vincere un repubblicano perderebbero i benefici derivanti dall’Obamacare, la riforma sanitaria del presidente Barack Obama. “Questa è la prima volta in assoluto che oltre 500 prostitute legalizzate sono state in grado di ottenere l’assistenza sanitaria con l’Affordable Care Act“, ha spiegato Krissy Summers. “Che siate d’accordo oppure no con la prostituzione legale – ha aggiunto – non è giusto toglierci il diritto all’assicurazione medica, visto che paghiamo le tasse come tutti gli altri”. Lo slogan delle ragazze, come si vede nella foto, è “Hookers for Hillary”.
Il sostegno che le prostitute del Bunny Ranch hanno scelto di dare alla Clinton si basa su quattro punti. Il primo, come dicevamo, è la difesa della riforma sanitaria varata da Obama, che Hillary per prima pensò nel 1990, senza riuscire a farla approvare dal marito Bill quando questi divenne presidente. La legge Affordable Health Care ha permesso alle 500 lavoratrici (libere professioniste) che collaborano con Dennis Hof (fondatore del Bunny Ranch) di potersi assicurare, ottenendo una copertura sanitaria.
Il secondo punto riguarda l’esperienza in politica estera. “Come segretario di Stato – scrivono le ragazze –  Hillary ha maturato una preziosa esperienza negoziando con i leader stranieri. “Bunny Ranch intrattiene i clienti da tutto il mondo, e le ragazze hanno un grande rispetto per ogni donna che può prendere gli uomini potenti da culture oppressive e piegarli alla propria volontà”. Il terzo punto riguarda la protezione della salute pubblica. In Nevada è previsto il test obbligatorio per le prostitute legali per le malattie sessualmente trasmissibili è un esempio riuscito di una normativa efficace. Mentre i candidati repubblicani hanno messo in dubbio la necessità di agenzie come Salute e Servizi Umani (HHS) e la Food and Drug Administration (FDA), i ‘conigli’ plaudono al fatto che Hillary riconosce che il controllo del governo è la chiave per proteggere la salute del pubblico dalle malattie.
Infine c’è un richiamo agli anni di presidenza di Bill Clinton, in cui sono aumentate le tasse per gli americani più ricchi. “Le conigliette (le ragazze del locale, ndr) riconoscono che le economie fiorenti sono costruite dal basso verso l’alto, da dove proviene la stragrande maggioranza dei loro clienti. Un ritorno alla teoria del trickle-down (meno tasse ai ricchi per favorire, a cascata, tutta la società, ndr) servirebbe solo ad escludere la stragrande maggioranza dei clienti del Bunny Ranch, impedendo loro di avere un po’ di soldi da utilizzare con la loro coniglietta preferita”.

giovedì 16 aprile 2015

Si chiama “hikikomori”. E’ considerato il più grande pericolo psico-sociale per la nostra specie.

http://www.libero-pensiero.net/si-chiama-hikikomori-e-considerato-il-piu-grande-pericolo-psico-sociale-per-la-nostra-specie/#comment-13598
Il primo campanello d’allarme ufficiale è suonato una decina di anni fa, nel 2006.
Anche se ne parlavano già alla fine degli anni’80.
E’ accaduto in Giappone, il paese al mondo che più di ogni altra nazione sul pianeta, segue le problematiche sociali della propria popolazioni con grande cura e attenzione e interviene sempre preventivamente.
Così la loro cultura e tradizione.
Le cifre parlano chiaro: in Giappone la disoccupazione è intorno all’1%, i poveri sono lo 0,3% della popolazione, gli indigenti lo 0,7%. Non hanno spese militari, hanno il più grande disavanzo pubblico del pianeta (equivalente a circa -235%) e sono la seconda potenza economica della Terra come produzione di ricchezza, pari al quintuplo di quella italiana;  il più alto tasso di longevità (87 anni per le femmine e 82 per i maschi) il più basso tasso di natalità -record che condivide con l’Italia- e il più alto tasso di suicidi, circa 3.500 all’anno.
Uno studio dell’istituto di sociologia dell’università di Tokyo, finanziato dalla fondazione studi sociali dell’imperatore, nel 2006 evidenziò e coniò il neologismo che oggi terrorizza il Giappone: “hikikomori”.
E’ una parola che agli italiani non dice nulla, ma molto presto, purtroppo, diventerà un termine familiare
Non soltanto è finito su wikipedia, ma una richiesta ufficiale del Giappone è arrivata prima all’Onu e poi come domanda formale all’Oms, perchè venga rubricata sotto la voce “potenziale piaga sociale che può annicchilire intere nazioni”.

Ecco come wikipedia declina il termine:

“Hikikomori (引きこもり? letteralmente “stare in disparte, isolarsi”,[1] dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”[2]) è un termine giapponese usato per riferirsi a coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Tali scelte sono causate da fattori personali e sociali di varia natura. Tra questi, la particolarità del contesto familiare in Giappone, caratterizzato dalla mancanza di una figura paterna e da un’eccessiva protettività materna, la grande pressione della società giapponese verso autorealizzazione e successo personale, cui l’individuo viene sottoposto fin dall’adolescenza. Il terminehikikomori si riferisce sia al fenomeno sociale in generale, sia a coloro che appartengono a questo gruppo sociale.
Il percorso terapeutico, che può durare da pochi mesi a diversi anni, consiste nel trattare la condizione come un disturbo mentale (con sedute di psicoterapia e assunzione di psicofarmaci) oppure come problema disocializzazione, stabilendo un contatto con i soggetti colpiti e cercando di migliorarne la capacità di interagire. Il fenomeno, già presente in Giappone dalla seconda metà degli anni ottanta, ha incominciato a diffondersi negli anni duemila anche negli Stati Uniti e in Europa

Dal 2009, in seguito all’uso massiccio di facebook e al dominio della comunicazione virtuale via web al posto di quella umana carnale nella vita reale, il fenomeno ha iniziato ad assumere chiari segnali di patologia sociale. In Giappone, il hikikomori, è aumentato dal 2009 al 2014 del 356%. E’ aumentato anche in Europa. Non esistono ancora dati ufficiali per quanto riguarda l’Italia, forse nessuno se ne occupa. Purtroppo, siamo in uno spaventoso ritardo culturale, sociale, imprenditoriale. Questo tipo di studi dovrebbe far parte al primo posto nella annuale legge di stabilità sotto la voce “ricerca e innovazione” come misura preventiva.
Secondo me, bisognerebbe cominciare a parlarne e ad alzare il livello dell’attenzione, prima che sia troppo tardi
Lo fa da tempo il più famoso romanziere giapponese, Murakami.
I suoi racconti, infatti, al di là dei paesaggi socio-onirici che lui crea, hanno tutti in comune un aspetto caratteristico: i giovani protagonisti, sia maschi che femmine, sono sempre soli, vivono da soli, se possono non escono di casa.
Sono, per l’appunto, vittime inconsapevoli del hikikomori.
Una decina di giorni fa, la giornalista Lidia Baratta, ha pubblicato sul quotidiano on-line linkiesta, un reportage proprio su questo tema, visto che in questi giorni sia l’Onu che l’Oms che l’Unicef se ne sta occupando con enorme preoccupazione
Ecco il suo pezzo e il link di riferimento:
http://www.linkiesta.it/hikikomori-italia

Controllare il profilo Facebook in piena notte, rinunciare a un aperitivo per restare a chattare. Anche Internet, come l’alcol o la droga, può creare dipendenza. Le uscite fuori casa diminuiscono fino a sparire, le ore davanti a uno schermo aumentano. In Giappone, dove ne hanno contati più di un milione, gli adolescenti ritirati sociali che sostituiscono i rapporti diretti con quelli mediati da Internet si chiamano “hikikomori”. Da noi dati certi non ne esistono. Le ultime rilevazioni parlano di 240mila under 16, ma gli esperti dicono che anche in Italia gli autoreclusi dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento.
La finestra di una chat è molto più sicura e controllabile di un bar in centro all’ora dell’aperitivo. Puoi decidere quando aprirla, selezionare cosa mostrare di te ed essere brillante al momento giusto, senza essere colto impreparato. La casa diventa un bunker dove creare il proprio spazio protetto. E il computer connesso è l’unica porta verso il mondo esterno per comunicare senza esporsi troppo.
«Stiamo registrando una crescita delle persone che si rivolgono a noi», spiega Valentina Di Liberto, sociologa e presidente dellaCooperativa Hikikomori di Milano. «Soprattutto perché c’è una maggiore consapevolezza delle dipendenze da Internet, in particolar modo da parte degli insegnanti».
L’autoreclusione parte dalla scuola, vissuta spesso come un allontanamento forzato dal mondo del Web. Suonata la campanella, non c’è altra attività che il ritiro in camera davanti a uno schermo. «Prima ci si ritira dalla scuola, poi dalla scena sociale», spiega Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta presidente della cooperativa sociale Minotauro, specializzata nei disturbi adolescenziali. Anche qui, negli ultimi anni, le cure di adolescenti ritirati sociali e dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento. «Di solito l’abbandono scolastico avviene nel biennio delle superiori, ma negli ultimi tempi viene anticipato anche alle medie», precisa Lancini. Si comincia con mal di pancia e mal di testa, per poi scoprire che sono solo sintomi fisici per sfuggire da un ambiente scolastico vissuto come un incubo. E in Italia il tasso di abbandono scolastico è ben sopra la media europea: tra il 2011 e il 2014, 167mila ragazzi hanno rinunciato al diploma.
Ritiro sociale e dipendenza da Internet sono spesso interconnessi e si sostengono reciprocamente. Dove sorge la dipendenza, aumenta il ritiro sociale. Dove c’è il ritiro sociale, aumenta l’uso della Rete come valvola di sfogo. Anche se, come Lancini precisa nel suo libroAdolescenti Navigati, «non tutti i ritirati sociali riescono ad accedere alle esperienze offerte dalla rete».
Un campanello d’allarme è il restare connessi in Rete durante la notte. «Questi ragazzi», spiega Valentina Di Liberto, «spesso invertono il ritmo circadiano, restando svegli la notte e dormendo il giorno, cominciando via via a evitare le relazioni reali, lo sport o altre attività all’aperto». Reclusi nelle loro stanze, frequentano il resto della casa quando tutti dormono. Per procurarsi del cibo, o solo delle sigarette. Poi tornano nell’incubatrice virtuale, dove tutto è più semplice e confortevole. «Non c’è un confronto diretto, non c’è un impatto emotivo né i giudizi, spesso spietati, dei compagni di classe», spiega Di Liberto. Tutto in Rete sembra sotto controllo. «Ci si può scollegare quando si vuole, decidere con chi connettersi, gestire la comunicazione. C’è una forte sensazione di controlloche non c’è invece nella vita reale».
Le modalità di dipendenza dalla Rete sono diverse, in realtà. C’è chi mantiene le relazioni solo online, chi usa i videogiochi senza alcun contatto, chi naviga solitario alla ricerca di informazioni. Qualcuno degli hikikomori, raccontano gli esperti, arriva a rispondere solo se viene chiamato con il nickname che usa in Rete e non con il vero nome. C’è chi si rinchiude per mesi, chi per anni.
Tamaki Saito è stato il primo psicoterapeuta a studiare il disturbo di Hikikomori, evidenziando anche alcune analogie tra i ragazzi giapponesi e i cosiddetti “mammoni italiani”. «Una delle caratteristiche degli hikikomori è lo stretto rapporto con una madre iperprotettiva», spiega Valentina Di Liberto. L’iperprotezione può rendere il figlio narcisista e fragile allo stesso tempo. Se la realtà non coincide con la sua idea di perfezione, c’è il rischio del rifiuto e del ritiro.
Spesso si parte da una sensazione di vergogna e inadeguatezza per il proprio corpo, che porta anche a creare identità diverse da se stessi in Rete. «Su Internet si diventa aggressivi o trasgressivi, al contrario di quello che si è nella realtà», racconta Valentina Di Liberto, «incanalando le emozioni represse che non si usano nella vita reale. Si costruiscono personaggi che hanno anche connotati fisici diversi da quelli della realtà».Ragazzi tanto silenziosi nel mondo reale, quanto disinibiti in quello virtuale. Come Lucia, 13 anni, che viene scoperta dalla nonna davanti al suo portatile mentre fotografa e posta in Rete l’unica parte secondo lei accettabile del suo corpo. O come Stefano, pacato e timido dal vivo, che diventa violento quando entra nel personaggio di un videogioco.
Ma se la Rete «diventa la difesa che la mente sceglie di utilizzare», spiega Lancini nel suo libro, «significa innanzitutto che l’adolescente sta cercando di non cedere a un dolore che, per qualità e intensità potrebbe risultare inaccessibile». E in questo caso, rispetto a chi si aliena anche dalla Rete, Internet è un’àncora di salvezza. La Rete non è la causa del ritiro dalla realtà, ma un tentativo estremo di restare agganciati al mondo esterno, dice Lancini. Non a caso, c’è chi, navigatore solitario senza contatti, comincia a guarire proprio aprendo un profilo su Facebook.«I rischi più grandi da cui si salva un ragazzo immerso nella Rete e ritirato socialmente possono essere dunque il suicidio e il break down psicotico, ovvero la perdita della speranza di riuscire a costruirsi un’identità e un ruolo sociale presentabili al mondo esterno».
E spesso proprio dalla Rete comincia la cura per i ritirati sociali. Che per definizione non vogliono incontrare nessuno, tantomeno uno psicologo stipendiato dai genitori. Non esiste un approccio univoco. Alla cooperativa Hikikomori di Milano si fanno sedute di psicoterapia individuale o di gruppo, e il Comune ha finanziato fino a giugno anche un laboratorio di consulenza gratuita per otto adolescenti con dipendenze da internet e dai videogiochi che include la consulenza ai genitori. Anche la cooperativa Minotauro ha un consultorio gratuito per chi non può permettersi sedute di psicoterapia per i propri figli adolescenti in crisi. Le dipendenze da Internet, spiega Lancini, non vengono trattate con un approccio di disintossicazione, sottraendo smartphone, router e pc. Si parte spesso dai genitori, per arrivare ai figli anche dopo molti mesi. E il primo contatto, anche con lo psicologo, molto spesso avviene in chat.
Ma Lidia Baratta non è la prima a parlarne.
Il primo articolo sull’argomento (è considerato il primo in Europa) è stato scritto da una giovane truccatrice italiana che se ne è andata a vivere a Londra dove lavora come make up artist. Si chiama Rosita Baiamonte e il suo pezzo risale al 1 Marzo del 2013, ben venticinque mesi fa, apparso sul suo sito/blog che si chiama “abattoir”.
Lo trovo un pezzo interessante. Un esempio sullo stato di salute del nostro paese, sempre ghettizzato e distratto, a parlare solo e soltanto di danaro e di partiti politici. La Baiamonte, allora, ci aveva provato con più articoli, ma vista la totale indifferenza del pubblico, ha poi lasciato perdere. Rimane il suo accredito, che io le riconosco, per essere stata la prima curiosa ad affrontare l’argomento in lingua italiana.
Ecco il suo articolo di allora con relativo link