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Debito pubblico italiano

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giovedì 26 marzo 2015

IL NON VOTO UTILE ALL’M5S

https://nonhopiusonno.wordpress.com/
Non siamo nati per fare i politici , non siamo nati ed espulsi per creare un volano di miracolati , non siamo nati per vivacchiare tra il clamoroso , fantastico e successi che non ci sono.
Non siamo nati per essere i meno peggio ma aspiravamo al meglio. Non siamo nati per essere un partito padronale , anche se linee guida e decisioni servono. Non siamo nati però nascondere la trasparenza o come trampolino di lancio sociale per sfigati , improvvisati politici ; alcuni molto bravi. Non siamo nati senza memoria , storia , punti di riferimento cancellati da un click.
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Il vivacchiare me dolce in questo mare lasciamolo ai partiti , ai salvini e landini o ai poteri forti del renzusconi. Quindi l’astensione non è una risposta , se ne fottono , il meno peggio non aiuta o aiuta i nuovi politici , il dispetto votando i partiti è il solito tagliarsi i coglioni per fare un dispetto alla suocera , perchè la moglie ti ha già tradito. Beppe Grillo non è nato per essere stanchino….
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Eppure una via c’è per dare un segnale forte e non pregiudicare un castello costruito che di certo non cresce piu’ ne nel cuore ne nei fatti. IL NON VOTO UTILE ALL’M5S REGIONALI
Ci si avvia ad un risultaticchio fra la stanchezza generale che motiva sopratutto i candidati e loro staff , ma di certo non entusiasma . Ovvio che è meglio esserci che non esserci e ci diranno quanto è fondamentale una presenza nelle regioni , nell’aria vasta ed in ogni rivolo del sistema, posizione …per contare o per scalare la politica ? Ah ma cosi’ aiutiamo i partiti ! No , perdiamo una battaglia per vincere una guerra. Un reset regionale costringerebbbe a rivedere un po il tutto , a meno che non trattasi di impresa padronale che vive di gloria e caduta dei padroni senza gli anticorpi per recuperare e tornare a crescere : a ) rete b) movimento c) elezioni nazionali prossime D) meno partito ….e guerre per la seggiola
Le regioni dei maiali possono una volta aspettare ……senza nulla togliere a chi lavora e combatte e a buoni candidati. 
” I debiti delle Regioni e delle Province autonome ammontavano al primo gennaio a più di 17 miliardi di euro (*), al primo posto il Lazio, seguito da Piemonte, Lombardia, Sicilia, Campania e Sardegna. Fatta l’Italia, sono stati fatti debiti degli italiani. Chi controlla le spese delle Regioni? La Corte dei Conti, i solerti giornalisti delle notizie post datate come è avvenuto nel Lazio, il Governo? Chi? L’Italia delle Regioni è la caricatura di uno Stato federale, la cui architettura è il parto di uno Stato ferocemente centralista. Una voce di spesa, un modo eccellente per finanziare i partiti allargando i portafogli di spesa a livello locale. Le Regioni nascono dalle profonde differenze tra i popoli della nostra Penisola. Sono a tutti gli effetti inutili. Vanno ripensate completamente con un reale trasferimento di poteri da Roma alle amministrazioni locali con un controllo della spesa da parte dei cittadini o eliminate.Tertium non datur. Il Lazio è solo l’inizio dell’apertura del vaso di Pandora e del recinto dei maiali
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E’ l’ultimo treno per dare un segnale forte ….O sarà per sempre partito…..
Tinazzi. 
Ps
Il sondaggio sulle Regioni è ora chiuso.
Guarda i risultati!
(*) dati primo gennaio 2011
Peccato che i risultati siano spariti.

mercoledì 25 marzo 2015

Il pieno lo fai con il vento

http://www.altrogiornale.org/il-pieno-lo-fai-con-il-vento/
Si chiama Sanya Skypump ed è stata installata pochi giorni fa vicino a Barcellona, presso la sede della filiale di Ferrovial Servicios, ma sono prevista altre installazioni negli USA e in Australia presso centri commerciali e università. Si tratta della prima stazione di ricarica al mondo per veicoli elettrici che sfrutta l’energia del vento e di una mini turbina eolica e che produce in loco l’energia necessaria per un pieno.
Una stazione di ricarica innovativa, che accoppia una mini turbina eolica fornita da Urban Green Energy, azienda che opera nel settore delle energie rinnovabili in più di 65 paesi nel mondo e da una colonnina di ricarica di nuova concezione fornita invece da GE Energy Industrial Solution, azienda che offre soluzioni nel campo dell’energia, del medicale, dell’ambiente domestico, dei trasporti e dei servizi finanziari.
La stazione di ricarica in funzione. L’energia elettrica è prodotta dalle pale eoliche. “Dal lancio di Sanya Skypump, abbiamo ricevuto richieste da società di tutto il mondo che stanno cercando di abbracciare la sostenibilità – ha dichiarato Nick Blitterswyk, CEO di UGE. “Sanya Skypump è uno di quei rari prodotti che consentono alle istituzioni di dimostrare il loro impegno per l’ambiente, fornendo un servizio veramente utile”. Una joint venture che permetterà di produrre energia elettrica pulita e rinnovabile per promuovere un ulteriore impulso nello sviluppo della mobilità sostenibile.

Non a caso Sanya Skypump è stata presentata a Barcellona, città che vede già 200 colonnine di ricarica sparse sul territorio cittadino, senza contare il servizio di noleggio di auto e bici elettriche.

GE dal canto suo ha annunciato di voler rinnovare il proprio parco macchine con l’acquisto di 25.000 veicoli elettrici entro il 2015, sia come auto aziendali, sia da offrire in leasing ai clienti attraverso la propria società di servizi di gestione delle flotte. “GE sta lanciando una famiglia di sistemi di ricarica per veicoli elettrici in Europa per gli utenti domestici e commerciali facili da usare, flessibili- ha affermato Charles Elazar, Marketing Director di GE Energy Management Industrial Solutions in Europa – per contribuire a rendere i veicoli elettrici la realtà pratica di tutti i giorni”.

venerdì 20 marzo 2015

Tic e tac, tic e tac, tic e tac... deng!

http://www.finimondo.org/node/1585

È inutile. Per quanti sforzi faccia, la ragionevolezza dei molti non sarà mai al sicuro dagli eccessi dei pochi.
La moltitudine potrà anche deridere e mettere al bando il singolo, ma resta il fatto che la sua quiete sarà sempre a rischio della rabbia dell'altro. La politica ha bisogno delle masse e per questo aborrisce la solitudine; l'etica no, basta a se stessa. La politica si potrà contemplare quanto vuole nello specchio della propria popolarità, elargire sorrisi, raccogliere applausi e contare compiaciuta sui propri numeri, veri o presunti che siano, ma nulla potrà mai impedire ad un intempestivo sasso di mandare in frantumi la sua immagine.
Prendiamo ad esempio la linea dell'Alta Velocità in costruzione in provincia di Alessandria, quella detta del Terzo Valico. La ragione di Stato vuole che si faccia e per questo conta su molti parlamentari, sulla magistratura, sulle forze dell'ordine. La ragione del contro-Stato non vuole che si faccia e per questo conta su pochi parlamentari, sulla magistratura, sulle popolazioni. Tic e tac, tic e tac, tic e tac... mentre le due parti, se non partiti, si contendono i favori dei più a furia di strombazzare riprese economiche o devastazioni ambientali, flussi di merci o flussi di mazzette, ecco che nei cantieri infestati da operai  e sbirri spuntano nottetempo sgraditi ospiti. Passi per i ladri, disperati che fanno notizia per un giorno, ma i sabotatori! Quelli no, non devono fare notizia. Ecco il motivo per cui è solo attraverso una mail anonima diffusa via internet che si è venuti a conoscenza dell'incendio che ha abbrustolito alcune notti fa un paio di macchinari.
La ragione di Stato tace, quella del contro-Stato pure. Finché non risultano funzionali all'intimidazione della repressione o alla vanagloria dell'attivismo, non sono cose degne di essere prese in considerazione e quindi non devono accadere. Eppure, oooh, che peccato...

lunedì 16 marzo 2015

Per preservare la sovranità alimentare bisogna preservare il clima

http://www.ilcambiamento.it/clima/sovranita_alimentare_disastri_climatici.html

Si chiuderà il 18 marzo in Giappone la terza conferenza mondiale sulla riduzione dei disastri climatici, oggi più che mai all’ordine del giorno. A lanciare un appello all’azione è José Graziano Da Silva, direttore generale della FAO, organizzazione anche molto criticata ma che, evidentemente, non può più ignorare la realtà: per preservare la sovranità alimentare occorre preservare il clima.

Si chiudono mercoledì 18 marzo i lavori della terza conferenza mondialesulla riduzione del rischio dei disastri climatici. E a parlarne è José Graziano Da Silva, direttore generale della FAO.
«Carne artificiale, itticolture in spazi chiusi, fattorie verticali, droni per l’irrigazione: una volta si pensava che tutto questo fosse solo fantasia, oggi è la realtà. La produzione alimentare sta diventando hi-tech, almeno in alcune aree del pianeta» dice Da Silva riferendosi all’Occidente. «Mentre la gran parte delle fattorie nel resto del mondo deve fronteggiare un clima sempre più compromesso».
«In occasione della seconda conferenza internazionale sulla nutrizione tenutasi a Roma lo scorso novembre, Papa Francesco ha affermato: Dio perdona sempre, l’uomo a volte, la Terra mai. Madre Natura risulta sempre più compromessa e quando si assiste a siccità, tsunami e atri disastri del genere, le conseguenze per la sicurezza alimentare dei popoli sono profonde».
«Nel mondo ci sono 2,5 miliardi di attività a conduzione familiare che dipendono dall’agricoltura e questo settore copre il 30% del Prodotto interno lordo in paesi il Burkina Faso, il Burundi, la Repubblica Centro-africana, il Chad, l’Etiopia, il Kenya, il Mali, il Niger e il Mozambico. A mettere a rischio l’agricoltura sono anche le guerre e le crisi economiche, ma le perdite dovute a disastri naturali sono triplicate nell’ultimo decennio, arrivando al 22% almeno dell’intera produzione tra il 2003 e il 2013. E a essere particolarmente a rischio sono i piccoli contadini, i pescatori e le comunità che dipendono dalle foreste, cioè quelle stesse persone il cui 75% rappresenta la popolazione più affamata e povera del mondo».
«È la stessa agricoltura a offrire la soluzione, ma bisogna cambiare il modo di utilizzare i terreni, individuare un approccio più sostenibile alla produzione alimentare, proteggere l’ambiente e favorire la resilienza delle comunità». Vedremo se i paesi seduti al tavolo della conferenza mondiale sapranno ascoltare e decideranno di agire in qualche modo. «Dobbiamo ridurre i fattori di rischio per i piccoli contadini, i pastori e chi vive delle foreste – dice Da Silva – e questo è possibile concentrandoci e investendo su modelli più sostenibili di produzione alimentare e su pratiche agricole che proteggano le risorse naturali».
Bene: anche la FAO è arrivata a questa conclusione!

giovedì 12 marzo 2015

Guerra delle monete: la Corea risponde alla Bce

http://contropiano.org/economia/item/29626-guerra-delle-monete-la-corea-risponde-alla-bce

Sembra l'uovo di Colombo, invece è un atto di guerra. Il quantitative easing messo in atto da lunedì da parte della Bce è solo una delle tante azioni operative sui mercati globali in questa fase, tutte dello stesso segno e per lo stesso scopo: difendere la competitività delle economie ricadenti sotto quella moneta il cui valore viene “modificato” da una banca centrale.
Come si insegna nelle scuole elementari di logica, se tutti fanno la stessa cosa nello stesso momento il risultato non potrà essere raggiunto. O per lo meno non sarà quello messo in preventivo o sperato.
Il maggior vantaggio possibile da questo genere di operazioni è già stato conseguito dalla Federal Reserve statunitense, la prima a portare i tassi di interesse a zero e poi cominciare a “spargere denaro dagli elicotteri”, immettendo quantità mostruose di liquidità (85 miliardi di dollari al mese, per quasi due anni) per abbassare il valore di cambio del dollaro e favorire così sia le esportazioni americane che, soprattutto, la “ripresa” dell'economia nazionale. Scopo apparentemente raggiunto, con buona crescita dell'occupazione (dimenticando i quasi 90 milioni di yankee senza lavoro né forze per cercarlo), e se non ci si pone il problema di che tipo di occupazione sia: “lavoretti”, diremmo in Italia, come commessi di supermercato, addetti alla ristorazione, basse qualifiche nella sanità (un effetto indiretto dell'”Obama-care”) e via elencando posizioni precarie.
Stesse mosse, subito dopo, da Canada e Giappone, seguite dalla Bce solo per quanto riguarda lo schiacciamento dei tassi di interesse. Fino alla mossa disperata di questi giorni.
Stamattina, però, anche la Banca di Corea (terza economia asiatica) si mette in scia, portando i tassi al minimo storico dell'1,75%. Ieri aveva fatto lo stesso o quasi la banca centrale thailandese.
 Una scelta inevitabile, se si vogliono difendere le quote di mercato globale conquistate negli anni da queste economie. Perché la “competizione” si può fare in molti modi: con i bassi salari o l'assenza di diritti per i lavoratori dipendenti, con il dumping, con l'introduzione di barriere normative (sì o no agli ogm, per esempio), con la svalutazione, ecc. Diciamo che la svalutazione è la cosa più semplice, meno conflittuale all'interno di ogni paese o area monetaria. Mentre le sforbiciate a salari e diritti sono sempre un po' più a rischio (ciò nonostante, come sappiamo in Italia e nell'Unione Europea, stanno agendo pesantemente anche su questo fronte).
La mossa coreana era perciò obbligata, visto che anche lì l'inflazione viaggia ai minimi dal 1999 (a febbraio era allo 0,5%); e soprattutto che le esportazioni, nel frattempo, erano calate del 3,4%, deprimendo quindi le attese di crescita del Pil (le stime sono state ridotte al 3,4% dal precedente 3,9%).
Mossa diversa, ma con logica simile, anche da parte cinese: ha tagliato i debiti alle amministrazioni locali per 1.000 miliardi di yuan, ossia 160 miliardi di dollari. Perché – qualcuno lo spieghi a Merkel e Schauble – se hai un debito troppo pesante da ripagare, la “crescita” te la puoi scordare... Lo sanno benissimo, naturalmente; solo che loro difendono la crescita tedesca a scapito di tutti gli altri partner continentali...
Tutte mosse della stessa natura, insomma, e per lo stesso obiettivo, che purtroppo – pur essendo “comune” - è in realtà un fattore di guerra. Se cresco io a scapito tuo, ovvio che tu ci perda. Un logico, anche di bassa lega,  perché mai sia così necessario rincorrere la "competizione", quando la "cooperazione" sarebbe di certo più efficace?
 Ma logica e capitalismo viaggiano su pianeti diversi e in via di allontanamento rapido.
L'effetto poco gradito a Washington è che tutte queste mosse stanno vanificando quella statunitense, riportando il dollaro a quotazioni troppo alte per poter mantenere la da poco ritrovata “competitività”. Lo scenario più probabile, a bocce ferme, è che il Pil statunitense smetta di crescere, che le esportazioni diminuiscano, che l'occupazione ne risenta. A quel punto la Fed, che stava meditando con molta calma sull'ipotesi di “tornare alla normalità”, facendo risalire un poco alla volta i tassi di interesse, dovrà probabilmente rivedere le sue intenzioni. E mantenere “permissiva” la propria politica monetaria. Non per avvantaggiarsene, stavolta, ma per difendersi.
Pesa, oltretutto, la possibilità – sempre più concreta – che di pari passo al prossimo scavalcamento cinese rispetto al Pil statunitense (quest'anno la Cina supererà gli 11.000 miliardi di dollari; e all'attuale ritmo supererà gli Stati Uniti nel giro di cinque-dieci anni) si verifichi anche lo scenario-terremoto più temuto dagli yankee: la sostituzione del dollaro come valuta mondiale di riferimento.
Non si tratta di “orgoglio nazionale ferito”, ma di una questione di vita o di morte. Attraverso l'uso disinvolto del dollaro, infatti – al tempo stesso moneta nazionale, unità di misura internazionale e moneta di riserva globale – dal 1971 gli Stati Uniti hanno potuto scaricare sul resto del mondo ogni crisi che hanno generato al proprio interno (ossia all'interno del mercato finanziario globale). Semplicemente “stampando” dollari che il resto del mondo doveva accettare a un “valore” garantito più dal Pentagono che non dalla struttura produttiva.
Perdere questo “vantaggio competitivo” sarebbe la fine. Quindi la “guerra delle valute”, nei prossimi mesi, salirà di tono, livello e dimensioni. E dovremo persino essere (moderatamente) contenti che resti soltanto una guerra monetaria...

domenica 8 marzo 2015

Senza regole?Tanta corruzione?Vi consiglio Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty

http://interrompiamoletrasmissioni.blogspot.it/2015/03/senza-regoletanta-corruzionevi.html
Il libro mostra come l'evoluzione della disuguaglianza dei redditi, della ricchezza, e del rapporto capitale sul reddito, nei paesi sviluppati, segue una curva a forma di U e come i livelli di disuguaglianza raggiunti all'inizio del XXI secolo siano simili a quelli della Belle Époque.
Questi risultati mettono in discussione la curva di Kuznets, formulata nel 1950 da Simon Kuznets, che sottende l'ipotesi secondo cui lo sviluppo economico sarebbe accompagnato, in modo meccanico, da un calo nella disparità di reddito. Secondo Thomas Piketty, al contrario, il capitalismo è caratterizzato da potenti forze intrinseche di divergenza, basate sulla disuguaglianza r > g (rendimento sul capitale > tasso di crescita economica). L'idea è che, in una società che cresce poco, la ricchezza passata acquisisce una crescente importanza e tende naturalmente all'accumulo nelle mani di pochi. La prima metà del '900 fu un'eccezione storica, nella quale per la prima volta nella storia del capitalismo la disuguaglianza fu invertita in r < g. Di conseguenza, le ricchezze accumulate negli anni precedenti perdevano importanza molto velocemente mano a mano che l'industrializzazione aumentava vertiginosamente la produttività e quindi l'ammontare di nuove ricchezze prodotte. Piketty suggerisce diverse misure politiche per limitare l'aumento della disuguaglianza tra cui, in particolare, la creazione di una tassa globale sul capitale fortemente progressiva, accompagnata da una maggiore trasparenza finanziaria mondiale.

giovedì 5 marzo 2015

UNA PASSEGGIATA NEL PARCO, UN INCONTRO CASUALE, LA RISCOPERTA DI AVVENIMENTI STORICI.

http://www.scenaillustrata.com/public/spip.php?article1691

La storia di un volontario del Parco degli Acquedotti incontrato per caso, la cui vita avventurosa ci ha stimolato a raccontarla
di Luciano De Vita

È una bella giornata di gennaio a Roma, l’aria è fresca, ma c’è un bel solicello e il cielo è azzurro. Il figlio che vive all’estero ci è venuto a trovare.
Il parco degli Acquedotti ci accoglie per una lunga passeggiata nel verde della campagna romana, la città è al di là e non si vede, mentre il panorama è aperto sulla campagna nella zona di rispetto dell’Appia Antica che si scorge in lontananza. Le arcate degli acquedotti si defilano maestose nella bella luce pomeridiana, in contrasto con il verde dei prati.

Il parco è molto bello e invita a camminare sui sentieri che si snodano lungo i manufatti romani antichi, parte dei quali sono ancora in uso. Il ruscello del fosso dell’acqua Mariana scorre placido formando un grazioso isolotto pieno di calle. Molti alberi lungo il sentiero riportano ben visibile il cartello con il nome della pianta. Si arriva in fondo al casale Sellaretto dove tra alti pini marittimi si schiude la vista dei castelli Romani, si distingue da Monte Compatri a Frascati a Rocca di Papa a Monte Cavo fino a ovest a Castel Gandolfo.
Infine uscendo vediamo un signore in bicicletta con un cartellino dell’Associazione Volontari Parco Acquedotti. Lo fermiamo per congratularci per come questo parco è tenuto bene, infatti tra l’altro non abbiamo trovato mondezza abbandonata, come succede in tanti altri parchi romani.
Abbiamo così conosciuto questo giovanotto del ’30, originario di Vico Equense, vicino a Sorrento, con il quale siamo entrati subito in empatia. Chiacchiera, chiacchiera ci ha raccontato molte interessanti avventure della sua vita. Gli abbiamo pertanto chiesto di rincontrarci ancora per raccogliere più sistematicamente alcuni episodi vissuti durante la guerra, che ci hanno permesso di ricostruire alcuni momenti storici che vogliamo qui raccontare, assieme alle altre storie di questa vita vissuta da questo volontario che dedica parte del suo tempo di pensionato alla cura del Parco.
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Maresciallo Badoglio
Forse non tutti ricordano come sono andate le cose a Napoli e dintorni dopo l’8 settembre 1943 (Data dell’armistizio con gli alleati firmato dal Maresciallo Badoglio, Presidente del Consiglio dal 25 luglio 1943, recatosi a Brindisi assieme alla famiglia reale).
In estrema sintesi, appena diffusasi la notizia dell’armistizio, la guarnigione tedesca al comando del colonnello Schall, offesa dal tradimento ai loro danni, dal 13 settembre assunse i pieni poteri sulla città e dintorni. Fu proclamata la legge marziale, con il coprifuoco dalle 8 di sera alle 6 di mattina e fu requisita l’annona. Fu imposta anche l’evacuazione della fascia costiera e soprattutto la chiamata al servizio obbligatorio di lavoro degli uomini oltre i 17 anni. La riduzione delle razioni alimentari scatenò nella popolazione l’assalto ai negozi e lo sviluppo del mercato nero, con le conseguenze immaginabili di persecuzioni e rastrellamenti, nonché una massa di profughi in cerca di un posto dove rifugiarsi.
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Contro i panzer tedeschi!
Le 4 giornate di Napoli 28 settembre – 1° ottobre 1943
Verso la fine del mese apparve in vista a largo la flotta americana, bloccata in mare aperto da uno sbarramento minato. I napoletani ignari di tale impedimento cominciarono (28 settembre) ad organizzare attentati alle truppe tedesche nelle zona del Vomero, sperando in un rapido aiuto da parte degli alleati. Le feroci rappresaglie tedesche non si fecero attendere, con rastrellamenti punitivi e sparando all’impazzata, ma la popolazione cominciò ad organizzarsi in un Comitato Partigiano sotto la guida del giovane ufficiale Vincenzo Stimolo ed altri civili che riuscì temporaneamente a mettere sotto scacco i tedeschi. Erano iniziate così le “4 giornate di Napoli 28/settembre – 1° ottobre” che finirono con la cacciata delle truppe tedesche da parte dei partigiani e della intera popolazione napoletana, spalleggiati alla fine dalle truppe alleate nel frattempo sbarcate. Il sacrificio di vite umane non fu piccolo, oltre 300 tra combattenti e civili e altrettanti feriti, per cui Napoli ha avuto una medaglia d’oro più 4 alla memoria, 6 d’argento e 3 di bronzo.
Ma cosa succedeva ad un ragazzo tredicenne, terzo di sette figli, sulla costiera sorrentina?
“La fame imperava, la mattina si usciva alla ricerca di qualcosa da fare per sfamarmi io stesso e portare qualcosa in famiglia.” Settembre, è ancora estate “Raccoglievamo granchi e ricci per gli ufficiali tedeschi che risiedevano negli alberghi della costiera requisiti e gustavano queste prelibatezze del luogo. La notte poi andavo ad impastare il pane delle razioni, presso il fornaio detto Gino Zozzo, per via della puzza del locale di lavoro dove si ammollava lo stoccafisso, quando c’era”.
C’erano anche tanti sfollati che arrivavano sulla costiera affamati da Napoli e dintorni. La solidarietà tra poveracci scattava naturalmente. “E presso Gino lo Zozzo la pasta di pane racimolata dalle razioni la stendevamo sulle lunghe teglie e con qualche pomodorino, un filo d’olio e un pizzico d’origano si facevano delle lunghe pizze per sfamare i profughi”.
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La pizza a metro di Vico Equense
Questa è la storia della nascita a Vico Equense della “pizza a metro” che il nostro amico Lucio ci ha raccontato di avere vissuto personalmente.
Marzo 1944: gli americani si sono acquartierati in tutta l’area nell’entroterra del golfo di Napoli e nella città stessa, dove le gesta dei tanti scugnizzi sono state raccontate in tanti film del primo dopoguerra. “Sulla costiera sorrentina scorrazzavano gli americani sulle straduzze impervie con i loro gipponi e noi ragazzi ci davamo da fare per racimolare il pasto quotidiano”.
Il 18 e fino al 29 marzo del ’44, il Vesuvio entrò in una violenta fase di eruzione con esplosioni, colate laviche ed enormi nubi di cenere e lapilli, che spinte dal vento sommergevano varie zone. La lava invase vari paesi prevalentemente nel versante settentrionale (Massa di Somma e San Sebastiano in particolare). Il giorno 22 la nube eruttiva raggiunse l’altezza di cinque chilometri, la cenere e lapilli incandescenti si riversarono prevalentemente nel versante sud orientale, in particolare ricoprendo di cenere bollente e danneggiando ben 88 bombardieri americani i stanza nel campo nei pressi di San Giuseppe Vesuviano: una strage di aerei maggiore di quelle inferte dai tedeschi nei combattimenti.
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L’eruzione vista dal mare.
(Foto dal sito www.meteoweb.eu)
La cenere, fortunatamente non così calda, e il pulviscolo raggiunsero per molti giorni anche la costiera sorrentina, riducendo fortemente la visibilità e rendendo irriconoscibili le strade già impervie per le rapide salite e discese.
“I gipponi americani andavano continuamente fuori strada con pericolo di cadere a mare, anche perché scivolavano sulle rotaie del tranvetto che poi hanno tolto…. Insomma avevano difficoltà a muoversi lungo la penisola di Sorrento.”
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Un B-25 sepolto dalla cenere del Vesuvio il 23 marzo 1944
Presso il campo di volo nei pressi di Terzigno. Foto NARA (Foto dal sitowww.meteoweb.eu)
Ecco allora Lucio e i suoi amici che si ingegnano a trovare una soluzione per aiutarli e si propongono di fare loro da guida per quelle strade che conoscevano a menadito.
“Salivo sul grande parafango della jeep, tenendomi con una mano sul montante del parabrezza, e indicavo con l’altro braccio quando dovevano andare dritti o svoltare: keep to leftkeep to right, e talvolta aggiungevo qualche parolaccia in napoletano.”
I soldati presero in simpatia questi ragazzi e si facevano guidare con fiducia e li cominciarono a chiamare con il nomignolo “left and right boys”. Così il nostro amico Lucio e i suoi amici si guadagnavano qualcosa da mangiare mentre il vulcano impazzava. “Come compenso ci davano una scatola di formaggio o altri alimenti. Ricordo ancora il nome di un sergente con cui avevo fatto amicizia: John Sapienza, certamente di origine italiana che parlava solo qualche parola di un dialetto italiano” “Mio father teneva una big farm che faceva lo wine”. “Ma ero io che cercavo invece ansiosamente di imparare l’inglese”.
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Una Jeep del 1944
Bene, questo episodio raccontato da Lucio dei “left and right boys” mi sembra inedito, non avendo trovato nessuna citazione in merito a queste prodezze dei giovani scugnizzi sorrentini.
Alla fine del ’45, finita la guerra, cosa poteva fare il nostro Lucio, per il quale la carriera scolastica con la guerra e la fame non era stata certo la priorità? Ebbene occorre avere carattere ed essere intraprendenti, così ci si fa strada nella vita! Quando è tornata la normalità, si trovava qualche lavoro stagionale negli alberghi di Sorrento e dintorni, oppure occorreva emigrare.
“Anche io sono emigrato in Svizzera, nell’Engadina, a fare le stagioni negli alberghi, quando andava bene d’estate e d’inverno. Facevo il cameriere e lì ho imparato a parlare il romancio”. Poi agli inizi degli anni ’50 sono andato a fare il cameriere a Londra, ma il permesso di soggiorno durava 4-6 mesi, quindi andavo e venivo. Poi ho fatto un corso come assaggiatore di vini nel Dorset, così ho fatto carriera da cameriere semplice a sommelier. Facevo d’inverno anche il muratore e poi intorno al ‘55 sono stato nel Kent in un ristorante inglese, dove servivano la tomato suppe, la kidney pie e altre pietanze locali. Lì io ho portato la cortesia italiana, mettevo un vasetto di fiori sul tavolo dei clienti, il pane e servivo il vino … ho fatto mettere il pianoforte e si organizzavano serate per famiglie”.
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Lucio con il figlio dell’autore
Lucio e le ragazze inglesi come erano? “Beh, io cercavo di uscire con le ragazze soprattutto per imparare la lingua…. Sono andato anche a scuola di inglese, ma il professore un giorno mi ha chiamato e in un italiano stentato mi ha testualmente detto: Lucio prima de mparare inglese devi mparare tua lingua!”
“Mi sono stabilito a Roma nel ’60, perché ho avuto un’offerta di lavoro all’hotel Ambasciatori di via Veneto, come addetto al room-service. Quella che sarebbe divenuta mia moglie (l’avevo conosciuta in Inghilterra) è venuta a Roma anche lei a lavorare sempre nel settore alberghiero. Ci siamo sposati e abbiamo messo su famiglia e fatto due figli. Abbiamo comprato casa al Tuscolano e da allora siamo in questa zona, a ridosso del parco”.
Lucio coltiva da anni una passione, quella dell’archeologia in particolare da quando visitò le terme romane a Bath, all’epoca in cui viveva in Inghilterra, ma già da ragazzo aveva avuto modo di osservare i resti di una villa romana a Vico Equense.
“Sono volontario qui nel Parco da 3/4 anni, ma prima ero con il GAR (Gruppo Archeologico Romano) e andavo nella zona dei Monti della Tolfa a dare una pulita alle tombe etrusche. Non solo, ma noi del GAR collaboravamo con il WWF, in particolare salvavamo i tritoni che vivevano nelle tombe che erano piene d’acqua”.
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Volontari del al lavoro
Dal sito dell’Associazione Volontari per la Tutela e la Conservazione del Parco degli Acquedotti (www.parcoacquedotti.it)
“Qui al parco degli Acquedotti, invece, noi volontari ci prendiamo cura del Parco…. abbiamo anche allestito un piccolo orto botanico che curo insieme agli altri volontari dell’Associazione www.parcoacquedotti.it”.
Ecco questa è in breve la storia di una persona che si è fatta da sé e si è sempre impegnata. Nel conoscerla ci ha dato lo spunto per ricordare fatti e momenti magari dimenticati e forse non noti, per cui vogliamo ringraziare Lucio di tutto cuore per la sua disponibilità e il suo impegno nel parco.