logo HDM

Debito pubblico italiano

facebook

martedì 30 dicembre 2014

Una democrazia partecipata

http://www.sturzo.it/civitas/index.php?option=com_content&view=article&id=57:una-democrazia-partecipata&catid=51:01-la-democrazia-che-verra&Itemid=106
 La democrazia che verrà è la democrazia stessa: democrazia dell’accoglienza, della solidarietà, della partecipazione che, tenuta in fondo, ultima non è di certo. Potrebbe suonare strano dire di una partecipazione che deve ancora venire, abituati come si è a tornate elettorali anche troppo frequenti, a elezioni primarie per indicare la leadership dei partiti, a sondaggi d’opinione ascoltati più dei profeti e degli indovini di un tempo.
· Una convivenza democratica si struttura nel dialogo serrato tra il momento della partecipazione e quello della responsabilità decisionale. Da questo dialogo dipende la vita e la sopravvivenza di ogni democrazia. Partecipazione e responsabilità non stanno però su sponde diverse dello stesso fiume, come sembra lasciar credere la maniera corrente di intenderle: partecipare compete anche a chi ha il mandato e il dovere di prendere le decisioni; e la responsabilità investe chi partecipa ben oltre il singolo momento elettorale. Nelle democrazie occidentali la forbice tende invece a divaricarsi, e si colloca su piani separati ciò che ha senso soltanto nell’interscambio costante. E così, chi partecipa non decide, e chi decide non partecipa.
· Sulla partecipazione che democraticamente manca ancora, vale la pena d’insistere. La democrazia in difetto di partecipazione è quella circoscritta  a una tecnica politica, come bilancia di poteri, come strumento di consenso, come metodo tra gli altri per decidere chi deve decidere. Per una simile democrazia il partecipare svolge un ruolo in definitiva tecnico e burocratico, tutto ripiegato sulla salvaguardia del sistema. Sulle interpretazioni tecnicistiche della democrazia è dall’inizio del Novecento che rimbalza, con Max Weber, il sospetto che sia forse destinata prima o poi a morire proprio di burocrazia.
Qualcosa è mancato nel partecipare democratico, ma cosa? È inutile rivendicare la partecipazione se i motivi per farlo sono tutto sommato corretti senza riuscire però a mettere allo scoperto il punto caldo del problema. I motivi con cui si invita normalmente a partecipare – i diritti, la libertà, la capacità stessa delle persone – sono serissimi ma di una serietà un pò troppo “moderna”, perché continuano a fare perno sulla prima persona. E ruotando tutto sommato intorno all’io, non si va al fondo del partecipare con gli altri.  
· Per partecipare con gli altri biogna ricordare due cose essenziali: che la persona umana è tanto più se stessa quanto più è capace di collaborare, e dunque non è assimilabile a un individuo già tutto compiuto in sé prima del suo rapporto con gli altri; e soprattutto, che non si può partecipare senza concedere credito, senza credere, nell’esistenza degli altri.
· Che gli altri esistano lo sappiamo benissimo nelle interazioni quotidiane, a volte felici, a volte noiose, a tratti violente. Ma sapere che gli altri ci sono non significa per nulla dare credito alla loro esistenza. Il semplice sapere che un altro esiste non significa ancora avere fiducia nel senso della sua esistenza. Dare credito all’esistenza degli altri si traduce sotto tutti i punti di vista – sociale, economico, politico, intellettuale – nelle pratiche e nelle logiche della  partecipazione e della cooperazione. Chissà perché, in un’epoca che ci ha abituati molto ai ritornelli della morte di Dio e di quella dell’uomo, si parla così poco di un ateismo altrettanto grave e altrettanto in luce, vale a dire dell’incapacità di avere fiducia nell’esistenza degli altri.
· Hannah Arendt, in Vita activa (1951), osserva che la «presenza di altri che vedono ciò che noi vediamo, e odono ciò che noi udiamo, ci assicura della realtà del mondo e di noi stessi». Più o meno negli stessi anni un’altra donna, Maria Zambrano in Persona e democrazia (1958), avvisa che la «democrazia è la società in cui non è solo permesso ma è addirittura richiesto essere persona»; «raggiungeremo l'ordine democratico solo con la partecipazione di tutti in quanto persone, il che corrisponde alla realtà umana». Gli altri ci rassicurano di noi stessi. Nella persona umana si trova, originariamente e sullo stesso piano, tanto il suo inarrivabile segreto che nessuno può strapparle quanto la propensione a oltrepassare se stessa nel rapporto con gli altri, a partecipare.
·
Finché non si dà credito all’esistenza degli altri, al posto di una democrazia partecipata ci saranno soltanto conti e numeri, bilance perpetue di singole unità accatastate le une sulle altre e spostate di qua e di là, strategie e manovre, calcoli e intrighi. Finché l’altro non viene nella sua stessa diversità, nessuna democrazia verrà, nessuna accoglienza, nessuna solidarietà, nessuna partecipazione.

domenica 28 dicembre 2014

A caccia di stelle

http://www.finimondo.org/node/1535
Sono passati diversi anni da quando andavano a caccia di rivoluzionari nelle metropoli del paese, insieme. Uno scorrazzava a Torino, l'altro a Roma. Servitori dello Stato, portavano al loro padrone le teste mozzate di chi osava attaccarlo e morderlo. Era il loro lavoro e il loro dovere, ma un po' anche la loro passione: inseguire le tracce, braccare, stanare, impallinare. Quanti trionfi nello sterminare quel branco di lupi feroci che avevano la pretesa di vivere nella libertà della foresta anziché nello zoo della città!
Poi, estinta o quasi quella fauna così pericolosa, le loro strade si sono divise. Hanno continuato a frequentarsi, naturalmente, ad addestrare assieme altri cacciatori, più giovani ed inesperti, ma insomma... sapete com'è, gli anni passano per tutti.
Uno di loro, quello di Torino, è rimasto tutta la vita al servizio dello Stato per proteggerne il regno. Ma la sua fine carriera è risultata assai ingloriosa. La sua ultima preda non era un sopravvissuto branco di temibili lupi, trattandosi questa volta di animali ben più docili, anch'essi usi a muoversi in massa. Irritati per il progetto statale di devastare quel po' di verde che circonda la loro cuccia, abbaiano e ringhiano di continuo ma non sono di certo intenzionati a sbranare padroni e loro guardia-caccia. Nella loro veemente insistenza di legittime rivendicazioni, questi animali potranno infliggere qualche ferita ma, insomma, che sarà mai? Però nella sua ultima battuta contro di loro prima della pensione, il cacciatore di Torino si è fatto prendere un po' la mano, ci ha messo tutta la foga della sua gioventù. Ma ha un tantino esagerato, infatti il suo stesso padrone Stato ha da poco sconfessato il suo operato. Non scodinzolare non va bene e saltare addosso è reato, va da sé. Ma non confondiamo unghie che graffiano con zanne che squartano. Per far rientrare le prime basta uno schiaffone, per tranciare le seconde ci vuole la mannaia. Giudizio questo poco apprezzato, non solo dal cacciatore, ma anche da tutti quei servitori secondo cui una piccola disobbedienza è pur sempre premessa di una grande rivolta.
L'altro, quello di Roma, ha da tempo lasciato il servizio operativo sul campo per darsi a gioie ben più frivole, fra cui quelle televisive. E a lui, l'ultima preda del collega piemontese non è affatto antipatica, anzi, tutt'altro! Gli è così simpatica da prenderne pubblicamente le difese, da andarla a trovare, da rassicurarla. Bravi animali da branco, così si fa, mostrate un po' di dignità, che tanto lo so che in fondo siete buoni e non vi ribellereste mai per davvero al nostro comune padrone, lo Stato. Quel padrone che, lo confesso, si circonda talvolta di servitori inetti, stupidi e cattivi. Colpa loro se le cose vanno male, se la catena è stretta, la ciotola è vuota e l'aiuola attorno alla vostra cuccia è in pericolo. Abbaiate e ringhiate, bravi, così ne attirate l'attenzione e lui porrà rimedio. L'animale in questione, che non è scemo, sa bene che le carezze di Imposimatix da Roma sono un ottimo rimedio contro le sberle di Casellik da Torino. Per cui davanti a questo celebre amico cacciatore, assassino in passato di parecchi altri animali, scodinzola felice.
Qualche giorno fa alcuni sabotaggi avvenuti nel regno dello Stato hanno fatto saltare i nervi un po' a tutti. «Al lupo, al lupo!» si sono messi a strillare i servitori più beceri. Casellik, intervistato, non ha potuto fare a meno di esprimere tutta la sua preoccupazione: «Si possono, si devono discutere i diversi aspetti del cantiere No Tav, dai costi fino alla opportunità e all'impatto ambientale sul territorio. Ma un'altra cosa sono le azioni illegali o violente rispetto a un'opera che è stata regolarmente decisa e deliberata in ogni possibile sede competente italiana e europea. Un conto è discutere, fare dibattiti e convegni, manifestare in strada, un altro è assaltare con la forza un cantiere da tutti autorizzato dove si trovano onesti operai impegnati a guadagnarsi la pagnotta e forze dell'ordine asserragliate a difenderli. Tutto questo è estraneo alla democrazia». Perché in democrazia si è liberi di dire perché si è solo liberi di obbedire. Se lo Stato umilia, bastona e sfrutta, siamo liberi di esprimere il nostro disaccordo solo a patto di obbedire comunque, ovvero di lasciarci umiliare, bastonare e sfruttare. La libertà inizia e finisce nelle chiacchiere, dopo di che spuntano i fucili dei cacciatori. Ma quanto è bella la democrazia...
Casellik ce l'ha a morte col vecchio collega Imposimatix, pur scegliendo di non nominarlo. Non si capacita come un grande cacciatore, uno che si eccitava al solo odore del sangue, uno con cui ha condiviso innumerevoli abbattimenti, possa prendere le difese di una preda: «Ci saranno sicuramente molte cose che vanno male in Italia, ma non per questo si devono sottovalutare l'illegalità e la violenza come arma di lotta politica che si colloca fuori da qualsiasi forma di democrazia. Non capisco chi non lo capisce, preferendo un atteggiamento gravemente superficiale».
Da parte sua, Imposimatix è corso per l'ennesima vola in soccorso del suo animale di compagnia preferito, il quale ha subito ripreso e diffuso la sua autorevole difesa: «Cari amici, da ex magistrato che si è occupato di terrorismo di ogni genere, voglio informare gli italiani che gli attentati contro la linea ferroviaria Firenze Bologna, sono atti gravi ma non sono opera dei No Tav, ma atti della stretegia della tensione per criminalizzare i movimenti No Tav e reagire alle inchieste della magistratura di Firenze e di Torino che sta indagando su gravi delitti attribuiti nelle ordinanze di custodia cautelare a funzionari ministeriali, funzionari delle stazioni appaltanti, esponenti del crimine organizzato e appaltatori».
Per Casellik e tutti i servitori dello Stato assetati di sangue selvaggio, dietro i sabotaggi ci stanno dei lupi cattivi. Non ci sono dubbi, perché l'alternativa è secca: illegalità o legalità. Questi lupi saranno pochi ma sono pericolosi, quanto meno in potenza, bisogna scovarli ed abbatterli. 
Per Imposimatix e tutti gli sguatteri di Movimento affamati di legittimità civica, dietro i sabotaggi ci stanno dei cacciatori cattivi. Non ci sono dubbi, perché l'alternativa è secca: condivisione o Stato. Questi cacciatori saranno pochi ma sono pericolosi, bisogna denunciarli e allontanarli.
Per noi la sola certezza è che odiamo qualsiasi cacciatore e disprezziamo qualsiasi servitore o sguattero. Chi sia stato a compiere quei sabotaggi non ci interessa minimamente, non dovendo fare quadrare alcun bilancio politico. Sappiamo solo che la loro realizzazione è alla portata di chiunque voglia fare una passeggiata sotto le stelle. Che sia un esempio intenzionale o un boomerang involontario, non è questo il punto.
Il punto è che si sa bene dove possono andare ad ululare i lupacchiotti, solitari o meno che siano, nelle notti di luna piena. Lungo binari incustoditi si potrà unire l'utile al dilettevole.

giovedì 25 dicembre 2014

Natale

http://www.finimondo.org/node/1532
Kordian (Giuseppe Ciancabilla)
È Natale. C'è nell'aria frizzante della via la voluttà del tiepido raccoglimento accanto al fuoco, in casa, dopo i pasti famigliari, nell'ora beata della digestione.
C'è nello sfarzo dei magazzini insolitamente ricolmi di merci e di cibarie, tutta una sfumatura di note vivaci che inneggiano alla vita, all'abbondanza, al piacere.
E c'è una grande maggioranza di persone – uomini e donne, vecchi e giovani, bambini e adulti – che muoiono o vanno lentamente morendo, per mancanza di tutto, di casa, di cibi, di vesti, di gioie.
Così, mentre le cose, la grande maggioranza delle cose, si sciupano nell'inutilità di servire agli uomini, si sciupano marcite, logorate, putrefatte, vi sono degli esseri che muoiono per la mancanza delle cose – o, meglio, non per la mancanza delle cose, ma perché vi sono altri uomini socialmente più forti, i quali impediscono loro di servirsene, ingiustamente.
Questa ingiustizia è così facile a comprendersi, e pure quei che ne soffrono non sanno, non vogliono capirlo. Solo il giorno in cui la verità avrà fatto la luce nelle loro anime, il Natale dell'umanità sarà per tutti tiepido, abbondante, felice.

La Protesta Umana, anno II, n. 38 del 26/12/1903 ]

domenica 21 dicembre 2014

L'insostenibile superficialità della moda

http://www.ilcambiamento.it/editoriale/superficialita_moda.html

Fra i tanti consumi non indispensabili o superflui di sicuro la moda è uno dei principali. Se la crisi fosse davvero come ce la dipingono dovrebbe essere uno dei primi settori a subire vistosi crolli e invece succede esattamente il contrario, gode di buona salute.

Fra i tanti consumi non indispensabili o superflui di sicuro la moda è uno dei principali. Se la crisi fosse davvero come ce la dipingono dovrebbe essere uno dei primi settori a subire vistosi crolli e invece succede esattamente il contrario, gode di buona salute. Cosa ci può essere di più effimero e insensato di qualcosa che dura una stagione, è fabbricato normalmente da schiavi o schiave di paesi lontani e viene rivenduto a prezzi alti o altissimi semplicemente perché c’è un marchio famoso apposto da qualche parte? Un extraterrestre sceso sulla terra si domanderebbe se ci ha dato di volta il cervello a spendere così tanto (un “tanto” che tutti dicono di non avere) per una firma di qualche eccentrico stilista che esporta soldi in paradisi fiscali e che noi continuiamo a rendere ricco sfondato e ad acclamare pure come genio italico. Tra l’altro questa moda non ha certo nulla a che fare con l’arte della sartoria artigianale.
Ci dicono che siamo in tempi di fame, eppure siamo sommersi da pubblicità di moda ovunque, dove soprattutto le donne sono oggetti. E praticamente nessuno si indigna più, tanto meno le donne che, anzi, sempre più spesso ritengono che la femminilità passi necessariamente dalla biancheria intima sexy o dai tacchi a spillo e guai a mettere in discussione questi sacri pilastri della nostra “cultura”.Esistono milioni di varianti per abiti che sono simili fra loro. Le gonne, i pantaloni quelli sono, i reggiseni pure ma vengono sfornati in combinazioni infinite facendo credere che il reggiseno x o y abbia un potere di seduzione irresistibile rispetto ad un altro qualsiasi e pressoché identico. Dietro a questo mercato ci sono sfruttamento e sofferenza e in Occidente ci si rende ridicoli considerandolo qualcosa di quasi sacro. In Italia l’apparire è una vera ossessione e conseguentemente nella maggior parte degli ambienti le persone non vengono considerate per il loro valore interiore ma per i capi che indossano, per lo charme che emanano, per la loro estetica, per quella cosa altrettanto ridicola chiamata “stile”. E così le persone alla disperata ricerca del loro stile continuano a riempire gli armadi di vestiti per poi buttarne ciclicamente la gran parte. Il paradosso di tutto ciò è che il settore dell’abbigliamento è uno dei tanti in cui, anche se non ci si comprasse quasi più niente, con tutto quello che si è accumulato e riparando ciò che si rompe, si potrebbe andare avanti tranquillamente per anni.
L’Italia ha la sfortuna di avere nella moda un settore importante dell’economia e quindi dobbiamo subire una pressione fortissima. Essendo poi anche merce di esportazione, veniamo identificati con un modello ben preciso dal resto del mondo. Così gli italiani sono riconosciuti per cose assurde come la Ferrari (un mostro per ricchi che divora benzina di cui di certo non si può essere orgogliosi) e la moda. Come se gli italiani fossero quello che indossano e quello che guidano; che magra figura. In questo modo esportiamo ovunque quanto di peggio, cioè un modello costoso di consumo per far diventare tutti manichini e patiti di oggetti di lusso. La moda ha un’influenza molto forte sulle persone e soprattutto su giovani e giovanissimi. Se non vesti in un certo modo, se non metti determinati vestiti, sei fuori dal gruppo, sei uno sfigato. Per non far sentire i propri figli inadeguati, i genitori sono disposti a spendere molti soldi in prodotti alla moda anche con imitazioni delle più famose griffe. Si può facilmente immaginare quale sia il disagio di chi si sta costruendo un’identità e che per essere considerato deve apparire e uniformarsi a modelli preconfezionati dettati da avidi responsabili marketing. Come cresceranno queste persone che penseranno di dover sempre aderire ad un modello che non è il loro? Viene anche fatto credere che scegliere fra mille paia di scarpe simili sia motivo di originalità e libertà. Una originalità dettata da altri e una libertà di scegliere il prodotto che più ci aggrada fra quelli che la moda impone. Il lavoro dei pubblicitari di moda e di tanti prodotti simili è meschino e subdolo perché fa leva sul bisogno di accettazione delle persone per poi fargli comprare ogni sorta di idiozia, ad iniziare appunto da un abbigliamento costoso. Ma se tu dipendi da quello che indossi, da quello che gli altri si aspettano e dicono di te, non puoi lamentarti se poi chi si avvicina a te lo fa per quello che appari e non per quello che sei, con tutte le psicologicamente nefaste conseguenze del caso. La moda, l’estetica, l’apparenza, che piaccia o meno, sono troppo spesso sinonimi di superficialità e non ci si può lamentare o dare la colpa agli altri se dopo esserci confezionati come oggetti, gli altri ci lasciano per oggetti più affascinanti, magari più giovani o semplicemente più alla moda. Se si punta alla superficialità, si rischia di ottenere superficialità, se si punta alla profondità probabilmente si riceverà profondità.Tutto ciò ovviamente non significa andare vestiti di sacchi di juta o tutti uguali, ma da qui a spendere cifre ingenti per vestirsi ed essere ossessionati dal proprio apparire, c’è un abisso. Diamo la giusta (poca) importanza all’apparenza e agli oggetti. Ci sono paesi e luoghi dove la pressione dell’estetica e dell’apparire è molto meno forte che in Italia e le persone vanno in giro vestite come credono e ben pochi ci fanno caso; questo rende le persone più leggere e libere, fa sprecare loro molto meno tempo a vestirsi e prepararsi prima di uscire di casa. La moda è una prigione mentale e uno spreco di soldi, emanciparsene non può che fare bene allo spirito, alla vera autostima (quella che non si avvale delle apparenze) e al portafogli.

mercoledì 17 dicembre 2014

Da Mazda la bioplastica vegetale per le auto

http://www.greenme.it/muoversi/auto/15170-mazda-bioplastica-vegetale-auto
Plastica biodegradabile per costruire un'autoMazda ha messo a punto la prima bioplastica di origine naturale ad alta resistenza che abbasserà l'uso dei materiali industriali che si basano sul petrolio, a tutto vantaggio delle emissioni di CO2.
Una plastica sostenibile, quindi, per gli interni delle vetture e resistente al calore, ma anche il primo bio-tessuto al mondo per i rivestimenti dei sedili, tutto realizzato in fibra di origine vegetale.
Così, la casa automobilistica giapponese, insieme con Mitsubushi Chemichals, dà avvio a una autentica rivoluzione della produzione delle auto, anche se è da anni che è all'avanguardia nello studio di materiali ecologici per le automobili.
Ora è il tempo di questa speciale bioplastica che ha il pregio di poter essere colorata e non richiede verniciatura, riducendo dunque anche le emissioni dei composti organici volatili. In pratica, il colore viene aggiunto in fase produttiva ed è per questo che non serve poi la vernice e la tintura del materiale gli conferisce una finitura a specchio di alta qualità.
mazdabioplastica
In ogni caso, si tratta di un materiale adatto sia alle parti interne che a quelle esterne ed è il risultato della composizione di un nuovo materiale di base bioplastica altamente plasmabile e durevole con additivi e coloranti. Inoltre, questa bioplastica di nuova concezione può essere modellata utilizzando attrezzature di stampaggio a iniezione, comunemente utilizzate nella produzione di componenti automotive. Questo amplia la gamma di parti che la bioplastica possono essere utilizzate.
Questa bioplastica è stata utilizzata inizialmente per le parti interne della nuova Mazda MX-5, che verrà lanciata nel 2015.

domenica 14 dicembre 2014

Il Progetto

http://www.recoveringoil.eu/contenuti/progetto
L’olio vegetale, dopo il suo impiego in cucina, è considerato alla stregua di un comune rifiuto e lo smaltimento non considera i possibili rischi per l’ambiente conseguenti alla sua dispersione.In Italia non esiste ancora una raccolta sistematica degli oli vegetali utilizzati per lo più dal consumo casalingo.  Tenuto conto di questo, il progetto vuole intervenire su tutta la filiera dell’olio vegetale esausto (Waste Cooking Oil - WCO) per raggiungere i seguenti risultati:
  • elaborare un sistema di raccolta di WCO porta a porta nei due comuni pilota (Castell'Azzara in provincia di Grosseto e Ariano Irpino in provincia di Avellino), anche grazie all’utilizzo di un innovativo software
  • sensibilizzare i cittadini e gli amministratori sui rischi ambientali derivanti dalla dispersione degli oli esausti nell'ambiente e sulle opportunità di produzione energetica
  • avviare un progetto pilota nei due comuni sulla base di una valutazione del ciclo di vita del WCO che comprenda anche l'opportunità della conversione in carburante degli oli raccolti
  • elaborare una proposta di misure normative da presentare alle autorità nazionali ed europee, come “raccomandazioni per una legge quadro sulla raccolta e il riciclo degli oli vegetali esausti”

sabato 13 dicembre 2014

Bere latte aumenta l’incidenza di fratture: un nuovo studio

http://www.ilcambiamento.it/medicina/latte_fratture_osteoporosi.html

Un nuovo studio svedese ha correlato l’assunzione di latte vaccino ad un aumento dell’incidenza di fratture ossee. Lo studio ha coinvolto 60.000 donne per 20 anni e 15.000 uomini per 15 anni.

Vanno sempre più aumentando gli studi che contraddicono quanto dato per scontato fino a poco tempo fa e cioè che l’assunzione di latte vaccino (di mucca) consente di prevenire l’osteoporosi e le fratture ossee. Come spiega bene la nutrizionista Margie King su GreenMedInfo, lo studio svedese ha analizzato le abitudini alimentari di 60.000 donne per 20 anni e 15.000 uomini per 15 anni (1).
I ricercatori hanno riscontrato che bere latte non abbassa affatto il rischio di fratture ossee, anzi le donne che bevevano tre bicchieri al giorno di latte hanno riportato più fratture, il 60% in più di rischio di frattura dell’anca e un 16% in più per fratture in generale rispetto alle donne che bevevano meno di 1 bicchiere di latte al giorno. Ma c’è di peggio: un altro studio ha attestato anche un aumento del rischio di morte per varie cause in caso di elevato consumo di latte vaccino. Per ogni bicchiere di latte in più bevuto ogni giorno, le donne avevano un rischio maggiore del 15% di morte e gli uomini del 3% (2).
I ricercatori hanno scoperto che chi beve latte ha più biomarcatori per lo stress ossidativo e le infiammazioni e pensano che la causa siano i due zuccheri del latte­ – lattosio e galattosio. Hanno sottolineato come basse dosi di D-galattosio siano spesso somministrate ad animali da laboratorio per indurre invecchiamento e gli studi correlano il D-galattosio a una minore durata della vita, a stress ossidativo, a infiammazioni croniche , neurodegenerazione, diminuita risposta immunitaria e modifiche nella trascrizione genetica. La dose usata su questi animali è equivalente nell’uomo alla quantità contenuta in uno-due bicchieri di latte al giorno.
Quali sono allora i cibi che garantiscono ossa forti? Per Margie King esiste una top ten.
1. Yogurt.
Lo studio svedese ha scoperto che il latte fermentato ha l’effetto opposto sulle ossa rispetto al latte. Per ogni porzione di latte fermentato (yogurt, kefir, panna acida) le donne riducono l’incidenza di frattura dell’anca e morte dal 10 al 15%.
2. Formaggio.
Anche il formaggio pare diminuire il rischio di fratture e morte. È ricco anche di vitamina K2, essenziale per le ossa forti. Da preferire i formaggi tradizionali, no a quelli industriali.
3.  Natto
Si tratta di soia fermentata, molto popolare in Asia; anche il natto è ricco di vitamina K2. In uno studio su 72 donne in premenopausa è emerso che chi mangiava più natto aveva una migliore formazione delle ossa (3). E l’universtà di Tokyo ha concluso che il consumo di natto può contribuire a diminuire il rischio di fratture (4).
4. Tè verde.
Il Mediterranean Osteoporosis Study ha mostrato che bere fino a 3 tazze di tè al giorno è associato a una riduzione del 30% del rischio di frattura all’anca nelle donne. Ricercatori della Texas Tech University hanno dimostrato che 500 mg di tè verde, grazie ai polifenoli, migliorano la salte delle ossa dopo tre mesi e la forza muscolare dopo sei. Il tè verde supporta l’attività di costruzione delle ossa e reprime la disgregazione delle ossa stesse (5).
5. Prugne.
La Florida State University ha misurato la densità ossea in 100 donne in menopausa per oltre 1 anno. Metà avevano detto di mangiare dieci prugne secche al giorno, le altre metà mele essicate. I ricercatori hanno scoperto che chi mangiava le prugne aveva una densità minerale delle ossa più elevata. Altri studi hanno dimostrato che le prugne secche rallentano la perdita ossea.
6.  Melograno.
I melograni sono noti per alleviare i sintmi della menopausa, inclusa la perdita ossea. In uno studio del 2004 pubblicato sul Journal of Ethnopharmacology, i topi cui erano state rimosse le ovaie aveva una perdita ossea più veloce, ma quando sono stati nutriti con succo e semi di melograno per 2 settimane, la demineralizzazione ossea è regredita tornando a livelli normali (6).
7.  Arance.
Anche la carenza di vitamina C è correlata ad ossa fragili. In studi animali la polpa d’arancia ha migliorato in modo significativo la densità ossea e altri studi hanno riscontrato livelli più alti nelle donne che assumevano integratori di vitamina C (7). Bene scegliere arance, fragole, papaia, cavolini di Bruxelles, peperoni, meloni cantalupo, ananas, kiwi e cavolfiore.
8.   Nigella sativa (cumino nero).
In studi su animali è stato dimostrato che la Nigella sativa può fare regredire l’osteoporosi.
9.  Cumino.
Uno studio sugli animali del 2008 ha dimostrato che i semi di cumino inibiscono la perdita di densità ossea e rafforzano le ossa come gli estrogeni (8).
10.  Cioccolato.
La densità ossea è legata all’assunzione di magnesio (9), ma tali livelli si abbassano con l’età (10). Il nostro corpo ha bisogno di magnesio per convertre la vitamina D nella sua forma attiva e per assorbire il calcio. Il cioccolato fondente contiene 176 mg di magnesio ogni barretta da circa 80 grammi; fate attenzione che sia biologica e più pura possibile con almeno il 70% di cacao.

1. Michaëlsson K, Wolk A, Langenskiöld S, Basu S, Warensjö Lemming E, Melhus H, Byberg L. "Milk intake and risk of mortality and fractures in women and men: cohort studies." BMJ. 2014 Oct 28;349:g6015. doi: 10.1136/bmj.g6015.
2. Michaëlsson K, Wolk A, Langenskiöld S, Basu S, Warensjö Lemming E, Melhus H, Byberg L. Milk intake and risk of mortality and fractures in women and men: cohort studies. BMJ. 2014 Oct 28;349:g6015. doi: 10.1136/bmj.g6015.
Fordjour L, D'Souza A, Cai C, Ahmad A, Valencia G, Kumar D, Aranda JV, Beharry KD. Comparative effects of probiotics, prebiotics, and synbiotics on growth factors in the large bowel in a rat model of formula-induced bowel inflammation. J Pediatr Gastroenterol Nutr. 2010 Oct;51(4):507-13. doi: 10.1097/MPG.0b013e3181df5ff2.
Portnoi PA, MacDonald A. Determination of the lactose and galactose content of cheese for use in the galactosaemia diet. J Hum Nutr Diet. 2009 Oct;22(5):400-8. doi: 10.1111/j.1365-277X.2009.00948.x.
Astrup A. Yogurt and dairy product consumption to prevent cardiometabolic diseases: epidemiologic and experimental studies. Am J Clin Nutr. 2014 May;99(5 Suppl):1235S-42S. doi: 10.3945/ajcn.113.073015.
Modler HW, Kalab M. Microstructure of Yogurt Stabilized with Milk Proteins. J Dairy Sci. 1983 Mar; 66(3), 430–437.
3. Hironobu Katsuyama, Seiji Ideguchi, Masao Fukunaga, Tatsushige Fukunaga, Kiyofumi Saijoh, Shigeo Sunami.Promotion of bone formation by fermented soybean (Natto) intake in premenopausal women. J Nutr Sci Vitaminol (Tokyo). 2004 Apr;50(2):114-20. PMID:15242015
4. M Kaneki, S J Hodges, S J Hedges, T Hosoi, S Fujiwara, A Lyons, S J Crean, N Ishida, M Nakagawa, M Takechi, Y Sano, Y Mizuno, S Hoshino, M Miyao, S Inoue, K Horiki, M Shiraki, Y Ouchi, H Orimo. Japanese fermented soybean food as the major determinant of the large geographic difference in circulating levels of vitamin K2: possible implications for hip-fracture risk. Nutrition. 2001 Apr;17(4):315-21. PMID:11369171
5. Schen CL, "Effect of green tea and Tai Chi on bone health in postmenopausal osteopenic women: a 6-month randomized placebo-controlled trial." Osteoporos Int.2012 May;23(5):1541-52.
6. Junko Mori-Okamoto, Yoko Otawara-Hamamoto, Hideyuki Yamato, Hiroyuki Yoshimura. Pomegranate extract improves a depressive state and bone properties in menopausal syndrome model ovariectomized mice. J Ethnopharmacol. 2004 May;92(1):93-101. PMID: 15099854
7. Morton D "Vitamin C supplement use and bone mineral density in postmenopausal women" J Bone and Min Res 2001;16(1), 135-140
8. Sarika S Shirke, Sanket R Jadhav, Aarti G Jagtap.Methanolic extract of Cuminum cyminum inhibits ovariectomy-induced bone loss in rats. Exp Biol Med (Maywood). 2008 Sep 29. PMID: 18824723
9. Ryder KM et al, Magnesium intake from food and supplements is associated with bone mineral density in healthy older white subjects. J Am Geriatr Soc. 2005 Nov;53(11):1875-80. Pubmed 16274367

10. Jahnen-Dechent W., Ketteler M. "Magnesium basics."Clin. Kidney J. 2012;5:i3–i14. doi: 10.1093/ndtplus/sfr163. [Cross Ref]

giovedì 11 dicembre 2014

Finalmente in Italia

http://italiadallestero.info/archives/20449
Fin dal Rinascimento le persone hanno abbandonato il Nord per il Sud, in certi casi senza più tornare indietro.  Alcune tra queste persone sono diventate proprietarie di paesini che sembrano essersi appena risvegliati dal sonno della Bella Addormentata o hanno acquistato uliveti, frantoi e vigne.
 “Da 200 anni a questa parte siamo ospiti degli italiani ma quando si coltivano olive con loro e ci si siede a tavola tutti insieme, si parla e si ride, ci si sente accettati, ben voluti. E’ così che, poi, loro ti prendono a cuore.” Chi potrebbe saperlo meglio di Joachim Blüher? A Roma si occupa di un luogo in cui si coltiva la nostalgia per il Bel Paese. All’accademia tedesca “Villa Massimo” arrivano, grazie a delle borse di studio, artisti con lo scopo di comprendere l’essenza del dipingere, del fare poesia o del comporre in mezzo ai colori, ai profumi, alla gente e alla musica dell’Arcadia. Alcuni tra questi artisti alloggiano nella dependance Casa Baldi, situata a Olevano Romano, sulle colline a sud-est della città, e un tempo appartenuta alla famiglia romana di commercianti vinicoli Baldi. La dependance ha ospitato, in passato, anche Goethe e Angelika Kaufmann. Qui c’è anche un uliveto: “In ogni cascina nella campagna italiana se ne trova uno” riferisce Blüher, il direttore. Proprio qui, Blüher, insieme ai suoi ospiti, raccoglie le olive. Due anni fa, per la prima volta, si sono visti i risultati e, per concludere, si è tenuta una festa al frantoio: “La gente del paese ha apparecchiato la tavola di sua iniziativa e ha portato vino, pane, salame e anche il nostro olio. Ecco, così si diventa uno di loro.”
 Da imprenditore a viticoltore
 Un po’ di italianità, appartenenza e collaborazione: è questo che molti desiderano quando c’è in gioco l’oggetto della loro nostalgia, l’Italia. Due settimane in Toscana o un week-end a Roma non bastano più. I tedeschi vogliono mettere le radici nelle vigne, tra gli ulivi, anche nei castelli. “Realizzare un sogno che ora dà i suoi frutti” così lo definisce Anton Börner, imprenditore di Ingolstadt e conosciuto in Germania come capo dell’associazione del commercio all’ingrosso e estero (BGA). Per gli abitanti di Velletri, situata sui Colli Albani a sud di Roma, lui è semplicemente il “Signor Börner”, uno di loro. Proprio a Velletri si trova la sua cantina “Omina Romana”, fondata nel 2004. L’imprenditore Börner che cercava solo “un possibile investimento nel settore agricolo” è diventato il viticoltore Börner che vive tra Berlino e Roma per portare avanti la sua avventura. Quando arriva a tavola è raggiante, le guance arrossate dal sole. Börner è diventato un esperto e ha osato sperimentare. I dintorni di Velletri, patria degli antichi Etruschi, sono caratterizzati dalla presenza di un suolo di origine vulcanica, molto fertile e adatto ad essere coltivato. L’equivalente italiano del termine tedesco “Ackerbau”, ovvero agricoltura, richiama proprio la parola “cultura”. Per secoli, tuttavia, qui si sono coltivate solamente varietà destinate alla produzione di vini da tavola piuttosto scadenti. Per migliorarne la qualità, Börner ha dovuto cominciare tutto dal principio. Nel frattempo, varietà locali come il Cesanese e il Bellone o il Petit Manseng e il Viognier francesi, che fanno guadagnare a Börner clienti da tutto il mondo, si stanno facendo strada. Tuttavia, se oggi Börner produce vino di alta qualità sui Colli Albani, lo deve anche alla moglie italiana che ha insistito per il trasferimento da Berlino a Roma. Il fatto che l’imprenditore tedesco abbia, sì, assunto enologi all’avanguardia ma che, allo stesso tempo, abbia riconosciuto e sostenuto le tradizioni regionali, che abbia dato ai suoi vini i nomi di antiche divinità come Giano o Diana Nemorensis o che “abbia scelto dei collaboratori con i quali realizzare dei progetti”, lo ha reso subito uno di loro.
Roberto Benigni ha girato un film a Castelfalfi
Un altro italofilo ma con una storia diversa è Stefan Neuhaus. Quando il cittadino tedesco ha guidato per la prima volta sulle strade tutte a curve fin su a Castelfalfi, nel cuore della Toscana, il minuscolo paesino era una cittadina fantasma tra Firenze e Volterra. Il consulente aziendale non era arrivato lì per passione ma per conto di una grande azienda turistica tedesca. Neuhaus aveva il compito di trasformare il “Borgo”: antico di 800 anni e allora completamente in rovina, il paesino è situato nel mezzo di una tenuta di 110 ettari e sarebbe dovuto diventare un complesso turistico moderno e dotato di tutti i comfort. La TUI aveva già messo a disposizione 250 milioni di Euro per l’investimento. Per Castelfalfi sembrava giunta la salvezza: negli anni ’60 gli ultimi abitanti avevano infatti abbandonato il paese e in questo luogo sembrava che il tempo si fosse fermato. Di tanto in tanto arrivavano produttori e il paese diventava la scenografia per i loro lavori. Il film “Pinocchio” con Roberto Benigni, per esempio, è stato girato proprio qui. In realtà il progetto del complesso turistico è sfumato, vista l’opposizione dell’ amministrazione comunale in carica nel vicino paese di Montaione. Oggi, appena due anni dopo, Castelfalfi è però un gioiello del Chianti che rispetta le norme ambientali e lo stile tradizionale. Castello e Borgo sono stati ristrutturati e trasformati in luoghi confortevoli, il tutto grazie a materiali e manodopera locali.
Dal bosco al piatto
 Questo principio vale anche per casolari abbandonati, depandance per la caccia, stalle, rimesse, granai e abbeveratoi che si trovano nella tenuta. La riserva d’acqua nel campo da golf è un biotopo per uccelli selvatici e il rifornimento di energia è autonomo grazie ad un impianto a biogas. Neuhaus è orgoglioso del suo frantoio che si trova vicino al paese, nei pressi della cantina: l’impianto provvede alla lavorazione di olive provenienti da più di 10.000 piante e destinate alla produzione di olio extravergine. Nei ristoranti di Castelfalfi si cucina seguendo il principio del chilometro zero: molti dei prodotti vengono proprio dai dintorni del paese. Tartufi e porcini crescono nei 350 ettari di boschi e c’è una riserva di caccia da dove proviene il cinghiale, cucinato nei ristoranti. Oggi Castelfalfi è di nuovo abitato, già si contano 100 nuovi cittadini: molti sono stranieri, tra i quali parecchi i tedeschi che hanno comprato qui delle abitazioni. Sulla via principale, l’avvocato Thomas Schmidt si intrattiene nel suo italiano fresco di studi con un agricoltore del posto. Insieme a sua moglie si trova bene qui perché “siamo diventati parte di una vera comunità”. Stefan Neuhaus ne è orgoglioso anche se “gli manca ancora il parroco in paese”, dice ridendo. La chiesa infatti è ancora chiusa: ci si può trasferire a Castelfalfi, far parte della sua comunità ma non si può ancora celebrare un matrimonio in chiesa.

venerdì 5 dicembre 2014

A quando la prossima catastrofe nucleare?

http://www.ilcambiamento.it/editoriale/catastrofe_nucleare.html

Quando si parla di nucleare sembra che nemmeno la famosa pedagogia delle catastrofi di cui parla Serge Latouche abbia effetti tangibili. Semmai Hiroshima e Nagasaki non avessero aperto gli occhi, almeno dopo Chernobyl il mondo avrebbe dovuto capire che con la maledetta follia nucleare non si poteva più avere a che fare. Invece niente, si è andati avanti come se nulla fosse. Intanto, una settimana fa un altro incidente in Ucraina è passato inosservato.

di Paolo Ermani 

Sono proseguiti gli incidenti (l'ultimo la settimana scorsa in Ucraina) e si è arrivati a Fukushima e nuovamente l’intero mondo ha tremato: catastrofe di dimensioni incalcolabili che non ha ancora avuto fine e le cui conseguenze drammatiche dureranno per tempi incredibili. Per qualche giorno in quel periodo si è parlato di moratoria a livello mondiale e poi con il passare del tempo tutto è stato dimenticato, il Giappone ha pure eletto un premier che era favorevole al nucleare; Cina, India e altri paesi vanno avanti con i loro programmi di costruire nuove centrali e via di questo passo. Non si capisce cosa debba succedere di ancora più catastrofico per chiudere per sempre questa strada di morte certa. Ci dovranno essere milioni di cadaveri per le strade, magari di un paese occidentale dove i media dell’horror sono più presenti, per far dire la parola basta? Il conto alla rovescia è di nuovo iniziato, questa tecnologia è così insicura, fragile e pericolosa che se non verrà fermata è purtroppo molto probabile che accada un prossimo incidente catastrofico e non si tratta di malaugurio ma di fredde statistiche. Gli esperti dicevano che incidenti come quelli di Chernobyl, Three Mile Island e Fukushima non sarebbero mai potuti accadere: ce ne sono stati tre nell’arco di trentacinque anni, senza contare le centinaia di incidenti cosiddetti minori. E due di questi sono avvenuti nei paesi più tecnologicamente avanzati come Stati Uniti e Giappone, senza contare che la Germania, altro paese super tecnologico, deve smantellare un importante deposito di scorie radioattive (senza sapere nemmeno bene come) perché non è sicuro come sembrava. Non sarà quindi il caso di chiudere tutte le centrali al mondo quanto prima anziché attendere una prossima catastrofe? E, a proposito: le scorie di cui si parla ultimamente da stoccare in Italia, eredità della nostra stagione nucleare e che non si sa dove posizionare, suggerisco di metterle in comode confezioni regalo nei garage e nelle case di coloro che hanno fortemente voluto le centrali. Visto che a loro piace tanto e che dicono che il nucleare è pulito e sicuro, di certo non avranno problemi ad ospitarle nelle loro dimore per i prossimi millenni cioè il tempo della loro vita radioattiva.
E... il 3 dicembre si viene a sapere che cinque giorni prima si è verificato un incidente alla centrale nucleare di Zaporozhskaya in Ucraina