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Debito pubblico italiano

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sabato 27 settembre 2014

THE BLACK OCTOBER

http://www.eugeniobenetazzo.com/debito-pubblico-hair-cut/
L’escalation di contestazione sul piano mediatico che sta colpendo l’attuale governo fa percepire come la possibiità di una nuova chiamata alle urne verso Marzo 2015 sia verosimilmente plausibile. Le recenti valutazioni che ha evidenziato il Financial Times ad inizio settimana riguardo la sostenibilità finanziaria del debito pubblico italiano, ormai completamente fuori controllo, devono far preoccupare oggettivamente i loan country buyers, leggasi gli acquirenti e detentori di titoli di stato italiani. Non aspettate il salvatore della patria, lasciate perdere lo show dei proclami che sta andando in scena da oltre sei mesi, iniziate a liberarvi dei suddetti titoli italiani quanto prima. Questa volta la sirena vi avvisa con largo anticipo. Anche Corrado Passera, che dovrebbe essere il futuro nuovo primo ministro italiano, ha espresso l’ennesimo giudizio all’unisono su chi sta guidando il Paese dalla scorsa primavera. Matteo Renzi è un bluff,quando il Paese se ne accorgerà sprofonderà nell’oblio, è privo di visione, naviga a vista e soprattutto è circondato da persone dalla modesta, se non insignificante competenza. Così l’ex ministro del Governo Monti si è recentemente espresso ai microfoni di Radio 24.
Stando ai rumors di mercato, a far cadere Renzi potrebbe essere il suo ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, che non ha alcun desiderio di veder rovinata una carriera professionale trentennale per sei o nove mesi di appartenenza all’ennessimo governo detronizzato. Sostanzialmente Padoan vorrebbe evitare di finire come Mario Monti, il cui prestigio professionale è stato ampiamente compromesso dalla sua stessa esperienza di governo. Fallimentare su molti fronti. Renzi ormai può essere considerato un PR che vive in un mondo tutto suo: chi crede infatti che il Paese possa riprendersi grazie alla riforma del Senato, alla finta abolizione delle provincie o la recente proposta di abolizione dell’articolo 18 farà la stessa fine di quei poveri babbei che hanno comperato bitcoin durante la scorsa estate a 650$ ed ora se lo ritrovano a 400$ con una svalutazione del 40%. Una sorte simile potrebbe capitare anche ai detentori di debito italiano. Su questo punto facciamo una riflessione. Quando Mario Monti subentro a Berlusconi nel 2011 e lo spread era oltre 500 sui titoli di stato, il Paese paradossalmente stava molto meglio di oggi in cui lo spread è costantemente sotto la soglia di 150 punti.
Il tutto sembra irragionevole in quanto i parametri macro-economici che rappresentano il Paese sono decisamente più compromessi rispetto a tre anni fa: pensiamo solo alla disoccupazione, al rapporto debito/pil o al livello di tassazione complessivo. Dalla ICI alla Tasi, passando per l’IMU, il drenaggio fiscale sugli immobili è praticamente triplicato, senza dimenticare la tassazione sui risparmi e i vari balzelli sulle accise. Gli italiani in termini di ricchezza finanziaria stavano sicuramente meglio in epoca pre-montiana quando lo spread era oltre 500. I moniti che arrivano dagli organismi sovranazionali, dalle agenzie di rating e dagli investitori istituzionali riguardo alle famose riforme tanto sbandierate ma non implementate alimentano un rischio scenario che da incerto è diventato oggettivamente pericoloso. Gli hair cut sul debito italiano sono sempre più verosimili, ma mentre nei Paesi in cui sono stati intrapresi, a subirne le conseguenze sono stati proprio gli investitori esteri privati, nel caso italiano questo scenario diventa grottesco in quanto produrrebbe un ulteriore depauperamento di ricchezza per la nazione. Ricordiamo infatti che proprio gli stessi italiani detengono ormai oltre la soglia del 75% il proprio debito.
Fanno parte degli italiani che detengono il debito pubblico italiano anche banche e compagnie di assicurazione italiane che sui titoli di stato hanno costruito la loro solidità e la loro redditività. Sui titoli di stato italiani si fondano prodotti strutturati come le index linked, coperture di previdenza integrativa e montagne di fondi pensioni. Attenzione anche ad essere troppo esposti con depositi in istituti bancari italiani che a loro volto hanno una rilevante esposizione in titoli di stato italiani. Il momento di mercato presuppone una gestione del rischio più oculata di quello che si pensi, ipotizzando ormai anche scenari drammatici sul versante finanziario. Non vi sono più scuse per far finta di non vedere o di non sapere, i titoli del debito pubblico, a mio parere, vanno smobilizzati, capitalizzando magari i gain ottenuti proprio grazie ad acquisti effettuati durante il periodo turbolento del 2012. Il tutto può essere infatti configurato all’interno di un riassetto di portafoglio e di patrimonio a fronte del rischio Paese e del paradigma rischio/opportunità. Da questo punto di vista infatti il debito italiano potrà solo essere gestito in ottica quantitativa (quindi ipotesi di hair cut) in assenza di manifestazioni propulsive della crescita economica (ipotesi qualitativa) che mancano all’appello nonostante tre diversi tentativi di governo non convenzionale.

domenica 21 settembre 2014

Brasile al voto. L’autonomia dei movimenti

http://comune-info.net/2014/09/brasile-voto-lautonomia-dei-movimenti/
Saranno settimane roventi, in Brasile, quelle che ci dividono dal 5 ottobre, il giorno del voto presidenziale. Più accese ancora saranno le tre settimane seguenti, quelle che condurranno al quasi certo ballottaggio. La morte improvvisa del socialista Eduardo Campos, scomparso con la famiglia a bordo di un aereo privato, ha riacceso la competizione con l’entrata in scena di Marina Silva, ex ministro verde del governo Lula e avversaria storica quanto temibile per la prevista rielezione di Dilma Roussef. Non suscitava entusiasmo ma sembrava scontato, il secondo mandato per Dilma, mentre ora diversi sondaggi danno Marina favorita. Sono state le straordinarie manifestazioni del giugno 2013 a svegliare il gigante del Sudamerica e a cambiare in profondità lo scenario. Il governo del Pt ne è uscito sorpreso e scosso. La gente non gli riconosceva più alcuna diversità da chi lo aveva preceduto: le disuguaglianze restano quelle di sempre, la riforma agraria e quella urbanistica sogni più lontani. Così oggi il Movimento Passe Livre, grande protagonista della primavera 2013, ribadisce di non essere interessato ad alcuna via istituzionale mentre rileva che nessun candidato s’è detto favorevole alla tariffa zero sui trasporti. Gli fa eco il grande movimento urbano dei Sem Teto: manteniamo una rigorosa autonomia da qualsiasi partito politico e qualsiasi governo. Nemmeno più i Sem Terra fanno sconti ai candidati di una sinistra politica da tempo migrata altrove: il potere del capitale tiene in ostaggio la politica e le istituzioni pubbliche impedendo le trasformazioni politiche ed economiche necessarie al popolo. Gran bel segnale di salute, l’autonomia
di Raúl Zibechi
La polarizzazione politica che ha dominato in Brasile negli ultimi due decenni, contrapponendo il Partido da Social Democracia Brasileira (PSDB Partito della Socialdemocrazia Brasiliana) di Fernando Henrique Cardoso e il Partido dos Trabalhadores (PT Partito dei Lavoratori) di Luiz Inácio Lula da Silva, si è frantumata con le manifestazioni del mese di giugno 2013. Il contrasto tra i “tucanos” (PSDB) e i “petistas” (PT) aveva diviso il paese tra coloro che difendevano il modello neoliberale e le privatizzazioni e coloro che proponevano modifiche sostanziali per uscire da questo modello.
Come ogni forte contrapposizione, questi opposti principi sono stati capaci di aggregare le più eterogenee forze politiche e sociali che si sono schierate dalla parte di una o dell’altra delle proposte avanzate da queste sigle e dai rispettivi dirigenti. Mentre gli anni 90 sono stati un periodo segnato dall’egemonia di Cardoso, la prima decade del nuovo secolo è stata dominata dall’orientamento dato da Lula. Ciascuna di esse ha stretto ampie alleanze al fine di assicurarsi la governabilità e ha dovuto confrontarsi con le richieste dei diversi gruppi di pressione.
Con le grandi mobilitazioni del giugno 2013, questo scenario è cambiato radicalmente. E’ stata la prima volta che il PT ha dovuto affrontare istanze che nascevano dalla società. Fino a quel momento infatti, i contrasti principali provenivano fondamentalmente da diversi settori imprenditoriali e professionali e solo in secondo luogo dai movimenti. Milioni di persone hanno manifestato in 353 città chiedendo che fosse annullato l’aumento dei prezzi relativi al trasporto pubblico: richiesta che è stata accolta, ottenendo uno storico trionfo.

Giugno è stato molto più di questo. E’ stato un grido contro la disuguaglianza, incentrata inizialmente sul problema dei trasporti, e contro la criminalizzazione della protesta e dei movimenti, giacché la protesta si è intensificata a seguito della brutale repressione poliziesca. Il Brasile continua ad essere nel mondo uno dei paesi dove c’è maggiore disuguaglianza. Con i tre governi del PT la povertà è diminuita considerevolmente, ma la disuguaglianza è rimasta quasi inalterata, poiché non ci sono stati cambiamenti strutturali, non è stata fatta la riforma agraria né è stata avviata la riforma urbanistica così come chiedono i nuovi movimenti. Senza cambiamenti nella struttura della proprietà e del reddito, i piani sociali non possono risolvere le grandi sfide sollevate dai settori popolari.
La repressione continua ad essere un altro problema irrisolto, così come è stato dimostrato dalla brutale e sofisticata repressione subita dai manifestanti nella piazza Sáenz Peña di Río de Janeiro, il giorno della finale dei Mondiali di Calcio. Sono stati assediati da un ingente dispiegamento di polizia, impossibilitati ad uscire dall’accerchiamento per ore, fino al termine della partita. La Polizia Militare agisce nelle favelas con totale impunità, usando proiettili veri contro la popolazione. L’organizzazione Maes de Maio, fondata a seguito dell’assassinio di 500 persone innocenti avvenuto a São Paulo nel maggio del 2006 [1] nell’ambito della lotta al narcotraffico, registra 25 massacri tra il 1990 e il 2013, in pratica uno all’anno.
Giugno 2013 è stata una reazione contro le continuità tra i governi del PSDB e del PT. Gli analisti dei media e gli accademici solitamente enfatizzano i cambiamenti avvenuti a partire dal 2003 (quando Lula è salito al governo) ma non menzionano mai le continuità. Chico de Oliveira è stato uno dei primi a sottolineare che tra i due partiti non ci sono molte differenze. A giugno è stata la gente che si è fatta carico di dimostrarlo. Bruno Cava, uno dei più acuti analisti del Brasile, ha evidenziato che “ciò che si pone al di fuori del punto di vista della sinistra, costituisce una pericolosa “mina vagante” che deve essere controllata” (IHUOnline, 5 luglio 2013). “Ritengo che la polarizzazione tra tucanos e petistas durata per anni, abbia impoverito la capacità di analisi di questi militanti”, commenta sul suo blog il sociologo Rudá Ricci.
Negli ultimi giorni sono state fatte diverse dichiarazioni da parte dei movimenti in merito alla questione elettorale. Lucas Oliveira, del Movimento Passe Livre (MPL)che ha avuto un ruolo di primo piano nelle manifestazioni di giugno, rimarca che “nessuno dei tre principali candidati appoggia la “tariffa zero” (nel trasporto pubblico) né avanzano proposte per ridurre il prezzo del biglietto”. Il MPL difende la mobilitazione permanente, “non crediamo nella via istituzionale, dall’alto verso il basso. Se ci credessimo, staremmo lavorando per proporre qualche candidatura. Ma non lo stiamo facendo” (Estrado de Sao Paulo, 23/8/14).

Il Movimento dos Trabalhadores Sem Teto (MTST Movimento dei Lavoratori Senza Tetto) ha emesso un forte comunicato in difesa della gratuità degli alloggi e della riforma urbanistica. “Nella nostra azione di pressione sullo Stato, nei suoi diversi livelli, non siamo guidati da chi sta al governo. Manteniamo una rigorosa autonomia rispetto a qualsiasi partito politico ed essenzialmente di fronte a qualsiasi governo” (MTST.org, 26/8/14). I senza tetto aggiungono che le loro istanze “si costruiscono con la lotta e la mobilitazione popolare” e non attraverso le istituzioni. Il testo conclude: “Ribadiamo che il nostro cammino non è la partecipazione alle campagne elettorali. Il nostro voto è il potere popolare!”
Il 2 settembre il Movimento Sem Terra (MST Movimento dei Senza Terra) ha emesso un comunicato con il quale si chiede ai tre candidati l’attuazione della riforma agraria. “Purtroppo, sempre di più, il potere del capitale tiene in ostaggio la politica e le istituzioni pubbliche, impedendo quelle trasformazioni politiche ed economiche necessarie al popolo brasiliano” (MST.org 2/9/14). Dopo aver elencato un complesso di istanze finora rimaste disattese, conclude con il suo impegno a “lottare in modo permanente, in difesa e per la realizzazione della Riforma Agraria Popolare e di una società socialista”.
Due giorni prima del comunicato, il MST ha occupato la tenuta agricola appartenente ad un senatore del PMDB, alleato del governo, nonché candidato a governatore di Ceará. Le mobilitazioni non sono cessate neppure in corrispondenza della dirittura finale della campagna elettorale. Giugno 2013 è stato uno spartiacque, profondo, irreversibile. Un “¡Ya basta!” (adesso basta, ndt) per chi vuole o può ascoltarlo. In questo difficile periodo, l’essere di sinistra sopravvive solo nei movimenti anticapitalisti.

domenica 14 settembre 2014

In marcia per il clima

http://www.ilcambiamento.it/clima/marcia_clima.html

Domenica 21 settembre sarà la giornata mondiale di mobilitazione contro i cambiamenti climatici. In occasione del vertice dei capi di Stato che si svolgerà a New York, la società civile si incontrerà in centinaia di piazze di tutto il mondo, nella più grande manifestazione globale per il clima mai organizzata, la People’s Climate March.


Tra le piazze previste in tutto il mondo c’è anche Roma. Legambiente, KyotoClub, Italian Climate Network e Power Shift Italia, insieme, hanno risposto all’appello per la mobilitazione e danno appuntamento a tutti coloro che vorranno partecipare alle ore 17 in via dei Fori Imperiali, per unire simbolicamente il Colosseo a New York e dare voce alla società civile che chiede interventi urgenti e concreti contro i cambiamenti climatici.
I dati diffusi dall’Onu dicono che nel 2013 si è registrato un nuovo record di gas a effetto serra nell’atmosfera mentre diminuisce rapidamente la capacità della terra e degli oceani di assorbirli.
La manifestazione a Roma vedrà biciclette, musica e stand, proiezioni e un collegamento con New York per dare voce a cittadini, famiglie e giovani “che vogliono un modello economico ed energetico diverso, ma anche per promuovere, diffondere e far conoscere le alternative concrete e già integrate nei territori” spiegano gli organizzatori.
“I cambiamenti climatici - prosegue Cogliati Dezza - hanno ripercussioni sull’intero pianeta e ci riguardano tutti da molto vicino. A pochi giorni dall'ennesima catastrofe nel Gargano, che ancora una volta ha seminato vittime e distruzione, è ormai evidente che non sono un rischio lontano, ma un dramma con cui occorre fare i conti anche per paesi dell'area mediterranea. I dati riportati dall’Organizzazione meteorologica mondiale sono preoccupanti - aggiunge il presidente di Legambiente - Serve un cambio di passo da parte dei governi, una forte accelerazione, nell’adottare e imporre misure di riduzione delle emissioni e seri ed efficaci interventi di adattamento. Da parte di tutti è necessaria una forte assunzione di responsabilità eppure il nostro governo continua a sostenere politiche energetiche autolesioniste e non riesce a distaccarsi dalle vecchie idee di politica industriale e di governo del territorio, non riuscendo proprio a capire che è un'esigenza popolare e un'opportunità economica muoversi verso un'economia a basse emissioni di co2”.

sabato 13 settembre 2014

Garganta Villera

http://comune-info.net/2014/09/garganta-villera/

Si chiama La Garganta Poderosa ed è la voce più fantasiosa e interessante delle villas, gli immensi quartieri poveri della periferia di Buenos Aires che i lavoratori migranti costruirono da sé prima e durante la dittatura. Esprime in modo efficace e irriverente la cultura ribelle, sovversiva che si sta consolidando tra los de abajo della capitale argentina. Stampa ogni mese copertine piuttosto originali, con grandi personaggi che gridano, e cura la qualità, perché vuole rompere l’assedio dei grandi media sul territorio. Gridano i presidenti e soprattutto gli eroi del futbol, perché siamo in Argentina. Anche in quella splendida e surreale di Osvaldo Soriano: la Garganta non si limita a tifare, gioca. I gol delle donne valgono il doppio e prima di ogni partita si fanno assemblee per decidere le regole. Di arbitri non c’è bisogno. Parte dei lettori si mette in gioco anche col movimento dei villeros, il principale protagonista della realtà urbana odierna di Buenos Aires, che dà vita a mense, cliniche mediche, spazi educativi, culturali, mezzi di comunicazione. Non ha ancora invaso le grandi avenidas ma da quelle parti accade spesso che grandi movimenti si rendano poco visibili fin quando l’onda della protesta non rompe ogni argine. È in quel tempo della latenza, però, che il cambiamento s’immerge nella vita quotidiana e cambia il mondo
di Raúl Zibechi
Nella vita quotidiana dei settori popolari si stanno producendo cambiamenti che preludono a cicli di proteste. Spesso questi cambiamenti sono impercettibili per i media, che vi pongono attenzione solo quando poi le proteste riempiono i grandi viali, come è successo nel giugno del 2013 con le manifestazioni che hanno scorso il Brasile. Si tratta di mutamenti che si verificano nel periodo di latenza dei movimenti, quando l’attività di trasformazione si immerge nella quotidianità.
777Qualcosa del genere sta accadendo nel “mondo villero“ argentino. Il 26 luglio si è tenuto il terzo congresso della Corriente Villera Independiente. Il giorno prima, centinaia di villeros hanno tenuto una conferenza stampa nei pressi dell’Obelisco [1], dove per 55 giorni è rimasta installata una tenda, la Carpa Villera, con lo scopo di ottenere risposte alle richieste di urbanizzazione. A rotazione, i villeros hanno letto un comunicato invitando a prender parte alle dieci commissioni di lavoro che si sono riunite il giorno seguente presso la Confederación de Trabajadores de la Economía Popular di Buenos Aires.
Le villas sono quartieri auto-costruiti dai lavoratori e dagli immigrati nord-argentini, boliviani, paraguaiani e peruviani che sono stati protagonisti di importanti lotte negli anni 60 e 70, quando hanno opposto resistenza all’azione della dittatura militare che li allontanava dal centro della città. Solo nella capitale ci sono 18 villas, con 200 mila abitanti, in tutta l’enorme area metropolitana di Buenos Aires si calcolano invece 1000 villas con 2 milioni di abitanti, il 7 per cento della popolazione della città.
Secondo il censimento del 2010, nell’ultimo decennio, la popolazione delle villas è aumentata del 50 per cento: un dato che indica una dinamica propria, diversa da quella macroeconomica, se si considera che questo periodo è quello che ha registrato il maggior sviluppo economico. Negli ultimi anni il movimento villero ha dovuto affrontare le intenzioni del governo di destra della città, che voleva allontanare la gente. Dopo i successi del Parque Indoamericano nel 2010 (quando migliaia di senzatetto hanno cercato di occupare la più grande area verde della città) hanno iniziato a dar forma al movimento fino alla creazione della Corriente Villera.
Il movimento ha un’identità potente, divenuta più forte a seguito dell’omicidio compiuto nel 1974 dalla Triple A [2], del sacerdote e militante sociale Carlos Mugica, fondatore della parrocchia Cristo Operaio nella Villa 31 del quartiere Retiro, nonché membro del Movimento dei Sacerdoti per il Terzo Mondo. Per la destra e per le classi medie razziste che abitano la città, i villeros sono “negri” che devono essere trasferiti per mano degli apparati repressivi. Per i parroci villeros, presenti in tutte le villas della città, sono persone dalle quali imparare,proseguendo l’esempio di Mugica (qui un bel documento storico in video di Arco Iris Tvndr).
Sebbene non abbia avuto un ruolo rilevante durante le proteste dei piqueteros(1997-2002) [3], il movimento dei villeros è diventato il principale protagonista della realtà urbana. Ha dato vita a iniziative politiche, sociali, economiche e culturali di enorme importanza, attraverso un considerevole sviluppo dell’organizzazione: mense, cliniche mediche, spazi educativi, sportivi e culturali e mezzi di comunicazione che sono riusciti a rompere il cerchio dell’isolamento imposto dalos de arriba, coloro che stanno in alto.
La Corriente Villera sta dando al movimento una coscienza che supera la divisione tra quartieri, mobilitandosi e negoziando le rivendicazioni in forma congiunta, superando cioè la tradizionale frammentazione tra le diverse villas. Alla Correntereclamano l’urbanizzazione dei quartieri; nel frattempo, come sottolinea il comunicato del congresso, hanno ottenuto “accordi sull’acqua potabile e per migliorare le linee elettriche, ambulanze, lavori in alcuni quartieri e meccanismi per regolare la raccolta della spazzatura” della quale vivono molti dei suoi abitanti.
In secondo luogo, la Carpa Villera ha costituito la base che ha permesso allaCorrente di rafforzare alleanze con altri movimenti, come quello dei lavoratori dell’Hotel Bauen [4], recuperato e autogestito e ancora minacciato di chiusura, e con molti altri collettivi della città. Dalla Carpa sono passati gruppi di piqueteros e gruppi della sinistra politica, attori e musicisti. È diventata insomma uno spazio dove poter discutere le politiche per la città.
Durante il terzo congresso, in uno spazio aperto e gelido, centinaia di villeroshanno discusso in gruppi di lavoro. Spiccava, come sempre, la forte presenza di donne con figli e nipoti, ma c’erano anche molti giovani. Nel gruppo che si occupava della comunicazione, c’erano i redattori de La Garganta Poderosa, una rivista fatta nelle villas che è riuscita a rompere l’assedio dei grandi media.
410377La conversazione è incredibile. Chiedo al mio interlocutore il suo nome. Risponde “La Garganta Poderosa”, impossibile smuoverlo di lì. “LaGarganta Poderosa è il nome che abbiamo tutti quando parliamo con i media. È il modo che abbiamo scelto per evitare ogni cooptazione personalistica o partitica, poiché quello di cui abbiamo bisogno è che cresca il collettivo”. Parla a una velocità siderale. Hanno iniziato tre anni fa come articolazione de La Poderosa, un coordinamento di 15 assemblee di altrettantevillas,che promuove iniziative gastronomiche, tessili, di raccolta dei rifiuti e adesso di comunicazione.
La Garganta Poderosa ha una periodicità mensile, viene curata da 45 persone, ha 28 pagine in carta patinata a quattro colori e ha una tiratura che va dalle 12 alle 22 mila copie. “Ciò che fa la villa non deve essere di cattiva qualità, bensì della migliore, perché vogliamo rompere l’accerchiamento”. L’edizione uscita per i Mondiali di calcio ha venduto 50 mila copie. In copertina, simulando l’atto del gridare e ricordando nomi di desaparecidos, ci sono sempre personaggi famosi:Messi, Di Maria, Sabella, artisti, musicisti, Evo Morales e Maradona, che è un convinto sostenitore de La Garganta.
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Il “gordo” Soriano quando scriveva meraviglie
Si potrebbe parlare per ore della rivista e del gruppo. Hanno anche un’identità calcistica, però diversa: giocano uomini e donne e i gol delle donne valgono doppio (“altrimenti a loro nessuno passa la palla”). Fanno assemblee prima di ogni partita per definire le regole, non ci sono arbitri, e “se uno che non ha le gambe per farlo, ma desidera fare il portiere, facciamo le porte più piccole”Fanatici del calcio, durante il Mondiale hanno trascorso un mese in una favela brasiliana e hanno giocato una partita con Cidade de Deus per aiutare la sua gente.
“Il nome La Poderosa deriva da quello della moto del Che e di Alberto Granados”, spiega quale sintesi programmatica. È la cultura ribelle, sovversiva, quella che sta in basso e che si sta consolidando.




sabato 6 settembre 2014

Il granello di sabbia cresce in Sardegna

http://comune-info.net/2014/09/granello-sabbia-cresce-in-sardegna/
Si fanno più concrete le voci sulla possibilità di evitare le previste esercitazioni di caccia israeliani in Sardegna. La protesta cresce ogni giorno, mentre un devastante incendio provocato da munizioni è scoppiato nel pomeriggio di giovedì 4 settembre nel poligono militare di Capo Frasca. In quello che qualcuno si ostinerà a chiamare ancora “incidente”, ci sono state diverse esplosioni – di certo anche una bomba – e le solite colonne di fumo si sono levate altissime spingendo alla fuga i turisti, Venticinque nuovi ettari di splendida macchia mediterranea sono stati devastati. I danni sono incalcolabili, il ministero della difesa tace. Dagli amici di Arréxini arrivano le notizie, il resoconto dell’assemblea internazionale del 30 agosto – quella che chiedeva di mettere un granello di sabbia nella macchina del massacro e l’agenda le nuove mobilitazioni
di Arréxini
L’assemblea ritiene illegittime le esercitazioni che si svolgeranno in Sardegna a partire dal mese di settembre, in particolare quelle israeliane in quanto portate avanti da un governo che occupa la Palestina tutta illegalmente e fa della pratica di guerra d’aggressione uno dei capisaldi della sua politica estera”.
È questo uno dei passaggi più importanti del documento prodotto sabato e pubblicato dall’assemblea internazionale contro le esercitazioni israeliane in Sardegna e per il sostegno alla campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), riunita a Cagliari il 30 agosto presso il teatro Adriano.
La giornata di sabato è stato il primo vero momento di incontro pubblico per discutere di come sia possibile bloccare in modo efficace le azioni dello Stato di Israele e di quali possano essere i modi migliori per fermare le esercitazioni militari.
Si è iniziato la mattina con alcuni interventi programmatici che avevano come tema centrale l’azione del BDS. Gli interventi sono stati di Omar Barghouti, attivista del movimento “Palestinian Boycott, Divestment and Sanctions National Committee – BNC”, Ayah BASHIR, attivista del BDS Gaza, Filippo BIANCHETTI – Comitato NO-M346 a Israele, Ester GARAU, del BDS Sardegna e Stephanie WESTBROOK, appartenente al BDS Italia.
Di particolare importanza i primi due interventi che hanno sottolineato il ruolo svolto dal movimento di boicottaggio in questi anni, l’importanza dei risultati ottenuti e come proseguire l’attività, in particolare focalizzando l’attenzione su degli obiettivi specifici e individuando un campo di azione nell’ambito farmaceutico e alimentare (che includerebbe il boicottaggio delle aziende Teva e Sodastreamche operano in territori che Israele occupa militarmente da anni).
Nei successivi interventi si è invece sottolineato il rapporto tra il territorio e l’industria militare.
Filippo Bianchetti ha parlato delle industrie di armamenti presenti nel Nord Italia. Di sera invece, si sono riuniti i tre gruppi di lavoro: BDS economico, BDS culturale ed il gruppo sulle esercitazioni militari. Il primo ha proposto un boicottaggio della Teva e dell’industria della Sodastream, attraverso una campagna che sensibilizzi gli operatori del settore, le associazioni dei consumatori e gli enti locali. Il gruppo del boicottaggio accademico e culturale ha proposto inoltre un rafforzamento delle relazioni esistenti tra docenti e studenti, che porti avanti la promozione di momenti di riflessione comune sugli obiettivi istituzionali di tale strumento, sulla sua legittimità e sui suoi confini. L’ultimo gruppo, infine, ha analizzato quali possano essere le pratiche principali che possano ostacolare l’inizio delle esercitazioni militari. Tre gli appuntamenti in futuro: la manifestazione del 13 settembre a Capo Frasca, il sit in a Lanusei in occasione di un’udienza del processo Quirra e la manifestazione del 27 settembre a Roma.
Contemporaneamente, l’obiettivo che ci si pone è quello di costruire tra tutte le realtà presenti una manifestazione a Decimomannu in occasione dell’inizio delle esercitazione israeliane. Ma su questo punto, stando alle ultime notizie pubblicate sull’Unione Sarda, vi sono delle novità. È notizia di ieri (3 settemmbre), infatti, il fatto che probabilmente i caccia dell’Israelian Air Force non si eserciteranno più in Sardegna. La notizia ad oggi non ha avuto ulteriori conferme e bisognerà aspettare qualche giorno per capire se le forze dell’aviazione israeliana sarà presente nei cieli sardi. Per quanto riguarda tutte le altre esercitazioni in programma tra Capo Frasca, Quirra e Teulada, la situazione rimane invariata, e nonostante il no del Comitato Paritetico Misto della Regione Sardegna, le altre forze armate della Nato continueranno ad esercitarsi nel territorio sardo.

martedì 2 settembre 2014

Sulle strade allarme baby prostitute: “Una su quattro ha appena 16 anni”

http://www.sostenitori.info/sulle-strade-allarme-baby-prostitute-una-su-quattro-ha-appena-16-anni/
Bergamo, 2 agosto 2014 – Hanno lasciato le loro case nei paesi di origine per il sogno di una vita migliore, che si è infranto sul marciapiede di tante strade bergamasche. Sono soprattutto romene (almeno il 45%) e nigeriane (il 35%), ma non mancano le albanesi (il 10%), bielorusse, moldave, ucraine (il restante 10%). E a sorpresa tornano anche le italiane tra le lucciole che si dividono uno spicchio di strada nella Bergamasca. Nulla sembra cambiato dal blitz dello scorso luglio che ha sgominato un’organizzazione dedita allo sfruttamento della prostituzione sulle strade della Bassa. È quanto emerge dalla fotografia impietosa scattata dall’associazione La Melarancia, da oltre 13 anni in prima linea in soccorso delle vittime delle tratte e dello sfruttamento sessuale. «Nell’ultimo anno abbiamo censito circa 500 lucciole tra la strada Francesca, che collega la città alla Bassa, la Villa d’Almè-Dalmine e la zona dell’Isola Bergamasca — dice Marzia Gotti, coordinatrice della Melarancia — ma i numeri sono certamente superiori se si considera che noi abbiamo soltanto una unità mobile di strada e usciamo 3-4 volte la settimana. Il dato più allarmante è che circa il 25% delle prostitute è minorenne, tra loro ci sono molte sedicenni. Una stima per difetto, perché la maggior parte nasconde l’età per paura. Inoltre la crisi ha fatto tornare sulle strade anche le italiane, ne abbiamo contate una decina. Sono una goccia nel mare rispetto alle straniere, ma la loro presenza è un campanello d’allarme. Vuol dire che la crisi non risparmia più nessuno». Proprio la crisi che costringe anche le donne italiane a fare il mestiere più antico del mondo, ha fatto calare i prezzi delle prestazioni, non tanto il numero di clienti. E a poco è servito il blitz di due mesi fa: pochi giorni dopo stesse strade, stesso scenario. Sesso a buon mercato e senza troppe cautele.
«Le ragazze dell’Est prendono 30 euro a prestazione, le africane la metà. A fine mese le più “quotate” possono arrivare fino a 8mila euro, le altre non superano i 4mila, ma nelle loro tasche resta in genere meno di mille euro, gran parte dell’incasso va ai loro sfruttatori, tanto che alcune devono lavorare fino a 12 ore al giorno per poter mandare a casa 200 euro al mese». Numeri confermati anche dai carabinieri di Treviglio, che continuano ad annodare i vecchi fili di nuove tele per ricostruire la trama di sfruttamento che c’è dietro i più recenti giri di lucciole. Il maxiblitz di due mesi fa con 47 ordinanze di custodia cautelare, di cui 24 eseguite dai militari dell’Arma di Treviglio, ha squarciato il velo su un meccanismo perverso che sembra autorigenerarsi puntualmente, con bande che si spartiscono il territorio, o meglio le piazzole, e le subaffittano a organizzazioni dedite allo sfruttamento della prostituzione.
Meccanismo di cui le lucciole sono due volte vittime.
«Quasi tutte le ragazze che abbiamo contattato — conclude Gotti — hanno subito stupri, aggressioni, rapine da parte di uomini che si sono presentati come clienti e dopo aver consumato un rapporto le hanno picchiate e derubate». Perché il mostro, in qualche caso, ha il volto di un insospettabile.