martedì 8 aprile 2014

Acqua contaminata in Abruzzo, si sa da 42 anni

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Ritrovate 2 lettere, del Comune di Pescara e della Montedison: tutti sapevano, e hanno lasciato che il fiume Pescara si ammalasse, e con esso 700.000 persone.
Gli scarichi della Montedison nel fiume Pescara.
di Santi Liggieri

«La qualità dell'acqua è stata indiscutibilmente, significativamente e persistentemente compromessa per effetto dello svolgersi di attività industriali di straordinario impatto ambientale in aree ad alto rischio per la falda acquifera e per le azioni incontrollate di sversamento. Dunque l'acqua risulta contaminata da sostanze di accertata tossicità», si legge nella relazione di settanta pagine dell'Istituto superiore della sanità per descrivere e analizzare la situazione dell'ex polo chimico della Montecatini Edison di Bussi, in provincia di Pescara. L'inchiesta, portata avanti dal Corpo forestale dello Stato, vede inquisite una ventina di persone, e tra queste i vertici delle società Montedison e Solvay. Oltre 250.000 tonnellate di rifiuti tossici, finiti nella discarica di quasi trenta ettari, non lontana dai fiumi Pescara e Tirino. Secondo l'Istituto superiore di sanità, fino al 2007 l'acqua arrivava a scuole e ospedali avvelenando oltre settecentomila persone.

Incredibile è il ritrovamento di due lettere che certificano come già negli anni Settanta tutti fossero a conoscenza della situazione. La prima fu scritta nel 1972 dall'allora assessore all'Igiene Pubblica del Comune di Pescara Giovanni Contratti. Il destinatario era la Montecatini Edison di Roma. Nella sua missiva Contratti descrive passo dopo passo tutte le problematiche legate all'inquinamento delle falde acquifere, e invita la società ad attivarsi in tempi brevi al fine di dissotterrare i rifiuti tossici e attuare piani di limitazione dei danni ambientali.

La seconda lettera, datata 1976, è interna agli uffici della Montedison, e in particolare sarebbe stata scritta da un dirigente. Leggendo si comprende come la società avesse richiesto a un ente esterno l'analisi dei veleni nel terreno. Sembrerebbe strano, se non fosse che fra le righe compaiono tutte le condizioni con le quali questa indagine doveva essere portata avanti. Il dirigente scrive come, qualora i risultati avessero evidenziato una quantità anomala di elementi tossici, la notizia non sarebbe dovuta giungere all'esterno. In caso contrario sarebbe stata di dominio pubblico.
Entrambe le lettere sottolineano fattori importanti. Quella dell'assessore Giovanni Contratti dimostra come fosse attivo un rapporto tra Comune e azienda riguardante la problematica dei rifiuti tossici. L'altra, invece, evidenzia il potere della Montedison nel gestire la comunicabilità di una condizione critica che coinvolgeva l'intera popolazione della zona.

Ma il primo atto pubblico è un rapporto del 1992, stilato dalla Praoil (azienda esperta nel campo delle indagini ambientali). Essa aveva il compito di verificare la situazione idrogeologica dell'area dove sorge lo stabilimento in relazione alle possibilità di contaminazione dei terreni sottostanti l'insediamento industriale da prodotti ricollegabili agli impianti Montefluos.

I dati rilevano «una forte compromissione delle acque sotterranee», contaminate da mercurio, piombo e, soprattutto, clorometani. Dunque, già nei primi anni Novanta si era ufficialmente a conoscenza del grave stato di contaminazione della falda superficiale. Inoltre, si legge nel rapporto, dell'«esistenza di una falda profonda, anch'essa gravemente contaminata, collegata idraulicamente a quella superficiale», e di un «concreto rischio di migrazione a valle della contaminazione esistente». Nonostante ciò, la procura ha emesso il mandato per la chiusura dei pozzi solo nel 2007. Viene da chiedersi come mai nessuno sia intervenuto prima e come sia stato possibile che con un pericolo accertato i cittadini continuassero a usufruire di quell'acqua.
Secondo i deputati del Movimento 5 Stelle Gianluca Vacca e Andrea Colletti, «le responsabilità di questo disastro sono del governo, che non è intervenuto in maniera decisa nell'affrontare il problema, sottovalutandolo e facendo prevalere le logiche lobbistiche di difesa dei poteri forti invece di tutelare i cittadini abruzzesi. Sono, inoltre, di Chiodi (il presidente della Regione Abruzzo, ndr) e soprattutto Goio (il commissario del governo, ndr): non sono stati capaci neanche di spendere i primi cinquanta milioni stanziati per la messa in sicurezza del sito. In altre interrogazioni parlamentari abbiamo chiesto lo stato dei lavori e sollevato la questione dell'inutilità del commissario Goio alla luce dei fallimentari risultati. Di Chiodi ancora come presidente della Regione, nonché commissario alla Sanità, non ha divulgato i dati dell'Agenzia sanitaria regionale sull'incidenza tumorale nella Val Pescara, non predisponendo oltretutto una immediata indagine epidemiologica come la gravità dei dati richiederebbe».

A rincarare la dose Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente e Lavori Pubblici della Camera, che ha definito la discarica di Bussi la più grande d'Europa, con un danno ambientale di circa otto miliardi e mezzo di euro per la bonifica di questi territori, ai piedi dei parchi nazionali del Gran Sasso e della Majella, con un costo stimato dell'operazione di circa seicento milioni di euro.

Attualmente, il caso è sotto la supervisione della Procura di Chieti, che avvierà presto il processo penale, con conseguente inizio della bonifica. Aspettando la verità, i cittadini hanno continuato a consumare l'acqua inquinata andando incontro al pericolo di malattie. Secondo uno studio sembra, infatti, che fra gli abitanti del territorio interessato dallo scandalo si sia registrato un netto aumento di morti per cause tumorali e di malformazioni neonatali.