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lunedì 30 dicembre 2013

Luce, poste, caffè e benzina: ecco quello che ci riserva il 2014

http://siamolagente.altervista.org/luce-poste-caffe-e-benzina-ecco-quello-che-ci-riserva-il-2014/#
Per primo aumenterà il prezzo della luce e poi viavia poste,caffè e benzina.
Dal primo gennaio le tariffe per la luce aumenteranno del +0,7%, mentre quelle del gas rimarranno invariate.
Lo ha stabilito l’Autorità per l’energia. L’aggravio per una famiglia media sarà pari a 4 euro su base annua. Ma è lunga la lista dei beni e servizi che con l’arrivo del nuovo anno subiranno un rincaro. Non si tratta solo dei soliti aumenti deipedaggi autostradali, che come sempre arrivano con il finire del vecchio anno, questa volta si parla anche di poste e di prodotti acquistati alle macchinette automatiche.
Una semplice lettera (quella sino ai 20 grammi di peso) potrebbe veder rincarare il francobollo da 70 centesimi a 95 centesimi entro il 2016.
In aumento anche il costo della raccomandata, che potrebbe salire da 3,60 euro a 5,40 euro. Gli aumenti non sono da poco, corrispondendo ad un +35% per la lettera semplice e +50% per la raccomandata.
Caffè, bibite e snack acquistati nei distributori automatici, invece, diventeranno più salati del 6% circa, anche nelle scuole e negli ospedali, a causa dell’aumento dell’IVA deciso su questi prodotti dal 4% al 10%.
E per finire non poteva non mancare il caro benzina.
Secondo il Codacons benzina e gasolio hanno fatto registrare in questi giorni forti rincari, raggiungendo una media di 1,796 euro al litro la verde (e punte di 1,830 euro/litro) e 1,726 euro al litro il diesel.
«Con questo provvedimento si rischia di far pagare agli utenti l’ingresso di Poste Italiane in Alitalia, e quindi il salvataggio della compagnia aerea, esattamente come temevamo – afferma il Presidente del Codacons Carlo Rienzi – Qualsiasi rincaro delle tariffe postali è ingiustificato e, come tale, sarà impugnato dal Codacons al Tar».
fonte: Articolotre.com

domenica 29 dicembre 2013

Anche Paolo Berlusconi nel giro dei rifiuti nucleari

http://mentiinformatiche.com/2013/12/anche-paolo-berlusconi-nel-giro-dei-rifiuti-nucleari.html
di Chiara Paolin 
Lo dice senza problemi che in vita sua ha ammazzato almeno cinquanta cristiani, e per altri quattrocento ha dato l’ordine di farli fuori. Lo giura con un sorriso che è scampato alla morte tante volte, per miracolo: “Pure con la stricnina in carcere ci hanno provato, e un’altra volta con un lanciamissili”. Carmine Schiavone ha retto a tutto dopo l’affiliazione alla mafia, con pungitura a Milano nel 1974 per mano di Luciano Liggio. Non un camorrista, dunque, ma un mafioso che gestiva il comparto costruzioni e opere pubbliche a Caserta e dintorni: dieci miliardi di lire al mese da spartire e investire. Nei primi anni 90 il guaio. Gli propongono di mettere monnezza sotto una strada, e lui ci sta. Ma quando s’accorge che tra i sacchi di spazzatura ci sono fusti tossici, rompe l’accor – do. Il clan tenta di convincerlo. Sandokan, suo cugino, lo minaccia. Lui insiste, gli fanno una soffiata e arriva l’arresto, il carcere, le rivelazioni sulla montagna di schifezze sotterrate nelle campagne. Indagini e processi che mandano in galera 1500 affiliati. Questa è la storia di Carmine Schiavone per come la racconta lui in prima persona a Servizio Più Pubblico, lo speciale in onda stasera su La7 (ore 20:35) per raccontare cos’è l’“Inferno atomico”, un territorio devastato da 10 mila tonnellate di rifiuti tra cui, dice Schiavone, ci stanno pure materiali radioattivi. “QUA SOTTO CI SONO le scorie nucleari, arrivate qua dalla Germania in cassettine grandi così – dice Schiavone calpestando un campo vicino a Casal di Principe –. Le portava una società di Milano collegata all’ex P2, a Licio Gelli: era di uno che faceva il costruttore, e che s’è dimesso appena io ho verbalizzato il suo nome”. Cioè quando, a partire dal 1993, Schiavone spiega ai magistrati l’affare della monnezza e spara un nome grosso, già all’epoca: “Dove sono finiti i verbali dove parlo di Paolo Berlusconi?”, chiede Schiavone quando alcune mamme della zona, persi i loro bimbi per tumori legati all’inquinamento, pretendono dal boss un’assunzione di responsabilità. Nessuna prova contro Paolo Berlusconi è mai stata esibita, e molte dichiarazioni di Carmine Schiavone restano coperte dal segreto di Stato. Quanto emerso nelle ultime settimane sul lavoro svolto dalla Commissione parlamentare nel 1997, il famoso “qua moriranno tutti tra vent’anni”, è solo un frammento della verità più profonda e inesplorata. Un mistero che ha rovinato la vita a Roberto Mancini, l’agente della Criminalpol che per quelle indagini del 1993 sorvolò in elicottero le terre del veleno. Al suo fianco Schiavone, che gli indicava i campi dove il suo clan aveva sotterrato i rifiuti pericolosi. L’agente Mancini ha passato giorni interi camminando su quella terra, a prendere misure e segnare punti di scavo, a seguire i carotaggi e prendere appunti. L’agente Mancini non è più in servizio: da dieci anni combatte un linfoma, un cancro tipico nella Terra dei fuochi, una malattia che è una beffa per chi credeva nella legalità e ha visto sprecare un lavoro rischioso, durissimo. “Non sono stato tutelato dallo Stato – dice Mancini nello studio di Servizio Pubblico a Sandro Ruotolo –. Finora ho combattuto il tumore, d’ora in poi mi dedicherò alle istituzioni. Quando consegnai il mio rapporto sulle ispezioni giù in Campania, i giudici Narducci e Policastro erano entusiasti. Pochi giorni dopo cambiarono idea, e dell’inchiesta non rimase nulla: troppo difficile da gestire, troppe pressioni. C’è stato anche l’intervento della massoneria, è provato”. In Campania tutti aspettano una risposta. I malati, i parenti dei morti, quelli che pretendono dal presidente della Repubblica il riconoscimento ufficiale dello status di vittime dello Stato: “Gli abbiamo spedito 150 mila cartoline, non ha dato cenno – spiegano dal comitato –. Del resto, all’epoca dei fatti, era lui il ministro degli Interni. Quindi ora speriamo che ci dia ascolto Papa Francesco”. NELLE CAMPAGNE, i contadini raccolgono peperoni e friarielli a pochi metri dalle aree sospette: “Dobbiamo svendere, nessuno compra più”. Ma perché non avete denunciato negli anni chi veniva a sversare? “Con la canna di fucile in bocca dovevamo parlare, certo. Qua non ci ha difesi mai nessuno, la politica sapeva, ha mangiato e noi siamo rovinati”.

venerdì 27 dicembre 2013

I maiali di Roma

http://www.beppegrillo.it/2013/12/i_maiali_di_roma.html
"Vicino a Boccea, a Roma, una mandria di maiali grufola nella monnezza non ritirata da giorni. Ci aggiorniamo per le epidemie: arriveranno!
Finalmente la Giunta Marino e l'assessore all'ambiente (Marino anch'ella) hanno trovato un sistema rapido, biologico, a km 0 e veloce per smaltire i rifiuti. Basta discariche, largo ai maiali. Che sono pure una simpatica metafora per tutti i personaggi che fino ad oggi hanno ridotto lo smaltimento rifiuti della città a livelli da quarto mondo. E poi tutti a comprare i salamini bio e le salsiccette made in Rome nei farmer's market a Circo Massimo e Garbatella eh!?" Segnalazione da romafaschifo


mercoledì 25 dicembre 2013

Beast M55 la mountain bike del futuro...

http://www.adessopedala.com/cms/articolo.lasso?code=2011021410554192435093



Arriva da Budapest la mountain bike futuristica dal nome Beast M55. Ci hanno lavorato per ben 5 anni per creare questa bici alla società MM5, sono ingegneri elettronici e meccanici, disegnatori industriali ed amanti ed esperti di ciclismo, l'hanno chiamata Beast 55, è una bicicletta elettrica altamente sofisticata con un elevato livello di tecnologia.
La Beast 55 arriva ad una velocità di 77 km/h.

Edizione limitata, ne hanno prodotti 55 esemplari in tutto il mondo, costruiti a mano con il telaio in alluminio e lastre in fibra di carbonio, la Beast 55 ha motore un elettrico senza spazzole e componenti di alta qualità.

La bicicletta ibrida Beast 55 è stata presentata al SEMA Trade Show di Las Vegas, sarà in vendita dal prossimo febbraio.

Il costo della Beast 55 è di 35.300 dollari.








martedì 24 dicembre 2013

Natale, trend di crescita per shopping online a caccia di risparmio, indagine eBay

http://www.sestopotere.com/natale-trend-di-crescita-per-shopping-online-a-caccia-di-risparmio-indagine-ebay/
shopping online natalizio
 Grazie ad una ricerca TNS, eBay, uno dei più grandi marketplace online al mondo, ha indagato come i nostri connazionali affronteranno il Natale 2013, quanto spenderanno, quanti regali faranno e le loro inclinazioni nei confronti dello shopping online. Il principale ambito analizzato dalla ricerca è quello della spesa prevista per le festività: si stima che in Italia il Natale 2013 costerà circa 10 miliardi di euro. Tra regali, cibo e casa gli italiani spenderanno circa 316 € a testa, di cui circa 196 € destinati ai regali e 120 € alle decorazioni e al cibo. Lo shopping online come alternativa a quello tradizionale conferma il suo trend di crescita anche a Natale.
Sono, infatti, oltre 15 milioni gli italiani che hanno dichiarato che acquisteranno online allo stesso modo o di più rispetto allo scorso anno, con un aumento di oltre un milione 200mila in confronto al dato del 2012. 
A trainare questa crescita è soprattutto il mobile commerce: oltre 7 milioni di italiani (2 milioni in più rispetto al 2012) faranno i propri acquisti natalizi da smartphone. A confermare il fenomeno del m-commerce sono i dati interni eBay, dove attualmente una transazione su tre è influenzata dal mobile.
“Per un italiano su tre il Natale rimane un periodo dell’anno stressante, a causa delle tante preoccupazioni per preparare tutto alla perfezione” – dichiara Irina Pavlova, responsabile comunicazione di eBay in Italia – “I regali che ognuno fa sono in media 9 e servono sempre idee nuove ed originali per sorprendere amici e parenti, ma soprattutto per accontentare il partner, indicato dal 26% degli intervistati come la persona più complicata a cui fare un regalo”.
Il Natale in Europa
La ricerca TNS per eBay ha inoltre studiato le attitudini natalizie in diversi paesi Europei, svelando le particolarità di 8 nazioni.
Lo stato con la spesa più alta è l’Irlanda, dove ognuno investe oltre 500 € tra regali e casa, al secondo posto la Svezia (422 €) e al terzo la Francia (387 €). L’Italia è al settimo posto, con una spesa di 316 € a testa. Differenze sostanziali si notano anche nei destinatari dei regali: in ogni paese i figli sono quelli per i quali si spende di più, con una media europea di 146 €, il partner è al secondo posto con una media di 88 €. Svezia e Francia sono i due Paesi dove la differenza tra i due è maggiore, dato che si spendono oltre 100 € in più per i figli rispetto ai compagni. La Russia è invece il Paese dove la differenza è minore: è infatti un solo euro a differenziare le due spese.
Analizzando invece la situazione italiana e paragonandola con lo scenario del 2012, è da sottolineare un minor investimento per la spesa del partner, una diminuzione media di 7 €, e un aumento della spesa per i figli, in media vengono spesi 5 € in più.
“Il Natale ideale è quello dove ognuno riesce ad accontentare i propri cari acquistando un pensiero per tutti, investendo la minor cifra possibile per i regali più esclusivi” – continua Irina Pavlova – “Per questo motivo fino a Natale la sezione eBay Imperdibili, – la più popolare del sito, dove si trovano prodotti di marca a prezzi scontati, con le spese di spedizione gratuite – verrà ampliata fino ad arrivare a migliaia di articoli in vendita ogni giorno. Inoltre dal 5 all’8, dal 12 al 15 e dal 19 al 22 dicembre ci saranno il quarto, quinto e sesto appuntamento con i fine settimana imperdibili, con prodotti scontati fino al 50% e che hanno riscosso un grande successo tra gli acquirenti italiani nelle settimane precedenti, registrando un numero record di vendite.”
Grazie alla ricerca TNS viene sfatato il mito degli italiani sempre di corsa per comprare regali di Natale all’ultimo momento. Se il mese di dicembre rimane fondamentale per tutti i paesi europei, con una media del 45% degli intervistati che si dedica allo shopping natalizio proprio in quel periodo, alcuni risultati sono del tutto inaspettati.
Gli italiani si rivelano essere coloro che, in percentuale maggiore rispetto al resto d’Europa, acquistano regali per il Natale successivo con i saldi di gennaio o immediatamente dopo il Natale appena trascorso (9%). Gli svedesi sono quelli che più degli altri ci pensano durante tutto l’anno (15%), a novembre sono gli irlandesi a fare spese natalizie (36%), mentre all’ultimo momento arrivano i russi. Il 24% dei russi infatti si dedica allo shopping natalizio solo la settimana prima di Natale, il 5% il giorno prima; entrambe queste percentuali sono più alte rispetto al resto d’Europa.
Dove acquistano e dove spendono maggiormente gli italiani a Natale su eBay
Il Natale non si limita ai confini del Bel Paese, ma l’ispirazione arriva da tutto il mondo. Grazie alla portata di online e mobile shopping e alla vetrina mondiale di eBay, gli italiani vanno in cerca del regalo perfetto in ogni angolo del pianeta, stando seduti comodamente davanti al computer o aspettando il tram.
Dando per scontato che l’Italia rimane il paese dove il numero di acquisti effettuato è il più elevato, il secondo riferimento per gli acquirenti eBay italiani è l’Inghilterra dove si registra un acquisto ogni 6 secondi, segue la Germania con un acquisto ogni 7 secondi. Fuori dall’Europa si continua con Cina, Stati Uniti ed Hong Kong. Chiudono Francia, Spagna, Slovenia ed Olanda.
Altra variabile da tenere in considerazione è invece la spesa, perché non sempre un numero di oggetti elevato corrisponde ad una maggiore spesa. Con l’Italia ancora al primo posto in questa speciale classifica, la Germania diventa il secondo paese dove gli acquirenti eBay  spendono la cifra più alta, scalzando l’Inghilterra che rimane al terzo posto. Seguono Stati Uniti, Cina, Francia, Hong Kong, Olanda, San Marino e Spagna.

domenica 22 dicembre 2013

La peste non esiste

http://www.beppegrillo.it/2013/12/la_peste_non_esiste.html
E' diventato normale. Ogni giorno qualcuno è colpito dalla peste. Persone insospettabili che in tutta la loro vita non avevano mai avuto un qualunque sintomo cadono all'improvviso in preda della malattia. Un tuo amico, un parente, il marito della custode, la madre del compagno di scuola di tuo figlio. Il cerchio si stringe e tu, che avevi sempre ritenuto la peste come una malattia d'altri tempi e ti sei sempre considerato immune, solo gli altri potevano esserne colpiti, la percepisci sempre più vicina. Nella buca delle lettere. Nello squillo del cellulare. Sai che potrebbe toccare a te perdere tutto. E' sufficiente una lettera di licenziamento, la tua azienda che chiude, delocalizza, va in bancarotta. Se hai dei risparmi cominci a fare i conti, per quanto tempo potrai sopravvivere con la tua famiglia, qualche mese? Due anni? E poi? Se non hai nulla guardi nel vuoto e cerchi, con poche speranze, un'occupazione qualunque. Lo Stato, questa entità che tutto presiede, di cui nessuno è mai responsabile, un dio moderno al di là del bene e del male, non ti potrà aiutare, non è nella sua natura. Ti fermi a riflettere, a pensare se forse, questa peste che dilaga e abbatte con lentezza, implacabile, le certezze di una vita, distrugge ogni protezione sociale, non sia in parte colpa tua. Ti chiedi se tu, per anni, hai svolto, inconsapevole, indifferente, la funzione del piccolo untore e questa peste, questo contagio che corrompe la società non sia dovuta anche al tuo delegare (a chi poi?), al crederti invulnerabile.
"Era, quella, una peste profondamente diversa, ma non meno orribile, dalle epidemie che nel medioevo devastavano di quando in quando l'Europa. Lo straordinario carattere di tal nuovissimo morbo era questo: che non corrompeva il corpo, ma l'anima. Le membra rimanevano, in apparenza, intatte, ma dentro l'involucro della carne sana l'anima si guastava, si disfaceva. Era una specie di peste morale, contro la quale vi pareva non vi fosse difesa alcuna. Tanta era l'iniqua forza del contagio, che prostituirsi era divenuto un atto degno di lode, quasi una prova di amor di patria, e tutti, uomini e donne, lungi dall'arrossirne, parevano gloriarsi della propria e della universale abbiezione" (*)
Dagli schermi della televisione arrivano, come ogni sera, messaggi rassicuranti: "La peste non esiste!". Fino a ieri ci hai creduto, forse ci hai voluto credere, ora non puoi più e pensi a quelle persone vendute che mentono dietro al piccolo schermo e ai loro burattinai con i volti di plastica e le risposte piene di vuoto. Anche loro, pensi, si sentono immuni. Per quanto durerà? Quando la campanella dei monatti suonerà per tutti?
(*) La pelle - Curzio Malaparte

venerdì 20 dicembre 2013

Questo parco giochi farà morire d’invidia tutti i gonfiabili del mondo

http://www.internazionale.it/superblog/la-stanza-dei-grafici/2013/12/20/questo-parco-giochi-fara-morire-dinvidia-tutti-i-gonfiabili-del-mondo/?utm_content=buffera24fe&utm_source=buffer&utm_medium=facebook&utm_campaign=Buffer


In un bosco sul Montello, in provincia di Treviso, il signor Bruno gestisce l’osteria Ai pioppi dal 1969. E in questi quarant’anni ha costruito nel bosco un piccolo parco giochi artigianale, con altalene, scivoli, montagne russe e giostre.
Questo video, prodotto da Coleman Guyon e Luiz Romero per Fabrica, racconta la storia dell’osteria.
Le foto invece sono di Oriol Ferrer Mesià e sono state pubblicate da Fast Company(mre)


domenica 15 dicembre 2013

Politica alimentare: il mondo non può essere un grande supermercato

http://www.maioproject.org/maio-project/politica-alimentare-il-mondo-non-puo-essere-un-grande-supermercato/
Siamo arrivati a 7 miliardi di esseri umani che abitano il pianeta. Più di metà di loro vive ammucchiata in grandi città, distanti dai loro luoghi di origine. E per la prima volta nella storia abbiamo raggiunto la triste statistica di un miliardo di persone che soffrono la fame tutti i giorni. Ossia, il 14% degli esseri umani non ha diritto alla sopravvivenza. E tra di loro migliaia di bambini e le loro madri muoiono ogni giorno.

Alla popolazione che riesce ad alimentarsi è stata imposta una standardizzazione dei prodotti alimentari. Quattrocento anni fa, prima dell’avvento del capitalismo, gli esseri umani si nutrivano con più di 500 specie diverse di piante.
Cento anni fa, con l’egemonia della rivoluzione industriale, si sono ridotte a 100 le specie diverse di cibo che, dopo la coltivazione, passavano ai processi industriali. E da trent’anni, con l’avvento dell’egemonia del capitale finanziario nel mondo di oggi, la base di tutta l’alimentazione dell’umanità è rappresentata per l’80% da soia, mais, riso, fagioli, orzo e manioca.
Il mondo è diventato un grande, unico, supermercato. Le persone, indipendentemente da dove vivono, si nutrono della stessa dieta di base, fornita dalle stesse imprese, come se fossimo una grande porcilaia, in cui aspettiamo, passivi e ridotti in stato di assoggettamento, la distribuzione della stessa razione giornaliera.
Una tragedia, nascosta tutti i giorni dai media al servizio della classe dominante, i cui membri si abbuffano al banchetto degli interessi, dei profitti, dei conti bancari, di champagne ed aragoste. Sempre più obesi e disumanizzati. Rimpinzati di ingiustizia e iniquità. Perché siamo arrivati questa situazione? 

Perché il capitalismo, come modo di organizzare la produzione, la distribuzione dei beni e la vita delle persone basata sul profitto e lo sfruttamento, si è impossessato dell’intero pianeta. E il cibo è stato ridotto ad un mero status di merce. Chiunque ha denaro può comprare l’energia per continuare a vivere. Quelli senza soldi non possono continuare a sopravvivere.
E per fare soldi devi vendere la tua forza lavoro, se c’è qualcuno che la compra. Perchè circa 100 società transnazionali agroalimentari (come Cargill, Monsanto, Dreyfuss, ADM, Syngenta, Bungue, ecc.) controllano la maggior parte della produzione mondiale di fertilizzanti, prodotti chimici, pesticidi, le industrie agroalimentari e il mercato della vendita di questi prodotti alimentari.
Perché ora, gli alimenti vengono venduti nelle borse internazionali e su di loro si specula, come fossero una materia prima qualsiasi, come il ferro, il petrolio, ecc. e grandi investitori finanziari diventano proprietari di milioni di tonnellate di cibo, su cui speculano, aumentando i prezzi deliberatamente per aumentare i loro profitti. Milioni di tonnellate di soia, mais, frumento, riso, i futuri raccolti e anche prodotti ancora nemmeno piantati, che saranno raccolti nel 2018, cioè tra cinque anni, sono già stati venduti. Questi milioni di tonnellate di cereali, che non esistono, hanno già un padrone. 


Per fissare i prezzi del cibo non si seguono più le regole del costo di produzione, più i mezzi di produzione e la forza-lavoro. Ora sono determinati dal controllo oligopolistico che le società esercitano sul mercato, imponendo lo stesso prezzo per lo stesso prodotto in tutto il mondo, e in dollari USA. E chi ha un costo di produzione maggiore di questo, va in bancarotta perché non può recuperare le proprie spese. 

Perché, in questa fase di controllo sui beni del capitale finanziario, fittizio, che circola in tutto il mondo, con una proporzione di 5 a 1 rispetto al suo equivalente in produzione (255.000 miliardi di dollari in valuta rispetto a 55.000 miliardi di dollari in beni annuali) le nostre risorse naturali come la terra, l’acqua, l’energia, i minerali, sono trasformati in pura merce.Quindi c’è stata un’enorme concentrazione della proprietà della terra, dei beni della natura e del cibo. E qual è la soluzione? 

  •  In primo luogo abbiamo bisogno di rinegoziare in tutto il pianeta il principio che il cibo non può essere una merce. Il cibo è l’energia della natura (sole più terra, più acqua, più vento) che muove gli esseri umani, prodotti in armonia e collaborazione con gli altri esseri viventi che formano l’immensa biodiversità. Tutti dipendiamo da tutti, in questa sinergia collettiva di sopravvivenza e di riproduzione. Il cibo è un diritto di sopravvivenza. E quindi, ogni essere umano dovrebbe avere accesso a questa energia per riprodursi come essere umano, in maniera egualitaria e senza alcun vincolo. 


  • I governi hanno adottato il concetto di sicurezza alimentare, per spiegare questo diritto, e quindi affermare che i governi dovrebbero fornire cibo ai loro cittadini. È un piccolo miglioramento rispetto alla subordinazione totale al mercato. Ma noi, dei movimenti sociali, diciamo che il concetto è inadeguato perché non risolve né il problema della produzione alimentare, né quello della distribuzione e ancor  meno del diritto. Perché non basta che i governi comprino cibo, o distribuiscano denaro con le “borse-famiglia” per permettere alla gente di comprare il cibo. Il Cibo continua ad essere trattato come merce, dando molto profitto alle aziende che lo forniscono ai governi. E le persone continuano ad essere dipendenti, subalterne, prima al mercato, ora ai governi. Noi sosteniamo il concetto di sovranità alimentare, cioè che in un qualsiasi territorio, cittadina, villaggio, tribù, insediamento, comune, Stato e perfino intero Paese  ogni popolo abbia il diritto e il dovere di produrre il proprio cibo. E’ stata questa pratica che ha garantito la sopravvivenza dell’umanità, anche nelle condizioni più difficili. Ed è provato biologicamente che in tutte le parti del nostro pianeta si può produrre energia – cibo – per la riproduzione umana, a partire dalle condizioni locali.
  •  
  • La questione fondamentale è come garantire la sovranità alimentare dei popoli. E per questo dobbiamo sostenere la necessità che in primo luogo tutti coloro che coltivano la terra e producono cibo, gli agricoltori, i contadini abbiano diritto alla terra e all’acqua. Come un diritto degli esseri umani. Da qui la necessità di una ripartizione politica dei beni della natura (terra, acqua, energia) tra tutti, attraverso quello che noi chiamiamo riforma agraria.
 
  •  
  • Dobbiamo fare in modo che ci sia la sovranità nazionale e popolare sui principali beni della natura.  Non possiamo sottoporli alle regole della proprietà privata e del profitto. I beni della natura non sono  frutto del lavoro umano. E per questo lo Stato, in nome della società, deve sottoporli a una funzione sociale, collettiva, sotto il controllo della società.

  •  
  • Abbiamo bisogno di politiche pubbliche governative che incoraggino la pratica di tecniche agricole di produzione alimentare che non siano predatrici della natura, che non utilizzino veleni e producano in armonia con la natura e la biodiversità e in abbondanza per tutti. Queste pratiche giuste sono ciò che chiamiamo Agroecologia.
  •  
  • Dobbiamo garantire il diritto che i semi, le diverse razze di animali e i loro miglioramenti genetici fatti dall’umanità nel corso della storia, siano accessibili a tutti gli agricoltori. Non ci può essere proprietà privata dei semi e degli esseri viventi, come ci impone la fase attuale del capitalismo, con le sue leggi sui brevetti, i transgenici e le mutazioni genetiche. I semi sono un patrimonio dell’umanità.
  •  
  • Dobbiamo garantire che in ogni luogo, regione si produca il cibo necessario, che la biodiversità locale fornisce, e che si possano mantenere così le abitudini alimentari e la cultura locale, anche come questione di salute pubblica. Poiché gli scienziati, i medici e i biologi ci insegnano che l’alimentazione degli esseri viventi, per una loro sana riproduzione deve essere in armonia con l’habitat e l’energia del luogo.
  •  
  • Abbiamo bisogno che i governi garantiscano l’acquisto di tutte le eccedenze alimentari prodotte dai contadini e utilizzino il potere dello Stato per garantire loro un reddito adeguato e allo stesso tempo la distribuzione di cibo a tutti i cittadini.


  •  
  • Dobbiamo impedire che le multinazionali continuino a controllare ogni parte del processo di produzione dei fattori di produzione agricoli, della produzione e distribuzione degli alimenti.


  •  
  • Abbiamo bisogno di sviluppare la trasformazione di alimenti (quello che viene chiamato agroindustria) in forma cooperativa sotto il controllo dei contadini e dei lavoratori. 

Abbiamo bisogno di adottare pratiche di commercio internazionale di prodotti alimentari tra i popoli, basate sulla solidarietà, la complementarietà e lo scambio. E non più sull’oligopolio di aziende, dominate dal dollaro statunitense.
Lo Stato deve sviluppare politiche pubbliche che garantiscano il principio che il cibo non è una merce, è un diritto di tutti i cittadini. E la gente vivrà in società democratiche, con i diritti minimi garantiti, solo se avrà accesso al cibo-energia necessario.

 
  • Il cibo non è una merce, è un diritto! 


    di João Pedro Stédile (brasiliano, cittadino del mondo, membro di Via Campesina e del MST)  da Vermelho, 21 ottobre 2013
    (traduzione Antonio Lupo – Comitato Amigos MST Italia)

    sabato 14 dicembre 2013

    Populismo (di Marco D'Eramo)

    http://salvatoreloleggio.blogspot.it/2011/12/populismo-di-marco-deramo.html

    Il testo che segue, con un altro titolo (Che razza di populismo) è stato pubblicato sul "manifesto" del 16 dicembre. Mi paiono illuminanti sulla confusione semantica in cui viviamo il riferimento a Roosevelt e le citazioni del presidente Usa del New Deal, assai indovinate. (S.L.L.)
    Non se ne può più della sufficienza con cui i commentatori di tutte le sponde declinano i termini «populismo» e «populista».
    Cominciamo col dire che nessuno definisce se stesso populista: è un epiteto che ti affibbiano i tuoi nemici politici (un po' come nessuno si autodefinisce terrorista, ma è chiamato così solo dagli avversari o quando è stato sconfitto: algerini, vietnamiti e fondatori dello stato d'Israele non furono ricordati come terroristi perché le loro guerre le vinsero).
    In secondo luogo, populista ha non solo lo stesso significato, ma anche lo stesso etimo di demagogico, termine che non a caso fu coniato nell'antichità dalle fazioni aristocratiche e senatoriali in spregio alla plebe.
    In effetti i nostri opinionisti ostentano nel pronunciare la vituperata parola un ludibrio venato di degnazione, neanche fossero tutti elencati nell'almanacco di Gotha, marchesi di Carabas timorosi d'infettarsi a contatto con il volgo (da cui la parola volgare). Però farebbero bene costoro a rileggersi quello straordinario libretto che il grande storico Jules Michelet scrisse due anni prima del maremoto rivoluzionario che avrebbe scosso l'Europa nel 1848, e che appunto s'intitolava Le peuple di cui intonava un romantico peana. Ma nel 2011 un Michelet subirebbe ostracismo immediato. Oggi essere bollati come populisti significa dannarsi all'inferno politico.
    Il problema è che i cantori del capitale (come un tempo i giullari dell'aristocrazia) tendono a tacciare di populista qualunque aspirazione popolare. Vuoi la sanità per tutti? Sei proprio un populista (soprattutto negli Stati Uniti). Vuoi la tua pensione indicizzata sull'inflazione? Ma che razza di populista! Vuoi poter mandare i tuoi figli all'università senza svenarti? Lo sapevo che sotto sotto eri un populista!
    Quando ti appiccicano quest'etichetta addosso non riesci più a staccartela, hai voglia a dire che tu stai esprimendo solo sacrosante aspirazioni popolari. E il marchio è tanto più efficace e indelebile che ci sono davvero dei populisti demagogici e strumentali, per cui tu non vieni semplicemente distorto, vieni appiattito su qualcosa che esiste davvero. È vero che la Lega è cinica e demagogica, ma non ha torto quando dice che il nuovo trattato europeo è scritto in tedesco.
    Il problema è sempre lo stesso. Non è perché Hitler mangiava che io devo morire d'inedia. Più in generale, è una lunga storia quella dei populismi del XX secolo che - non a caso - sono fioriti quando le aspirazioni popolari sono state disattese, anzi represse. Non per errore i nazismi e i fascismi nascevano da socialismi deviati, dirottati su linguaggi nazionalisti. Ma non sempre ha prevalso il «vade retro vulgus!». Vi è stata un'epoca in cui il populismo era di sinistra, anche negli Stati uniti, prima che Ronald Reagan inaugurasse la grande stagione del populismo di destra.
    Ecco cosa scriveva due mesi fa non un pericoloso estremista, ma l'ex ministro del lavoro di un presidente moderato come Bill Clinton, Robert Reich, in un articolo tradotto sul manifesto: «Nei primi decenni del XX secolo i democratici non ebbero difficoltà ad abbracciare il populismo economico. Accusavano le grandi concentrazioni industriali di soffocare l'economia e avvelenare la democrazia. Nella campagna del 1912 Woodrow Wilson promise di guidare 'una crociata contro i poteri che ci hanno governato ... hanno limitato il nostro sviluppo... hanno determinato le nostre vite ... ci hanno infilato una camicia di forza a loro piacimento'. La lotta per spaccare i trusts sarebbe stata, nelle parole di Wilson, niente meno che 'una seconda lotta di liberazione'. Wilson fu all'altezza delle sue parole: firmò il Clayton Antitrust Act (che non solo rafforzò le leggi antitrust ma esentò i sindacati dalla loro applicazione), varò la Federal Trade Commission per sradicare 'pratiche e azioni scorrette nel commercio' e creò la prima tassa nazionale sui redditi.
    Anni dopo Franklin D. Roosevelt attaccò il potere finanziario e dellecorporations dando ai lavoratori il diritto di sindacalizzarsi, la settimana di 40 ore, il sussidio di disoccupazione e la Social Security (la mutua). Non solo, ma istituì un'alta aliquota di tassazione sui ricchi. Non stupisce che Wall street e la grande impresa lo attaccassero. Nella campagna del 1936 Roosevelt mise in guardia contro i 'monarchici dell'economia' che avevano ridotto l'intera società al proprio servizio: "Le ore che uomini e donne lavoravano, i salari che ricevevano, le condizioni del loro lavoro ... tutto era sfuggito al controllo del popolo ed era imposto da questa nuova dittatura industriale". In gioco, tuonava Roosevelt, era niente meno che "la sopravvivenza della democrazia". Disse al popolo americano che la finanza e la grande industria erano determinati a scalzarlo: "Mai prima d'ora in tutta la nostra storia, queste forze sono state così unite contro un candidato come oggi. Sono unanimi e concordi nell'odiarmi e io accolgo volentieri il loro odio"».
    A ragione questo linguaggio sarebbe oggi definito «populista». Ma quanto ci piacerebbe sentirlo di nuovo da un leader della (cosiddetta) sinistra!

    La musica non rende più intelligenti. Ma aiuta a ricordare

    http://www.focus.it/comportamento/psicologia/la-musica-non-rende-piu-intelligenti-ma-aiuta-a-ricordare_C12.aspx


    Dimenticate l'Effetto Mozart: due nuovi esperimenti dimostrano che studiare musica non migliora il QI. Ma non è un buon motivo per smettere di insegnarla.

    Forse non migliorerà il suo QI, ma la renderà comunque una persona più ricca di risorse. Photo: © Mother Image/Rana Faure/Corbis
    Forse non migliorerà il suo QI, ma la renderà comunque
    una persona più ricca di risorse. Photo: © Mother Image/Rana Faure/Corbis









    Imparare a suonare uno strumento aiuta i bambini a sviluppare creatività, disciplina e autostima. Aumenta esponenzialmente il loro bagaglio culturale, ma non li rende più intelligenti: a scardinare uno dei miti più facilmente associati all'apprendimento della musica, quello secondo cui studiarla migliorerebbe le capacità cognitive, sono due studi condotti da Samuel Mehr, ricercatore dell'Università di Harvard (USA), appena pubblicati su Plos One.

    Convinzioni dure a morire

    L'idea che ascoltare o studiare musica, specialmente quella classica, possa rendere più intelligenti ha origine da uno studio pubblicato su Nature sul 1993: secondo la ricerca, poi smentita da successive analisi, sarebbero sufficienti 10 minuti di Sonata di Mozart al giorno per registrare un miglioramento delle proprie capacità spazio temporali. Il cosiddetto "Effetto Mozart", come è stato soprannominato, non esiste, ma la ricerca ha alimentato una tradizione di studi incentrati sui benefici cognitivi dello studio della musica.

    Mehr ha effettuato dapprima una revisione della letteratura scientifica sul tema scoprendo che, tra tutti gli studi sull'argomento, solo cinque hanno utilizzato trial randomizzati, esperimenti, cioè, in cui i soggetti sono assegnati a diversi gruppi in maniera casuale: un modo di procedere che garantisce la correttezza dei dati raccolti.

    Tra questi, solo uno riportava un risultato leggermente positivo: un incremento di 2,7 punti nel quoziente intellettivo dei bambini dopo un anno di esercizi musicali (un risultato troppo poco significativo dal punto di vista statistico).

    Nessuna differenza rilevante

    Mehr ha quindi reclutato coppie di genitori con figli di 4 anni per due diversi esperimenti. Nel primo, 29 adulti e altrettanti bambini sono stati assegnati casualmente a una classe di musica o a una di arti visive, dove grandi e piccini hanno dovuto imparare alcune attività da ripetere poi a casa. Nel secondo sono stati chiamati 45 adulti e i rispettivi figli: metà hanno ricevuto lezioni di musica e metà no.

    Per entrambi gli studi i test non hanno misurato genericamente il QI, ma le abilità raggiunte, dopo un periodo di training, nella matematica, nel linguaggio e nelle abilità visuo-spaziali dei bambini. «Anche se tra le performance dei vari gruppi ci sono state leggere differenze nessuna ha rilevanza statistica» afferma Mehr. In altre parole, lo studio della musica non ha reso più intelligenti, dal punto di vista dei meri risultati, i bambini testati.

    Un bagaglio irrinunciabile

    Naturalmente ci sono delle ragioni per insegnare, e studiare, la musica che esulano dai risultati immediatamente misurabili. «Non insegnamo Shakespeare (o Dante!) ai bambini perché crediamo che li aiuterà nei test di valutazione dell'intelligenza, ma perché riteniamo sia importante» ha spiegato il ricercatore.

    Senza contare che lo studio della musica può tornare estremamente utile alle persone malate e meno giovani. In base studio appena pubblicato sulla rivista Neuropsychological Rehabilitation, la musica popolare che apprendiamo da bambini e che ci accompagna nel corso di tutta la vita è in grado di riportare alla mente ricordi positivi legati a situazioni felici o persone care anche nei pazienti che hanno subito gravi lesioni cerebrali. Potrebbe quindi essere utilizzata come strumento riabilitativo, per aiutare chi ha deficit neurologici a riconquistare preziose memorie autobiografiche.

    mercoledì 11 dicembre 2013

    Hanno detto che il biogas, ovvero il metano prodotto dalla fermentazione anaerobica di deiezioni animali e da biomasse, trasformabile in energia, è necessario per ridurre le emissioni di anidride carbonica e per sostituire le fonti fossili con quelle rinnovabili locali. Tuttavia, oggi scopriamo che solo nel Nord Italia sono già 200 mila gli ettari occupati a colture destinate alla produzione di energia da biogas. Per un numero crescente di aziende il biogas non è certo funzionale alla chiusura dei cicli aziendali o alla riconquista di margini di autonomia rispetto ai mercati: a causa dei grandi incentivi, le aziende agricole hanno infatti cominciato a ingrandirsi, ad aumentare gli allevamenti intensivi, ad acquistare sul mercato i mangimi che prima dell’adozione del biogas coltivavano sui propri terreni. Se terra e animali sono considerati prodotti allora la produzione di energia diventa il un bel business per molti 

    di Giovanni Carrosio
    Negli ultimi anni, in Italia sono nati quasi mille impianti per la produzione di energia da biogas agricolo. Per la precisione, 953 impianti, la maggior parte dei quali (90%) concentrati nel Nord Italia, nelle aree caratterizzate da una importante densità di grandi allevamenti zootecnici e nelle aree ad alta specializzazione nella produzione di mais. Produrre energia da biogas agricolo significa utilizzare il metano prodotto dalla fermentazione anaerobica di deiezioni animali e/o biomasse (mais, triticale, sorgo foto) per alimentare un cogeneratore che trasforma il biogas in energia elettrica e termica.  Grazie alla vendita dell’energia elettrica e ad un sistema di incentivi molto generoso, gli agricoltori che adottano questa tecnologia fanno grandi profitti.
    Gli impianti a biogas hanno iniziato a diffondersi in modo consistente a partire dalle politiche di incentivazione, giustificate secondo una triplice retorica. La prima: produrre energia da biogas è necessario per ridurre le emissioni di anidride carbonica in atmosfera; secondo la vulgata dominante, il processo che porta alla produzione di energia è neutro dal punto di vista delle emissioni climalteranti; le biomasse rilasciano in atmosfera l’anidride carbonica assorbita durante il ciclo di vita, con un bilancio perciò uguale a zero. La seconda: produrre energia da biogas è necessario per sostituire le fonti fossili con fonti rinnovabili prodotte sui nostri territori, riducendo la dipendenza del nostro paese dall’estero. La terza: produrre energia da biogas vuol dire incrementare la multifunzionalità delle aziende agricole, consentendo loro di fare profitti ed investire nell’ammodernamento ecologico dei sistemi produttivi.
    Questa triplice argomentazione, che ha giustificato la strutturazione di un sistema di incentivi molto generoso, è stata smentita dai fatti. La tecnologia del biogas agricolo, per come si è  affermata in Italia, è stata utilizzata soprattutto come dispositivo di ulteriore modernizzazione e artificializzazione dei processi produttivi delle aziende agricole, vanificando e contraddicendo gli obiettivi che i policy makers si erano dati – ammesso che gli obiettivi reali coincidessero con quelli dichiarati.
    biogas1 agricole hanno sostanzialmente due modi di organizzare la produzione di energia da biogas: il modo contadino e il modo imprenditoriale. Le aziende che adottano il  modello contadino utilizzano la tecnologia del biogas come dispositivo per chiudere i cicli aziendali e conquistare margini di autonomia dal mercato nella riproduzione di fattori produttivi come energia e fertilizzanti. Si tratta di medio-piccole aziende zootecniche, nelle quali  il digestore che produce biogas è proporzionato rispetto alle dimensioni dell’azienda. Le deiezioni animali vengono sottoposte a digestione anaerobica e dal processo vengono prodotti energia e  fertilizzante. Il fertilizzante organico viene distribuito nei campi, sostituendo anche nella totalità i fertilizzanti chimici comprati dall’agroindustria, e l’energia viene in parte venduta alla rete nazionale (quella elettrica) e in parte utilizzata per il riscaldamento delle stalle e degli edifici aziendali (quella termica). In questo modo, l’azienda agricola riduce gli input esterni e diventa più autonomia nelle riproduzione di alcuni fattori produttivi.
    Le aziende che adottano il modello imprenditoriale – e nel caso italiano sono la maggior parte – utilizzano invece il biogas come dispositivo per incrementare il giro d’affari e ampliare la scala aziendale. La taglia dei digestori adottata è solitamente più grande rispetto alle capacità produttive dell’azienda e alle deiezioni animali vengono aggiunte colture dedicate come mais e triticale. In questo modo le imprese agricole utilizzano suolo agricolo per alimentare i digestori. Si stima che nel Nord Italia siano circa 200 mila gli ettari occupati a colture destinate alla produzione di energia da biogas. Per queste aziende il biogas non è funzionale alla chiusura dei cicli aziendali e tanto meno alla riconquista di margini di autonomia rispetto ai mercati. Infatti, esse acquistano  sul mercato i mangimi che prima dell’adozione della tecnologia del biogas coltivavano su terreno aziendale.
    Oggi i terreni sono utilizzati a scopo agroenergetico e la produzione di energia diventa il principale business aziendale.  In molti casi, questo comporta un ampliamento di scala delle imprese agricole: esse tendono a incrementare il numero di animali allevati – intensificando così il rapporto tra terreni e numero di capi – per avere più materiale organico da utilizzare nei digestori e produrre in questo modo più energia. Energia che viene venduta per riscuotere gli incentivi (quella elettrica), ma che in gran parte viene dispersa in atmosfera sotto forma di calore, perché eccedente rispetto ai bisogni aziendali (quella termica). E’ una vera e propria speculazione sugli incentivi, che porta le aziende ad ingrandirsi anche grazie all’ingresso di capitali industriali che sostengono gli investimenti.
    In questo modo, quella che secondo la retorica corrente  doveva essere una politica per l’ambiente e per lo sviluppo rurale, nella pratica ha generato un aggravamento dei problemi ambientali legati agli allevamenti intensivi, una competizione per l’utilizzo della terra, una ulteriore “modernizzazione”, specializzazione e industrializzazione dell’agricoltura.
    Il modo di produzione contadino, però, ci dice che una alternativa è possibile. Che le nuove tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili possono essere utilizzate in modo eco-compatibile, se la logica non è quella del profitto, ma quella della riproducibilità delle risorse naturali. E soprattutto, dimostra che non esistono energie rinnovabili buone in sé,  e che i modelli sociali e produttivi con i quali esse sono  adottane sono determinanti per conciliare produzione e ambiente. Perché ciò sia possibile, però, servono politiche nuove, che non facilitino la speculazione, ma premino l’agricoltura eco-compatibile.

    martedì 10 dicembre 2013

    Confessione shock sul letto di morte dell’inventore dell’adhd: “l’adhd è una malattia fittizia”

    http://www.disinformazione.it/adhd_inventata.htm
    Di Moritz Nestor, Current Concerns, WORLD PUBLIC UNION.
    www.worldpublicunion.org/2013-03-27-NEWS-inventor-of-adhd-says-adhd-is-a-fictitious-disease.html
    La Commissione consultiva nazionale svizzera sull’etica biomedica (NEK, Presidente: Otfried Höffe) ha aspramente criticato l’uso del Ritalin, il farmaco per l’ADHD, nel suo scritto del 22 novembre 2011 intitolato “Il miglioramento dell’uomo mediante agenti farmacologici”, in cui afferma che il consumo di agenti farmacologici altera il comportamento del bambino senza alcun contributo da parte sua: si ottiene, così, un’interferenza nella libertà e nei diritti del bambino perché gli agenti farmacologici inducono cambiamenti comportamentali, ma non arrivano a educare il bambino su come realizzare questi cambiamenti in modo autonomo. Il bambino viene così privato dell’essenziale esperienza di apprendimento su come agire autonomamente, con conseguente notevole limitazione della sua libertà e alterazione del proprio sviluppo della personalità.
    I critici allarmati per il disastro Ritalin ricevono ora supporto da una fonte del tutto inaspettata: il settimanale tedesco Der Spiegel ha citato nella sua storia di copertina del 2 febbraio 2012 lo psichiatra americano Leon Eisenberg. Nato nel 1922, figlio di immigrati ebrei russi, era il“padre scientifico dell’ADHD” e ha affermato all’età di 87 anni, sette mesi prima della sua morte, nella sua ultima intervista: “L’ADHD è un ottimo esempio di una malattia fittizia.”
    Da 40 anni, però, la “malattia” di Leon Eisenberg infesta i manuali diagnostici e statistici, prima come “reazione ipercinetica dell’infanzia”, ora come “ADHD”. L’uso di farmaci per l’ADHD in Germania è aumentato in soli diciotto anni da 34 kg (nel 1993) a un record di non meno di 1760 kg (nel 2011) – che è un aumento delle vendite di 51 volte! Negli Stati Uniti un ragazzo di dieci anni su 10 ingoia già un farmaco per l’ADHD su una base quotidiana. Con una tendenza crescente.
    Cosa dire del “padre scientifico dell’ADHD”? La sua carriera fu notevolmente ripida, e la sua malattia “fittizia” ha portato a un vertiginoso aumento delle vendite. Eisenberg ha servito nel “Comitato per il DSM V e per l’ICD XII, e nell’American Psychiatric Association” dal 2006 al 2009, e ha ricevuto il “premio Ruane per la ricerca psichiatrica su bambini e adolescenti”. È stato un leader in psichiatria infantile per più di 40 anni per il suo lavoro in studi farmacologici, ricerca, insegnamento e politica sociale e per le sue teorie sull’autismo e la medicina sociale…
    È stato un membro del “Organizing Committee for Women and Medicine Conference”, alle Bahamas, dal 29 novembre al 3 dicembre 2006, per la Josiah Macy Foundation (2006)”. La Josiah Macy Foundation ha organizzato conferenze con agenti dell’intelligence dell’OSS, e della CIA più tardi, come Gregory Bateson e Heinz von Foerster durante e molto tempo dopo la seconda guerra mondiale. Questi gruppi hanno commercializzato la diagnosi di ADHD al servizio del mercato farmaceutico, e fabbricato su misura per lui un sacco di propaganda e pubbliche relazioni. È questo ciò che lo psicologo americano Lisa Cosgrove e altri investigatori hanno trovato nel loro studio sui legami finanziari tra i membri del gruppo del DSM-IV e l’industria farmaceutica. Hanno trovato che dei 170 membri del pannello del DSM, 95 (il 56%) avevano una o più associazioni finanziarie con le aziende dell’industria farmaceutica. Il 100% dei membri dei pannelli sui ‘Disturbi dell’umore’, la ‘schizofrenia e altri disturbi psicotici’ avevano legami finanziari con le aziende farmaceutiche. I collegamenti sono particolarmente forti in quelle aree diagnostiche dove i farmaci sono la prima linea di trattamento per i disturbi mentali. E per la prossima edizione del manuale, la situazione è invariata. “Lo stesso vocabolario della psichiatria è ora definito a tutti i livelli dall’industria farmaceutica” ha detto il dottor Irwin Savodnik, assistente professore clinico di psichiatria presso l’Università della California di Los Angeles.
    Tutto questo è ben pagato. Un solo esempio: il vicedirettore dell’unità di psicofarmacologia pediatrica al Massachusetts General Hospital e professore associato di psichiatria presso la Harvard Medical School ha ricevuto “1 milione di dollari in guadagni dalle aziende di farmaci tra il 2000 e il 2007″. In ogni caso, nessuno può facilmente aggirare la testimonianza del padre dell’ADHD: “L’ADHD è un primo esempio di una malattia fittizia.”
    Il compito di psicologi, educatori e medici non è quello di mettere i bambini sotto farmaci solo perché l’intera società non può gestire i prodotti delle teorie sbagliate di qualcuno, dandoli così in pasto alle società farmaceutiche. Ritorniamo piuttosto al principio di base che è quello di far acquisire al bambino responsabilità personale sotto una guida esperta – come la famiglia e la scuola: in questi campi, il bambino dovrebbe essere in grado di crescere, anche mentalmente.