martedì 25 ottobre 2011

Croce Rossa, non più bene comune?

 




di Debora Aru, Alberto Puliafito

Croce Rossa, non più bene comune?
Nel silenzio più totale pare che la Presidenza dei Ministri si stia apprestando ad approvare, in tutta fretta, una bozza di decreto sulla privatizzazione della Croce rossa. Forse se ne discuterà già mercoledì. Da tempo la Croce Rossa Italiana è oggetto di grande interesse da parte della politica: è stato con il commissario Maurizio Scelli che l'ente ha assunto un ruolo rilevante in politica estera, per esempio, con l'ambigua gestione della missione Antica Babilonia in Iraq. L'ex commissario, oggi deputato del Pdl, fu una specie di "uomo del fare" antesignano di Bertolaso. E fu con la Croce rossa che si tentarono le prime operazioni che poi avrebbero condotto all'idea della privatizzazione della Protezione civile. Fallito quell'obiettivo, con il pretesto della crisi e della necessità di tagliare la spesa pubblica, si tenta, di nuovo, l'assalto finale al carrozzone della CRI.
La bozza del decreto legislativo (che vi proponiamo in esclusiva) intende trasformare la CRI, un bene dei cittadini, un bene comune, come l’acqua, in un’associazione privata.
Anche nella metodologia sembra di tornare ai tempi di Protezione Civile Spa, e del celeberrimo d.l. 195 / 2009, mai approvato anche in seguito allo scandalo che aveva travolto il Dipartimento e Guido Bertolaso. Anche oggi assistiamo a un decreto che avanza silenziosamente, con i media distratti e impegnati in altre vicende; anche oggi, proprio come allora, i sindacati provano a dare l’allarme. Anche oggi restano inascoltati.
E’ il secondo assalto in pochi mesi. Dopo che l’ipotesi di privatizzazione era stata paventata in Finanziaria, i sindacati avevano minacciato una mobilitazione. Il Ministro della Sanità Ferruccio Fazio li aveva rassicurati: «il problema della privatizzazione della Croce Rossa va in ogni caso affrontato, perché tutte quelle internazionali sono privatizzate [...] va affrontato con la dovuta calma e verosimilmente in modo graduale». Sulla stessa linea si era espresso il Commissario della CRI Francesco Rocca. Voci di dissenso si erano levate un po’ ovunque e così la privatizzazione dell’ente era saltata dalla Finanziaria. Antonio Crispi, segretario della CGIL, aveva dichiarato: «Per quel che ci risulta, l'operazione è stata al momento rinviata. Ma noi siamo sempre all'erta». I fatti dimostrano come non vi sia alcun intento di gradualità e che si voglia procedere rapidamente.
Prima di illustrare la bozza è necessario specificare com’è strutturata la CRI: il comitato centrale ed i comitati regionali non producono alcun reddito ma hanno il compito di amministrare, coordinare e controllare l'operato dei comitati provinciali e locali che svolgono la funzione operativa sul territorio. Come li riorganizzerebbe, il decreto così com’è?
Pubblico e privato
La Croce Rossa Italiana verrebbe in sostanza divisa in due parti: l’ente pubblico, costituito dal Comitato centrale e da quelli regionali e l’ente privato, costituito dai comitati locali e provinciali.
«I Comitati locali e provinciali - recita il comma 3 dell’articolo 1 - subentrano nei rapporti attivi e passivi relativi alle convenzioni stipulate dalla CRI, comprese quelle con enti locali e organi del Servizio sanitario».
Il comma 2 dell’articolo 2 dice che «la CRI può avvalersi dei Comitati locali e provinciali affiliati per lo svolgimento dei compiti [...] attraverso apposite convenzioni e con oneri a carico del Comitato centrale o dei Comitati regionali nell’ambito delle disponibilità di bilancio».
Il che fa ipotizzare che la parte pubblica della CRI si possa trasformare in un gigantesco general contractor in grado di ottenere più facilmente di altri, numerosi appalti, anche all’estero.  
Questo significa forse che CRI pubblica pagherà CRI privata per svolgere i vari compiti esercitati normalmente dall’ente? Ma se la CRI è un ente pubblico, non è necessario fare un bando per assegnare i lavori?
Inoltre, il terzo comma, dice che la CRI manterrà, fino al 30 giungo 2012, l’esecuzioni delle convenzioni già stipulate. Dunque, anche se i comitati locali e provinciali diventano enti privati manterranno le convenzioni stipulate  dalla CRI pubblica.
I comitati che vengono “privatizzati” possono entrare nelle liste degli aventi diritto al 5x1000. Ricordiamo che, a marzo di quest’anno, la CRI era stata estromessa da quegli elenchi in quanto ente pubblico.
Il comma 5 dello stesso articolo dice che «i Comitati locali e provinciali (una volta diventati privati n.d.r.) non possono usufruire di finanziamenti statali finalizzati al loro funzionamento». Detta così, sembra quindi che i comitati locali e provinciali diventati entità private, non prenderanno più soldi pubblici. Ma sarà davvero così?
 
Il patrimonio immobiliare
Il patrimonio immobiliare della Croce rossa è un altro punto oscuro della gestione dell’ente: almeno un migliaio di proprietà, perlopiù grazie a donazioni. E la bozza si occupa anche di questo. Prevede la necessità di un inventario entro sei mesi dall’approvazione del Dl. Il che è un’ammissione implicita dell’assenza di una catalogazione.
Inoltre, il comma 1 dell’articolo 5 dice che «il patrimonio immobiliare della CRI è destinato all’espletamento dei compiti istituzionali e di interesse pubblico, anche mediante l’utilizzazione in comodato d’uso gratuito da parte dei Comitati locali e provinciali affiliati».
Dunque la CRI pubblica cede, gratuitamente in comodato d’uso, alla CRI privata gli immobili di patrimonio pubblico? E nel caso di un bando pubblico, come si garantisce la competitività fra CRI e croci private? Gli enti  che, non disponendo del comodato d’uso gratuito delle sedi, sono soggetti a costi di gestione più alti e quindi non possono offrire i propri servizi allo stesso prezzo della CRI, come fanno a vedersi garantito il diritto a competere?
Il comma 2, sempre dell’articolo 5 sul patrimonio immobiliare, invece «elabora un piano di valorizzazione degli immobili per recuperare le risorse economiche e finanziarie per il ripiano di eventuali debiti accumulati». E per perseguire questo scopo individua alcuni criteri: «dismettere, nel limite dell’eventuale debito esistente anche a carico dei bilanci di singoli comitati, gli immobili pervenuti alla CRI non attraverso negozi giuridici modali”. Inoltre si valuta la convenienza alla «rinuncia a donazioni modali di immobili non più proficuamente utilizzabili» a «ricavare reddito tramite negozi giuridici di godimento (affitto n.d.r.)» e a «restituire alle amministrazioni titolari i beni demaniali o patrimoniali indisponibili in godimento».
In parole povere, per fare cassa, la CRI si deve liberare degli immobili che non le servono. La domanda che sorge allora è: in che modo verranno venduti questi immobili? E chi li ha donati alla Croce rossa perché li utilizzasse per i suoi scopi associativi non verrà forse tradito?
Il commissariamento infinito
La Croce rossa ha avuto più commissari che presidenti. L’ultimo e attuale, Francesco Rocca, uomo vicino a Gianni Letta e famiglia, era stato nominato il 30 ottobre 2008 per ricostituire gli ordini statutari e risanare il bilancio. All’articolo 7 della bozza, sulle norme transitorie e finali, si legge che la nomina del commissario straordinario Francesco Rocca verrà prorogata fino al 31 dicembre 2012: il quarto anno di commissariamento consecutivo con lo stesso commissario. Anche se Rocca evidentemente non ha sistemato i conti dell’ente, visto che occorre procedere a una privatizzazione con dismissioni degli immobili per provvedere risanare gli “eventuali debiti accumulati”.
I sindacati: tutti uniti contro la privatizzazione
E’ significativo notare come tutte le sigle sindacali si siano nuovamente riunite per un’opposizione unitaria a questo decreto ancora senza numero. E la cosa è decisamente in contrasto con quel «sentite le più importanti rappresentanze sindacali» che fa parte delle premesse del decreto e che rappresenta il classico esempio di politichese burocratico che non ha alcun riscontro nella realtà dei fatti.
Nel comunicato che hanno diramato CIGL-FP, CISL-FP, UIL-PA, SINADI CRI, FIALP-CISAL, USB e UGL Intesa, tanto per cominciare, si fa notare che «l'intero provvedimento è strumentalmente motivato con la riduzione del debito ma non è in grado di disegnare un servizio che garantisca almeno le stesse prestazioni oggi erogate». Ovvero, la privatizzazione per altri fini, mascherata da tagli alla spesa pubblica.
I sindacati proseguono: «Abbiamo sempre attaccato gli sprechi ovunque si annidassero ma una cosa è un progetto di riforma, un piano di rientro dal debito, una accurata gestione del patrimonio immobiliare che certamente non può essere una svendita, altra cosa è ridurre i compiti di assistenza e urgenza svolti in tutta Italia con la professionalità riconosciuta ai dipendenti della Croce Rossa ad una mera operazione contabile».
E indicono una manifestazione a Palazzo Chigi per il 26 ottobre. Proprio il giorno in cui, in teoria, si dovrebbe discutere la bozza di decreto.