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lunedì 19 settembre 2011

La galleria radioattiva. Ecco le prove dell’orrore. Un geometra racconta: «Discarica nel cemento». E c’è un nuovo pentito


REG­GIO CALA­BRIA – Nel mare e nel cemento. Per lun­ghi anni disgra­ziati la Cala­bria è stata la pat­tu­miera d’Europa. Fra lo Ionio e l’Aspromonte sono stati smal­titi quin­tali di rifiuti tos­sici e radioat­tivi. È stato il lavoro ordi­na­rio di capi­tani e mari­nai, ope­rai e geo­me­tri. Un affare ben retri­buito e cono­sciuto, almeno in parte, dai nostri ser­vizi segreti. Per­ché que­sta è una sto­ria deli­ca­tis­sima e tipi­ca­mente ita­liana, non si chia­ri­sce e nep­pure si estin­gue. Dopo lo strano infarto che ha stron­cato il capi­tano Natale De Gra­zia, men­tre stava inda­gando sulla moto­nave Jolly Rosso inca­gliata sulla spiag­gia di Aman­tea (1991). Dopo le dichia­ra­zioni mai riscon­trate, eppure molto det­ta­gliate, del pen­tito di ndran­gheta Fran­ce­sco Fonti (2004). Ora due nuove voci, che la Stampa è in grado di docu­men­tare, si aggiun­gono al coro. E sono voci che fanno paura.
Ha par­lato del traf­fico di rifiuti radioat­tivi, in almeno due ver­bali, il pen­tito prin­cipe della ndran­gheta. Prin­cipe per­ché di alto livello gerar­chico, a dif­fe­renza di Fonti. Prin­cipe per­ché Anto­nino Lo Giu­dice detto «il nano», solo per un pro­blema di sta­tura, finora si è rive­lato estre­ma­mente atten­di­bile. Arre­stato ad otto­bre del 2010. Si è autoac­cu­sato degli atten­tati inti­mi­da­tori con­tro la pro­cura di Reg­gio Cala­bria. «Lo Stato non si stava dimo­strando abba­stanza rico­no­scente», ha spie­gato con calma. Poi ha ini­ziato a par­lare. Di tutto.

Delle cosche. Dei nuovi rap­porti di potere legati al clan Con­dello. Ha sve­lato omi­cidi e affari. Ha fatto arre­stare un capi­tano dei cara­bi­nieri, Gaspare Spa­daro Tra­cuzzi, per con­corso esterno in asso­cia­zione mafiosa. Ha messo nei guai avvo­cati. Fatto iscri­vere nel regi­stro degli inda­gati anche un magi­strato in car­riera come Fran­ce­sco Mol­lace, uno dei due vice pro­cu­ra­tori nazio­nali anti­ma­fia. Insomma, Anto­nino Lo Giu­dice ha dimo­strato di avere molte sto­rie da rac­con­tare. E ha ini­ziato a par­lare anche dei veleni che sono stati semi­nati in Cala­bria: «Essendo, diciamo, in ami­ci­zia con l’avvocato Gatto e sapendo io che si stava inte­res­sando di que­sto fatto ha messo a ver­bale – mi ricor­dai che Pasquale Con­dello mi disse che c’era que­sto Galimi – che ha un’agenzia auto­mo­bi­li­stica nel quar­tiere Pen­ti­mele – che era stato fer­mato nei pressi di Platì o di San Luca. Con lui c’era il coman­dante di una nave di Reg­gio Cala­bria: sta­vano andando a trat­tare, diciamo, cose radioat­tive per but­tarle a mare».

Sono le navi a per­dere. Sar­co­fagi immondi. Car­rette colate a picco nel mare tur­chese, che richiama turi­sti e brutti pen­sieri. Secondo le nuove rive­la­zioni, la zona inte­res­sata sarebbe quella davanti a Saline Joni­che. Par­ti­co­lare non secon­da­rio. Per­ché tre anni fa, su indi­ca­zione di Fran­ce­sco Fonti, gli inve­sti­ga­tori erano andati a cac­cia di un relitto sul ver­sante oppo­sto. Ma la car­cassa ina­bis­sata di fronte a Cetraro si era rive­lata la vec­chia nave pas­seg­geri Cata­nia, affon­data nel 1917 durante la prima guerra mon­diale. Erano tutti pre­senti, quel giorno, anche il mini­stro per l’Ambiente Ste­fa­nia Pre­sti­gia­como. A cele­brare lo scam­pato peri­colo.

Ma ora il pen­tito Lo Giu­dice indi­che­rebbe altre coor­di­nate. Altri tratti di mare inte­res­sati. Diverse le navi affon­date piene di sco­rie. Una pra­tica quasi banale. Un tipo di lavoro così dif­fuso e tenuto ben nasco­sto che solo adesso, dopo sei anni, si sco­pre un docu­mento fir­mato da un geo­me­tra resi­dente in un pic­colo paese della zona. Ha 84 anni, si è riti­rato a vivere in mon­ta­gna. Di quello che ha dichia­rato, in un col­lo­quio inve­sti­ga­tivo reso davanti a un inve­sti­ga­tore della Dire­zione Nazio­nale Anti­ma­fia, non vuole più par­lare. Eppure lui era a cono­scenza di que­sto fatto: «Certe volte, quando l’affondamento in mare si rive­lava troppo com­pli­cato, si usa­vano le tumu­la­zioni nel cemento». Il geo­me­tra ha par­lato nello spe­ci­fico della gal­le­ria Limina, 3 chi­lo­me­tri e 700 metri, sulla strada sta­tale 682 che col­lega i due mari. Da Rosarno a Gio­iosa Jonica. L’ultimo tratto, pro­prio quello della gal­le­ria, è stato ulti­mato nel 1992. Lì, secondo il suo rac­conto, sareb­bero stati tumu­lati rifiuti radioat­tivi. Impa­stati nel cemento e poi inau­gu­rati in pompa magna. Una rive­la­zione su cui – que­sto è l’aspetto più stra­niante – nes­suno avrebbe mai fatto accer­ta­menti. Parole che gia­ce­vano da sei anni negli archivi inve­sti­ga­tivi, come let­tera morta.

Senza alcuna pre­tesa di scien­ti­fi­cità, pos­siamo dire que­sto: all’imbocco della gal­le­ria Limina in dire­zione Tir­reno, con un pic­colo con­ta­tore gei­ger, si regi­stra una radioat­ti­vità di 0,41 mil­li­sie­vert ora. Quando il fondo ambien­tale in Cala­bria – il livello nor­male – oscilla fra 0,10 e 0,20. Sul ver­sante oppo­sto le alte­ra­zioni sono meno evi­denti: 0,31. Altre gal­le­rie della zona non fanno riscon­trare lo stesso sbalzo. Va detto subito: 0,41 non è indice di peri­co­lo­sità. Ma è anche vero che un metro di cemento basta per scher­mare in mas­sima parte le radia­zioni. Resta il dub­bio se possa essere un pic­colo indi­zio. Una con­ferma alle parole del geo­me­tra.

A Mam­mola nes­suno ama par­lare della gal­le­ria, anche se in molti in paese hanno lavo­rato per costruirla. È uno di quei posti dove nel giro di due minuti ci si sente degli intrusi. Alla fine un ex ope­raio in pen­sione, seduto sulla pan­china della piazza, ricorda: «Di sco­rie e rifiuti tos­sici qui nes­suno sa nulla. Ma posso dire che quella gal­le­ria è piena d’acqua e roc­cia fria­bile tutta uguale. È costruita solo con cemento, cen­tine e tron­chi di pioppo. Non ha imper­mea­bi­liz­za­zione». Ecco, nel mare e nel cemento. Il pro­cu­ra­tore capo di Reg­gio Cala­bria, quello a cui erano desti­nati i bazooka piaz­zati da Lo Giu­dice, non si nasconde. Giu­seppe Pigna­tone è qui da due anni: «Quello dei veleni è un tema su cui abbiamo la mas­sima sen­si­bi­lità – spiega – saranno fatti tutti gli accer­ta­menti. Lasce­remo nulla di inten­tato. In pas­sato però, mi è parso di capire, spesso il pro­blema è stato tro­varsi di fronte a segna­la­zioni troppo gene­ri­che».

Molti sape­vano. Come dimo­strano i docu­menti riser­vati numero 488/1 e 488/3 – con­se­gnati da Gior­gio Pic­ci­rillo, il diret­tore dell’Aisi (Agen­zia di infor­ma­zione e sicu­rezza interna), alla com­mis­sione par­la­men­tare di inchie­sta sui rifiuti. Era il 12 luglio. Docu­menti attra­verso i quali, final­mente, veni­vano sco­perte alcune carte: «Fin dal 1992 il ser­vi­zio avrebbe acqui­sito noti­zie fidu­cia­rie rela­tive all’interesse del clan Mam­mo­liti, in par­ti­co­lare i fra­telli Cordì, per lo smal­ti­mento ille­gale di rifiuti radioat­tivi, che sareb­bero per­ve­nuti sia dal cen­tro, sia dal nord Ita­lia, ma anche da fonti stra­niere». La Cala­bria era il posto giu­sto per risol­vere que­sto tipo di pro­blemi. Nel senso che la ’ndran­gheta avrebbe trat­tato il tema alla stre­gua di un qual­siasi altro affare. E infatti: «Infor­ma­tori del set­tore non in con­tatto tra loro – quindi fonti diverse che ripor­tano la stessa infor­ma­zione – hanno rife­rito che Mora­bito Giu­seppe, detto Tira­di­ritto, pre­vio accordo rag­giunto nel corso di una riu­nione tenu­tasi recen­te­mente con altri boss mafiosi, avrebbe con­cesso in cam­bio di una par­tita di armi, l’autorizzazione a far sca­ri­care nella pro­vin­cia di Africo un quan­ti­ta­tivo di sco­rie tos­si­che pre­su­mi­bil­mente radioat­tive».

Quel giorno di luglio, il pre­si­dente della com­mis­sione, Gae­tano Peco­rella, ha dichia­rato: «Vi è una serie di noti­zie che ci paiono di spe­ci­fico e rile­vante inte­resse per inda­gini in mate­ria di rifiuti radioat­tivi. Rifiuti che sono stati – secondo noti­zie sem­pre molto ric­che ma poco veri­fi­cate fino ad ora – occul­tati soprat­tutto in Cala­bria». È il succo vele­noso della sto­ria: noti­zie molto ric­che ma poco veri­fi­cate. A chi è convenuto?

Il pen­tito: “Inqui­na­vamo sapendo di uccidere”
Non ci sono errori in quello che ho detto. Lo riba­dirò fino alla morte. Io ero lì: ho par­te­ci­pato diret­ta­mente all’affondamento di tre navi cari­che di veleni”. Que­sta è l’ultima parola del pen­tito Fran­ce­sco Fonti, iden­tica nella sostanza alle sue parole pre­ce­denti. Era stato pro­prio lui, nel 2004, il primo a par­lare della sto­ria delle navi a per­dere. Car­rette da affon­dare davanti alle coste cala­bresi, piene di sco­rie radioat­tive. È stato messo a ver­bale un’infinità di volte, rive­rito con libri e inter­vi­ste. Rac­con­tava con chia­rezza quello che fino ad allora era solo un sospetto: «Si trat­tava di fare soldi smal­tendo i rifiuti di mezzo mondo. La ndran­gheta si occu­pava di que­sta cosa. Biso­gnava sapere la nave e il posto. Il resto non con­tava, come per gli omicidi».
Ora Fonti è inda­gato per calun­nia dalla pro­cura di Catan­zaro. Quello che ha detto non ha tro­vato riscon­tro. Il caso che ha segnato la svolta risale ad otto­bre 2009. Il ten­ta­tivo di ritro­vare una nave piena di sco­rie, davanti allo spec­chio d’acqua di Cetraro, è fal­lito: dal mare è rie­mersa una vec­chia nave pas­seg­geri, affon­data durante la prima guerra mondiale.
Come spiega que­sta sor­presa? «Hanno cer­cato di insab­biare tutto. La nave indi­cata da me era un’altra, a non più di un chi­lo­me­tro di distanza. La nave pas­seg­geri Cata­nia è il coni­glio che il mini­stro Pre­sti­gia­como ha tirato fuori dal cilin­dro. Doveva darla in pasto all’opinione pub­blica. Ser­viva per tran­quil­liz­zare tutti. C’erano i ser­vizi sulla nave inca­ri­cata delle ricer­che. Hanno tro­vato il relitto che vole­vano trovare».
Per­ché, secondo lei, non si vuole sco­prire la verità? «Pres­sioni poli­ti­che. Pres­sioni della mas­so­ne­ria. Ogni volta che qual­cuno ha cer­cato di fare luce su que­sta sto­ria è stato spo­stato ad altro incarico».
Più nel con­creto? «La ndran­gheta smal­tiva i rifiuti di mezza Europa. Sviz­zera, Ger­ma­nia, Fran­cia. C’è un patto inter­na­zio­nale da pre­ser­vare. Sono con­vinto che altri pos­sano par­lare di que­sta vicenda».
Lei è rite­nuto inat­ten­di­bile. Peg­gio: secondo gli inve­sti­ga­tori lei sta calun­niando. Cosa risponde? «Ero lì. Ho visto, ho par­te­ci­pato, ho detto quello che è successo».
C’è ancora qual­cuno che si fida di lei? «Guardi, fino a due mesi fa ero in con­tatto con per­sone legate a Green­peace. Mi hanno cer­cato dalla Ger­ma­nia. Sono venuti a tro­varmi. Vole­vano finan­ziare un’operazione di per­lu­stra­zione del fon­dale, per tro­vare final­mente la nave dei veleni. Loro hanno seguito bene la sto­ria: sanno che non mento».
Per­ché non è più in con­tatto? «È un’operazione che non costa meno di 200 mila euro»