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mercoledì 3 agosto 2011

Vigne off limits, rischio-Tav per i vini Valsusa Doc


Giù le mani dal val Susa, o meglio: dai suoi vigneti. L’appello di Gérard Depardieu, lanciato in tempi non sospetti, molto prima della militarizzazione dell’area di Chiomonte («No alla Torino-Lione se distrugge i filari alpini») sembra tornato più che mai attuale. Le 11 aziende vinicole del consorzio Valsusa Doc ora protestano per la quasi-inaccessibilità dei filari chiomontini, con i viticoltori fermati ai checkpoint: vendemmia a rischio, aziende sull’orlo del fallimento, cantine off limits per i clienti. Alla faccia della Provincia di Torino e del suo “paniere” di prodotti tipici, che include i vini valsusini, sui quali pure l’ente ha investito molto: che ne dice il presidente, Antonino Saitta, Pd, in campo per la Tav e contro i valsusini?
All’indomani della grande marcia Giaglione-Chiomonte che ha chiuso le ostilità estive, col movimento No-Tav impegnato a reimpostare la sua Gérard Depardieumobilitazione civile puntando a conquistare consensi nelle città a cominciare da Torino, il “fronte del vino” si aggiunge agli altri punti caldi agli onori delle cronache: insieme ad aziende e privati, la Comunità Montana ha avviato il ricorso al Tar contro l’ordinanza prefettizia del 22 giugno, che ha requisito l’area della Maddalena per consegnarla alla società italo-francese Ltf: «In quest’area, assegnata nelle disponibilità delle forze di polizia, è stato realizzato il “fortino” posto a circa mezzo chilometro dall’area del futuro cantiere della galleria di servizio al tunnel di base di 57 chilometri della nuova linea ferroviaria Torino-Lione».
Provvedimento che i valsusini ritengono illegittimo, e sul quale ora si dovrà pronunciare l’autorità giudiziaria. La stessa Lyon-Turin Ferroviaire sarà denunciata dai No-Tav per aver assegnato alla società Italcoge, fallita in questi giorni, l’appalto per le recinzioni: «Assurdo incaricare una impresa agonizzante», protesta Alberto Perino, portavoce del movimento popolare che si oppone alla Torino-Lione. E mentre i No-Tav continuano a monitorare l’area, utilizzando la “baita” eretta a ridosso del futuro cantiere – dove ora il professor Gigi Richetto conduce il suo “assedio culturale e spirituale”, con lezioni sul campo che spaziano da Platone a Kant, fino all’antifascismo di Giacomo Matteotti – lungo le terrazze a vigneto che sovrastano l’area doc valsusa divampa ora il fronte del vino, in difesa dell’agricoltura locale finita anch’essa sotto assedio.
Il consorzio per la tutela dei vini Doc Valsusa ha preso carta e penna e si è rivolto a tutte le autorità di Torino, Roma e Bruxelles: Commissione Europea, ministeri delle Infrastrutture e dell’Ambiente, prefettura e questura, Regione e Provincia. La lettera aperta è stata inviata anche all’Arpa, l’agenzia regionale di protezione dell’ambiente, nonché alla Coldiretti piemontese e alla stessa Ltf a Chambéry. «Lasciateci lavorare – protestano i produttori vinicoli della valle di Susa, esasperati dall’impossibilità di eseguire le operazioni agricole stagionali nei vigneti – o, insieme alle nostre aziende, andranno in fumo anche gli investimenti pubblici degli anni scorsi per il recupero, il rilancio e il sostegno dei nostri vini».
Ultima spesa, ricordano i No-Tav, i duecentomila euro che solo ad aprile la Provincia ha impegnato per la promozione del suo “paniere” di prodotti tipici, che include i vini valsusini: si tratta di vigneti d’alta quota, tra i più elevati d’Europa, dai quali si ricavano il pregiato Avanà di Chiomonte e prodotti sofisticati come l’ice wine, un passito alpino ottenuto da vendemmia tardiva. «Pochi si rendono conto della fatica quotidiana che costa la conduzione di una vigna in alta montagna», osserva Pierino Ronsil dell’omonima cantina di Chiomonte, che smercia con successo il prodotto dei vigneti di famiglia, tramandati di padre in figlio. «Il recupero di quell’area, dopo i lavori dell’autostrada, aveva richiesto l’impiego di ingenti quantità di denaro pubblico e soprattutto tanta passione e fatica da parte dei viticoltori, che adesso stanno subendo danni incalcolabili», accusano i No-Tav nella loro lettera aperta al presidente della Provincia, ricordando l’impegno degli enti per il ripristino di filari, terrazze e sentieri, oltre che per Chiomonte: checkpoint tra i vignetiil miglioramento selettivo dei vitigni fino ad arrivare, nel 2000, alla denominazione di origine controllata.
«La zona di produzione del vino Doc Valsusa – sottolinea il consorzio – comprende 19 Comuni da Almese ad Exilles: anche grazie alle innovazioni tecniche introdotte dai produttori, il nostro vino ha conquistato negli anni ampi consensi, anche e soprattutto fuori valle, ed ha la particolare e pregevole caratteristica di essere prodotto in un territorio interamente montano, l’unico nella Provincia di Torino. In tutto 10 ettari, su cui operano 11 aziende». Sfortunatamente, il cuore del comprensorio vinicolo alpino della valle di Susa è proprio l’area della Maddalena di Chiomonte: «Lì è concentrata la maggior superficie rivendicata a Doc Valsusa», che dà lavoro a due terzi dei viticoltori valsusini, la cui vita è ora diventata “impossibile”, tra checkpoint e divieti di accesso.
«Le restrizioni imposte alle aziende agricole, soprattutto in termini di limitazione dell’accesso ai fondi, lungi dall’essere temporanee, stanno mettendo a rischio il raccolto 2011 ed il conseguente reddito annuo degli operatori», protesta il consorzio vinicolo. «Ci sono poi le attese ai cancelli, gli orari ridotti, i lunghi giri cui sono costretti i vitivinicoltori giaglionesi, tutte gravi limitazioni a chi vuole solo lavorare». Non mancano casi estremi: «Le restrizioni imposte alla Cooperativa Clarea, anche e soprattutto in doc valsusa della cantina Ronsiltermini di accessibilità e fruizione della cantina La Maddalena, ne stanno minacciando anche la sopravvivenza», senza contare che «la cancellazione di ordinativi e l’impossibilità per i clienti di raggiungere la cantina minano il proverbiale ottimismo del gestore».
Non è tutto: «E’ a rischio-sopravvivenza anche l’azienda agricola “’l Garbin” che è nel cuore dei vigneti interessati; gli investimenti sostenuti in questi ultimi 3 anni, il mancato introito dal Bed & Breakfast, il mancato fatturato delle prenotazioni delle cerimonie 2011/12 sono un grave danno economico, oltre al fatto che i clienti non possono più raggiungere l’azienda per acquistare il vino». E tra i nuovi “nemici” del vino doc della valle di Susa, il consorzio include anche una certa disinformazione, che enfatizzerebbe il «presunto inquinamento dell’area dovuto ai gas lacrimogeni» profusi dagli agenti antisommossa il 3 luglio per contrastare i manifestanti. Lacrimogeni pericolosi per le vigne? Tesi «perlomeno incaute quando non prive di fondamento», che «stanno danneggiando l’immagine del vino doc valsusino».
I No-Tav si schierano coi viticoltori, denunciando «estenuanti procedure di identificazione» a cui sono costretti, per evitare «percorsi alternativi lunghi e difficoltosi» per raggiungere i filari. «Una vigna ha costantemente bisogno di cura e di un lavoro che in quell’area si fa ancora più duro data la natura impervia del terreno, e che porta a piccole rese solo dopo almeno cinque anni di investimenti produttivi per arrivare al prodotto finito». Nel frattempo, i clienti della cooperativa non possono accedere alla sede di Antonio Saittavendita dei vini «perché un impenetrabile checkpoint presidiato dalle forze dell’ordine permette l’accesso solo a chi è incluso in un certo elenco stilato dal Prefetto».
Con l’avvicinarsi della vendemmia, i problemi aumenteranno: «I produttori di quell’area sono medio-piccoli e si aiutano reciprocamente, chiamando anche a raccolta amici e parenti: che quest’anno non potranno accedere alle vigne» in quanto non inclusi nelle “liste” della polizia. E’ questo – chiosano i No-Tav nella lettera a Saitta – il “progresso” per cui tifa la Provincia di Torino, proprio mentre chi tenta di uscire dalla crisi predica giustamente il ritorno al territorio, alle filiere corte e al consumo di prodotti a chilometri zero?