sabato 7 maggio 2011

“Un istituto democratico da salvare” (Michele Ainis).

Salvare i referendum.

Tra poche settimane voteremo quattro referendum. O no? Sta di fatto che per raggiungere il seggio elettorale ci costringono alle montagne russe. Prima scegliendo una data balneare (e almeno in questo caso la perfidia costa: 300 milioni, 5 euro a ogni italiano, per il rifiuto d’accorpare i referendum alle amministrative). Poi sommergendo i quesiti con una coltre di silenzio nelle televisioni (da qui il richiamo sacrosanto di Napolitano). Infine sfogliando la margherita, strappandone un petalo alla volta. Dopo gli emendamenti introdotti nel decreto omnibus, il referendum sul nucleare attende solo che la Cassazione ne celebri i funerali. I due sull’acqua stanno per essere azzoppati attraverso la creazione di un’authority. Resterà in piedi il referendum sul legittimo impedimento, che a quel punto avrebbe bisogno di un paio d’ali per superare il quorum. D’altronde già da adesso il suo valore è per lo più simbolico, dato che la Consulta ha tagliato le unghie alla disciplina originaria. Sicché finirà per trasformarsi in un plebiscito pro o contro Berlusconi. Ai quesiti referendari capita sovente: nascono cavalli, lungo la strada diventano giraffe. Togliendoci oltretutto la possibilità di votare su questioni specifiche e concrete, anziché su animali mitologici.
Eppure dovremmo averci fatto il callo. Tutti i governi, di destra o di sinistra, di centro o di lato, hanno sempre avuto in gran dispetto il referendum. E infatti in Italia la sua storia è scandita da trucchetti. Comincia con 22 anni di ritardo rispetto all’orologio dei costituenti (la legge istitutiva è del 1970). Continua frodando il voto popolare (celebre il caso della consultazione sul finanziamento pubblico ai partiti, che nel 1993 venne abrogato dal 90%dei votanti, ma fu immediatamente riesumato sotto mentite spoglie dai partiti). S’interrompe quando i suoi nemici ricorrono allo scioglimento anticipato delle Camere pur di rinviarlo alle calende greche (è accaduto nel 1972, nel 1976, nel 1987, nel 1994). E in ultimo agonizza bevendo la cicuta dell’astensionismo organizzato, che ha via via fatto saltare 24 referendum dal 1997 in poi. Questo livore contro il referendum maschera in realtà un’antica diffidenza dei politici italiani verso gli italiani. Per loro siamo soltanto un popolo bambino, ciascuno con indosso il suo grembiule. E d’altronde che ne sappiamo noi di questioni scientifiche complesse come l’elettrosmog (su cui votammo nel 2003), la fecondazione assistita (referendum del 2005), o per l’appunto il nucleare? Potremmo rispondere osservando che se l’elettore è incompetente, lo è altrettanto l’eletto. O forse anche di più, almeno a guardare le pupille vuote che si spalancano in tv. Potremmo ricordare che la prima Repubblica fu battezzata da un referendum (quello del 1946), e che un altro referendum (nel 1993) ha schiuso i battenti alla seconda. Ma il fatto è che la crisi della democrazia diretta, insieme al veleno inoculato dal «Porcellum» sul corpo della democrazia indiretta, ha reso traballanti le nostre istituzioni. Per forza: nessuno può reggersi su una gamba sola, per giunta malaticcia. E ogni democrazia viaggia su due schede, l’elezione e il referendum. Ecco perché è diventato urgente correggere la fisionomia di quest’ultimo istituto, anziché baloccarsi con riforme impalpabili e improbabili. Il governo vorrebbe correggere la Carta scrivendo che l’amministrazione è al servizio del bene comune (come se fin qui fosse una vestale del Maligno). Altri vorrebbero espellere il lavoro dai fondamenti della nostra convivenza (proprio adesso, mentre 3 giovani su 10 sono disoccupati, e gli altri 7 costretti a un lavoro ballerino). Dedichiamoci piuttosto a restituire la sovranità al popolo bambino. Per esempio eliminando dai referendum il quorum di validità: non lo rimpiangeremmo.