martedì 17 maggio 2011

La Lega arretra, dov’è finito il vento del Nord?

Dopo anni ruggenti di crescita di voti e di espansione territoriale, il Carroccio trova il primo stop. I voti non crescono o addirittura calano. Milano è una batosta, nonostante le speranze per il secondo turno. La rabbia contro il Pdl monta. E non solo si arresta l’allargamento alle regioni rosse, ma il partito di Bossi subisce qualche sconfitta significativa anche nelle Valli del Nord. Fallisce il passaggio al ballottaggio a Gallarate e vi è costretta a sorpresa a Varese.
Una supporter leghista (fotografia di Filippo Massellani)
Una supporter leghista (fotografia di Filippo Massellani)
Milano e Caronno Pertusella. L’Atlante della delusione leghista elenca grandi città e borghi pressoché sconosciuti. Sfide politiche d’interesse nazionale e radicamento sul mitico «territorio». Anche quello più storico, tradizionale, delle profonde Valli del Settentrione. Per non parlare delle zone di nuova conquista. Dei confini meridionali della Padania (Emilia, Romagna, Toscana), dove si sperava nell’ennesimo dilagare. Invece, niente impetuoso e regolare vento del Nord, stavolta. Ma una bonaccia che promette future tempeste.
In via Bellerio, l’attesa di un commento ufficiale del voto da parte del Carroccio è troppo lunga per non tradire preoccupazione. Prima filtrano indiscrezioni di un Bossi «irritato e deluso» e incline a far ricadere per intero la colpa dell’arretramento sul Pdl. Poi il Senatùr non scende nemmeno a parlare, dopo aver chiamato a raccolta tutto lo stato maggiore. A fare il bilancio vengono mandati, quando ormai sono passate le dieci e mezzo di sera, Roberto Castelli e Roberto Calderoli. «Bisogna distinguere», dice l’ex Guardasigilli, «tra il voto di Milano, non positivo per la coalizione e per il candidato sindaco da noi sostenuto, e il resto della Padania, dove aumentiamo il numero dei sindaci da 36 a 46 e, presumibilmente, dopo i ballottaggi, oltre i 50. Non ci nascondiamo la questione Milano, ma io ricordo, anche se il paragone non piacerà ai milanisti, quando nella finale di Ankara (Istanbul, in realtà, ndr) i rossoneri erano in vantaggio per tre a zero alla fine del primo tempo e credevano ormai di aver vinto. Invece la coppa dei campioni la alzò il Liverpool».
«Pensare Milano in mano agli estremisti di sinistra…», prende la parola il ministro della Semplificazione Calderoli, «Non è mai successo… Su questo i milanesi dovranno fare una valutazione. Andare al ballottaggio non vuol dire aver perso. Ma ora non è il momento di cercare le responsabilità di questo risultato anomalo. Se si sta a pensare di chi sono stati gli errori, si perde anche il secondo turno».
«Gli unici dati comparabili su Milano sono quelli delle ultime Comunali del 28 maggio 2006», prova a sostenere. «Quindi, siamo cresciuti». Posizione statisticamente inoppugnabile, ma politicamente troppo comoda. È vero che per Palazzo Marino c’è un passaggio dal 3,75% al 9,63 (da 22.702 a 57.403 voti). Ma non si può dimenticare che la crescita in città da allora era stata continua, raggiungendo il 12,30% alle Politiche del 2008 (94.594 croci sul simbolo dell’Alberto da Giussano) e addirittura il 14,49% (74.403 voti) alle trionfali regionali del 28 marzo 2010.
«Comunque è troppo presto», concludeva Calderoli nella nottata di ieri, «stiamo aspettando altri dati importanti, altri risultati fondamentali in Padania per dare un giudizio complessivo». Il problema è che, verso l’una, sono arrivati. Gallarate, per esempio. La città simbolo della corsa in solitaria (contro il Pdl) della Lega. Il cosiddetto «laboratorio» di queste amministative. Dopo un lungo testa a testa la candidata leghista, Giovanna Bianchi (a cui erano arrivati a dare una spinta sia Maroni che Bossi), è rimasta fuori dal ballottaggio, raggiungendo il 30,57%. Vanno al secondo turno il berlusconiano Massimo Bossi (33,53%) e il candidato del Pd (31,19%). E la notte regala anche lo smacco di Varese, dove il sindaco uscente, Attilio Fontana, si è fermato al 49,36% e sarà quindi costretto al ballottaggio. Non rischia, ma non è un bel segnale finire zero a zero quando si è più forti e si gioca in casa.
Uno sgambetto che fino all’ultimo i leghisti hanno sperato di poter contraccambiare a Bologna. Il Pd, invece, ce l’ha fatta al primo turno (contrariamente al 2009, quando Flavio Delbono vinse solo al ballottaggio) con un candidato considerato piuttosto debole come Virginio Merola. E dove il leghista Manes Bernardini si è fermato a uno striminzito – anche per una città rossa – 30,35%. Con un bel po’ di voto disgiunto a suo favore. Ha preso infatti 12.157 voti in più della somma di Lega e Pdl che lo sostenevano. Consolazione per il Carroccio: grazie al traino del candidato, il partito è salito dal 3,13% di due anni fa al 10,72%. Ed è dunque più forte, ora, a Bologna che a Milano.
Sul fronte dell’allargamento alle regioni rosse c’erano un po’ di comuni simbolo da tenere sott’occhio. Uno era il piccolo Castellarano, in provincia di Reggio nell’Emilia. Da tempo la crescita era impetuosa. Il comune confina con la modenese Sassuolo, caduta per la prima volta, storicamente, in mano al centrodestra (con vicesindaco leghista) nel 2009. E qui era anche arrivato Bossi, il 7 agosto scorso, al San Valentino Golf Club, in una delle tappe dei suoi instancabili tour estivi, per inaugurare una campagna elettorale lunghissima e ricca di veleni. Ma, nonostante gli sforzi del partito, la ventiquattrenne Francesca Carlotti (già consigliere provinciale) non ce l’ha fatta «a far cadere l’ennesima roccaforte». La civica di centrosinistra l’ha staccata alla grande: 57,46 contro 27,61%. Cinque anni fa, appena diciannovenne, al primo tentativo del Carroccio da queste parti, si era arenata all’11,13. L’avanzamento c’è stato, ma l’onda sembra ancora molto lunga.
Un po’ più a Est, a Pennabilli, paese famoso per essere patria del poeta Tonino Guerra, la Lega schierava l’onorevole Gianluca Pini, il propugnatore dell’indipendenza della Romagna dall’Emilia. Da queste parti il partito di Bossi va forte perché ha sposato, con successo, la causa della secessione dei comuni dell’Alta Val Marecchia dalle Marche, con il passaggio nella provincia di Rimini. E in questo Comune, nel 2009 si era sperimentata un’alleanza Lega Nord-Partito democratico, che si è però rilevata turbolenta, al punto da far cadere anzitempo la giunta. Pini ha raggiunto un risultato di tutto riguardo (34,39%) ma anche lui non ce l’ha fatta. Sindaco è diventato Lorenzo Valenti (38,35%) della civica di centrosinistra.
In Toscana, le speranze erano riposte in una crescita a Siena, dove fino a pochi mesi fa, prima di convergere (per scelte nazionali) sul candidato Pdl Alessandro Nannini, il Carroccio voleva correre in autonomia schierando Loretana Battistini. Ha guadagnato pochi spiccioli, invece, nella gara persa al primo turno (con un misero 18% di coalizione): ha preso il 2,57% (784 voti in tutta la città e neanche un consigliere). Sempre meglio dello 0,67% di cinque anni fa, quando correva da sola proponendo il segretario cittadino Francesco Giusti. Ma ancora poca cosa per far paura a un Pd egemone. Unica consolazione, in Toscana, il 6,83% alla Provincia di Lucca (contro lo 0,93% dell’ultima volta e con l’elezione del primo leghista in consiglio – starà sui banchi di minoranza perché ha vinto il centrosinistra – il ventisettenne Mauro Santini).
Ma anche nel profondo Nord la Lega ha perso colpi. Maurizio Martina, segretario lombardo dal Pd, da anni abituato solo alla conta delle sconfitte, non sta nella pelle. «Forse sono nomi che vi diranno poco, ma sono tutti posti dove la Lega finora faceva il buono e il cattivo tempo e dove abbiamo vinto, con civiche da noi appoggiate. Posti del varesotto, ad esempio», ed elenca, «Brebbia, un paese di tremila anime dove Bossi era andato in campagna elettorale e dove li abbiamo superati per 4 voti. Cislago, Daverio, Oggiona, Porto Ceresio, Albizzate, Vergiate, Comerio, Angera, Brenta, Caronno Pertusella…». Con l’entusiasmo di chi è disabituato alla vittoria, continua con nuovi elenchi, in provincia di Bergamo («abbiamo vinto a Costa Volpino col 31%, lasciando la Lega al 18!»), di Brescia, di Lodi… Anche attorno a Milano o in Brianza la Lega, da sola o in alleanza con il Pdl è stata in più casi costretta al ballottaggio.
Nella Arcore patria del premier, dove il centrosinistra partirà sopra di 6 punti. O a Desio, dove il Pd è avanti di 17 proprio sul candidato del Carroccio. «Lo smottamento c’è», assicura Martina, «nei comuni sotto i quindicimila abitanti lo si è visto bene. E anche alla Provincia di Mantova. Là avevano avuto grandi risultati alle Regionali, in città il centrodestra aveva strappato all’ultimo giro il primo sindaco della storia e stavolta presentavano un candidato presidente forte, Gianni Fava, un giorgettiano di prima fascia [VIDEO]. Erano convinti di farcela, ma la crescita si è arrestata e al ballottaggio abbiamo più chance noi». Ma cosa è successo? «Ha smesso di funzionare il doppio gioco. Il presentarsi come di lotta e di governo. Con e contro il Pdl. Alla lunga il trucco non sta reggendo più. Il meccanismo è logoro».
Per finire, qualche discussione ripresa dai commenti dei militanti leghisti su Facebook. Per raccogliere umori. Alfio: «Secondo voi chi sono i responsabili della batosta milanese? 1)Moratti 2)Minetti&Lele&Fede 3)Santanchè 4)Berlusconi 5)altri». «Dalla uno alla quattro», gli rispondono in coro. E Alberto Mario: «Chi non si aspettava il risultato di Pisapia non conosce abbastanza abitanti di Milano. Chi dice che la Lega ha deluso, non ha visto le percentuali. Chi dice che i leghisti tiepidi (o non troppo convinti) sono mancati, ha ragione. Chi ha ripresentato la Moratti, è un pirla!».
Altra serie di post. Jessica: «Meglio soli che male accompagnati». Maurizio: «La Moratti candidato sbagliato, ma il vero errore è stata la campagna urlata di Berlusconi, troppi errori tipo i bombardamenti in Libia, troppa gente ke chiacchiera nel Pdl… la Lega non deve rimproverarsi nulla». Marco: «E stacchiamola questa spina!!!». Enzo: «E seghiamo anche questa Itaglia!!!».
Gianluca (consigliere regionale): «Basta Pdl... staccare la spina e andare da soli». George: «E dove va da sola ????? col PD ???? o con FINI e CASINI ?????». Fabrizio: «Non lo so, ma Pdl fuori dalle palle!».
paolo.stefanini@linkiesta.it