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mercoledì 2 marzo 2011

La ricostruzione dell'Aquila? Peggio dell'Indonesia


Lorenzo Dolce
L'AQUILA
Ricostruzione più lenta che in Indonesia, mancanza di luoghi di ritrovo per una comunità «morta assieme al sisma» e cittadini che vogliono lasciare la propria abitazione. Sono i dati che emergono dalla ricerca «Microdis-L'Aquila», condotta alla fine del 2010 su un campione di 15mila persone, in centinaia di insediamenti abitativi, dalle università di Firenze, delle Marche e dell'Aquila (la città distrutta il 6 aprile del 2009 da un violentissimo sisma). Il progetto, coordinato dal Cespro e finanziato dall'Unione Europea attraverso l'università belga di Louvain, è stato curato da David Alexander, uno dei massimi esperti europei in materia di grandi disastri. Dallo studio emerge che, a quasi due anni dal terremoto, sono ancora numerosi i problemi relativi alle abitazioni, all'occupazione e quelli fisici dei terremotati. In particolare il 73 per cento degli intervistati ha lamentato la «totale mancanza di posti di ritrovo per la comunità», con i giovani tra i 18 e i 30 anni e gli over 70 che sono i meno integrati. Il 71 per cento, inoltre, ha detto che «la vecchia comunità è morta assieme al terremoto». Il risultato di questa situazione è che il 68 per cento degli intervistati vorrebbe «lasciare al piu presto la propria abitazione».
Altra problematica è quella relativa all'approvvigionamento di servizi essenziali, mancante in oltre il 50 per cento degli alloggi esaminati. Circa il 35 per cento dei complessi residenziali, inoltre, ha servizi igienici in cattiva condizione.
Diversi i disagi anche dal punto di vista della salute, sia fisica che psicologia, dei terremotati: secondo lo studio soffre o ha sofferto di stress il 43 per cento degli intervistati, percentuale che arriva al 66 tra le donne. A ciò si aggiunge l'aumento della depressione e del senso di isolamento ed emarginazione. Altro dato preoccupante è l'incremento della dipendenza da alcol o droghe.
Il sisma, inoltre, stando ai dati di «Microdis-L'Aquila», ha contribuito anche ad un forte incremento della disoccupazione, aumentata del 6 per cento circa. A 22 mesi dal terremoto, infatti, risulta occupato solo il 65 per cento degli intervistati. Tali problemi si ripercuotono sulla sfera economica, con il 46 per cento che denuncia un calo di reddito. Scendono del 6 per cento anche le iscrizioni all'Università e le facoltà più colpite sono quelle di Scienze e di Ingegneria.
Alexander, che è anche membro della Commissione nazionale sulle calamità naturali della Gran Bretagna, critica «la poca attenzione delle istituzioni agli aspetti sociali del terremoto, nonchè il difetto di separare le attività di protezione civile e quelle di ripristino e ricostruzione».