mercoledì 30 marzo 2011

Che fine hanno fatto i rifiuti dell'ex Sisas a Pioltello-Rodano?


area ex sisas
Dove sono finiti i rifiuti della ex Sisas di Pioltello?
La bonifica dello stabilimento ex Sisas di Pioltello-Rodano, in provincia di Milano, contaminato da inquinamento industriale è stata completamente realizzata.
Dopo aver compiuto un sopralluogo per verificare la rimozione dei rifiuti speciali e pericolosi dalle discariche dell'area alle porte di Milano, lo ha annunciato ieri il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni insieme al commissario europeo all'Ambiente Janez Potocnik, al ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, al prefetto e capo della Protezione civile Franco Gabrielli e al commissario ministeriale per il sito stesso, Luigi Pelaggi.
Lo stabilimento ex Sisas occupa una superficie di 330mila metri quadrati ed è compreso nel cosiddetto Polo chimico di Pioltello-Rodano. In questa area sono state create abusivamente due discariche, denominate A e B. Una terza discarica, denominata C, sarebbe stata già svuotata da circa 35mila tonnellate di rifiuti.
Nel corso della conferenza stampa tenutasi ieri sono stati resi i noti i dati relativi ai lavori effettuati. Dalle discariche A e B sono state rimosse circa 280.000 tonnellate di rifiuti: la stessa quantità di rifiuti che una città di oltre un milione di abitanti produce in 8 mesi. Questa mole di rifiuti era costituita da circa 170.000 tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi, 90.000 tonnellate circa di pericolosi e 16.000 tonnellate circa di rifiuti inerti. Per il trasporto dei rifiuti sono stati impiegati circa 10.000 automezzi, 340 container ferroviari trasportati da 10 treni dedicati e 9 navi. Lo smaltimento è avvenuto in 28 impianti italiani e 3 europei. Si tratta, secondo Formigoni, di “un grande risultato” reso possibile dalla “collaborazione con le autorità europee e nazionali”.
Dove sono finiti però i rifiuti della ex Sisas di Pioltello? Se lo domanda Greenpeace che nel report Una sporca storia denuncia l'assoluta mancanza di trasparenza delle operazioni di bonifica delle 280.000 tonnellate di rifiuti di nerofumo, contaminate da mercurio, idrocarburi policiclici aromatici e ftalati accumulate nel corso di decenni.
L'associazione afferma che negli ultimi quattro mesi “i lavori di svuotamento e trasferimento del nerofumo si sono svolti in gran fretta e in assoluta segretezza”.
Le informazioni diffuse dalla società Daneco Impianti, incaricata di gestire le operazioni di smaltimento, hanno riguardato esclusivamente 25.000 tonnellate di rifiuti pericolosi che sono state spedite in Andalusia, precisamente in una discarica di Nerva.
Quest'ultima, riferisce Greenpeace, è gestita dalla società Befesa, accusata da tempo di “una gestione disinvolta dei rifiuti”. I rifiuti provenienti dalla ex Sisas, ad esempio, avrebbero dovuto subire un trattamento fisico-chimico di stabilizzazione prima di essere smaltiti. Stando alle denunce presentate da gruppi e partiti locali invece nessun impianto di trattamento è in funzione a Nerva. Inoltre, secondo le Autorità dell'Andalusia, non è stata data nessuna autorizzazione all'importazione di rifiuti pericolosi.
Rimangono poi ancora sconosciute le destinazioni del resto dei rifiuti, ovvero di oltre 220.000 tonnellate di nerofumo. In diversi centri di stoccaggio nel nord Italia sono sparse alcune migliaia di tonnellate, anche se non tutte sono arrivate a destinazione. Il sindaco del comune di Chivasso ha infatti bloccato pochi giorni fa lo smaltimento dei rifiuti provenienti dalla ex Sisas nella discarica locale, citando l'assoluta mancanza di informazioni su quantità e natura dei rifiuti smaltiti, soprattutto di notte e nei giorni festivi.
Come afferma il Direttore delle campagne di Greenpeace Italia Alessandro Giannì, il problema della rimozione dei rifiuti tossici dalle due discariche abusive non può essere affrontato “semplicemente trasferendo in fretta e segretamente l'inquinamento nel resto d'Italia e all'estero” ed è un diritto dei cittadini europei quello di essere informati e tutelati.
Per saperne di più: leggi il il Report di Greenpeace
A.P.