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sabato 12 febbraio 2011

«Ecco come sotteravamo i rifiuti»

Fabio Abati (Terra Milano)
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ECOMAFIA. Parlano gli autotrasportatori che hanno visto il sistema di smaltimento in mano alla ‘ndrangheta nelle aree dell’Expo.
ll presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sull’illegalità nel ciclo dei rifiuti, Gaetano Pecorella, lo ha ribadito in questi giorni: l’80 per cento delle aziende di movimento terra della Lombardia sono in mano alla ‘ndrangheta. Queste gestiscono l’affare delle aree da bonificare, numerosissime attorno a Milano, risultato di passate attività industriali ma che oggi si vorrebbe riconsegnare a nuove iniziative di speculazione immobiliare. Si prenda per esempio la nuova fiera di Milano, all’interno dei comuni di Rho e Pero nella parte nord occidentale della metropoli. Qui dovrebbero sorgere gli edifici che ospiteranno l’Expo del 2015, non distante da dove già sei anni fa sono stati inaugurati i nuovi padiglioni espositivi. Su questo lotto immenso un tempo sorgeva una raffineria dell’Agip tra le più grandi e produttive d’Europa, che dismettendo lasciò un’immensa superficie da ripulire. Ma chi ha assistito ai lavori di allora lancia un allarme.

Un imprenditore che si occupava di movimento terra e che allora lavorò nei cantieri della Fiera, anche se non proprio nell’attività di bonifica, racconta in esclusiva a Terra cosa ha visto. «Bhè - dice - esisteva un buco. Sì proprio così: un buco dove oggi sorgere l’ingresso principale della Fiera con in bella vista la “Vela” dell’architetto Fuksas. Ebbene ho visto scaricare in questa enorme voragine un mucchio di porcherie, fino a che non fu riempita arrivando al livello attuale dei parcheggi e dei cancelli d’entrata ai padiglioni». Come sottolinea l’ex imprenditore, molti dei camion che facevano la spola verso quella buca erano condotti da personaggi chiacchierati, in combutta con certa criminalità organizzata di origine calabrese. «Che posso dirvi d’altro? Ho visto che ci scaricavano dentro tutti gli scarti di demolizione delle strutture che precedentemente esistevano su quell’area.

Quindi credo ci sia finito dentro dell’amianto, e poi, mescolati ai classici laterizi, posso immaginare che ci fossero fanghi o terre contaminate, o betonite, in arrivo dalle aziende chimiche che lì una volta funzionavano. Ma non sono un tecnico e non ho fatto analisi. Quello che mi impressionava era l’assoluta nonchalance con la quale quel tipo di operazione veniva svolta. Per cui non voglio immaginare che falsità ci fossero scritte nelle bolle che accompagnavano quei camion a scaricare dove poi sarebbe sorto l’ingresso della Fiera».

Sono molte le zone attorno a Milano dove si sospetta possano essere state effettuate bonifiche per nulla rispondenti alle norme. Il caso più eclatante è quello riferito al piano di lottizzazione conosciuto col nome di “San Giulia”, nella parte sud orientale della città. Qui occorreva ripulire dalla precedente attività di un impianto di produzione di Ddt a marchio Montedison. Ma secondo la Procura di Milano i veleni potrebbero essere ancora sotto gli appartamenti già realizzati e consegnati ai loro proprietari, o sullo scheletro degli altri ancora in costruzione. Quel che è certo è che alcuni camion con le terre contaminate di Santa Giulia hanno preso la via del Piemonte e sono state messe a riposare in una discarica di Roasio in provincia di Vercelli, in un impianto che sorge a pochi metri di distanza da un’area di pregio paesaggistico, che in teoria doveva essere protetta. Naturalmente si sospetta che i carichi siano stati effettuati con lo zampino dei compari di ‘ndrangheta, che tra l’altro conferivano il materiale a notte fonda, per evitare curiosi e sguardi indiscreti.

Chi si sarebbe occupato di quei viaggi lavorava pure come terzista per la Perego strade, una grossa azienda di movimentazione terra e di costruzioni, finita sotto la lente dei magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Milano perché controllata dal boss Salvatore Strangio.Ma dentro la Perego come funzionavano le cose? Lo si apprende direttamente dalla voce degli autotrasportatori interrogati dalla magistratura. «Al mattino presto si facevano delle riunioni operative - racconta un testimone - dove ci dicevano come comportarci coi formulari, ovvero i documenti di accompagnamento dei rifiuti e naturalmente dove portare il tutto. Chi obiettava qualcosa veniva minacciato di licenziamento».

«È un fatto notorio - racconta un altro, sempre autista di camion - che gli smaltimenti delle movimentazioni terra venivano spessissimo portati in siti senza le preventive autorizzazioni, così come succedeva per le demolizioni. Ho sentito di autotrasportatori che dovevano indicare sui singoli rapporti codici diversi da quelli che in realtà avrebbero dovuto identificare i singoli rifiuti. Per cui poteva capitare che veniva scritto “terra” e invece si trattava di materiale di natura diversa. Posso dire che nel corso degli anni sono stati utilizzati per le opere di riempimento materiali fortemente inquinanti, come eternit, amianto e in genere materiali provenienti da demolizioni indifferenziate e quindi contenenti materiali di risulta di origine non controllata, quindi anche pericolosa. Un esempio: nel corso dei lavori per il rifacimento del tratto ferroviario Arluno-Usmate, nello smantellare la vecchia ferrovia sono stati estratti i traversini dei binari, che venivano accantonati perché dovevano essere frantumati. Cosa che non è stata fatta, ma prelevati e portati in un altro luogo, sempre sul tratto della ferrovia, e lì sotterrati. È ovvio che questo materiale era fortemente inquinante perché conteneva amianto che derivava dai freni del treno».

Secondo le testimonianze raccolte alla Perego le cose cominciarono a prendere una piega sbagliata quando in azienda si videro circolare “certi personaggi”. Tra loro Carmine Verterame, oggi in carcere per associazione mafiosa. E Antonino Belnome, anche lui dentro, però accusato di omicidio. Fu il killer che nel luglio del 2007 a San Vittore Olona, in provincia di Milano, uccise Carmelo Novella, il boss a capo della cupola di ‘ndrangheta operativa al Nord e il cui potere accumulato, evidentemente, aveva messo in allarme chi lo voleva vedere morto. Verterame e Belnome erano autisti di camion e lavoravano come terzisti della Perego.

In prima battuta però erano dipendenti dell’azienda della provincia di Novara che si occupò dei trasporti della terra di Santa Giulia da Milano in Piemonte. Per fortuna, non tutte le aree inquinate attorno a Milano hanno avuto lo stesso destino di quella a Rogoredo. Sull’ex cava di Geregnano, alla periferia ovest, la magistratura è riuscita a porre i sigilli in tempo, prima che iniziassero i lavori per la realizzazione di nuovi negozi e appartamenti. Pare che lì sotto ci siano almeno 2 milioni di metri cubi di rifiuti tossici: un attentato alla salute pubblica costruirci sopra. Ora si attende di capire chi abbia gestito i trasporti da e per quel sito, ma si può facilmente immaginare che non si scoprirà niente di nuovo rispetto a quanto già avvenuto per l’area della nuova fiera e per Santa Giulia.