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lunedì 28 febbraio 2011

'Bici batte auto': il Critical Mass e il movimento dei ciclisti urbani

Il fenomeno che prende il nome di Critical Mass non è che la punta dell'iceberg di un movimento di ciclisti urbani in espansione ormai da decenni. Il nuovo documentario 'Bici batte auto' presenta le varie facce di questo fenomeno che sta cambiando la storia delle due ruote.

di Elisabeth Zoja

bicicletta
L’ultimo venerdì di ogni mese migliaia di ciclisti si riuniscono in città quali Seattle, Londra, Vilnius e Honolulu per festeggiare la bici
L’ultimo venerdì di ogni mese migliaia di ciclisti si riuniscono in città quali Seattle, Londra, Vilnius e Honolulu per festeggiare la bici. È il fenomeno chiamato Critical Mass, una massa critica ma pacifica che propone un’alternativa all’auto. Questa è solo la punta dell'iceberg di un movimento di ciclisti urbani che cresce ormai da decenni.
Il documentario Bici batte auto. Creativi & guerrieri urbani su due ruote presenta le varie facce di questo movimento: da Critical Mass alle gare urbane, allo scatto fisso, un meccanismo, che non permette un movimento indipendente dei pedali rispetto alla ruota posteriore, divenuto poi arte di strada.
La produzione italo-americana uscita nel 2008 non ha un solo regista: sono stati almeno 5 collaboratori e 3 collettivi italiani a occuparsi di film e video. Il tutto curato da Naoto, “personaggio borderline della scena milanese che si divide tra bici e telecamera” si legge sulla confezione. La parte principale di tale raccolta, che racconta la storia di Critical Mass, è però stata girata dal pluripremiato documentarista Ted White.
Intervistando i ‘fondatori’ di Critical Mass e incorporando video dei primi giri organizzati, White mostra come e perché è nato questo movimento. La sua documentazione apre dicendo: “Critical Mass è nata alle 17.30 del 26 settembre 1992 a San Francisco, California e questa è la sua storia”. Lo spettatore si ritrova poi dentro una macchina bloccata dal traffico e vede una donna aspettare dietro il volante. Una voce fuori campo dice: col tempo i consumatori si rendono conto che rimanere bloccati un’ora e mezza nel traffico, arrivando poi a casa quando i figli stanno già dormendo, non è lo stile di vita che volevano fare.

Critical mass: un numero di persone torna dal lavoro in gruppo per proteggersi dalle auto che sfrecciano per San Francisco
“Sono andato alla Critical Mass perché rimango imbottigliato ogni giorno e vedo la distruzione che ciò comporta. Voglio uscire dalla mia macchina, voglio avere un’alternativa”. Un’alternativa è la bici e una maniera per sperimentarla è Critical Mass. Il movimento nasce dunque da un numero di persone che torna dal lavoro in gruppo per proteggersi dalle auto che sfrecciano per San Francisco.
Si tratta dunque di controbilanciare il corso delle auto, non di ostruirlo. “Noi non blocchiamo il traffico, siamo il traffico!”, afferma di continuo il film. A differenza di quello che molti (ormai anche alcuni partecipanti) credono, l’obiettivo non è intralciare gli automobilisti. Essi non sono nemici, al contrario: spesso i ciclisti di Critical Mass si fermavano a parlare con loro e a distribuire volantini. Questo prima che subentrasse la polizia che, circondando la massa critica, la isola dal resto del mondo. I fondatori spiegano però, che la polizia non sarebbe necessaria poiché “non si tratta di una protesta, ma di una celebrazione”.
Al primo giro ‘organizzato’ i ciclisti erano 45, al quinto erano 200. Dieci anni dopo se ne contavano 1.000, ma oltre a ciò il movimento si era espanso a centinaia di città nel mondo intero. Una crescita impressionante tenendo conto che Critical Mass non viene organizzato ufficialmente ovvero pubblicizzato dai media tradizionali. Il film mostra che si tratta di un evento, non di un’associazione. Infatti non ha leader o messaggi politici predefiniti, e l’unico requisito per parteciparvi è una bicicletta.
milano critical mass
Un ciclista, non consumando benzina, non contribuisce né ai conflitti per il petrolio, né all’inquinamento dell’atmosfera
Nonostante ciò Caycee Cullen, una delle ‘fondatrici’ intervistate nel documentario, spiega che spostarsi in bici lancia inevitabilmente dei messaggi, in parte politici. Si tratta innanzitutto di riconquistare le strade, uno spazio che appartiene a tutti e che dunque non dovrebbe appartenere solo alle auto. Un ciclista inoltre, non consumando benzina, non contribuisce né ai conflitti per il petrolio, né all’inquinamento dell’atmosfera.
La bici, inoltre, non causa inquinamento acustico; ciò ha reso Critical Mass anche un evento sociale dove, invece di stare inscatolati nelle proprie auto, si comunica e si scherza col proprio vicino. Chris Carlsson, che si autodefinisce fondatore di Critical Mass, spiega che si tratta inevitabilmente di un evento ciclistico, ma che ridurlo a ciò significherebbe mancarne l’essenza: creare un nuovo spazio pubblico.
Per definire Critical Mass altri personaggi intervistati insistono sul suo aspetto non commerciale e non competitivo. Per quale motivo, allora, porta un nome pressoché aggressivo come Massa Critica?
Durante i primi mesi l’evento si chiamava Commute Clot (coagulo pendolare), ma un giorno i fondatori si sono trovati in una ‘ciclofficina’ per vedere Return of the Scorcher un documentario di Ted White sulla cultura ciclistica oltreoceano: nel film venivano mostrati i grandi incroci privi di semafori delle città cinesi, nei quali i ciclisti si raggruppavano per attraversarli congiuntamente.
critical mass
Tra gli obiettivi di Critical mass vi è quello di riconquistare le strade, uno spazio che appartiene a tutti e che dunque non dovrebbe appartenere solo alle auto
“Era una specie di ‘massa critica’: tutti i ciclisti […] aspettavano di essere abbastanza numerosi da poter costringere le auto a fermarsi,” spiegava George Bliss, intervistato in Return of the Scorcher. Così i fondatori trovarono un nuovo nome da dare al loro movimento ciclistico: massa critica.
Da allora sono passati quasi 20 anni. A che punto si trova, ora, il movimento di ciclisti urbani? “In termini di cifre Critical Mass sta ancora crescendo, ma gli obiettivi più profondi legati a questa cultura politica in fase di sviluppo non sono stati di fatto raggiunti” sostiene Chris Carlsson. “La ‘massa’ dello scorso luglio, che ha raccolto quasi 3000 ciclisti, è stata statisticamente un’impressionante dimostrazione di crescita, ma quella pedalata […] era permeata da un insolito silenzio ‘zombiesco’ e una carenza di energia.” Carlsson spiega l’obiettivo originario: “Volevamo costruire (il movimento, ndr) su solide radici fatte di ironia, rifiuto dell’autorità, decentramento e autogestione […]. In realtà Critical Mass discende dal Movimento antinucleare almeno quanto dalle iniziative di ciclisti del passato. […] È intrinsecamente contro il capitalismo, anche se a pedalare ci sono numericamente più sostenitori acritici dell’Impero americano e dei suoi interessi economici che autentici sovversivi… ma questa è solo una delle divertenti contraddizioni di Critical Mass”.

 

Mangimi Ogm: dall'Unione Europea fine della 'tolleranza zero'

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Fine della tolleranza zero dell'Unione europea sugli organismi geneticamente modificati
Fine della tolleranza zero dell'Unione europea sugli organismi geneticamente modificati. Il 22 febbraio scorso, infatti, il Comitato permanente per la sicurezza alimentare e la salute animale della Ue (SCFCAH) ha deciso di innalzare fino allo 0,1 per cento la soglia di contaminazione da Ogm nei mangimi importati da paesi terzi.
Le nuove norme si applicano esclusivamente ai mangimi per allevamenti (non agli alimenti umani e alle coltivazioni), e riguardano in particolare mais e soia oggi importati quasi solamente da Usa, Brasile e Argentina, che coltivano l'80% del totale delle sementi Ogm nel mondo.
Presentata lo scorso anno dalla Commissione europea, la proposta ora approvata fissa in pratica allo 0,1% lo ‘zero tecnico’ della contaminazione da Ogm rilevabile con certezza.
La decisione è stata approvata a maggioranza qualificata, ovvero con il consenso di tutti i maggiori paesi dell'Unione. Si sono pronunciati contro Grecia, Cipro, Malta, Lettonia, Polonia e Slovenia. Il Lussemburgo si è astenuto. Tra i Paesi che hanno invece votato a favore vi sono Italia, Francia, Austria e Olanda. Quest'ultima aveva anche avanzato la proposta di estendere l’applicazione dello ‘zero tecnico’ anche agli alimenti per il consumo umano.
A questo punto il progetto di regolamento passa al vaglio del Parlamento e del Consiglio europeo che avranno tre mesi per opporsi e rovesciare la decisione prima che questa venga approvata dalla Commissione. In caso di silenzio dell'Europarlamento, la nuova norma potrà entrare in vigore già da giugno.
“Con ogni probabilità il provvedimento sarà adottato dagli Stati membri e parlamentari europei, anche se ci aspettiamo un vivace dibattito in seno al Parlamento europeo”, ha commentato un diplomatico dell'Unione europea che ha partecipato ai negoziati.
Intanto i Verdi al Parlamento europeo annunciano che stanno pensando di presentare un ricorso davanti alla Corte europea di giustizia in quanto “questa decisione calpesta i principi elementari della sicurezza alimentare”.
“Sono indignato - ha dichiarato l'eurodeputato Josè Bovè - di vedere come le imprese agro-alimentari utilizzano ogni pretesto possibile per imporre piante transgeniche che la maggioranza dei consumatori europei non vuole”.
Contraria alla decisione approvata dalla Ue è anche Greenpeace secondo cui le nuove norme rappresentano la fine della ‘tolleranza zero’ e aprono la porta alla contaminazione della catena alimentare nell’Ue.
“C’è ora il pericolo – afferma l'associazione – che gli Stati membri finiscano sotto pressione da parte delle lobby pro-Ogm per consentire la contaminazione dei prodotti alimentari per il consumo umano diretto”.
A.P.

Catania, un successo per la fontanella di Aci Bonaccorsi

Oltre 150 mila litri raccolti e imbottigliati nelle ultime settimane dai cittadini del comune di Aci Bonaccorsi, in provincia di Catania. Un successo per la prima 'Casa dell’acqua' installata nell’hinterland etneo nel luglio dello scorso anno.

di Comuni Virtuosi 

fontanella
Aci Bonaccorsi (CT): una fontanella eco-sostenibile che produce al bisogno acqua minerale naturale e gasata, fredda o a temperatura ambiente
Una fontanella eco-sostenibile, di concezione moderna che produce al bisogno acqua minerale naturale e gasata, fredda o a temperatura ambiente. Il tutto a costo zero.
Sono oltre 150mila i litri raccolti e imbottigliati nelle ultime settimane dai cittadini del comune in provincia di Catania di Aci Bonaccorsi che hanno testimoniato, di fatto, il successo della prima 'Casa dell’acqua' installata nell’hinterland etneo nel luglio dello scorso anno, alla presenza del sindaco del comune Vito Di Mauro, e degli assessori della Giunta comunale.
"I cittadini hanno a disposizione 40 litri di acqua a settimana equamente divisi tra naturale e frizzante, si riforniscono autonomamente, ha spiegato il sindaco Di Mauro dalle pagine del quotidiano La Sicilia, utilizzando una tessera che il comune ha provveduto a recapitare a casa di tutte le famiglie residenti che ne hanno fatto richiesta.
Contiamo di raggiungere presto quota mille tessere, che significherebbe coprire la quasi totalità delle famiglie residenti nel territorio di Aci Bonaccorsi".
Aci Bonaccorsi è il primo comune siciliano socio dell’Associazione Comuni Virtuosi, e si sta impegnando concretamente per sviluppare politiche di sobrietà e trasparenza in tutto il territorio.

 

«Il traffico delle navi è una questione di Stato»

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Vincenzo Mulè 
 
INTERVISTA.
Morte del capitano De Grazia e legami con l’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: i lavori della commissione ecomafie sono a una svolta. Ne parla Alessandro Bratti.
I lavori della commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti sono giunti a un punto di svolta. In special modo per quello che riguarda la vicenda relativa alle cosiddette navi dei veleni. Alessandro Bratti è capogruppo Pd della commissione, ed è uno dei membri dell’organismo presieduto da Gaetano Pecorella che più ha lavorato sulla vicenda.
A che punto siete con i lavori?
Siamo in una fase molto delicata, perchè sta emergendo che i traffici dei rifiuti non sono solo una questione di natura ambientale, Il tema che emerge e sul quale indagheremo è capire quanto il nostro governo sia stato o sia ancora coinvolto, attraverso pezzi di apparati dello Stato. Abbiamo rilevato in diversi situazioni la costante presenza nei traffici di aziende di Stato. Un elemento che emerge dalle dichiarazioni e audizioni di alcuni pentiti, dalle carte dei lavori fatti dalle precedenti commissioni e dagli atti delle vecchie inchieste. L’aspetto che emerge è il coinvolgimento dei servizi segreti cosiddetti deviati.
Di quali aziende parliamo?
Debbo premettere che non ho motivi per dubitare che le attività di smaltimento dei rifiuti non si siano svolte in maniera regolare. È un fatto, però, che la Monteco si sia occupata del trattamento dei rifiuti pericolosi in Libano. La Monteco era un’azienda dell’Eni, che ha operato su una commessa del ministero degli Esteri. Così come Nucleco e Enea erano le realtà statali che lavoravano su rifiuti nucleari.

In un documento secretato, pubblicato da Terra, c’è la prova del coinvolgimento del Sismi e del governo nei traffici...

Abbiamo chiesto al Copasir di togliere il segreto, anche se ormai di segreto c’è ben poco. L’unico dubbio rimasto è sui fondi stanziati. Bisogna cercare di capire che tipo di attività riguardassero. Comunque, l’intervento dei servizi è certo, compreso quello di personaggi anomali ad essi legati.
Giorgio Comerio è un personaggio chiave di questa vicenda. Nei giorni scorsi si è detto disponibile a essere ascoltato da voi. Siete stati contattati?
No, anzi. Noi avremmo piacere di ascoltarlo, pendenze penali che lo riguardano permettendo. Tempo fa, ci è stato segnalato fosse in Liguria.
Perché per voi è così importante risalire all’identità dell’informatore Pinocchio?
Se è vero quello che dice, non è u informatore di poco conto. Parla di traffico di rifiuti radioattivi, tira in ballo il senatore Noè, parla di navi che da La Spezia partono per l’Asia cariche di sostanze radioattive. Posso dire con ragionevole certezza che non si tratta di un semplice cittadino.

Cosa manca per raggiungere la verità?

In tutta questa vicenda, ci sono una serie di questioni che non tornano. A cominciare dalla morte del capitano De Grazia. Per finire ai legami con la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ed episodi inquietanti. Aldo Anghessa, uomo legato ai servizi, venne ascoltato dal pool di Reggio Calabria. Nel corso dell’interrogatorio, l’uomo prevede quello che da lì a un anno accadrà al pool investigativo. Compreso lo spostamento di competenza dell’inchiesta.
Intervistato da Terra, nelle scorse settimane il maresciallo Scimone, che faceva parte della squadra del pm Neri, ha rivelato che dietro questo spostamento c’era la mano del Sisde.
 

Anziano palestinese racconta la sua triste storia

Scuola : Persecuzioni stile nazista a Down, Gelmini tace

Recentemente, in alcuni istituti scolastici italiani, si sono verificati alcuni gravissimi episodi di discriminazione e persecuzione di stampo nazista nei confronti di alcuni disabili.
Il tutto nell’ignobile silenzio del ministro Gelmini che non ha mosso un dito a loro difesa. Infatti, nello scorso ottobre, secondo quando denuncia ‘Il Tirreno’, la preside dell’istituto, medie ed elementari, Lido di Camaiore (Lu), Filomena La Pietra, avrebbe costretto il bidello disabile della scuola a rimanere a casa, allo scopo di ‘nasconderlo’ in occasione della visita all’istituto del ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli.
Risulta, inoltre, che la suddetta preside abbia anche chiesto una visita di idoneità a svolgere il suo incarico per il bidello, regolarmente assunto grazie alla legge, legge 104 per le categorie protette, visita che si dovrebbe svolgere entro il 10 marzo.
Anche alla luce di quanto è accaduto nei giorni scorsi in un istituto di Catanzaro dove il preside ha vietato ad un alunno down di andare in gita con i compagni, abbiamo presentato un’interrogazione al ministro Gelmini, nella quale chiediamo se ci sono e quali sono gli strumenti del ministero per tutelare i disabili che svolgono la loto attività didattica negli istituti scolastici italiani o vi prestano servizio, e se il ministro ha intenzione di rimuovere dal loro incarico i dirigenti scolastici al centro di questi scandali che ci indignano profondamente.

domenica 27 febbraio 2011

Grande Manifestazione in Riviera il 12 marzo: ecco chi siamo


LIBERIAMO LA RIVIERA
LA TERRA E’ VITA
NON CEMENTIFICHIAMO IL FUTURO!
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AD OGGI (26/02/11) HANNO ADERITO QUESTE ORGANIZZAZIONI (67):
ALTRO.VE. RETE PER UN ALTRO VENETO
ANPI ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA (SEZIONI RIVIERA DEL BRENTA E CADONEGHE)
AIAB ASSOCIAZIONE ITALIANA AGRICOLTORI BIOLOGICI (RIVIERA DEL BRENTA)
ASSOCIAZIONE AMICI DEI GIARDINI STORICI DELLA RIVIERA DEL BRENTA
ASSOCIAZIONE AMISSI DEL PIOVEGO (PADOVA)
ASSOCIAZIONE ECOLOGISTI DEMOCRATICI (PROVINCIA DI VENEZIA)
ASSOCIAZIONE AGORÀ (CADONEGHE)
ASSOCIAZIONE ARINOSOLIDALE
ASSOCIAZIONE IL PORTICO (DOLO)
ASSOCIAZIONE GIOVANI CAZZAGO
ASSOCIAZIONE PER LA SALVAGUARDIA IDRAULICA (PADOVA)
ASSOCIAZIONE ISOLA BASSA (DOLO)
ASSOCIAZIONE KANKARI (MARANO)
ASSOCIAZIONE BIOINSIEME (RIVIERA DEL BRENTA)
ASSOCIAZIONE CULTURALE ARCOBALENO (DOLO)
ASSOCIAZIONE CULTURALE ECHIDNA (DOLO)
ASSOCIAZIONE CULTURALE DEDALO (MIRA)
ASSOCIAZIONE CULTURALE VIVIMIRA
ASSOCIAZIONE ZONE ONLUS (VENEZIA)
CAT. COMITATI AMBIENTE TERRITORIO
CIA CONFEDERAZIONE ITALIANA AGRICOLTORI (RIVIERA DEL BRENTA)
CIRCOLO ACLI DI CAZZAGO
CIRCOLO ACLI DI MIRANO
CIRCOLO A.R.C.I. PIROLA (PIANIGA)
CIRCOLO IL MANIFESTO MIRANO
CIRCOLO 1554 (NOALE)
COMITATO DIFENDIAMO L’AMBIENTE IN CUI VIVIAMO (FIESSO D’ARTICO)
COMITATO PER LA DIFESA DEL GRATICOLATO ROMANO (MIRANO)
COMITATO PER LA TUTELA DEL GRATICOLATO ROMANO (PIANIGA)
COMITATO PER LA TUETAL DEL TERRITORIO (STRA-PALUELLO)
COMITATO VIGONOVESE “A. CANOVA”
CONFESERCENTI PROVINCIA DI VENEZIA
COOPERATIVA LA RAGNATELA (MIRANO)
EL TAMISO COOPERATIVA AGRICOLA BIOLOGICA (PADOVA)
EMERGENCY DOLO
FDS RIVIERA DEL BRENTA
FEDERCACCIA (RIVIERA DEL BRENTA)
FIAB FEDERAZIONE ITALIANA
AMICI DELLA BICICLETTA (RIVIERA DEL BRENTA)
GAS GRUPPO DI ACQUISTO SOLIDALE RIVIERA DEL BRENTA
GRILLI DI MARTELLAGO
GRILLI SPINEA 5 STELLE
GRILLI DEL MIRANESE 5 STELLE
GRUPPO GIARDINO STORICO UNIVERSITÀ DI PADOVA ORTO BOTANICO
ITALIA NOSTRA RIVIERA DEL BRENTA
ITALIA NOSTRA MIRANO
LABORATORIO MIRANO CONDIVISA
LA SPECOLA OSSERVATORIO DELLA RIVIERA DEL BRENTA E DEL MIRANESE
LEGAMBIENTE MIRANESE
LEGAMBIENTE PADOVA
LEGAMBIENTE RIVIERA DEL BRENTA
LEGAMBIENTE SAONARA-VIGONOVO
LISTA CIVICA IL PONTE DEL DOLO
LISTA CIVICA STRADA COMUNE (STRA)
MOVIMENTO CITTADINO PROMOTORI SICUREZZA IDRAULICA (FIESSO D’ARTICO)
MOVIMENTO 5 STELLE RIVIERA DEL BRENTA
MOVIMENTO NAZIONALE STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO
NEGOZIO EQUO SOLIDALE BANDERA FLORIDA (MIRANO)
PANIFICIO BIOLOGICO EL FORNO A LEGNA (MIRA)
PEDALIAMO PER LA VITA (VIGONOVO)
RETE NO AUTOSTRADA ROMEA RIVIERA DEL BRENTA
SLOW FOOD CONDOTTA DELLA RIVIERA DEL BRENTA
UN FIUME DI VILLE ASS.NE OPERATORI TURISTICI RIVIERA DEL BRENTA
VILLA BEMBO ASS.NE DI PROMOZIONE SOCIALE RIVIERA DEL BRENTA
WWF DOLO
WWF MIRANESE
WWF VENEZIA
--
Donatello Negrisolo - Movimento 5 Stelle

Variabile 118


Sono sorprendenti le parole del Direttore dell’Arcispedale S. Anna di Ferrara dottor Rinaldi comparse sul giornale in un dibattito sulla chiusura dell’ospedale cittadino:”…non è decisivo il tempo in cui l’ambulanza torna all’ospedale, ma quello in cui arriva sul posto”. Non contento, aggiunge: “…io sto ai dati scientifici: nel momento in cui arriva l’ambulanza e prende in carico il paziente, ovvero ne capisce i sintomi, inizia il trattamento più adeguato, allerta l’ospedale di arrivo, a quel punto i tempi a seconda degli studi sono di 120 minuti oppure di tre ore”. Fermo restando che i “dati scientifici”, pur citati con vaghezza salottiera, sono frutto di trattamenti di dati d’ingresso omogenei (quindi è inverosimile siamo desunti da ospedali come Cona posti fantozzianamente in luoghi non baricentrici e non serviti da raccordi stradali decenti), questi sono inevitabilmente riferiti a percentuali di successo.

 Che non sono del 100%, ovviamente, con un certo numero di casi fatali. Questo numero di eventi infausti rimarrà inalterato, lascia desumere il dottor Rinaldi, anche quando l’esperienza di Cona contribuirà a fornire nuovi input ai futuri “dati scientifici”. Come fa a saperlo? Perché se non ne ha vera consapevolezza scientifica, pur facendo bene la sua parte promozionale di Cona, la faccenda di un medico che ritenga accettabile il rischio di qualche morto in più nelle statistiche stride con il codice di deontologia medica.
Comunque, ammettendo che le autoambulanze siano mini poliambulatori atti a praticare sul posto TUTTE le terapie d’urgenza risultanti necessarie, visto che il dottor Rinaldi dà per scontato che ogni ambulanza sia idonea a far “capire i sintomi” dei pazienti presi in carico; e che la professionalità del personale sia OK (pur essendo noto che circolano ambulanze con a bordo soli autisti), per cui che OGNI trauma, malore, criticità riceva stabilizzazione certa sul posto dalla prodigiosa ambulanza, tale rapido arrivo = stabilizzazione, ci fa intendere il dottor Rinaldi, ha effetti certamente perduranti per due-tre ore su TUTTI i casi, racchiudendo ogni gravità in un tranquillizzante ambito strettamente deterministico.
In pratica si reclamizza una medicina d’urgenza fatta di consolidate certezze, in controtendenza al cammino della scienza medica sempre pronta a rimettere in discussione i suoi assiomi, perché poggiante su macroevidenze statistiche che in quanto tali non  potranno mai conferire certezze al decorso dei singoli eventi.
Le infinite variabili che concorrono nei casi oggetto di chiamata al 118 non sono riconducibili alle relativamente poche categorie che la più raffinata statistica medica può contemplare. Ma questo sembra non aver importanza per il dottor Rinaldi. Se fosse il mio medico curante lo cambierei senza indugio. Posso cambiare anche il direttore generale dell’ospedale della mia città?
Paolo Giardini

Fortezza Italia

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Siamo in attesa, ma non si sa di cosa. Deve passare la nottata, ma nessuno sa quanto sia lunga e nera la notte e, in fondo, non ci importa. Dalla nostra fortezza, avamposto in rovina, appartamento di periferia o in centro città, osserviamo l'orizzonte attraverso la malia della televisione. Voci familiari di perfetti sconosciuti ci tengono compagnia ogni sera. Interpretano gli accadimenti alle nostre frontiere e anche i pericoli, e insieme ad essi le soluzioni. Noi, come è ovvio, non ci crediamo più, né ai pericoli, né alle soluzioni. I pericoli sono ben più minacciosi, già dentro i nostri confini, e le soluzioni sono giochi di prestigio di chi non può che perpetuare il proprio potere, non ha del resto scelta. Le falsità di cui ci circondiamo sono troppo evidenti e prolungate, ma quel futuro così minaccioso non si può affrontare ora, con queste miserabili armi, senza una strategia, senza un'oncia, o anche un solo grammo, di coraggio. La fortezza è accogliente, non ci manca nulla a parte la libertà e la conoscenza. L'attesa ci consuma come delle candele, ma il loro calore è sufficiente per rimandare anche il più piccolo esame di coscienza.
Dal deserto che si estende ininterrotto di fronte alle mura, in cui ci siamo rinchiusi per viltà o per scelta, non verrà nessuno, non formidabili e spietati nemici, non amici in nostro soccorso con le armi della democrazia e della libertà, due parole di cui crediamo di sapere il significato, ma che abbiamo mutato, più o meno inconsciamente, in dittatura e servilismo. L'attesa deve durare per sempre, resistere (a chi?) è il nostro unico e vero obiettivo. Il tempo dell'attesa dura da generazioni, una dopo l'altra cancellate come le stelle dalla luce del mattino. Nella fortezza c'è ancora abbastanza cibo, ma i più giovani spesso partono per delle terre sconosciute senza fare più ritorno. Sono milioni ormai.
La fortezza invecchia insieme ai suoi abitanti e le sue mura cominciano a sgretolarsi, si dice che avvenga per tutte le fortezze, che sia una regola universale, che nessuna fortezza sia eterna, che nessuna attesa sia per sempre. Il muro di Berlino è caduto, e ora le fortezze del Maghreb, una dopo l'altra. Ma è dolce l'attesa, pur con il boato dei primi crolli. Quel nemico, che mai apparirà da territori sconosciuti, siamo in realtà noi, ma è così rassicurante pensarlo diverso, lontano.

Un parcheggio abbandonato da trentacinque milioni di euro

 


Roma è indubbiamente una delle città che ha il triste primato delle opere inutili. In tempi di crisi in cui le istituzioni battono cassa, aumentano tariffe e tagliano servizi, fa bene ricordare i pazzeschi sprechi di denaro pubblico che sono avvenuti nel passato!
Sono passati quasi dieci anni da quando, il 15 dicembre 2001, si celebrò formalmente l'inaugurazione del parcheggio di Cornelia, facente parte dell'opera di prolungamento della metro A da Ottaviano a Battistini.
Al pubblico venne presentata una struttura ipertecnologica, dotata di 7 piani interrati, una capienza di 644 auto e un sofisticato ascensore idraulico per il trasporto delle auto ai piani inferiori. Tanti posti in poco spazio. Telecamere interne, due rampe controllate elettronicamente per entrare ed uscire. Il parcheggio automatizzato più grande d'Italia, si disse. Costato all'epoca 35 milioni di euro, destinati a crescere con le ulteriori spese effettuate negli anni successivi.
Il punto è che il parcheggio di Cornelia, nonostante quell'inaugurazione, non è mai entrato realmente in funzione. Dopo un'iniziale apertura di prova (due mesi e mezzo di pre-esercizio per 250 auto) ci si è resi conto di gravi problemi legati all'impianto elettrico ed informatico. In caso di blackout, il parcheggio sarebbe diventato una trappola, sarebbe diventato impossibile fare uscire le auto, che avrebbero rischiato di restare bloccate nel silos. Ma non solo. I posti auto si rivelarono troppo bassi: solo alcuni raggiungono il metro e ottanta, la maggioranza non supera il metro e sessanta. Un parcheggio da 35 milioni neanche adeguato a parcheggiare ogni tipo di auto.
Ha mai pagato qualcuno per aver buttato trentacinque milioni di euro dei nostri soldi?

Scuola, Brunetta:"Studenti Onda sono guerriglieri e verranno trattati come guerriglieri"


Brunetta critica cortei in università ma si dichiara "un democratico"
Bisognerebbe che ogni tanto si facesse qualche ripasso, prima di autodefinirsi "democratico": «Spesso abbiamo stampato la parola Democrazia. Eppure non mi stancherò di ripetere che è una parola il cui senso reale è ancora dormiente, non è ancora stato risvegliato, nonostante la risonanza delle molte furiose tempeste da cui sono provenute le sue sillabe, da penne o lingue. È una grande parola, la cui storia, suppongo, non è ancora stata scritta, perché quella storia deve ancora essere messa in atto. »
   
(Walt Whitman, Prospettive democratiche)
Brunetta critica cortei in università
"Guerriglieri e verranno trattati come guerriglieri". Queste le parole del ministro Renato Brunetta, parlando degli studenti dell'Onda. A chi gli faceva notare che la protesta sta crescendo nella scuola il ministro ha replicato: "Non vedo molta protesta, vedo ogni tanto delle azioni di guerriglia da parte dell'associazione Onda. Ma vedo che nelle votazioni degli organi di rappresentanti degli studenti, l'Onda non esiste".
"Sono un democratico - ha spiegato il ministro, riferendosi alle recenti elezioni studentesche - e credo molto di più al voto che alle azioni di guerriglia".

SCUOLA: PEDICA (IDV), ACCOGLIERE POSIZIONI DI DISSENSO

UNIVERSITA': FIORONI,GELMINI SI SCUSI A NOME GOVERNO PER PAROLE BRUNETTA

(ASCA) - Roma, 19 mar - ''Il ministro dell'Istruzione chieda scusa, per conto del governo, per le parole dissennate pronunciate dal suo collega Brunetta: il ministro Gelmini, che conosco come persona moderata, sa bene che gli studenti rappresentano il futuro di questo Paese e che ascoltarli e dare risposte anche quando protestano, senza mai giustificare le violenze, e' un dovere. Ma additare genericamente come guerriglieri gli studenti, soffiando sul fuoco e fomentando gli animi, e' un atteggiamento irresponsabile del quale il ministro Gelmini non puo' rendersi spettatrice passiva''.
Lo dichiara il responsabile educazione del Pd, Giuseppe Fioroni.

sabato 26 febbraio 2011

Gideon Kossoff: l'olismo come chiave per la transizione

Abbiamo incontrato Gideon Kossoff, ecologista e teorico sociale di fama internazionale, che ha dedicato diversi anni allo studio dei rapporti esistenti fra gli esseri umani e l’ambiente. Kossof ritiene indispensabile riorganizzare la nostra vita quotidiana secondo principi ecologici e olistici, se vogliamo affrontare veramente una delle sfide più importanti della contemporaneità: la transizione a una società sostenibile. Per capire meglio il suo messaggio, lo abbiamo raggiunto telefonicamente negli Stati Uniti, dove si trova in questo momento per la sua tesi di dottorato, intitolata A Holistic Worldview and the Reconstitution of Everyday Life (Una visione olistica del mondo e la ricostituzione della vita quotidiana).

di Andrea Bertaglio

 


Gideon Kossoff, ecologista e teorico sociale di fama internazionale, ha dedicato diversi anni allo studio dei rapporti esistenti fra gli esseri umani e l’ambiente
Gideon Kossoff, può spiegarci innanzitutto che cosa è l’olismo?
È a tutti noi familiare l’espressione “il tutto è più della somma delle sue parti”. Per esempio, si può capire molto poco di un albero guardando solo le sue foglie, radici, tronco, frutti e semi. Ciò che conta veramente è come tutte queste parti siano in relazione le une con le altre, e come le parti ed il tutto si influenzino a vicenda.
L’olismo riguarda lo sviluppo: l’interezza dell’albero è qualcosa che cresce e che si scopre col passare del tempo. L’olismo è partecipativo (si potrebbe dire parte-cipativo): le parti dell’albero formano la sua interezza, quindi non ha senso parlare di tutto l’albero senza badare a ciò che le sue singole parti fanno.
L’olismo riguarda anche la diversità, nel senso che tutto l’albero dipende dalle molte sue parti per migliorare, e se una qualunque di queste sue parti è compromessa, allora il miglioramento del tutto diminuisce. E poiché le parti dell’albero concorrono ad esprimere i differenti aspetti del tutto, l’olismo riguarda la creatività.
In poche parole, l’olismo riguarda lo sviluppo, la partecipazione, la diversità e la creatività. È quindi possibile capire perché è una nozione così radicale, quando applicato alle relazioni umane.
È stato per Lei stimolante sviluppare la ricca biblioteca dello Schumacher College?
La biblioteca del College ha oltre 6000 libri che trattano ogni aspetto di quella che potrebbe essere chiamata la 'visione ecologica mondiale' che sta attualmente emergendo. Questo include (in ordine sparso) libri su ecofilosofia, ecopolitica, ecopsicologia, teoria di gaia, globalizzazione, ecodesign, teorie del caos e della complessità, scienza goethiana, culture indigene, psicologia archetipica, sciamanismo, astrologia, alchimia, misticismo e buddismo.
Dato che tutto questo materiale è tenuto in uno spazio relativamente piccolo, è una collezione unica ed altamente 'concentrata'. Una manifestazione esterna di ciò che succede nella mia mente! Raccogliere questi libri è stata una forma di auto-espressione. Nel College puntano ad un mondo molto più interessante di quello in cui ora viviamo…
pianta
"Forse, un giorno, un 'modo di conoscere' la natura e noi stessi più soddisfacente finalmente prevarrà"
Tempo fa ha affermato che sarebbe meglio dare più spazio alla comprensione che alla conoscenza. Pensa che ciò potrebbe aiutarci ad avere un approccio meno mentale, meno intellettuale con l’ecologia, e a comprendere ancora la natura, piuttosto che conoscerla o analizzarla?
Abbiamo bisogno di pensare in modo diverso, per sviluppare un nuovo tipo di intelletto che sia inclusivo e partecipativo, invece che esclusivo ed astratto. Una forma di intelletto che contestualizzi invece che decontestualizzare, un intelletto non strumentale che cerchi di capire invece che controllare. L’intelletto astratto e strumentale che domina la mentalità occidentale non solo media la nostra relazione con la natura, ma anche le relazioni che abbiamo gli uni con gli altri; e non è solo nelle nostre teste, è incarnato nella struttura di istituzioni, burocrazie, corporazioni, università ecc. Molti filosofi e critici culturali del ventesimo secolo hanno scritto dei difetti e della distruttività di questo tipo di intelletto, e penso che ci siano molti segni nella società contemporanea che le persone si stiano ribellando a ciò. Forse, un giorno, un 'modo di conoscere' la natura e noi stessi più soddisfacente finalmente prevarrà.
È possibile creare una visione comune senza imporre leggi?
Ponendo questa domanda in modo diverso: una visione comune finisce inevitabilmente con l’essere autoritaria? Questa è un’area problematica. Una visione comune corre il pericolo di negare la diversità, o le 'differenze' come direbbero i post-modernisti, per cui non potremmo che sperare in interventi isolati e localizzati. Dall’altro lato, senza una visione comune, senza un’alternativa possibile, non c’è modo di sfidare collettivamente il sistema dominante. Cosa che abbiamo urgentemente bisogno di fare.
Ci serve quindi una visione comune che delinei i contorni di un tipo diverso di società, ma che permetta un’interpretazione locale, in altre parole, la diversità. In questo modo potremmo avere qualcosa di non autoritario, o non imposto.
Come possiamo trovare il modo o lo spazio di avviare il cambiamento, nell’'abbondanza' (anche di informazioni contrastanti) in cui oggi viviamo?
Oltre che di una visione, penso che abbiamo bisogno di relazionare ciò che abbiamo attorno a noi, nelle società contemporanee, a questa visione. Dove possiamo vedere i semi che potrebbero, se coltivati, dare vita a questa visione? Siamo circondati da moltissimi 'semi', grazie ad attività creative sociali e culturali. È solo che abbiamo difficoltà a capire il significato di così tante attività, perché non abbiamo una visione alla quale relazionarle, e non siamo molto allenati a capire che cosa è creativo socialmente e culturalmente.
guardare indietro
"Abbiamo bisogno di guardare alle culture sostenibili del passato per capire come le culture sostenibili del futuro potrebbero sembrare"
C’è decisamente bisogno di riscoprire cose che abbiamo poco saggiamente abbandonato negli ultimi decenni. È possibile riscoprire oggi caratteristiche dell’era pre-industriale, senza cadere in romanticismi inutili o folli nostalgie?
Sono d’accordo, è tragico che così tanta conoscenza, cultura, pratica sociale ecc. siano state 'abbandonate'. Anzi, penso che il termine 'abbandonate' sia troppo innocente, troppo passivo. Sarebbero più indicate parole come 'distrutte' o 'annichilite'. Ed ora la questione è come capire il 'segreto' delle società pre-industriali, e la natura di ciò che è stato perduto.
Che cosa ha permesso alle comunità tradizionali di prosperare attraverso le generazioni, spesso in circostanze estremamente difficili, con risorse minime e pochissima tecnologia? Come, nonostante il fatto che la vita fosse così difficile, le culture tradizionali sono spesso riuscite a condurre con grazia le proprie vite? Penso che la risposta a questo tipo di domande sia la chiave della nostra sopravvivenza.
Ha ragione, però, è un errore idealizzare queste culture. La vita era spesso difficile, ed aveva molti aspetti che oggi riterremmo inaccettabili. Ciononostante, abbiamo bisogno di guardare alle culture sostenibili del passato per capire come le culture sostenibili del futuro potrebbero sembrare.
Influenza suina e vaccini sprecati, vertice di Copenhagen e suo fallimento, perdita generale di fiducia nelle Istituzioni: ci sarà presto una rivoluzione? Se sì, sarà violenta o silenziosa?
Come ci insegna la teoria della complessità, e come possiamo vedere dagli eventi storici, le transizioni nei sistemi complessi (naturali e sociali) possono succedere molto velocemente e senza preavviso, quando raggiungono un tipping point. Ognuno però si fa sorprendere.
Personalmente, non penso che nessun tipo di rivoluzione sia imminente, ma mi piacerebbe essere smentito. Forse, quando fra qualche anno più alternative saranno sperimentate, quando la conoscenza di come fare le cose in modo differente sarà più diffusa, quando un’alternativa all’attuale sistema dominante sarà evidente a più persone, e quando l’inadeguatezza del sistema dominante diventerà indiscutibile anche tra i più stupidi e i più interessati, forse lì le cose cambieranno molto velocemente e, si spera, non violentemente.
Gideon Kossoff, ecologista e teorico sociale di fama internazionale, ha dedicato diversi anni allo studio dei rapporti esistenti fra gli esseri umani e l’ambiente come chiave per lo sviluppo di una società sostenibile. Studioso del pensiero utopico, di storia del pensiero anti-autoritario e di molte materie affini, dal 1998 al 2007 ha coordinato il Master in Scienze Olistiche presso il prestigioso Schumacher College, in Inghilterra, del quale ha sviluppato la biblioteca (6500 volumi). Lavora presso il Centre for the Study of Natural Design della Dundee University.

Vivere la montagna. To feel not to know, ovvero dove sta la sicurezza?

"La relazione contiene il massimo potenziale d’innalzamento della sicurezza, indipendentemente dalle conoscenze tecniche e dall’abilità motoria di cui disponiamo". Dopo la prima puntata, dedicata alla cultura della relazione con il mondo, Lorenzo Merlo, del Victory Project, ci spiega un altro modo di vivere la montagna.

di Lorenzo Merlo 

sicurezza montagna
La relazione contiene il massimo potenziale d’innalzamento della sicurezza, indipendentemente dalle conoscenze tecniche e dall’abilità motoria di cui disponiamo
La maestria di fondovalle echeggia sempre nelle falesie, meglio se affollate. Fiumi di indicazioni vengono fuori da chi regola il gri-gri. Fiumi che ribollono se su in alto c’è un bimbo, un principiante o la fidanzata. Ma come può allungare il braccio per arrivare alla reglette se il braccio non lo sente, se la concentrazione è su altro – per esempio sulla paura di cadere – e da lì non si sposta?
Come accorgerci noi, maestri di fondovalle, dell’assurdità – tanto più tale quanto più ripetuta – della nostra determinata ed ostinata intenzione di modificare una persona con una tanto ottusa quanto inadeguata indicazione? L’esperienza non è trasmissibile, vale la pena ricordarlo? Insegneremmo a disegnare (atto creativo/motorio come lo scalare) con lo stesso meccanicistico criterio? “Adesso metti la mano così, poi gira di là...”
L’esperienza è vissuta attraverso le sensazioni. Queste possono essere (uomo) o meno (animali, vegetali, minerali) razionalizzate. Confondiamo in molte circostanze comunicazione con informazione. Una comunicazione contiene il passaggio di informazione (equivoci a parte) ma non di esperienza.
Si crede che una comunicazione possa trasmettere quanto necessario per modificare il comportamento del prossimo. In realtà la cosa non avviene a causa della mancata collisione tra la biografia del destinatario e quella del mittente. Quando la collisione avviene, significa che si è concretizzato un momento didattico. Significa che la comunicazione (verbale e non) è avvenuta nel modo e nel tempo opportuno per essere integrata nella biografia del destinatario.
Permanere nella condizione ove la comunicazione assume – inopportunamente – i gradi della trasmissione di esperienza, significa alimentare la dimensione meccanicistica, ove il mio sapere può passare a te quando io lo affermo; quando ciò non avviene la responsabilità ricade sul destinatario. Il sapere è – purtroppo – fulcro dello scambio, elemento primario, mentre il destinatario diviene secondario o addirittura trascurabile.
Il modo della relazione serve in circostanze didattiche ma anche pedagogiche. La Madre ce lo mostra. È attraverso la relazione empatica con il suo neonato che capisce come sta, cosa necessita, come assisterlo. Il metodo Munter, per esempio[4]. È frequente riscontrarne nelle persone, esperti inclusi, un’interpretazione a mo’ di dottrina: questi sono gli elementi, questi sono i conti dei parametri, questo è il risultato e quindi questo è il rischio. Da “X” in su, non si fa la gita; da “Y” in giù, sì.
Già, un intero metodo, piuttosto che una qualunque altra informazione spicciola, per esempio quella raccolta sul posto al momento della partenza, non dovrebbero essere impugnati dogmaticamente, definitivamente. Dovrebbero invece entrare in circolo affinché si declinino continuativamente al flusso di informazioni esterne e a quelle emotivo-corporee, con ciò che abbiamo già raccolto dalla semplice osservazione degli elementi circostanti, con ciò che è già presente in noi, per studio o pratica.
Il metodo Munter è funzionale alla sicurezza se da strumento eletto, diviene uno fra gli strumenti e i mezzi che si possono impiegare per stimare il contesto che ci apprestiamo a frequentare.
Così come si sente sventolare il metodo Munter per affermare che la verità è lì dentro, si sentono sventolare nello stesso modo altre formule. Il metodo Caruso è stato ed in gran parte è ancora per molti l’unico modo per insegnare l’arrampicata. “Se non segui il metodo, sbagli”. “Così pure se non lo sai”.
Nella formazione di molte guide alpine è stato oggetto di prova d’esame. Gergo, posizioni e prassi dovevano e devono essere conosciute e impiegate, ne va di una cattiva valutazione dell’aspirante guida. Ma non basta. Il 'pacchetto sicurezza' (pala, arva, sonda e ferula), apparentemente un nome come un altro, di fatto è un’espressione che sottintende ad una concezione e concentrazione verso l’aspetto tecnico.
Tant’è che chi non dispone del 'pacchetto' o chi non ne condivide l’imprescindibile esigenza è – tanto per cominciare – un eretico, se non un incompetente patentato. Il modo meccanicistico di concepire l’uomo fa da contorno e sfondo alle menti tecniche e politiche di chi governa la formazione dei 'professionisti della montagna'.
montagna guida alpina
Quando un Tuareg si avvia alla traversata insieme alla sua carovana, non ripassa il manuale di deserto, di tempesta di sabbia o di sopravvivenza sahariana
Le formule “pacchetto sicurezza” nonché “montagna in sicurezza” (longeva propaganda delle guide alpine italiane) coniate ed adottate a suo tempo da gran parte della dirigenza e dalla base delle guide alpine – per molte di queste, in vita ancora oggi –, sono campioni eccellenti per parlare della concezione della sicurezza in termini prevalentemente tecnico-materiali, sono modi eccellenti per presunte dimostrazioni di professionalità e spesso, ahimé, superiorità.
Montagna in sicurezza allude alla riduzione a zero del rischio. Un altro stupro!
Tutti argomenti ed esempi, dimostrativi della tendenza culturale figlia di un illuminismo che ha dimenticato l’umanesimo dei suoi genitori. Avi mai dimenticati in altri contesti. Quando un Tuareg si avvia alla traversata insieme alla sua carovana, non ripassa il manuale di deserto, di tempesta di sabbia o di sopravvivenza sahariana. La cultura con la quale è cresciuto, nella quale si identifica (senza alcun processo di razionalizzazione), è la sede della sua sicurezza. Una cultura forzatamente coniugata, scaturita e formata dalla inconsapevole ma valorizzata relazione con l’ambiente.
Per lo stesso motivo un camoscio sente quando poter attraversare una colata ghiacciata e quando no.
Muovendosi ascoltando la logica del sentire si crea lo spazio e l’attenzione per la ricerca e l’esplorazione.
Edonismo e positivistico mito del risultato, del profitto, trovano nel modo del camoscio, del tuareg e della relazione il loro legittimo limite. È per questo nocciolo che l’alpinismo è espressione natural/culturale, non sportiva. È per questo nocciolo che le montagne e la natura non sono altro da noi. È per ridurre la carenza di queste consapevolezze che ognuno di noi può dare il proprio inestimabile contributo.
Con le stesse modalità del tuareg ogni giorno guidiamo la macchina e conduciamo la vita. Davanti ad una curva ghiacciata adottiamo un comportamento utile solo se determinato dalla relazione con 'tutti' gli elementi in gioco, colti, intuiti, razionalizzati, consci ed inconsci. La Tecnica, la Conoscenza stessa, se l’atteggiamento è tarato sull’ascolto, diviene elemento pari agli altri e con essi coniugato, quindi tendenzialmente sfruttata al meglio. Non è certo ripetendo pedestremente quanto dice, o non dice, il cartello stradale che realizziamo la massima sicurezza. Come potremmo evitare una sbandata se non usassimo come riferimento il sentire in sostituzione del sapere fornitoci dal cartello? Sennò, perché le scarpate delle stradine di montagna, protette solo da radi paracarri in pietra, non sono colme di carcasse d’auto?
Ognuno di noi può condividere che davanti ad un passo pedonale oltre al verde del semaforo è opportuno dare un’occhiata in giro, ovvero, privilegiare le informazioni scaturite dalla relazione piuttosto che quelle preconfezionate.
Solo quando la sicurezza dell’incrocio passa dal verde di quel semaforo all’ambiente – dalla tecnica alla relazione –, possiamo attraversare con il rosso a 'rischio zero'. Diversamente, si tende ad alzare il rischio: la presenza dell’imprevisto ovvero la ridotta creatività/energia utile per gestire l’imprevisto stesso.
È quando procediamo a testa bassa presi da “un solo” punto tra i molti, che “il temporale è arrivato all’improvviso”; che, “il buio ci ha sorpresi”; che “il vento è cambiato improvvisamente”.
La relazione contiene il massimo potenziale d’innalzamento della sicurezza, indipendentemente dalle conoscenze tecniche e dall’abilità motoria di cui disponiamo.
Attraverso questo modo, qualche sciatore – parlando di sci alpino, da pista – si preoccupa di fermarsi a bordo pista o comunque non in mezzo ad una strettoia o a valle di un dosso; qualche altro di ripartire solo dopo aver guardato a monte per verificare “spericolati dal controllo precario” in arrivo. Campioni di una ricchezza di tutti, mortificata in molti da una cultura che ha bisogno di essere aggiornata.
cucina rischio sicurezza
Come certi sciatori, molte madri, zie e nonne all’ora di pranzo hanno innumerevoli volte maneggiato pentole piene di 'rischiosa' acqua bollente
Come certi sciatori, molte madri, zie e nonne all’ora di pranzo hanno innumerevoli volte maneggiato pentole piene di “rischiosa” acqua bollente. Il rischio che corrono, che corriamo, è del tutto connesso con la perizia del nostro modo. Una perizia che si arricchisce, ma non si esaurisce, nella dimensione tecnica. Come avremmo potuto diversamente aver preparato innumerevoli volte la pasta, uscendone incolumi?
Già Walter Bonatti[5] si era accorto che non era la pistola la fonte della sicurezza per muoversi in ambienti selvaggi. Già Reinhold Messner[6] aveva messo in risalto il significato del ri-percorso storico come centro della ricchezza e della forza. Della sicurezza. Già Alessandro Gogna[7] aveva assunto come perno della prospettiva la ri-creazione, fatto individuale, mai massificabile, sinonimo di autenticità, bellezza e vita. Già Ivan Guerini[8] vide il Gioco su terreni tanto seri. Già Yvon Chouinard[9] aveva sentito che solo l’uomo ha dimenticato una parte dell’intelligenza animale che ha. Già Reinhard Karl[10] si era accorto che “la differenza tra uno sportivo e un alpinista non si può cancellare rincorrendo la competizione.” Che “la totale libertà di scelta rende l’alpinismo più uno stile di vita che non il solo sport.”
Quindi il mitico turista giapponese (inconsapevole ed incolpevole emblema dell’inettitudine) che esce dal rifugio Torino[11] in scarpe da tennis non adotta, di per sé, un comportamento rischioso. Noi stessi “esperti alpinisti” potremmo fare come lui. Giapponesi ed alpinisti tendono ad alzare il rischio se il comportamento è adottato senza tener conto degli elementi e delle richieste che l’ambiente e il sé continuativamente offrono e cangiano. Vi ricordate quando su un sentiero qualunque si alza lo sguardo per osservare in giro? Vi ricordate che s’inciampa subito?
Se la questione resta vera quando si trattano pochi e fisici elementi in gioco, quali quelli del naso per aria sul sentiero, aumenta di valore avvicinandosi ai piani più effimeri, volatili e metafisici della realtà.
Quelli che non si fanno misurare. Che non hanno un orientamento definitivo. Che una volta che sono passati possono ancora ripresentarsi. Che vivono in un polla volumetrica, nella circolarità del tempo, di un’identità che si chiama Tutto, che cangiano forma e carattere a seconda di chi è al loro cospetto e di quando è al loro cospetto.
In che termini si riduce la sicurezza muovendosi a testa bassa o a testa chiusa? La non relazione, a qualunque livello, alza la possibilità dell’imprevisto, della sorpresa, riduce l’habitat della creatività: la sola energia capace di re-inventare la soluzione appropriata, di scegliere tra tecniche specifiche (se se ne hanno) o di combinarle in modo inusuale o nuovo, euristico, serendipidico.
Razionalistico. Materialistico. Positivistico. Sono una specie di sintesi nei confronti della quale potremmo darci da fare per emanciparci con le loro strette prospettive.
sicurezza razionalita
È per ordine razionalistico che riteniamo che la sicurezza sia del tutto relativa a ciò che sappiamo e a ciò che abbiamo
È per ordine razionalistico che riteniamo che la sicurezza sia del tutto relativa a ciò che sappiamo e a ciò che abbiamo. Saperi è abilità, in molte circostanze, sono richiamate quali uniche fonti necessarie alla sicurezza.
È per ordine materialistico che oltre al sapere (tecniche) e all’avere (materiali) non si arriva alla soglia di se stessi per scorgere quanto universo ci è negato dall’orizzonte materialistico, quanto sentire è castrato a favore del capire.
È per ordine positivistico che, solo la buona prestazione fa testo, solo in lei viviamo l’autostima da vantare, solo in lei esiste l’assassinio della rinuncia in quanto eventualità del tutto deprecabile.
In quest’epoca nelle espressioni della nostra cultura, giornalismo/media di comunicazione, scuola, istituzioni, legislazione, scienza, pubblicità, si trova l’induzione a pensare/credere che la sicurezza stia nel materiale e nelle tecniche. Due cose fuori da noi, acquisibili, e nelle quali – inconsapevolmente – rimettiamo la nostra sicurezza soprattutto a causa della concezione originaria, mai scaturita da un atteggiamento critico, sempre riferibile al più usato e comodo “così fan tutti”. La sicurezza si riduce così a mero prodotto di un atto acquisitorio, sembra che possa essere o meno indipendentemente dalla nostra responsabile presenza. Sembra che la consapevolezza del valore del modo della relazione non faccia testo. È da questa concezione e condizione che nasce l’idea che spittare alza la sicurezza, che il Gps sembra indispensabile, che regolamentare la natura sembra una conditio irrinunciabile a tutte le amministrazioni pubbliche. “Giusto”! A patto che gli scalatori ri-cerchino in sé e non fuori da sé il nodo della sicurezza. “Sbagliato”! Se avvicina inconsapevoli persone tarate secondo il positivisticamente degradato volere è potere, incapaci di essere senza identificarsi in qualche quantità, inconsapevoli sottoscrittori dell’assolutistico cogito ergo sum[12].
La relazione con l’ambiente/sé dà quindi una possibilità altrimenti remota, latente ed occasionale nella nostra cultura. Dà la possibilità di riconoscere – in modo via via più raffinato – quanto viviamo la nostra natura attraverso il mondo delle idee (meccanicismo) e quanto attraverso quello dei sentimenti (autenticità). Quanto le une possano portarci ad adottare comportamenti e scelte incapaci di esprimere il legame con la Terra. Quanto le altre ci permettano di accedere anche a dimensioni dove non possiamo più dire “io”, dove la vita si è compiuta senza pensarla. Un significato delle due dimensioni comporta la presa di coscienza dell’attuale prevaricazione di una rispetto all’altra. La possibilità di emanciparci dai limiti di una per accedere e sfruttare quelli contenuti nell’altra.
Continua...
Note
4. Werner Munter, guida alpina svizzera che ha messo a punto un metodo detto anche del “3X3” per stimare il grado di fattibilità di una gita in ambiente innevato. Lo studio è eccellente. Lo è molto meno il fatto che è ritenuto da molti come il metodo per eccellenza per decidere se fare o meno una gita.
5. Sebbene noto in tutto il mondo alpinistico per il valore complessivo e storico delle sue salite e delle sue battaglie, Bonatti è qui citato per le sue affermazioni relative ai viaggi da lui realizzati in terre e territori totalmente naturali, non solo montani.
6. Messner non ha mai tralasciato l’opportunità di dare alla storia parte della forza che ci spinge avanti. Non solo, la sua precisazione è ulteriormente consistente: ritiene cioè che la nostra biografi a acquisisce una dimensione piena - meno vulnerabile - proprio quando nel nostro individuale fare ripercorriamo a nostra misura il percorso compiuto dalla storia.
7. Noto nel mondo alpinistico internazionale per il suo alpinismo classico in solitaria, in inverno e non solo. Fu tra i primi a prendere coscienza della forza e dell’ineluttabilità del cambiamento generazionale che proveniva dal free climbing, che coniugava interessi alpinistici slegati dal mito della prestazione e dell’ideale, ma legato a quello individuale ed ecologico della ri-creazione. Fu uno dei consacratori e valorizzatori delle prospettive che si affacciavano allora all’orizzonte (Nuovo Mattino), sottolineandone i principi e l’energia. Un fatto non da poco se si considera l’estraneità di quei principi dal tradizionale e patriarcale modello dell’alpinismo classico.
8. Noto scalatore italiano, per molti, una delle figure emblematiche del “Nuovo Mattino”, movimento alpinistico-culturale che raccoglieva i disagi dei movimenti giovanili e gli spunti ecologici provenienti dalla beat generation, dal ‘68, dal clean climbing.
9. Alpinista, surfer, pescatore alla mosca, fabbro e imprenditore. In tutte le sue attività ha avuto modo di muoversi secondo un modello che rifi utava del tutto la meccanizzazione dei processi e delle relazioni. Nonostante si muovesse controcorrente, anche il successo imprenditoriale (è il fondatore di Patagonia TM e Black Diamond TM) ha dato ragione alla sua fede.
10. L’energia della voce e della sua presenza manca a molti di noi. Riuscì a pronunciare e definire dimensioni umane che una tradizionale prospettiva storica voleva come contraddittorie. La sua voce poco ortodossa è stata raccolta anche da chi ancora non aveva messo a fuoco che le nostre diverse espressioni sono solo aspetti di noi stessi che gli altri ci mostrano.
11. Emblematico rifugio del Monte Bianco, noto a tutti gli alpinisti e super-frequentato a causa dell’accessibilità con la funivia.
12. Formula adottata da Descartes, che allude alla svolta razionalista ed illuminista, attraverso l’idea che l’uomo esiste prioritariamente a causa del suo pensare.
L' articolo è la seconda di tre puntate sulla cultura della relazione, una riflessione avvenuta all'interno dell'associazione Victory Project

 

Libia, le armi che sparano sui civili vengono anche dall'Italia

Negli ultimi anni l'Italia ha rappresentato il più importante partner commerciale della Libia nel ramo degli armamenti. Lo autorizzava espressamente il Trattato di Bengasi del 2008, ed oggi la posizione dell'Italia, come quella di Francia e Russia, fa discutere, perché le armi che sparano sui civili vengono proprio dall'Europa.

di Elisa Magrì

armi libia
Negli ultimi anni l'Italia ha rappresentato il più importante partner commerciale della Libia nel ramo degli armamenti
Nelle stesse ore in cui si svolge la guerra civile in Libia e il governo italiano valuta le misure da adottare con le centinaia di migliaia di rifugiati provenienti dal Nord Africa, può essere utile tener presente che i rapporti fra Italia e Libia sono molto più complessi e articolati di quanto non emerga dalle cronache degli ultimi avvenimenti.
Secondo il dettagliato rapporto stilato dall'Istituto di ricerche internazionali Archivio disarmo, Tripoli rappresenta un importante partner commerciale per l'Italia in ambito militare. La firma del Trattato di Bengasi del 30 Agosto 2008, ratificato dall'Italia nel Febbraio 2009 e dalla Libia il 2 Marzo, costituisce una tappa saliente rispetto agli anni Settanta, Ottanta e Novanta, quando le tensioni fra la Libia e i paesi occidentali erano state più forti e controverse.
La normalizzazione dei rapporti fra Italia e Libia, siglata dal Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione da Berlusconi e Gheddafi nel 2008 (ma al Preambolo avevano già iniziato a lavorare Prodi e D'Alema), prevede, oltre agli impegni di consultazione politica, cooperazione culturale e collaborazione energetica, “la realizzazione di un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari” (Art. 20, comma 2). Nel 2008 il Trattato sollevò polemiche soprattutto per la promessa di una “ricompensa” italiana alla Libia nella forma di stanziamenti di cinque miliardi di dollari in 20 anni e per la mancata messa in discussione dell'Alleanza dell'Italia con la Nato.
berlusconi gheddafi
La normalizzazione dei rapporti fra Italia e Libia prevede peraltro "la realizzazione di un forte ed ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari"
Tuttavia, nel 2008 il valore delle spese militari libiche ha cominciato a crescere, raggiungendo, secondo i dati SIPRI elaborati dall' Archivio disarmo, la cifra di 1,1 miliardi di dollari nel 2008. Ciò significa che la Libia ha consolidato nell'ultimo periodo la sua posizione di partner commerciale nel ramo militare, di cui l'Italia, come anche la Francia e la Russia, hanno particolarmente beneficiato.
In particolare le tabelle che esprimono il valore delle autorizzazioni alle esportazioni italiane in Libia dal 2006 al 2009, stilate dai Rapporti annuali del Consiglio dei Ministri in materia di armamento, attestano una costante crescita degli investimenti italiani in Libia a partire dal 2006.
Soprattutto Finmeccanica ha potuto rafforzare la propria presenza nel mercato libico nel 2009, infatti nel Luglio 2009 la compagnia italiana dell'aeronautica ha firmato con la LIA (Libyan Investment Authority) e la LAP (Libya Africa Investment Portfolio) un Memorandum of Understanding per la promozione di attività di cooperazione strategica in Libia, Medio Oriente e negli altri stati africani. Un ruolo importante è ricoperto anche dalla compagnia italiana Itas srl, la quale cura il controllo tecnico e la manutenzione dei missili a lunga gittata antinave Otomat.
militari
Le armi che sparano sui civili in Libia vengono dall'Europa
In realtà sono molte le industrie italiane che hanno fatto affari con la Libia, al punto che un gruppo di ex-operai della Breda Fucine di Sesto San Giovanni si è sentito in dovere di scrivere una lettera di denuncia. “Anche l'Italia - ricordano i lavoratori di Sesto San Giovanni - ha fornito armi, bombe, cannoni e mitragliatrici per le navi e gli aerei (e le contraeree) che oggi sparano sugli insorti”.
Per questo motivo la Rete Italiana per il Disarmo (coordinamento che raccoglie oltre 30 organismi italiani impegnati sul tema del controllo degli armamenti) e la Tavola della Pace chiedono al Governo e al Parlamento italiano la sospensione di ogni forma di fornitura di armamenti e di cooperazione militare con il governo libico.

 

Andreotti e l’Anello: le rivelazioni di Gelli e il dopo-Silvio

«Giulio Andreotti sarebbe stato il vero “padrone” della Loggia P2? Per carità… io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello». L’Anello? «Sì, ma ne parleremo la prossima volta». Con poche parole, clamorose, l’ex venerabile Gelli individua per la prima volta nel senatore Andreotti il referente di un’organizzazione quasi sconosciuta, un sorta di servizio segreto parallelo e clandestino che possibile anello di congiunzione tra i servizi segreti (usati in funzione anticomunista) e la società civile. Il settimanale “Oggi”, che pubblica l’intervista a Gelli nel numero in edicola il 24 febbraio, ha chiesto un commento ad Andreotti, che ha fatto sapere di non voler commentare.
«L’Anello (o, più propriamente, il cosiddetto “Noto Servizio”)», spiega su “Oggi” lo storico Aldo Giannuli, già consulente della Commissione Stragi, «fu Licio Gelliun servizio segreto parallelo e clandestino, scoperto solo di recente nel corso della nuova inchiesta sulla strage di Brescia». Fondato nel 1944 dal generale Roatta per i “lavori sporchi” che non dovevano coinvolgere direttamente uomini dei servizi, subì diverse trasformazioni, scissioni e nuove entrare, per sciogliersi definitivamente intorno al 1990-91. «La storia di questo servizio – continua Giannuli – si incrocia con molte delle vicende più oscure della storia del nostro paese: da piazza Fontana al caso Moro al caso Cirillo». Il termine Anello non compare in alcun atto ma è citato da alcuni appartenenti all’organizzazione che si attribuiscono il ruolo di anello di congiunzione tra i servizi segreti – usati in funzione anticomunista – e la società civile. 
Nell’intervista a “Oggi”, Gelli dice anche che «se avessi vent’anni di meno mobiliterei il popolo, bloccherei ferrovie e autostrade per protestare contro l’ingerenza dell’Europa. Per bloccare chi vieta di esporre il Crocifisso negli edifici pubblici». Sulla P2 dice: «La rifarei, anche se tanto del mio “Piano di rinascita” è stato realizzato. Mi sarebbero bastati altri quattro mesi. Solo quattro. E avrei cambiato il sistema politico senza colpo ferire». L’ex venerabile boccia Berlusconi: «La sua politica non mi piace. Si è dimostrato Giulio Andreottiun debole, ha paura della minoranza e non fa valere il potere che il popolo gli ha dato. Oggi il Paese è in una fase di stallo. Molto pericolosa».
Per Licio Gelli, «Berlusconi è stato troppo goliardico, avrebbe dovuto dedicare più tempo ad altri incontri, ad altre cene». Duro il giudizio su Gianfranco Fini: «È un uomo senza carattere». Alla domanda se ci siano suoi documenti segreti, magari all’estero, Gelli risponde sibillino: «Non me lo ricordo… I servizi segreti italiani hanno pagato per avere un mio archivio, falso, nascosto a Montevideo». Gelli “ricorda” un budget pronto uso da 400 milioni di vecchie lire, nonché «una valigia piena di cartacce, giornali, inutili fogli». E nega «nel modo più assoluto» di conservare dossier su personaggi politici.

Potrebbe essere una «transizione morbida» l’obiettivo celato dietro l’inusuale necessità di intervenire pubblicamente che ha colto da qualche tempo Licio Gelli. Ne è convinto Giuseppe De Lutiis, tra i maggiori analisti italiani di terrorismo e servizi segreti, al quale i segnali che circolano da qualche tempo – come le rivelazioni dello stesso Gelli sull’Anello, una struttura segreta e parallela che il Venerabile ha collegato a Giulio Andreotti – non sono sfuggiti. Neppure quelli che sembrano indicare nella fase attuale una certa similitudine con quella attraversata dal paese tra il ’92 e il ’94. «È inevitabile pensare – spiega, intervistato dal “Riformista” – che quello che Giorgio Galli chiama “il governo invisibile” stia lavorando a un dopo-Berlusconi meno caratterizzato dal muro contro muro».
I segnali sono tanti: c’è una concatenazione di eventi che suggerisce che qualcosa, dietro le quinte del potere, stia accadendo, al riparo dal clamore delle cronache. Prima lo strappo di Gelli sul cosiddetto scandalo P3, per prendere le distanze da quel «sodalizio di affaristi». Poi, a gennaio, una sibillina intervista pubblicata dall’“Espresso” nella quale il prefetto Bruno Rozera, pezzo pregiato della massoneria, parla anche di Gelli, ricordandone significativamente l’attività nel periodo precedente agli anni tra il 1992 e il 1994. Infine, continua “Il Riformista”, due interviste consecutive dell’ex Giuseppe De Lutiiscapo della P2, una al “Tempo” e una ad “Oggi”, nelle quali Gelli sembra prendere in modo deciso le distanze da Berlusconi.
«Non è casuale – osserva De Lutiis – se in poche settimane Gelli abbia espresso in più sedi le sue valutazioni e lo abbia fatto con interviste di quel tenore. D’altra parte, non credo neppure che quella del prefetto Rozera, che ha informazioni paragonabili a quelle in possesso di Gelli, sia una decisione casuale. E questo è possibile attribuirlo al fatto che l’era di Berlusconi sembra terminata, sia perché lo stesso interessato ha contribuito molto ad accelerarne la fine, sia per la durata che si avvicina al ventennio. E forse anche per altre ragioni che noi non conosciamo».
Insomma, mentre la vita politica sembra avvitata da mesi in una picchiata molto pericolosa, «potrebbe essere – continua De Lutiis – che queste interviste servano a preparare il terreno ad un cambio di gestione sia del potere palese che di quello più o meno occulto». Dunque, la promessa di Gelli, il quale ha annunciato altre rivelazioni, «potrebbe aiutarci, se mantenuta, a comprendere molti aspetti della difficile gestione di questo paese che è stato definito efficacemente come “una portaerei nel Mediterraneo” e che ora vede al comando una persona che anche a livello internazionale non viene più ritenuta affidabile».
Mistero fitto, intanto, sulle “rivelazioni” riguardanti l’Anello, presunta struttura segreta coperta per decenni dal silenzio. «La semplificazione prospettata da Gelli – conclude De Lutiis – dovrebbe essere suffragata da qualche prova». Quello che sappiamo, ragiona l’analista, è che Andreotti operò per disvelare (e quindi rendere inservibile) la Gladio, che invece fu difesa da Cossiga. «Ancora oggi negli ambienti eredi del servizio segreto militare, che era quello che gestiva Gladio, Cossiga è popolarissimo, quasi venerato, mentre verso Andreotti permane un sentimento, per così dire, di avversione». Dopo mezzo secolo, «forse le autorità politiche potrebbero ammettere gli storici a consultare almeno una parte delle carte, a meno che il maestro Venerabile non ci aiuti a caprine di più come ha promesso» (info: www.ilriformista.it, www.oggi.it).

venerdì 25 febbraio 2011

Rifiuti, ci costano più di 21 mila milioni di euro l'anno

spesa gestione rifiuti
La gestione dei rifiuti solo nel 2009 ha richiesto 21.514 milioni di euro, che corrispondono all'1,4 per cento del Pil
I rifiuti ci costano troppo. Negli ultimi dodici anni è aumentata del 95 per cento la spesa pubblica per la gestione dei rifiuti a livello nazionale, con un'incidenza sul Pil che nell'arco di 12 anni è passata dall'1,1 per cento al 1,4 per cento. Non solo, ma la spesa per la gestione dei rifiuti costituisce anche lo sforzo economico più consistente per le casse pubbliche. Tra i costi di gestione statali destinati a salvaguardare il sistema naturale sia da fenomeni di inquinamento e di degrado, sia da fenomeni di esaurimento delle risorse naturali, infatti, è proprio la spesa per la gestione dei rifiuti a costituire la fetta più grossa.
È quanto emerge dal rapporto pubblicato dall'Istat (Istituto nazionale di statistica) che ha appena reso noti i dati relativi alla spesa pubblica italiana per la gestione dei rifiuti, delle acque reflue e delle risorse idriche dal 1997 al 2009.
Per quanto riguarda il 2009, la spesa complessiva per la gestione dei servizi sopra elencati ammonta in totale a 34.730 milioni di euro, con una incidenza del 2,3 per cento sul Prodotto interno lordo.
Tra le voci in capitolo la più salata è la gestione dei rifiuti che solo nel 2009 ha richiesto 21.514 milioni di euro, equivalente all'1,4 per cento del Pil e corrispondente al ben 62 per cento della spesa complessiva di gestione dei servizi su elencati.
Di questa spesa, il restante 27 per cento coincide con le spese di gestione delle risorse idriche e l'11 per cento con le spese di gestione delle acque reflue. Rispettivamente si tratta di 9.516 milioni di euro annui - corrispondenti allo 0,6 per cento di Pil - e di 3.700 milioni di euro annui, corrispondenti allo 0,2 per cento del Pil.
Dati, questi, che se confrontati con quelli di dodici anni prima - 1997 - mostrano una crescita delle spese per tutti e tre i settori (aumentano infatti del 95 per cento le spese per rifiuti, del 52 per cento quelle per le risorse idriche e del 44 per cento quelle per le acque reflue). Ma mentre la spesa per la gestione delle risorse idriche e delle acque reflue mantiene stabile l'incidenza sul Pil, l'incidenza della spesa per la gestione dei rifiuti sul Prodotto interno lordo passa dall'1,1 per cento al 1,4 per cento.
Quanto ancora dovremo pagare - in denaro e salute - per non investire in un sistema efficiente di raccolta differenziata diffuso su tutto il territorio nazionale?
C.B.

Italia, l'armata anti-immigrati

Scritto da
Antonio Mazzeo
Frontex, l’Agenzia Europea per la Gestione della Cooperazione Operativa alle Frontiere, lancia la sua guerra ai migranti nordafricani nel Canale di Sicilia. Quattro aerei, due navi e due elicotteri militari messi a disposizione da sei paesi membri opereranno sin dai prossimi giorni per presidiare le coste di Lampedusa. “A seguito di una richiesta formale da parte del ministro degli Interni italiano, ricevuta lo scorso 15 febbraio, Frontex e l’Italia hanno avviato l’operazione congiunta Hermes 2011 che interesserà l’area centrale del Mediterraneo”, recita il comunicato emesso dal quartier generale Frontex di Varsavia. “Originariamente Hermes 2011 era stata programmata per il mese di giugno, ma è stato deciso di anticiparla a febbraio. La missione dovrebbe concludersi il 31 marzo ma potrebbe essere estesa oltre il termine previsto”. Il costo preventivato per le operazioni è di due milioni di euro e sarà interamente coperto dalla Commissione europea.
Un team di pronto intervento dell’agenzia europea è già stato inviato a Lampedusa per operare a fianco delle autorità militari italiane nel “monitoraggio sul campo di quanto accade” e nel “rafforzamento della sorveglianza dei confini esterni dell’Unione europea”. Sempre secondo Frontex, “l’agenzia è attenta alla situazione migratoria di Lampedusa e il monitoraggio viene effettuato in stretto collegamento con il Frontex Operational Office del Pireo, Grecia”.
Sarà comunque l’Italia a guidare Hermes 2011 e a fornire tutte le unità navali e gli equipaggi che pattuglieranno il Canale di Sicilia per “individuare e prevenire l’attraversamento illegale delle frontiere per le isole Pelagie, la Sicilia e la penisola italiana”. Gli aerei e gli elicotteri per “accrescere la sorveglianza delle frontiere e le capacità di ricerca e salvataggio” saranno messi a disposizione da Francia, Germania, Italia, Malta, Spagna e Olanda. È inoltre prevista una “seconda linea” di controllo grazie al trasferimento a Lampedusa di una trentina di super esperti di Frontex nell’“identificazione delle nazionalità di provenienza dei migranti” e delle eventuali “reti dei trafficanti di persone”. Il passo successivo dello staff Ue sarà quello di dare assistenza all’Italia “nell’organizzazione delle attività di rimpatrio verso i Paesi di origine”. Gli esperti Frontex di Lampedusa forniranno – su richiesta dalle autorità italiane – le “analisi dei rischi specifici” relativi ai possibili scenari “sull’accresciuta pressione migratoria nella regione alla luce dei recenti sviluppi politici in nord Africa e sulla possibilità che si apra un ulteriore fronte migratorio nell’area centrale mediterranee” (vedi Libia n.d.a.). Il team d’intelligence sarà composto da 007 provenienti da Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Malta, Olanda, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia e Svizzera, paese quest’ultimo “extracomunitario”.
A Lampedusa sarà pure installato un ufficio mobile di Europol che fornirà il proprio supporto tecnico alla Hermes 2011 Joint Operation. Dall’ottobre 2009, l’agenzia anti-crimine dell’Unione europea è divenuta una dei principali partner di Frontex nel campo della sicurezza e dello screening-migrazioni. Al rafforzamento del dispositivo militare concorrono inoltre un centinaio di militari dell’esercito (trasferiti nell’isola grazie al “decreto d’emergenza immigrati” del presidente del Consiglio dei ministri), due corvette della classe “Minerva” (Chimera e Fenice) con 226 membri d’equipaggio e la nuova nave di “supporto logistico ed elettronico interforze” Elettra. Le unità sono dotate di sofisticati sistemi d’arma: cannoni da 76/62 mm. compatti, lanciamissili “Albatros” a otto celle, lanciasiluri A/S MK 32, lanciarazzi multipli “Barricade” e mitragliere Alenia OtoBreda-Oerlikon KBA 25/80. In posizione più avanzata, di fronte alle coste libiche, opereranno il cacciatorpediniere lanciamissili Mimbelli che terrà i collegamenti elettronici con i Comandi della Marina militare e i cacciabombardieri Eurofighter ed F-16 in “massima allerta operativa” nelle basi di Trapani-Birgi e Gioia del Colle e le unità anfibie San Giorgio e San Marco, con a bordo i marines del Reggimento San Marco e gli incursori del gruppo “Comsubin”.
Imponente anche lo schieramento della Guardia costiera. Secondo quanto annunciato dal comandante Alessandro Nicastro, sono state dirottate a Lampedusa due motovedette classe 800, specializzate nella ricerca e soccorso costiero, e due della classe 300 “realizzate per le emergenze connesse al fenomeno migratorio e dedicate al soccorso in alto mare”. Il dispositivo è integrato dagli aerei Piaggio P-166 ed ATR 42-MP operativi dalla base aeromobili di Catania Fontanarossa. A largo delle isole Pelagie sono inoltre presenti le motovedette classe 2000 e classe 200, impegnate nel pattugliamento costiero e d’altura, e i pattugliatori della classe 900, con un’autonomia di diversi giorni. Complessivamente il personale della Guardia costiera impegnato nell’emergenza-sbarchi è di un centinaio di uomini di equipaggio, una cinquantina a terra e una decina per il supporto aereo. Secondo il quotidiano la Repubblica, il ministero della Difesa avrebbe autorizzato lo spostamento in Sicilia di elicotteri dell’Aeronautica e della Marina “da utilizzare in supporto al lavoro delle navi della Guardia costiera e della Guardia di finanza”.
Intanto il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha comunicato che si recherà a Catania lunedì 28 febbraio per incontrare il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, e alcuni sindaci siciliani per illustrare il piano di utilizzo del Residence degli Aranci di Mineo (proprietà della società di costruzioni Pizzarotti Parma) come “sede temporanea” dei richiedenti asilo politico. Secondo quanto anticipato dal sindaco del piccolo comune etneo, Giuseppe Castania, di ritorno da un incontro al Viminale, nella struttura saranno trasferiti “un massimo di duemila rifugiati, sopratutto famiglie con donne e bambini”. I richiedenti asilo “rimarranno all’interno del villaggio per sei mesi; trascorso questo tempo sarà lo stesso governo e le organizzazioni umanitarie ad adoperarsi per trovare un lavoro in Italia ed in Europa”. La conversione dell’ex villaggio dei militari USA di Sigonella a centro semi-detentivo per rifugiati sarà formalizzata con un contratto a tempo indeterminato tra il ministero degli Interni e la Pizzarotti S.p.A.

Marea nera, 10 mesi dopo la situazione non è cambiata molto


Stiamo quasi per “festeggiare” (si fa per dire) il primo anniversario della tragica esplosione dell’impianto petrolifero di BP Deepwater Horizon, uno dei più grandi disastri ambientali della storia del mondo. Ad oggi la tragedia è ancora una realtà in quell’area, anche se non se ne parla più. Proprio ieri mattina sono arrivati dei resoconti per fare il punto della situazione a distanza di ben 10 mesi da quando la crisi è iniziata, e l’aspetto più inquietante è che nuovo petrolio continua ad arrivare sulle rive di tutto il Golfo.
E’ una prova ulteriore che, anche se la maggior parte delle telecamere hanno lasciato l’area, la tragedia continua ad essere presente per la popolazione. L’ecosistema della regione e la salute di coloro che vivono lì vicino sono ancora in pericolo.
Secondo quanto riferiscono dalla Guardia Costiera, il petrolio ha appena raggiunto Elmer’s Island, al largo della costa della Louisiana. E altre masse di petrolio galleggiante sono state avvistate in mare aperto nelle vicinanze. Ecco come descrive la situazione il Baton Rouge Examiner:

Gli agenti del Louisiana Wildlife and Fisheries riferiscono l’avvistamento di nuove macchie di petrolio a terra. Petrolio è stato avvistato anche nella Red Fish Bay, Jimmy Bay, e Pass-a-Loutre. Sono passati più di dieci mesi dalla fuoriuscita della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, e la British Petroleum (BP) ha iniziato a ridurre gli sforzi nella pulizia lungo la Costa [...] Robert Barham, il Segretario del Dipartimento delle risorse naturali, ha definito la riduzione dello sforzo di ripulimento inaccettabile. Gli avvistamenti di nuovo petrolio sono la prova che c’è ancora molto lavoro da fare.
Molti nel Golfo hanno detto che gli sforzi della BP erano insufficienti fin dall’inizio, figuriamoci ora che li stanno ulteriormente riducendo. A dimostrare che la crisi non è ancora finita sono le decine di delfini e pesci morti o costretti ad interventi da parte degli animalisti per ripulirli dal petrolio, e chissà quanti altri danni ancora seguiranno quando un bel giorno la BP deciderà che è arrivato il momento di smettere di ripulire il disastro.
[Fonte: Treehugger]

mercoledì 23 febbraio 2011

La rivoluzione sbarca in Europa

La rivolta si estende. Grecia, la battaglia di Atene.

 da Crisis
111110 La rivolta si estende. Grecia, la battaglia di Atene.
Ormai non ci resta che compilare elenchi giornalieri. Oggi tocca alla Grecia, che si è risvegliata con uno sciopero generale che sta paralizzando il Paese, e con scontri di piazza che i pochi giornali a parlarne definiscono “la battaglia di Atene”.
Così riporta Ticinonline (in Italia si tace):
Una vera battaglia urbana si è svolta oggi davanti al parlamento, al centro di Atene, fra dimostranti e polizia che ha fatto uso massiccio di gas lacrimogeni.
Al termine di cortei cui hanno partecipato decine di migliaia di persone nella capitale e in altre città, nel quadro dello sciopero generale indetto da tutti i sindacati contro l’austerity, e mentre alcuni cantavano “dopo Ben Ali e Moubarak tocca a Papandreou”, gruppi di manifestanti hanno cominciato a lanciare pietre, bottiglie e petardi contro gli agenti. La polizia, schierata in forza, hanno risposto con un pesante sbarramento di lacrimogeni. La battaglia è andata avanti una mezzora.
Striscioni gridavano la rabbia di operai, studenti e pensionati: “stiamo morendo”, “non ce la facciamo piu”‘, “Papandreou vattene, il popolo non ti vuole”.
Tra gli slogan, “Impariamo dagli egiziani” e “Trasformiamo piazza Syntagma ad Atene in piazza Tahrir del Cairo”. I piccoli fellah devono sentirsi molto orgogliosi di se stessi, in questo momento in cui sono diventati simbolo per tutto il mondo.
Fonte: http://crisis.blogosfere.it/2011/02/la-rivolta-si-estende-grecia-la-battaglia-di-atene.html

Ricerca candidati di zona


A maggio il Movimento 5 Stelle si presenterà alle elezioni comunali di Milano con una propria lista civica.E' quasi tutto pronto: il portavoce a sindaco è gia stato votato e scelto, per i consiglieri comunali abbiamo gia superato il numero minimo previsto, siamo momentaneamente scoperti per quanto riguarda i candidati ai consigli delle 9 zone di Milano.Per questo vi chiediamo di candidarvi per la vostra zona. In questo modo speriamo di riuscire a coprire il maggior numero di zone possibili in modo poi da poter avere oltre che rappresentanti del Movimento 5 Stelle nel consiglio comunale di Milano anche nelle varie zone.
Condizioni fondamentali sono: l'avere la fedina penale pulita, non essere iscritti a partiti, essere residenti a milano e provincia, non essere stati candidati gia per più di un mandato o avere svolto mandati elettivi per almeno 10 anni.
Ricordiamo che con gli ultimi cambiamenti legislativi è stato reimmesso il gettone di presenza anche per i consiglieri di zona, precedentemente cancellato.

Chi si vuole candidare a consigliere di zona scriva a segreteria5stellemilano@gmail.com indicando per quale zona intende candidarsi, il nome e cognome, la mail, il numero di cellulare, verrà poi ricontattato per la documentazione da presentare.

Su forza, mettiamoci in gioco !!!!!!

Le industrie delle acque minerali contro le caraffe filtranti

Mineracqua ha presentato un esposto alla procura di Torino sulle caraffe per il filtraggio dell'acqua del rubinetto: l'acqua, una volta filtrata, non sarebbe più potabile e contaminata da corpi estranei provenienti dal filtro. Una delle aziende produttrici di caraffe: "Abbiamo le certificazioni di due ministeri e i filtri sono garantiti. Questo esposto è frutto di una guerra tra acque potabili e acque minerali"

di Giuseppe Iasparra
Le industrie delle acque minerali contro le caraffe filtranti
clicca sull'immagine per ingrandire
Mineracqua - la federazione italiana delle industrie delle acque minerali - ha presentato un esposto alla procura di Torino sulle caraffe vendute per il filtraggio dell'acqua del rubinetto. Nella documentazione presentata per l'esposto, ci sarebbero le analisi sulle caraffe prodotte da tre note aziende. L'acqua, originariamente potabile, filtrata da queste brocche non sarebbe piu' potabile e contaminata da corpi estranei provenienti dal filtro. Dalle analisi risulterebbe anche un impoverimento e un insudiciamento dell'acqua filtrata con un abbattimento dei valori di fluoro, iodio e calcio. La procura di Torino, nella persona del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello, ha avviato un'indagine sulle caraffe vendute per il filtraggio dell'acqua del rubinetto e ha affidato ai Nas e a un laboratorio di analisi gli accertamenti sulle caraffe. L'ipotesi di reato è quella di sostanze alimentari pericolose per la salute pubblica e frode in commercio. Si difende una delle marche di caraffe citate nell'esposto: "Abbiamo le certificazioni di due ministeri della salute (tedesco e austriaco) - dichiara Brita al quotidiano Repubblica - e i filtri sono garantiti dagli enti certificatori Tuv e Tifq. Questo esposto è frutto di una guerra tra acque potabili e acque minerali. Noi non dichiariamo che l'acqua delle nostre caraffe è pura, ma che è filtrata, perché trattiene alcune sostanze. Non riduciamo il calcio, ad esempio, ma il carbonato di calcio che è calcare".

"Caraffe filtranti pericolose". E Mineracqua va in procura - da La Repubblica Torino del 23.02.2011

Guerra dell’acqua. Nel mirino le caraffe filtranti - da da La Stampa (Cronaca di Torino) del 23.02.2011