venerdì 3 dicembre 2010

Alle radici della cultura della crescita c'è la cultura del dominio

Praticata a colpi d'armi o con la forza dell'economia la cultura del dominio ha assunto diverse sembianze nel corso della storia e fino ai nostri giorni. Secondo l'archeologa Marija Gimbutas per rintracciare le radici di questa ideologia bisogna risalire all'epoca remota in cui la cultura dell’Antica Europa venne contaminata dalla visione kurgan, esaltatrice dell’espansione e della guerra.

di Filippo Schillaci

tempo
Quello di Marija Gimbutas, archeologa, è un contributo prezioso che fa luce sulle vicende che determinarono il corso della storia europea ai suoi albori
La recente pubblicazione in Italia di una raccolta di saggi di Marija Gimbutas [1], l’archeologa che più d’ogni altro ha contribuito a far luce sulle vicende che determinarono il corso della storia europea ai suoi albori, offre lo spunto per una riflessione sulle radici della cultura della crescita e del dominio con i cui devastanti effetti oggi ci troviamo ad avere a che fare.
Siamo nell’anno 4.500 a.C. e l’Europa è popolata da una cultura contadina dedita all’agricoltura, stabile e pacifica, che non conosce classi sociali ed eserciti e che venera la figura della Grande Dea, divinità della terra e della fertilità. È l’insieme delle società che la stessa Gimbutas ha definito 'dell’Antica Europa', chiamate poi da Riane Eisler 'gilaniche', dall’unione dei prefissi usati per indicare il femminile e il maschile, gi e an, tramite l’iniziale del vocabolo inglese linking (connessione) a indicare il ruolo egualitario che vi svolgevano i due sessi.
A partire da quell’epoca e, a varie ondate, per tutto il millennio successivo, questa cultura fu progressivamente cancellata dalle invasioni di un popolo proveniente dalle steppe asiatiche e portatore di una cultura del tutto diversa: i kurgan, dediti all’allevamento nomade, guerrieri, con una struttura sociale patriarcale, fortemente clanizzata e gerarchizzata, portatori di una religione basata su dei guerrieri.
Marija Gimbutas pone fortemente l’accento sulla natura nettamente antitetica di queste due culture e già questo solo fatto, afferma, "testimonia della collisione, ovvero del carattere invasivo degli indoeuropei rispetto all’Europa". Non è possibile che la cultura successiva sia stata generata per normale evoluzione storica dalla precedente, tanto esse sono diametralmente opposte e intrinsecamente conflittuali.
natura
La cultura dell'Antica Europa era centrata sull’interazione armoniosa degli uomini con la natura
La cultura dell’Antica Europa, ereditata dal paleolitico ed evolutasi lungo i due millenni precedenti l’inizio delle invasioni kurgan, era "centrata sull’interazione armoniosa degli uomini con la natura e sulla complementarietà dei rapporti fra uomini e donne. I simboli antico-europei sono intimamente legati alla terra umida, alle sue acque generative, agli organi procreativi femminili; sono simboli ciclici come la luna e il corpo femminile (…). Il tema principale del simbolismo della dea antico-europea è il mistero della nascita, della morte e del rinnovamento della vita, mistero che riguarda non solo la vita umana ma tutta la vita sulla Terra. (…) Essa traeva forza dalle sorgenti e dai pozzi, dalla luna, dal sole, dalla terra, dagli animali e dalle piante. Le sue funzioni fondamentali erano dare la vita, governare la morte, rigenerare".
La cultura kurgan ha elaborato un sistema di credenze completamente diverso, un’autentica mistica della guerra "orientata sul cielo, con i suoi dei guerrieri armati a cavallo, signori del tuono e del fulmine, o le sue divinità degli inferi acquitrinosi, la sua strutturazione polare del mondo (giorno/notte, splendente/buio, maschio/femmina). (…) Il pantheon proto-indoeuropeo era organizzato secondo un’ideologia socialmente ed economicamente orientata: le classi dominanti, quella dei sovrani, dei sacerdoti, dei guerrieri, erano adatte al ruolo predominante della pastorizia in un’economia ad allevamento misto, con particolare enfasi sul cavallo. Le più importanti divinità maschili montavano a cavallo e portavano armi (…) splendenti. D’altro canto il dio della morte era un dio infero oscuro e spaventoso. Gli indoeuropei glorificavano la velocità della freccia e della lancia e l’affilatezza della lama. Il tocco della lama dell’ascia risvegliava le potenze della natura e trasmetteva la fecondità del dio; con il tocco della punta della sua lancia, il dio della morte e degli inferi destinava l’eroe a una morte gloriosa".
Anche il senso del tempo delle due culture è nettamente contrapposto.
Nella cultura antico-europea si ha la visione di un tempo circolare, statico, derivata dall’equilibrio dei cicli naturali e funzionale a una società e un’economia fondate sull’agricoltura, a sua volta in equilibrio con se stessa e con l’ambiente circostante.
Negli indoeuropei "il tempo era concepito come un movimento progressivo inesorabile, come la traccia lasciata da una ruota", funzionale al contrario a una società e un’economia basate sull’allevamento e dunque necessariamente in continuo, aggressivo divenire nella ricerca di territori sempre nuovi per il pascolo delle numerose mandrie.
Una cultura esaltatrice della vita, stabile, dedita ad attività pacifiche e una cultura invasiva, esaltatrice dell’espansione e del dominio attraverso lo strumento della guerra, che cancella la prima e ne prende il posto.
pastori nomadi
Quanto dell’antico pastore nomade che si vestiva di pelli e consumava riti di sangue attorno al fuoco degli accampamenti si ritrova nell’attuale uomo occidentale in giacca, cravatta e ventiquattrore?
Questo è l’atto di nascita della cultura europea quale nei cinque millenni successivi è stata, espandendosi fino a divenire la cultura dell’intero Occidente, e quale noi la conosciamo oggi. Perché il dilagare verso occidente di quella che Rifkin chiamò "la cultura della bistecca" [2] non è un episodio temporalmente confinato agli albori della storia; impadronitisi dell’Europa e divenuti essi i nuovi europei, i kurgan continuarono la loro espansione nei millenni successivi dando vita nel tempo ai regni micenei, all’effimero impero di Alessandro il Macedone, al più duraturo impero romano e poi, dopo la stasi del medio evo, all’epoca delle cosiddette 'grandi esplorazioni', che aprirono la porta a due secoli di colonialismo, militare prima ed economico poi, giunto a compimento oggi con la 'mistica' della crescita illimitata e della globalizzazione.
Seimila anni vissuti sotto la cappa di piombo di una pressante cultura del dominio praticata di volta in volta con la forza delle armi o dell’economia. Seimila anni che sono stati, e sono, un’unica guerra.
Per capire quanto dell’antico pastore nomade che si vestiva di pelli e consumava riti di sangue attorno al fuoco degli accampamenti ci sia nell’attuale uomo occidentale in giacca, cravatta e ventiquattrore, basterà soffermarsi sul costante ricorrere di esaltazioni del valore della guerra come strumento di affermazione di una società cui oggi ci troviamo di fronte.
In un recente articolo apparso sul Corriere della Sera [3] Paolo Mieli, sulla scia dello storico Conor Kostick, esalta il ruolo positivo che le crociate ebbero per la società europea. Dopo aver tracciato un riassunto del susseguirsi di atrocità e beghe per miserabili interessi personali da cui il Kostick ritiene di poter dedurre la "forza ideologica di quell’esercito", Mieli conclude che fu quel susseguirsi di guerre a portare "l’Europa cristiana a proiettarsi fuori dai propri confini" o, per dirla meglio, ad avventarsi su gran parte del mondo esterno per farne razzia.
guerra
Una cultura esaltatrice della vita è stata contaminata da una esaltatrice dell’espansione e del dominio attraverso lo strumento della guerra
Pochi giorni dopo, sullo stesso quotidiano, Giovanni Berardelli trae spunto da un’azione propagandistica di un politico italiano in Afghanistan per imbastire un elogio delle "inimitabili" azioni militari del 'poeta guerriero' Gabriele D’Annunzio in veste di aviatore, "quasi la reincarnazione, in veste tecnologicamente moderna, degli antichi cavalieri" e per ricordarci che egli, dopo il noto lancio di volantini su Vienna, "confessava di temere la fine della guerra e di voler tentare a ogni costo qualche altra grande impresa" e poiché era davvero bravo "nemmeno un anno dopo avrebbe occupato Fiume" [4].
L’ideologia del dominio sviluppatasi in quella lontana fase della storia pervade ancora oggi così fortemente la cultura contemporanea che ritroviamo i suoi paradigmi perfino in alcune espressioni di apparente critica radicale. Ad esempio nell’antiprogressista Massimo Fini, che nel suo libro Elogio della guerra ne fa una esaltata (e non esaltante) agiografia: "La guerra ha avuto un ruolo determinante nella storia dell'uomo. (...) consente di liberare, legittimamente, l'aggressività naturale, e vitale, che è in ciascuno di noi. È evasione dal frustrante tran tran quotidiano, dalla noia, dal senso di inutilità e di vuoto che, soprattutto nelle società opulente, ci prende alla gola. È avventura." [5]
Tuttavia, più che di cancellazione della cultura antico-europea Marija Gimbutas preferisce parlare di ibridazione. "Gli Indoeuropei prevalsero - scrive - ma gli Antichi Europei sopravvissero come un fiume carsico". Di questo fiume fece parte, in epoca storica, la civiltà minoica e possiamo con buona dose di verosimiglianza affermare che ne siano espressioni, nel mondo contemporaneo, quelle componenti sociali che non si riconoscono nella cultura dominante e che si manifestano nei movimenti per la nonviolenza, l’ambientalismo, la decrescita e (laddove esistono) l’antispecismo. Se da qualche parte possiamo aspettarci che giunga una nuova, significativa svolta nella storia, è a essi che dobbiamo guardare.