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lunedì 15 novembre 2010

Un’altra Sakineh, questa volta si chiama Bibi ed e’ pachistana

di Ahmad Rafat

Un’altra Sakineh, questa volta si chiama Bibi ed e’ pachistana
Asia Bibi, 37 anni, condannata nel Pakistan alla pena di morte. La sua unica colpa è quella di essere cristiana e di aver difeso la propria fede. Il tribunale ha emesso la sentenza di pena capitale, accusando questa contadina, madre di cinque figli, di blasfemia. “Lui (Cristo) per noi ha dato il sangue, cosa ha fatto Maometto per voi?”, è la frase pronunciata da Asia Bibi che le potrebbe costare la vita. La sentenza emessa dal tribunale del Punjab, rischia di creare un nuovo caso internazionale. Bibi potrebbe diventare una nuova Sakineh(donna condannata alla lapidazione in Iran, per aver avuto un amante). Mentre a New York, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proroga con il suo voto la moratoria sulla pena di morte, in Asia (in Iran, in Cina e nel Pakistan) le sentenze di morte sono emesse con una facilità sorprendente e in processi sommari, dove agli imputati non vengono garantiti nemmeno formalmente quei diritti sanciti anche nelle legislazioni di questi paesi. Spesso basta una frase, un gesto o una scelta di vita privata, per morire su una forca o essere schiacciati dal peso delle pietre. 
La situazione dei cristiani nei paesi islamici, diventa sempre più critica. Gli attacchi, contro i villaggi e le chiese cristiane, nel Pakistan come in Iraq; sono sempre più numerosi. In Iran sono decine i convertiti alle chiese evangeliche finiti nelle carceri negli ultimi mesi. In Arabia Saudita continua ad essere un reato, e severamente punito, pregare anche nelle case private. La strategia di alcuni governi e di diverse organizzazioni estremiste islamiche sembra quella di costringere i non musulmani, soprattutto i cristiani a lasciare le loro case e la terra dove vivono da secoli per trasferirsi altrove. Ci troviamo davanti ad una politica di “pulizia religiosa” inammissibile, che spesso trova complicità di chi forse non condivide queste violenze, ma con il proprio silenzio consente che questi fatti diventino una routine quasi accettata. Il presidente pachistano Asif Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, certamente non condivide questo abuso della legge sulla blasfemia che è in vigore nel suo paese, ma tace per non attirare su di se l’ira dei potenti partiti islamici che controllano molte regioni del paese.
In molte occasioni, come per esempio sull’arresto dei convertiti iraniani, tace anche il Vaticano, che si limita ad occuparsi solo della comunità cattolica, e non intende “immischiarsi” in vicende che riguarda i seguaci delle altre chiese cristiane. Nessun cenno infatti all’arresto dei seguaci delle chiese evangeliche della Repubblica Islamica, nella lettera che recentemente Benedetto XVI ha inviato al presidente Mahmoud Ahmadinejad. Un silenzio, quello della Santa Sede, che ha lasciata l’amaro in bocca ai cristiani iraniani, che si aspettavano dal Papa almeno una parola se non di condanna, almeno di richiesta di clemenza, per chi ha scelto di abbracciare la fede cristiana nel paese degli Ayatollah.
La pena di morte è condannabile qualunque sia il reato commesso, ma è ancora più deplorevole se applicata perché si prega un Dio diverso, perché si fanno scelte sessuali diverse, o perché si ha una idea politica differente da chi siede sulla poltrona del potere. Eppure ogni giorno, nascosto tra le notizie dell’ultimo flirt di questo o di quello, leggiamo le notizie dell’esecuzione di donne e uomini che hanno una sola colpa: essere diversi, da chi ha la pretese di rappresentare la normalità.