giovedì 18 novembre 2010

Maroni si smentisce

Alessandro De Pascale
02.jpg
CRIMINALITA'. Dopo le polemiche sul programma di Fazio e Saviano la nuova relazione dell’antimafia, presentata ieri al Senato proprio dal ministro dell’Interno, conferma l’infiltrazione delle cosche in Lombardia.
A smentire Roberto Maroni, sulla presenza della ’ndrangheta in Lombardia, c’è un documento presentato ieri al Senato proprio dallo stesso ministro dell’Interno. Si tratta della Relazione sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione investigativa antimafia (Dia) nel primo semestre 2010. Per la Dia c’è una «consolidata presenza» in alcune zone della Lombardia di «sodali di storiche famiglie di ’ndrangheta» che hanno così «influenzato la vita economica, sociale e politica di quei luoghi». Una «costante e progressiva evoluzione» della ’ndrangheta nel Nord Italia e soprattutto in Lombardia, dove «interagisce con gli ambienti imprenditoriali lombardi». E non solo.

È infatti accertato il «coinvolgimento di alcuni personaggi, rappresentati da pubblici amministratori locali e tecnici del settore che, mantenendo fede a impegni assunti con talune significative componenti, organicamente inserite nelle cosche, hanno agevolato l’assegnazione di appalti e assestato oblique vicende amministrative». Viene infatti ricordato «l’arresto del vicepresidente di una società per azioni, di un ex sindaco di Trezzano sul Naviglio, vertice pro tempore del consiglio di amministrazione di aziende pubbliche operanti nel settore della tutela e gestione delle risorse idriche dell’area milanese, nonché di un componente del Consiglio comunale e di un geometra dello steso Comune». Le ‘ndrine trapiantate al Nord, godono di una certa autonomia ma dipendono sempre dalla «casa madre calabrese come ha dimostrato l’inchiesta “Crimine”»: oltre 300 arresti tra la Calabria e l’Italia settentrionale che il 13 luglio ha ricostruito l’organigramma della ’ndrangheta.

La relazione della Dia rileva inoltre che le cosche, per penetrare nel tessuto sociale dei Nord, oltre alla nota «capacità militare», si muovono su due binari paralleli: «quello del consenso e quello dell’assoggettamento». Perché «da un lato trascinano con modalità diverse i sodalizi nelle attività produttive e dall’altro li collegano con ignari settori della pubblica amministrazione, che possano favorirne i disegni economici». Anche al Nord c’è quindi un «condizionamento ambientale» della ‘ndrangheta, tale da «modificare sensibilmente le normali dinamiche degli appalti, proiettando nel sistema legale illeciti proventi e ponendo le basi per ulteriori imprese criminali». Per partecipare alle gare d’appalto scendono in campo con «nuove e sfuggenti tecniche di infiltrazione, che hanno sostituito le capacità di intimidazione con due nuovi fattori condizionanti: il ricorso al massimo ribasso» e la «decisiva importanza contrattuale attribuita ai fattori temporali molto ristretti per la conclusione delle opere».

A rischio anche gli appalti per l’indotto dell’Expo 2015, tanto che la Dia ritiene «auspicabile un razionale programma di prevenzione». Perché la «mafia imprenditrice calabrese», con «propri e sfuggenti cartelli d’imprese», si infiltra nel «sistema degli appalti pubblici, nel combinato settore del movimento terra e, in alcuni segmenti dell’edilizia privata» come il «multiforme compartimento che provvede alle cosiddette opere di urbanizzazione». E non c’è solo l’edilizia. Tra i settori «maggiormente esposti al rischio di infiltrazione», anche «la cantieristica e la logistica collegata, la manodopera e le bonifiche ambientali». In pratica «l’intero indotto che si muove intorno alle grandi opere, agli appalti pubblici e privati».

Del resto il pubblico ministero di Milano Ilda Boccassini, in prima fila nella lotta alla criminalità, lo aveva detto: «In Lombardia si parla di 500 uomini affiliati alla ’ndrangheta e noi abbiamo individuato 15 “locali” ma sappiamo che sono molte di più». Inoltre la presenza delle cosche coinvolge tutte le regioni più produttive del Paese: dal Piemonte al Veneto, passando per la Liguria, l’Emilia Romagna e la Toscana.