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giovedì 4 novembre 2010

L’energia nucleare? In bolletta sarebbe più cara di gas e carbone



Il ritorno all’atomo potrebbe non essere conveniente per le tasche degli italiani. Anzi, l’elettricità proveniente dal nucleare in bolletta potrebbe risultare ben più salata di quella che arriva dalle centrali a gas o a carbone.

A sostenerlo, mentre il neoministro Romani assicura che le nomine per l’Agenzia nucleare arriveranno a inizio novembre, è la Fondazione per lo sviluppo sostenibile.

Nel suo ultimo report, che confronta i costi dell’elettricità prodotta nel mondo da nuove centrali a gas e a carbone con quelli dell’elettricità prodotta da nuove centrali nucleari, il centro studi presieduto dall’ex ministro dell’ambiente Edo Ronchi, spiega che quest’ultima è mediamente di 72,8 Euro per Megawattora (MW/h). Più elevata del 16% rispetto ai 61 Euro/MWh delle centrali a gas e del 21% rispetto ai 57,5 del carbone.

Il report comparativo si basa sull’analisi di 8 studi, pubblicati tra il 2008 e il 2010 da Agenzia Nucleare dell’Ocse, Commissione Europea, Ufficio budget del Congresso e Dipartimento energetico americani, Mit, Camera dei Lords, Electric Power Research Institute e Moody’s.

«In Italia - si legge nel rapporto – il nucleare sarebbe ancora più caro rispetto ai Paesi in cui esiste da tempo». Il nostro Paese infatti dovrà ripartire da capo, tenendo conto delle caratteristiche morfologiche del territorio e affrontando le forti opposizioni locali, già ampiamente emerse da quando hanno cominciato a filtrare le indiscrezioni sulla lista dei siti messa a punto da Sogin (un assaggio lo ha avuto lo stesso Romani con il polverone che si è alzato dopo che si è lasciato scappare che una centrale nucleare in Lombardia non ci starebbe male). Infine bisognerebbe tenere conto dei tempi di realizzazione, presumibilmente più lunghi, e dei reattori da importare.

Il programma nucleare italiano, con i suoi 100 Terawattora e 13.000 Megawatt di nuove centrali da realizzare entro il 2030, scrive Ronchi, «non può semplicemente essere aggiunto all’esistente che comprende uno sviluppo delle rinnovabili (circa 100 TWh entro il 2020), di nuove centrali a gas e a carbone in costruzione o in fase avanzata di autorizzazione (almeno altri 10.000 MW entro il 2020), perché la crisi economica e le politiche di risparmio e di efficienza energetica stanno configurando una futura crescita moderata dei consumi elettrici».

È un dibattito acceso da sempre in Italia, quello fra chi lo stigmatizza e chi sostiene la bontà del nucleare come fonte di energia pulita, come modo per affrancarsi dalla dipendenza energetica dall’estero e anche come volano per la ricerca. Proprio in questi giorni è partito da Genova il roadshow che Enel e EDF hanno organizzato insieme a varie università italiane sul tema del ritorno all’atomo. “Non c’è attualmente un settore come quello del nucleare – ha affermato in quell’occasione Paola Girdinio, preside della facoltà di Ingegneria del capoluogo ligure – che sia in grado di favorire lo sviluppo della ricerca”.

Secondo la Fondazione per lo sviluppo sostenibile, e in effetti sarebbe strano il contrario visto il nome, la via da seguire è il mix di energie rinnovabili. Fonti di energia che restano ancora molto costose, ma sembrano avviarsi, pian piano, a diventare meno salate.

Secondo un recente studio della Duke University la convenienza rispetto all’atomo ci sarebbe già. L’energia fotovoltaica, dicono gli studiosi americani, è già meno cara di quella nucleare.