mercoledì 11 agosto 2010

Senti chi parla

Matteoli si indigna per lo "scandalo casa" del cofondatore? Ma se gli hanno appena confezionato un lodo salvaprocesso per favoreggiamento... Reato commesso da comune cittadino che vogliono far diventare 'ministeriale'
Altero Matteoli, ministro delle Infrastrutture, è scandalizzato. La faccenda della casa di Montecarlo donata dalla signora Colleoni ad An, venduta ad una società estera e ora affittata da Giancarlo Tulliani, gli provoca fremiti di indignazione morale: “Per Fini – tuona su Repubblica – sarà sempre più difficile presiedere la Camera… scoprire che una proprietà del partito è stata sfilata in quel modo non è accettabile, è oggettivamente imbarazzante”.

Basta poco per scuotere la sua finissima sensibilità etica. Infatti il 30 luglio, tra il lusco e il brusco, mentre tutti parlavano della legge bavaglio, la Camera gli regalava un poderoso salvacondotto per farla franca nel processo che dal 2006 lo vede imputato al Tribunale di Livorno per favoreggiamento personale: l’accusa è di aver avvertito nel 2004 (quand’era ministro dell’Ambiente) il prefetto della città sulle indagini e le intercettazioni a suo carico per uno scandalo di abusi edilizi all’isola d’Elba, consentendo agli indagati di inquinare le prove, distruggere carte e addirittura computer, con gravi danni per l’inchiesta. Reato commesso da privato cittadino, non certo da ministro. Ma, ribaltando 21 anni di giurisprudenza sui reati ministeriali, Montecitorio si è costituita in giudizio dinanzi alla Corte costituzionale nel conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato sollevato dai giudici che si ostinano a processare il ministro per quel reato comune, anziché dichiarare il “non luogo a procedere” come chiedono i suoi difensori perché la Camera ha deciso che il reato è ministeriale e dunque sottoposto all’autorizzazione a procedere (ovviamente negata).

I reati ministeriali, quelli commessi nell’esercizio delle funzioni dal presidente del Consiglio o da un ministro, sono disciplinati dall’articolo 96 della Costituzione. Fino al 1989, previo voto del Parlamento, finivano dinanzi alla Commissione Inquirente. Un “foro domestico” che fu abrogato dal referendum del 1987. Così due anni dopo passò la legge di revisione costituzionale 1/1989, che abolì l’Inquirente: da allora premier e ministri, per i reati connessi alle loro funzioni, sono giudicati dalla giustizia ordinaria, cioè da una sezione ad hoc istituita presso ogni tribunale distrettuale (il “Tribunale dei ministri”), previa autorizzazione della Camera di appartenenza. Naturalmente spetta al Tribunale stabilire quali reati siano ministeriali e quali no. Per quelli comuni, i membri del governo rispondono ai giudici come ogni altro cittadino, visto che nel 1993 è stata abolita l’autorizzazione a procedere pure per i parlamentari.

Nel 2005 il Tribunale dei ministri di Firenze stabilisce che il reato contestato a Matteoli è comune e non ministeriale: “Non sono emersi elementi che possano ragionevolmente far ritenere che la funzione di ministro rivestita dal Matteoli abbia svolto un ruolo determinante o comunque concausale nell’acquisizione, prima, e di propalazione, poi, di notizie segrete provenienti ‘in primis’ da pubblici ufficiali appartenenti sicuramente a Uffici del tutto estranei rispetto a quelli del ministero dell’Ambiente”. Subito dopo Matteoli è rinviato a giudizio per favoreggiamento. Ma nel 2007 il presidente della Camera Fausto Bertinotti solleva un incredibile conflitto di attribuzioni alla Consulta contro i giudici che osano processarlo senz’autorizzazione a procedere (non prevista dalla legge). E, in attesa della Consulta, il processo si ferma per tre anni. Nel 2008, proprio nel giorno previsto per la sentenza della Corte, l’avvocato della Camera la blocca preannunciando “una modifica al quadro normativo vigente”. Quale? Il “lodo Consolo”: un ddl firmato da Giuseppe Consolo, deputato del Pdl e avvocato difensore di Matteoli, che subordina tutti i processi ai ministri (sia per reati ministeriali, sia per quelli comuni) all’autorizzazione parlamentare.

Un obbrobrio talmente obbrobrioso (è sponsorizzato pure dall’on. avv. Niccolò Ghedini) che viene bocciato dalla presidente finiana della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno, d’intesa – pare – con lo stesso Fini. E viene ritirato. Ma la Consulta se ne esce con una strana sentenza cerchiobottista (a maggioranza strettissima, col relatore Ugo De Siervo che rifiuta di scriverne la motivazione e si fa sostituire da un altro): non spetta alla Camera stabilire la ministerialità o meno dei reati, ma i giudici di Livorno avrebbero commesso “omissioni”, comunque sanabili con l’autorizzazione a procedere alla Camera (non prevista dalla legge). Prim’ancora che il Tribunale decida il da farsi, il Pdl fa un doppio colpo di mano in Parlamento.

Temendo che Fini blocchi nuove manovre alla Camera, si cambia la giurisprudenza sui reati ministeriali in Senato, dove siede un presidente molto più servizievole come Renato Schifani. Lì il 22 luglio 2009 Pdl e Lega salvano il leghista Roberto Castelli dal processo a suo carico per aver diffamato il segretario Pdci Oliviero Diliberto definendolo mandante di “sprangatori”. Motivo: l’offesa sarebbe stata pronunciata nell’esercizio delle funzioni di ministro della Giustizia, e pazienza se Tribunale dei ministri e poi la Consulta hanno stabilito il contrario. Sei giorni dopo, 28 luglio 2009, forte di questo incredibile precedente creato ad hoc, la giunta della Camera nega l’autorizzazione a procedere contro Matteoli al Tribunale di Livorno (che non l’ha neppure chiesta). Voto confermato dall’aula il 28 ottobre: contrari Pd e Idv, favorevoli Pdl, Lega e Udc. Motivi: il presunto “fumus persecutionis” ai danni del povero Matteoli e la presunta natura ministeriale del suo reato.

Ancora una volta la legge costituzionale 1/1989 finisce sotto i piedi: il Parlamento “può negare l’autorizzazione a procedere” solo se il ministro inquisito “ha agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo”. E nessuna delle due ipotesi ricorre nel caso Matteoli: salvo ammettere che il favoreggiamento di un ministro rientra nell’“interesse pubblico”. Infatti Matteoli nega di averlo commesso e la Camera si associa. Come si può dichiarare “ministeriale” un reato che si ritiene inesistente? Si rischia di violare, oltre alla legge, anche la logica. Ma la Camera se ne infischia ed emette la sentenza, sostituendosi ai giudici e ripristinando per i ministri l’autorizzazione a procedere abolita nel ‘93 per i parlamentari. Il Tribunale di Livorno, contro l’ennesimo obbrobrio giuridico, solleva un altro conflitto di attribuzioni dinanzi alla Consulta contro la Camera. E la Consulta lo giudica ammissibile. A questo punto il lodo Consolo, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra: prima la giunta e poi il 30 luglio l’aula deliberano la costituzione in giudizio della Camera alla Consulta contro i giudici. Il Parlamento pagherà un costoso avvocato esterno per difendere Matteoli.

Federico Palomba dell’Idv parla di “atto di teppismo istituzionale” e spiega: “Matteoli, da ministro dell’Ambiente, invitò a casa sua due indagati per corruzione, tra i quali il prefetto di Livorno, e disse loro di non parlare al telefono e di cancellare le memorie dai loro computer e questa Camera vorrebbe cercare di salvarlo: no colleghi, noi non voteremo per salvarlo!”. Persino l’udc Pierluigi Mantini ammette che la Camera (con i voti dell’Udc!) “si arrogò un potere che non aveva, cioè deliberò circa la non ministerialità del reato”. Ma poi dice sì alla costituzione in giudizio, che viene approvata a larghissima maggioranza (Pdl, Lega, Udc).

Insomma il Parlamento ha torto marcio, dal 1992 a oggi ha perso 1100 conflitti d’attribuzioni su 1200 (il 95%), ma insiste nel difendere i torti dei suoi membri contro le ragioni dei giudici e della legge. Il tutto a spese dei contribuenti (227 mila euro l’anno in consulenze legali esterne). E non ricorre più neppure a leggi ad personam, bensì a voti “interpretativi” che fanno dire alla legge l’esatto contrario di ciò che dice. Due tocchi di umorismo finale. Primo: Matteoli non può invocare il legittimo impedimento perché quello vale solo per i reati comuni, mentre lui sostiene che il suo è ministeriale. Secondo: l’avvocato Consolo, difensore di Matteoli, è passato con Fini. Matteoli invece sta con Berlusconi e spara su Fini. Chissà se trova la cosa “oggettivamente imbarazzante”.

Da Il Fatto Quotidiano del 10 agosto 2010