Carissimi lettori grazie. Anche il secondo post sulla “scomparsa” dalla classe politica calabrese dalle recenti e grandi inchieste di ‘ndrangheta è stato ed è accolto con entusiasmo: in migliaia avete cliccato e cliccato sui post. Una standing ovation virtuale che farà piacere alla magistratura calabrese (quella seria) che da settembre proverà a lanciare una nuova offensiva contro il potere parallelo. Proverà cioè a entrare in quella stanza dei bottoni dalla quale è rimasta finora alla larga.
Come sapete ho cominciato questo percorso “alternativo” di lettura dell’inchiesta “Il Crimine”, scivolata il 13 luglio sull’asse Milano-Reggio Calabria, partendo da lontano. Per la precisione dal 16 ottobre, giorno in cui viene trucidato a Locri Francesco Fortugno.
L’inchiesta “Il Crimine” a Milano ha portato nella rete della magistratura qualche pesce interessante dell’imprenditoria e della politica ma in Calabria ha portato (quasi) solo alla scoperta della ‘ndrangheta rurale, quella dei santini e dei riti, quella dell’arzillo ottantenne Don Mico Oppedisano che si divertiva a organizzare la festa della Madonna dei Polsi con tutto quel che ruota intorno (seppur importante).
Possibile? Possibile che le cosche calabresi siano solo santini bruciati e vecchietti da ospizio? E la politica? E l’imprenditoria compiacente e collusa? Dove sono? Che fine hanno fatto? Perché emergono (discretamente) solo in Lombardia grazie soprattutto al lavoro di una donna pm con il turbo, Ilda Boccassini?
No, no. Non ci siamo proprio. La politica è stata lasciata fuori da questa inchiesta perché così è stato deciso. Da chi? Da chi può farlo. Magari grazie a una rete di potere che fa e disfa all’ombra delle logge massoniche coperte che in Calabria raccolgono da sempre il peggio del peggio: magistratura corrotta, politica mafiosa, professionisti marci, servizi deviati e pezzi dello Stato infedeli.
Ebbene abbiamo visto finora che la ‘ndrangheta cambia strategia in un giorno preciso: il 16 ottobre 2005, giorno in cui viene assassinato Francesco Fortugno (si vedano in archivio i post del 9 e 10 agosto). Lì comincia a riaffiorare nelle trame delle cosche quella che è la rete degli “invisibili”, uomini di potere e di comando nelle cosche che corrono parallelamente alla rete dei “visibili”. Visibili, sia ben chiaro, all’interno della struttura ‘ndranghetista, mentre gli “invisibili”, come dimostrano le inchieste della magistratura reggina, corrono soprattutto all’interno delle logge massoniche coperte e dei partiti.
Nell’inchiesta “Bellu lavuru”, condotta quasi tre anni fa dalla Dda di Reggio Calabria queste trame ci sono e ci sono tutte e anche l’ultimo degli idioti si sarebbe aspettato che esplodessero nelle inchieste successive. E’ stato così?  Scopriremo che è stato così fino al 13 luglio 2010, allorchè l’Italia intera scoprirà che oltre al “vecchietto” sono stati arrestati altri 299 allegri compari in mezza Italia. Forse sarà così da settembre, quando la magistratura (onesta) rimetterà mano ai filoni più caldi. Questa volta con la speranza che nessuna la fermi.
La Dda di Reggio Calabria ha continuato dopo “Bellu lavuru” a tirare i fili di quella trama con un’altra splendida inchiesta che ha “fotografato” la rete di potere criminale odierno nella città e nella provincia di Reggio Calabria, vale a dire nel cuore della ‘ndrangheta perché non esisterebbe la ‘ndrangheta se non esistesse Reggio e la sua provincia.

L’INCHIESTA META

Ebbene la cosiddetta inchiesta Meta, in una calda giornata di metà giugno, ha portato alla luce la trama di potere criminale della città di Reggio, scientificamente (e ripeto: scientificamente) suddivisa tra le varie famiglie: Libri di qua, Condello e Imerti di là e via di questo passo, con una (pre)dominanza dell’onnipotente famiglia De Stefano che, da sempre, vanta amicizie radicatissime nella politica cittadina. Diciamo che De Stefano sta alla politica reggina come il dio pagano Francesco Totti sta al gioco del calcio. Una simbiosi che talvolta diventa perfezione assoluta. Non mi dilungo in questa inchiesta che porterà anche all’ordine di arresto, tra gli altri, per il politico Rocco Palermo, sindaco di San Procopio, tuttora uccel di bosco. Non mi dilungherò neppure sulle tante trame che svelano intrecci impensabili tra politica, ‘ndrangheta, massoneria e imprenditoria in mezza provincia di Reggio, condizionandone capillarmente il voto. Su questo magari tornerò più in là, nei prossimi giorni.
No, no. Da oggi – proseguendo il filo logico dei primi due post - mi soffermerò sulla città di Reggio Calabria. Il quadro che ne emerge è devastante. Non tanto e non solo dalla lettura dell’ordinanza di custodia cautelare, quanto e soprattutto dalla originaria richiesta per l’applicazione di misure cautelari.

IL CAOS NELLA CITTA’ DI REGGIO CALABRIA

Credo che qualcuno di voi sia informato del fatto che il Comune di Reggio Calabria sia nel caos totale. Agguati politici, dimissioni presentate e rientrate, lotte tra fazioni politiche, minacce di elezioni anticipate, il sindaco Giuseppe Raffa che balla un giorno sì e l’altro pure, la giunta e il consiglio che ne seguono le sorti. Un delirio. Programmato. Voluto. Scientifico.
Da quando Beppe Scopelliti, l’homo ridens della politica reggina, se n’è andato a guidare la Regione Calabria, nulla è più come prima. Il motivo è semplice: nessun capoluogo in Italia come Reggio Calabria è bagnato da una pioggia di soldi. Nessun capoluogo come Reggio è interessato a sviluppare il discorso della città metropolitana: soldo chiama soldo. E sangue quando è necessario. Nessuna città e nessuna provincia come Reggio sono imbevute alla radice di criminalità organizzata che si fa Stato e che penetra ormai anche il Nord. Nessuna città in Italia come Reggio, dunque, assicura benessere ai soli noti. Peccato infatti che i soldi a pioggia non facciano rima con sviluppo socio-economico, ma questa è un’altra storia. A Reggio i diritti sono favori. E poi, suvvia, basta accendere una Radio in piazza e incendiare la movida una sera d’estate e il popolo pecorone si bea. E vota.
Bene. A Reggio e provincia tutto si regge se c’è chi garantisce un equilibrio perfetto tra i poteri e qui, da Reggio, in Calabria tutto comincia e tutto finisce.
Il dopo Scopelliti è ingovernabile e la città sta aspettando il “nuovo” scenario con le solite (e solide) identiche fondamenta: i soldi. I piccioli. Del resto alle cosche reggine non fotte nulla di chi fa finta di comandare in politica, l’importante è che loro riescano a governare il flusso delle risorse, a partire da quelle riversate su appalti e opere pubbliche. Dietro ci sono loro: i pupari che muovono e fanno muovere. Oggi più di ieri, domani più di oggi e con il Ponte sullo Stretto baluginato da anni, sai che scorpacciata, se arriva davvero…

LA MINACCIA AL PM LOMBARDO: A REGGIO COMANDIAMO NOI

Nelle serissime minacce di morte arrivate al pm Giuseppe Lombardo, figlio e nipote di magistrato, sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, uomo serio e preparato, schivo e testardo, c’è la seconda tessera di un puzzle che puzza di morte e violenza in una città già infestata dai veleni indirizzati verso la Procura generale, dove il capo procuratore Salvatore Di Landro si avvicina al traguardo del primo anno dall’insediamento (novembre). Da festeggiare c’è poco: bomba in Procura, pm rimossi, delicati processi pronti a essere celebrati. E cosche, dunque, tese come una corda di violino. L’odore del sangue c’è per chi conosce Reggio.
Ebbene a Giuseppe Lombardo, anima e corpo dell’inchiesta Meta e della precedente inchiesta “Bellu lavuru” un recente biglietto di auguri indirizzatogli così recitava: “A Reggio comandiamo noi”.
Già ma noi chi? A Reggio, lo sanno anche gli infanti, la cosca De Stefano “è”.
E’. Punto.
E’ tutto. E’ potere, è politica, è imprenditoria, è  massoneria deviata, è contatti con la Chiesa (anzi: con la chiesa). “E’”, soprattutto dopo che l’accordo fondato sulla spartizione dei traffici con le cosche Condello, Imerti e Nirta è diventato di ferro.
Ma nella richiesta di applicazione delle misure cautelari – comunicata alle parti e agli avvocati difensori della cinquantina di persone indagate o arrestate – c’è una tessera che combacia perfettamente con il biglietto di “auguri” spedito a Lombardo e alla sua famiglia.
L’altra metà del biglietto di auguri.
E qui entra in scena Cosimo Alvaro, originario di Sinopoli, appartenente all’omonima famiglia mafiosa che aveva spostato i propri interessi nella città di Reggio Calabria. Cosimo è figlio di Domenico Alvaro, protagonista nel 1992 della pax mafiosa in Reggio Calabria, così come accertato nell’ambito del procedimento penale “Olimpia”.

  “ORA QUI ENTRIAMO IN POLITICA”

Cosimo Alvaro, scrive il pm Lombardo, sin dal 2006, aveva imposto la  candidatura di Rocco Palermo, quale  indaco di San Procopio. “Circostanza che come sarà rappresentata in seguito – scrive Lombardo - verrà ampiamente rispettata”. Insomma gli Alvaro, secondo la magistratura, si erano mossi con successo nella provincia ma bisognava fare il salto di qualità, arrivare al cuore della regione: Reggio Calabria. Lì ci sono i bottoni del comando politico ed economico. Lì c’è il consenso sociale merce di scambio con la politica marcia. Li la ‘ndrangheta degli “invisibili” rinata dopo l’omicidio Fortugno e quella dei “visibili” doveva continuare ad alimentarsi e alimentare.
Sull’ingerenza dell’Alvaro all’interno delle dinamiche politiche di Reggio Calabria, il pm Lombardo precisa  che il 25 febbraio 2007,  nel corso di una  conversazione registrata all’interno della propria abitazione, oltre a riferire che avrebbe appoggiato Rocco Palermo, come candidato a sindaco  di San Procopio, aggiungeva, con riferimento alla città di Reggio Calabria, “ora  entriamo qui in politica”. “Nel ribattere l’affermazione di uno  dei presenti, secondo cui la coalizione  capeggiata da Lamberti Castronuovo avrebbe ottenuto un elevato numero di voti – scrive Lombardo -  Alvaro riferiva  testualmente: “.. ma quando mai!.. forza zio Peppino.. tra quindici giorni vedremo”.
La persona a nome zio Peppino – riporta algidamente Lombardo -  potrebbe  identificarsi in Giuseppe Scopelliti,  attuale Sindaco di Reggio Calabria”. Il condizionale è doverso e d’obbligo.
Reggio comunque negli ultimi cinque anni ha subito un accerchiamento assoluto che nelle pagine vergate dal pm Lombardo riservano una lettura straordinaria e drammatica. Un accerchiamento agevolato dalla pax Condello-De Stefano-Nirta-Alvaro.
Ma di questo accerchiamento e dei meandri delle collusioni con la politica vi scriverò nelle prossime ore. Per il momento gustatevi una chicca: sapete chi è sfuggito alla cattura? Facile: Cosimo Alvaro. Una mano “invisibile” forse lo ha salvato e scoprirete presto perché…
3 – TO BE CONTINUED
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