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martedì 27 luglio 2010

IL REDDITO MINIMO UNIVERSALE

di Ugo Colombino 11.06.2010
 
L'introduzione di un reddito minimo universale trova ancora ostacoli, eppure sembra permettere scelte familiari, educative, abitative e occupazionali più efficienti. Le disuguaglianze nella distribuzione del benessere possono rafforzare gli incentivi al lavoro, ma spingono anche alla ricerca di benefici e privilegi clientelari con spreco di risorse. Un esercizio di simulazione mostra gli effetti di quattro tipi di politiche universalistiche: reddito minimo garantito e reddito di cittadinanza, con imposta sul reddito progressiva e con imposta proporzionale. Una scheda dell'autore illustra le differenze tra le quattro forme di reddito.
Il sistema italiano di sostegno del reddito (gli “ammortizzatori sociali”) è frammentario, discrezionale, inefficiente e iniquo. Molte analisi hanno documentato il giudizio e spesso proposto politiche più trasparenti e universali. Universalità significa che il meccanismo si applica a tutti i cittadini, indipendentemente dalla condizione professionale, compresi coloro che non hanno alcuna esperienza lavorativa.
PERCHÉ INTRODURLO
Nelle economie avanzate si è largamente affermata la convinzione cha una dotazione minima universale di istruzione e di salute sia desiderabile, non tanto per motivi solidaristici, ma piuttosto perché crea forti benefici di sistema nella vita economica e sociale. Maggiori ostacoli incontra invece l’idea di una dotazione minima universale di reddito, anche se le motivazioni che la sostengono sono del tutto analoghe a quelle che giustificano l’istruzione o l’assistenza sanitaria di base universale. Intanto però cresce la documentazione sia teorica che empirica a favore di un meccanismo universale di supporto e redistribuzione del reddito. Ad esempio, la garanzia di un reddito minimo sembra permettere scelte familiari, educative, abitative e occupazionali più efficienti. Le disuguaglianze nella distribuzione del benessere possono rafforzare gli incentivi al lavoro, ma spingono anche alla ricerca di benefici e privilegi clientelari con spreco di risorse: la limitazione delle disuguaglianze riduce gli sprechi. I costi sono elevati, ma vanno confrontati con benefici probabilmente analoghi a quelli di altre riforme universalistiche. La portata di una riforma in direzione del reddito minimo universale potrebbe essere analoga a quella avutasi con la nascita e lo sviluppo dei sistemi pensionistici pubblici nel secolo scorso, che in Europa hanno ridotto l’avversione al rischio delle famiglie e favorito, specie in agricoltura, l’innovazione tecnologica e organizzativa. Per fare un esempio dei nostri giorni, dobbiamo pensare a una scelta analoga a quella fatta in queste settimane per il sistema sanitario negli Stati Uniti. È importante osservare che si tratta anche di benefici sociali che vanno al di là di quelli individuali immediatamente percepiti.
UN ESERCIZIO CON QUATTRO IPOTESI
Le preoccupazioni maggiori circa le politiche universalistiche, invece, riguardano i possibili effetti negativi sugli incentivi al lavoro e i costi di finanziamento che implicherebbero un appesantimento del carico fiscale con ricadute ulteriormente negative sugli incentivi al lavoro.
La scheda allegata illustra un esercizio di simulazione di quattro tipi di politiche universalistiche di sostegno del reddito. Distinguiamo meccanismi per i quali l'ammontare del trasferimento è condizionato dal livello di reddito dell'individuo (reddito minimo garantito) e meccanismi non condizionati (reddito di cittadinanza). Per il reddito di cittadinanza distinguiamo anche tra sistemi nei quali l'imposta sul reddito è progressiva, come nel sistema corrente, da sistemi con imposta proporzionale (Flat Tax). Tutte le riforme sono calibrate in modo da garantire lo stesso gettito fiscale netto, uguale a quello corrente, e la simulazione tiene conto delle risposte comportamentali delle famiglie: lavorare o no, quanto lavorare e così via. Il trasferimento alle famiglie varia in funzione del numero di componenti ed è mediamente intorno ai 300-500 euro mensili a seconda del meccanismo (nel sistema corrente è intorno ai 100 euro mensili). Il significato concreto di queste cifre è molto diverso a seconda dei meccanismi. Ad esempio, per il sistema corrente si tratta di una media di vari provvedimenti contingenti o limitati a certe fasce di popolazione (pensioni sociali, sussidio di disoccupazione e altro). Anche per i sistemi condizionati si tratta di una media di quanto la famiglia riceve a seconda del livello di reddito o della condizione lavorativa. Nel caso del reddito di cittadinanza si tratta invece di un trasferimento certo e incondizionato.
Il costo aggiuntivo delle riforme viene finanziato incrementando proporzionalmente le aliquote marginali dell'imposta sul reddito e includendo nella base imponibile tutti i redditi indipendentemente dalla fonte. Le percentuali di famiglie “vincitrici” sono per lo più maggioritarie, ma diverse tra le riforme e soprattutto diversamente distribuite tra le sottopopolazioni.
Dal punto di vista della percentuale di vincitori, le riforme non condizionate risultano migliori di quelle condizionate e i sistemi con imposta progressiva risultano migliori di quelli proporzionali. Nell'ambito dei sistemi progressivi, l'incremento necessario nelle aliquote marginali al di sopra della soglia di esenzione è tutto sommato modesto, 1 o 2 punti percentuali. Questo risultato dipende però anche da un ampliamento estremo della base imponibile. Ipotesi meno drastiche implicherebbero incrementi più pesanti delle aliquote marginali.
In alternativa si può pensare a una diversa struttura dell'imposta sul reddito, cioè una tassazione proporzionale (Flat Tax): quest'ultima è attraente per la semplicità amministrativa e forse per minori incentivi all'evasione. Il problema della Flat Tax è che implica aliquote elevate anche sui redditi bassi e medi, dove si concentrano le famiglie che rispondono in modo più forte agli incentivi: ne possono risentire sia l'efficienza che gli effetti distributivi. Tuttavia, un meccanismo RC + Flat Tax mantiene la sua attrattiva: l'aliquota richiesta è 31,6 per cento, un livello di tassazione proporzionale forse politicamente meglio sostenibile insieme all'allargamento della base imponibile. Infine, gli effetti di disincentivo al lavoro – una delle fonti di maggiore preoccupazione – risultano molto modesti (e non sono riportati nella scheda).
In conclusione, si può dire che è possibile disegnare versioni realistiche del reddito minimo universale soppesando, in base alle preferenze sociali, le diverse implicazioni su benefici, costi e incentivi. Rimangono molti aspetti che richiederebbero altri approfondimenti. Costi amministrativi: i meccanismi non condizionati richiedono solo il registro anagrafico della popolazione, mentre quelli condizionati richiedono un supporto informativo e operativo per la verifica delle condizioni di accesso ai trasferimenti e per la gestione di sanzioni e contestazioni. Benefici: l'analisi riassunta nella scheda riguarda benefici strettamente individuali, un'analisi completa dovrebbe includere i benefici di lungo periodo e di sistema ai quali ho accennato all'inizio.