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venerdì 18 giugno 2010

Porto nucleare

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di Riccardo Bocca - 18 giugno 2010

Centinaia di container seppelliti nella banchina. Dialoghi intercettati sullo smaltimento di rifiuti tossici. in un dossier di greenpeace, gli scandali su cui indagava Ilaria Alpi.


Sono immagini inequivocabili. Inedite. Sconcertanti. Sono cinque fotografie scattate nel luglio 1997 durante la costruzione del porto somalo di Eel Ma'aan, poco a nord di Mogadiscio. Costituiscono la prova che quella banchina non è stata realizzata, come di solito accade, utilizzando soltanto pietre o cemento. Ma fu infarcita, incredibilmente, di container. Una parata di contenitori davanti ai quali, si vede in uno scatto, posano due uomini di colore, uno dei quali sorride e mostra una pistola. Dietro di loro c'è la barriera portuale ancora incompleta, con alla base i parallelepipedi metallici utilizzati per il trasporto merci. Gli stessi che si ritrovano nella seconda fotografia, ammassati in una fossa. E chi avesse ancora dubbi su questa singolare procedura, può verificarla in altre tre istantanee: la prima dove un container blu spunta dal ventre della banchina, un'altra in cui due persone camminano sopra i container, e un'ultima panoramica che mostra l'area delle operazioni.
"Dopo tante parole, tanti sospetti sull'utilizzo dell'Africa e della Somalia come pattumiera dei Paesi industrializzati, finalmente sottoponiamo all'opinione pubblica elementi concreti", dice Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia. In mano ha "The toxic ships: the italian hub, the Mediterranean area and Africa" ("Le navi tossiche: lo snodo italiano, l'area mediterranea e l'Africa"), il dossier in lingua inglese con cui l'associazione ambientalista ricostruisce punto per punto, documento per documento, la vergogna di decenni trascorsi ad avvelenare i mari con il traffico di rifiuti tossici e radioattivi (vedi box qui sotto). Uno scempio investigato, nel corso del tempo, da diverse procure italiane. Tra cui quella di Asti, che lo scorso marzo ha concesso a Greenpeace di accedere agli atti sull'esportazione illegale di sostanze pericolose. "Da qui, con tanto di autorizzazione scritta, provengono le foto dei container infilati nel porto di Eel Ma'aan", spiega Giannì. E sempre dalla stessa fonte, aggiunge, "abbiamo recuperato stralci di verbali che spiegano e rendono allarmanti le immagini".
Punto focale, in questa operazione verità, è il nome di Giancarlo Marocchino: colui che ha costruito nella seconda metà degli anni Novanta il porto di Eel Ma'aan, come spiega il 25 ottobre 2005 alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Lo stesso imprenditore che per primo a Mogadiscio, il 20 marzo 1994, accorre sul luogo dell'omicidio della giornalista e del suo operatore (vedi box a pag. 62). L'uomo del quale Marcello Fulvi, dirigente della Digos romana, scrive in un'informativa del 3 febbraio 1995: "Si comunica che (...) personale di questo ufficio ha avuto un incontro con una fonte di provata attendibilità, la quale ha confidato che mandante dell'omicidio di Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin sarebbe il noto Marocchino Giancarlo", il quale "avrebbe ordinato l'uccisione della giornalista".
Ecco: Marocchino, mai processato e neppure indagato per l'assassinio Alpi, secondo Greenpeace costruisce il porticciolo di Eel Ma'aan "per creare un'alternativa alla chiusura del porto di Mogadiscio, dovuta a scontri tra i signori della guerra somali" in lotta tra loro per controllare il territorio. E il fatto che, contro ogni consuetudine, l'imprenditore seppellisca montagne di container dentro la banchina, assume indubbio rilievo leggendo le dichiarazioni trovate dagli ambientalisti nei faldoni della procura di Asti. In particolare, infatti, il dossier sintetizza le dichiarazioni che Franco Oliva, tra il 1986 e il 1990 coordinatore amministrativo in Somalia dei progetti di cooperazione per conto del ministero degli Esteri italiano, fa l'8 marzo 1995 alla Commissione parlamentare sulla politica e la cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. "Oliva", scrive Greenpeace, "disse di avere incontrato prima del 1990 a Mogadiscio Guido Garelli (che anni prima "aveva firmato, come rappresentante della società Compania Minera Rio de Oro Ltd, un accordo per l'esportazione di un milione di tonnellate di rifiuti industriali pericolosi nel territorio del Sahara occidentale", attività poi abortita "per contrasti interni all'organizzazione"), e che lo stesso Garelli stava cercando di organizzare la spedizione di un carico di scorie nucleari in Somalia in collaborazione con Giancarlo Marocchino".
Vero? Verosimile? O semplicemente falso? Marocchino, da parte sua, ha sempre negato il coinvolgimento in qualunque forma di business illecito, ma il dossier di Greenpeace estrapola dalle carte di Asti dettagli inquietanti. "Il 24 giugno 1992", si legge, "Giancarlo Marocchino, Guido Garelli e il console onorario della Somalia Ezio Scaglione, hanno firmato un accordo confidenziale per l'esportazione di rifiuti nel Corno d'Africa". Dopodiché il pm di Asti Luciano Tarditi, indagando sui traffici con il continente africano, intercetta il 14 agosto 1997 un dialogo telefonico tra Scaglione e Marocchino, dove quest'ultimo parla di "un'operazioncina tanto per cominciare. Un'operazione, diciamo, fra di noi. In poche parole non so due o tre mila fusti, robe del genere" (dettaglio emerso nelle audizioni di Marocchino alla Commissione Alpi). E c'è dell'altro: stando ai documenti dei magistrati citati da Greenpeace, "nel 1996 Marocchino contatta Scaglione proponendogli di organizzare l'esportazione di rifiuti in Somalia (...), che avrebbero dovuto essere inseriti nel porto in costruzione di Eel Ma'aan". Marocchino, continuano gli inquirenti (e Greenpeace lo riporta nel dossier), specifica "che poteva distribuire/liberarsi di rifiuti nucleari", e la soluzione scelta per lo smaltimento era "seppellirli dentro il cemento della banchina nel porto".
A questo punto, è evidente che le fotografie pubblicate in queste pagine assumono un'importanza centrale. Se veramente nel porto somalo sono sepolti, dalla fine degli anni Novanta, centinaia di container zeppi di rifiuti pericolosi, la popolazione locale è esposta a un consistente pericolo. Tantopiù che "testimoni", scrive Greenpeace riprendendo una nota di polizia giudiziaria del 24 maggio 1999, "ricordano" che effettivamente "i container interrati nel porto di Eel Ma'aan erano pieni di rifiuti: fanghi, vernici, terreno contaminato da acciaierie, cenere di filtri elettrici...". Dettaglio, sostiene il dossier, che Marocchino avrebbe inserito in un fax per Scaglione del 19 agosto 1996. E che gli ambientalisti integrano, nel loro report, citando la testimonianza di Giancarlo Ricchi, il dipendente dell'azienda Molino Pardini che non soltanto nel 1997 scatta le fotografie al porto di Eel Ma'aan, ma raccoglie la testimonianza degli operai, secondo i quali "i container seppelliti sono circa 400".
"Serve altro", domanda Alessandro Giannì, "per concludere che importanti pezzi di verità sono stati occultati?". Tali sono gli indizi, dice, "che le istituzioni italiane e internazionali devono verificare al più presto le condizioni del porticciolo di Eel Ma'aan. Soffermandosi sul mare, visto che il pesce catturato in quell'area potrebbe raggiungere il circuito europeo, ma indagando anche sui retroscena riguardo al controllo del porto stesso". Dal 1999 al 2007, si legge infatti nel dossier, la struttura "è stata gestita dalla società Banadir general services, parte del gruppo Banadir coinvolto nella distribuzione degli aiuti umanitari in Somalia". E tra i personaggi chiave dell'organizzazione viene incluso Abukar Omar Adaani, che Greenpeace presenta da un lato come "close associated" (strettamente collegato) con Marocchino, e dall'altro come membro di una famiglia somala "che ha finanziato per lungo tempo gruppi armati", oltre a essere legata "al leader del gruppo Hizbul Islam, ritenuto vicino ad Al Qaeda" (notizie che Greenpeace cita da una relazione ufficiale del Gruppo di monitoraggio sulla Somalia delle Nazioni Unite, ndr).
Quanto basta per temere che, nell'insieme, il caso Eel Ma'aan non si limiti al traffico di rifiuti tossici e radioattivi, ma tocchi negli anni anche il mondo della cooperazione internazionale, e addirittura quello del terrorismo islamico. "Ancora nel 2008", sottolinea tra l'altro Greenpeace, "il delegato speciale delle Nazioni Unite per la Somalia, Ahmedu Ould Abdallah, ha dichiarato di possedere "informazione attendibile" che aziende europee e asiatiche stiano affondando rifiuti - anche nucleari - in questo territorio" . Eppure, quando nel 2005 Marocchino viene sentito dalla Commissione parlamentare Alpi, le sue parole sul fronte somalo sono rassicuranti. Nega, per quel che lo riguarda, che la costruzione del porto di Eel Ma'aan sia stata viziata da inconfessabili retroscena. Nega l'attendibilità dei dettagli sui rifiuti raccontati da Scaglione, definendo l'ex console onorario "un matto". E pur ammettendo di avere imbottito di container il porticciolo di Eel Ma'aan ("lunghi sei metri, larghi due e mezzo e alti due e mezzo"), li descrive come scatoloni metallici in parte "abbandonati dopo la guerra", alcuni presenti nei suoi "magazzini", oppure "acquistati" per l'occasione.
Niente di pericoloso, quindi. Innocui contenitori che l'imprenditore sostiene di aver "riempito di pietre, tagliandogli il tetto" per strutturare il porticciolo. E poco importa che nel 2005 questa spiegazione susciti gli interrogativi della Commissione Alpi (Elettra Deiana, allora deputata di Rifondazione comunista, domanda per esempio a Marocchino: "Esclude che fossero contenitori con all'interno sostanze chimiche, che potevano essere rilasciate nel mare, sopra le quali lei metteva i pietroni?"). Nessuno fino a oggi, fino a questo dossier di Greenpeace, ha verificato in maniera definitiva i fatti. Complice, anche, la cronica instabilità politica somala.n

Un relitto, troppi misteri
Il dossier di Greenpeace "The toxic ships" non descrive esclusivamente la vicenda dei container tumulati nel porto somalo di Eel Ma'aan. È anche una puntuale ricostruzione dei traffici di rifiuti che hanno riguardato l'Europa e il continente africano. Soltanto "tra il 1988 e il 1994", scrivono gli ambientalisti, "abbiamo scoperto 94 casi di esportazione tentata o riuscita verso l'Africa di rifiuti pericolosi, il che equivale a oltre 10 milioni di tonnellate di scorie".
Uno scenario sconfortante, a cui Greenpeace fa seguire un capitolo altrettanto infelice: quello titolato "The poison trade" ("Il commercio del veleno") che parla del trasporto dei rifiuti via mare e delle cosiddette carrette del mare, affondate nel Mediterraneo e altrove con sostanze tossiche o radioattive a bordo. In particolare, il dossier ricostruisce la vicenda della Rigel, affondata in Calabria al largo di capo Spartivento il 21 settembre 1987 e mai più ritrovata. Viene ricordata anche la motonave Jolly Rosso, inviata dal governo italiano in Libano per recuperare tonnellate di scorie, e in seguito arenatasi a Formiciche sulla costa calabrese. Ma soprattutto, il dossier rivela un dettaglio clamoroso che riguarda Cetraro, la cittadina nei cui fondali marini il 12 settembre 2009 la Regione Calabria ha annunciato il ritrovamento di un relitto (proprio dove Francesco Fonti, pentito di 'ndrangheta, ha ammesso di avere affondato una carretta dei veleni). Il pilota del Rov, il congegno utilizzato per i rilievi sottomarini, ha pubblicamente dichiarato di avere visto le stive piene, ma in seguito è stato smentito dai rilievi della Mare Oceano, la nave che ha svolto ulteriori verifiche per conto del governo italiano. E che ha smontato l'allarme in corso, identificando il relitto nel piroscafo Catania.
Ora, dal dossier degli ambientalisti si viene a sapere che "Greenpeace ha elementi che indicano come il ministero della Difesa inglese abbia presentato un'offerta (al governo italiano, ndr) per l'esplorazione del relitto di Cetraro", addirittura "a un prezzo più basso di quello offerto dai proprietari della nave Mare Oceano". Eppure le nostre autorità l'hanno rifiutata: perché? Greenpeace scrive di non avere la risposta. In compenso, si sa chi è l'armatore della Mare Oceano a cui il nostro governo ha preferito affidare l'incarico: si tratta di Diego Attanasio, arrestato nel 1997 per corruzione e poi coinvolto dal suo avvocato, David Mills, nel processo che quest'ultimo ha subìto per le false testimonianze fornite in
due processi (tangenti alla Guardia di finanza e All Iberian: entrambi con imputato Silvio Berlusconi), che sarebbero state ripagate con 600 mila dollari. Denaro, ha però sostenuto Mills, versatogli non da Berlusconi ma da Attanasio. Il quale, da parte sua, ha negato la circostanza.

Cercasi mandanti
I genitori di Ilaria Alpi, informati delle notizie contenute nel dossier di Greenpeace "The toxic ships", commentano: "Speriamo, ancora una volta, che si faccia chiarezza: non soltanto sull'omicidio di nostra figlia, ma su tutta quella stagione della storia italiana".
A indignarli, oggi come sempre, è l'omertà garantita a chi ha ordinato l'esecuzione della giornalista del Tg3. L'unico colpevole individuato dalla giustizia italiana, è il somalo Ashi Omar Hassan, arrestato il 13 gennaio 1998 con l'accusa di aver partecipato all'agguato contro Alpi e Hrovatin. Hassan è stato assolto in primo grado il 20 luglio 1999, venendo poi condannato all'ergastolo il 24 novembre 2000,
e ritrovandosi con 26 anni da scontare per volontà della Corte di assise di appello di Roma.
In seguito l'avvocato di Hassan, Douglas Duale,
ha presentato ricorso per la revisione del processo, ma il 24 giugno 2009 la Corte d'appello di Perugia l'ha rigettato subordinandolo alla posizione di Ahmed Ali, detto Gelle: l'uomo che ha dichiarato di avere riconosciuto Hassan nel commando omicida. Gelle verrà processato per calunnia il 23 novembre 2010: "Un'eventuale condanna", sostiene l'avvocato Duale, "riaprirebbe il caso".

Tratto da: L'Espresso